Il Ct Vittorio Pozzo
Il destino nel nome e una incancellabile vergognaVittorio Pozzo era nato a Torino il 2 marzo 1886 da una famiglia di origini biellesi profeticamente fedele al detto latino nomen omen (il destino nel nome). Giocò a calcio nelle file del Football Club Torinese, antesignano del Torino, e poi nel Grasshoppers, in Svizzera, e ancora in Francia e Inghilterra, dove laveva condotto lo studio delle lingue. Assunto dalla Pirelli, era entrato tra i soci fondatori del Torino e poi della Figc. Nel 1912, segretario della Federcalcio, venne chiamato a fungere da commissario tecnico della Nazionale di calcio per le Olimpiadi di Stoccolma, dopo le dimissioni in blocco della commissione selezionatrice. Dopo aver partecipato al conflitto mondiale, fu ancora commissario unico alle Olimpiadi, nel 1924, per poi dimettersi. Di lì a poco perse la moglie, gravemente ammalata. Trasferitosi a Milano, al lavoro nellUfficio Propaganda della Pirelli accoppiava quello di inviato de La Stampa. Qui lo scovò Leandro Arpinati, presidente della Figc, per faticosamente convincerlo ad assumere la guida della Nazionale. Una scelta felice, illustrata da due titoli mondiali, uno olimpico e due Coppe Internazionali. Dopo la Seconda Guerra Mondiale perse il magico feeling con il successo. Venne rimosso nel 1948, e poi gli toccò una rimozione peggiore, quella dalle glorie nazionali: continuò a fare il giornalista per il quotidiano torinese, ma chiuso in una specie di recinto dallottusità di un mondo che non gli perdonava il successo passato, accusandolo (scioccamente) di connivenze col Regime fascista. Una infelice presenza in un quiz televisivo (la Fiera dei Sogni, con Mike Bongiorno), lo portò a isolarsi ancora di più. Morì il 21 dicembre 1968, in un oblio che non fa onore al calcio italiano, perpetuato nel rifiuto a intitolargli nel 1990, anno Mondiale, il nuovo stadio di Torino.
Gregari e fuoriclasse, tutti campioni
Giampiero COMBI
Così Pozzo ricorda il suo avvento sulla scena del Mondiale: «Piero
Combi lo sapeva. Luomo in gran forma, come difensore della rete, era in
quel momento Carlo Ceresoli. Nel corso della preparazione, sul campo della Fiorentina,
in una parata un po azzardata, Ceresoli si ruppe un braccio. Proprio sotto
ai miei occhi: ché io stavo, in quel momento, appoggiato ai pali della
porta nella quale egli lavorava. Addio, Campionato del Mondo! Combi lo vide
partire per lospedale, mi si avvicinò e mi disse, in piemontese:
«M touca a mi?» Tocca a me? «Souta, Piero». Sotto,
Piero, gli risposi. Mobilitò istantaneamente lo spirito, che già
egli si era rassegnato a fungere da riserva, fisicamente e tecnicamente. In
tre giorni già era a posto e diventò, per anzianità, capitano
dellundici nostro. In una settimana si mise completamente in ordine».
Mitico vertice del trio bianconero con Rosetta e Caligaris della grande Juventus
del quinquennio, fu tra i massimi portieri della storia del calcio italiano.
47 volte nazionale, vinse cinque scudetti e abbandonò il calcio dopo
la conquista iridata.
Eraldo MONZEGLIO
Terzino di raffinata grana tecnica, uscì dalla rinomata scuola casalese,
prima di diventare campione col Bologna, nelle cui file vinse uno scudetto e
due Mitropa Cup, prima di trasferirsi alla Roma. Collezionò 35 presenze
in Nazionale e a fine carriera fu allenatore di buon livello.
Luigi ALLEMANDI
Difensore arcigno, formidabile nelle chiusure, legò il suo nome a due
scudetti (con Juventus e Ambrosiana), alla Coppa Internazionale e allillecito
che portò alla revoca del titolo del Torino nel 1927: juventino poi passato
allAmbrosiana, accusato di aver favorito nel derby la squadra granata,
era stato squalificato a vita e poi amnistiato nel 1929.
Attilio FERRARIS IV
Inattesa la sua rinascita al Mondiale del 1934, dopo che la vita
sregolata ne aveva provocato luscita dal giro azzurro e pure dalla sua
squadra di club, la Roma, minandone le qualità di grande combattente.
Ripescato da Pozzo e rimessosi a nuovo grazie alla feroce applicazione, si presentò
in condizioni fisiche smaglianti, che ne fecero uno dei baluardi della squadra
azzurra. 28 volte Nazionale, nel novembre 1934 fu tra i leoni di Highbury
più elogiati dalla stampa britannica dopo la celebre partita del dopo-Mondiale
nello stadio londinese persa dagli azzurri per 2-3.
Luis MONTI
Soprannominato in patria Doble ancho (doppia ampiezza, armadio a
due ante) per il fisico imponente, arrivò alla Juve trentenne, con ladipe
di una vecchia gloria. In poche settimane di sfiancanti allenamenti si rimise
a nuovo e divenne pilastro della Juventus del quinquennio (conquistò
4 dei cinque scudetti) e poi della Nazionale. Aveva partecipato al Mondiale
1930 con la maglia biancoceleste, con i colori azzurri quattro anni dopo incarnò
la svolta impressa dal Ct al gioco italiano, che con lui aveva fatto il salto
di qualità. Deciso e roccioso nei contrasti per quanto abile nellattivare
con lunghi e precisi lanci lattacco, fu il perno della squadra di Pozzo,
con cui collezionò 18 presenze.
Luigi BERTOLINI
Liconografia classica lo ricorda con un fazzoletto bianco sulla fronte,
per proteggerla nel gioco di testa, in cui eccelleva. Era arrivato alla Juventus
nel 1931 dallAlessandria e il tecnico Carcano (futuro preparatore ai Mondiali)
ne aveva fatto subito un pilastro della sua formidabile Juve. Oltre al titolo
mondiale, nel suo albo doro figurano 26 partite in Nazionale, quattro
scudetti e una Coppa Internazionale.
Enrique GUAITA
Attaccante di altissima qualità, nazionale argentino, venne ingaggiato
dalla Roma nel 1933 e vinse lanno successivo la graduatoria cannonieri
stabilendo il record di segnature nei campionati a sedici squadre a girone unico
con 28 gol in 29 partite. Totalizzò solo 10 presenze in azzurro, perché
dopo i primi due campionati fuggì in Patria per evitare larruolamento
nellesercito italiano.
Giuseppe MEAZZA
Viene annoverato tra i più grandi in assoluto del calcio italiano. Talento
purissimo e precoce (lo soprannominarono il Balilla), a diciotto
anni era già titolare nella sua squadra, lAmbrosiana, nelle cui
giovanili era cresciuto e con cui avrebbe vinto due scudetti e tre titoli di
capocannoniere; a diciannove era colonna della Nazionale. Il suo calcio era
fatto di guizzi e invenzioni, sublimate da un innato senso del gol; dominò
la scena per oltre un decennio (oltre alla maglia dellAmbrosiana vestì,
dopo una lunga assenza provocata da un embolo al piede destro, quelle di Milan,
Juventus e Atalanta), realizzando 225 reti in Serie A. Celebre il suo gol con
la chiamata del portiere, invitato alluscita e beffato con
un tiro secco dopo un accenno di finta. Centravanti per vocazione ma non certo
di sfondamento (il suo tiro era perfido e preciso, non richiedeva il propellente
della potenza), venne genialmente arretrato a interno da Vittorio Pozzo, che
ne fece un inimitabile inventore di gioco, di cui molto si giovarono attaccanti
durto come Schiavio e Piola nei due Mondiali vinti. Chiuse con 53 presenze
e 33 reti in azzurro, simbolo leggendario di eleganza applicata al calcio. A
lui è oggi dedicato lo stadio milanese di San Siro.
Angelo SCHIAVIO
Il suo nome è legato al gol decisivo nella finale mondiale 1934, ma letichetta
è certamente riduttiva. Centravanti di sfondamento provvisto di eccellente
controllo di palla e di un tiro potente e preciso con entrambi i piedi, fu per
fare posto alle sue doti che Pozzo arretrò Meazza a interno. Incarnò
lemblema del Bologna che tremare il mondo fa, con cui vinse
4 scudetti, 2 Mitropa Cup e quel Torneo dellEsposizione di Parigi che,
grazie alla partecipazione degli inglesi, fu una sorta di Mondiale per club.
Non indossò altre maglie; con la Nazionale chiuse dopo il trionfo mondiale,
con 15 gol in 21 partite.
Giovanni FERRARI
E tuttora il primatista assoluto (assieme allo juventino Beppe Furino)
di scudetti vinti, con ben otto titoli, conquistati in carriera con le maglie
di Juventus, Ambrosiana-Inter e Bologna. Interno di rara intelligenza tattica,
fu lideale complemento di Meazza, la cui fantasia e genialità mirabilmente
contrappesava con il suo senso del raziocinio e la precisione del gioco. Provvisto
di un tiro da lontano piuttosto pungente, vinse due Mondiali e due Coppe Internazionali,
chiudendo la carriera azzurra con 44 presenze e 14 reti.
Raimundo ORSI
Ala sinistra di ineguagliata classe, aveva raggiunto la notorietà sbalordendo
il pubblico delle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928 con la maglia della Nazionale
argentina. Ingaggiato dalla Juventus, vinse i cinque scudetti del quinquennio,
esibendo la micidiale efficacia del fuoriclasse. Le sue serpentine facevano
ammattire i difensori, il suo tiro, scoccato con entrambi i piedi, non lasciava
scampo ai portieri. Vinse due volte la Coppa Internazionale, uno scudetto argentino
e uno in Brasile col Flamengo. Se ne andò dallItalia nella primavera
del 1935, spaventato dalla piega che andavano prendendo le vicende politiche,
con 35 presenze e 13 gol e il suo nome indelebilmente iscritto nella storia
del calcio come quello della più forte ala del calcio italiano di ogni
epoca.
Felice PLACIDO BOREL II
Venne soprannominato Farfallino per leterea eleganza delle
sue movenze, eppure il suo ingresso nel calcio di vertice ebbe effetti devastanti.
Al suo esordio, diciottenne, nella Juventus, mise a segno il primato di media
gol nei campionati a diciotto squadre a girone unico, con 29 reti in 28 partite.
Capocannoniere anche lanno successivo, patì in Nazionale la concorrenza
prima del poderoso Schiavio e successivamente di Piola, quando, dopo il 1935,
il suo rendimento si abbassò bruscamente a causa dei problemi fisici
che ne tormentarono la carriera. Raffinatissimo e veloce, conquistò tre
scudetti e chiuse con appena 3 presenze in azzurro.
Armando CASTELLAZZI
Mediano difensivo dalla notevole continuità di rendimento, colonna dellAmbrosiana,
vinse uno scudetto e totalizzò 3 presenze in azzurro.
Attilio DEMARIA
Anche lui aveva giocato con la Nazionale argentina il Mondiale 1930, prima di
approdare in Italia, nelle file dellAmbrosiana-Inter, con cui vinse uno
scudetto. In Nazionale vinse la Coppa Internazionale e totalizzò 13 partite.
Anfilogino GUARISI
Era lennesimo oriundo della Nazionale di Pozzo. Attaccante
brasiliano di grandi qualità tattiche, giocò nella Lazio dei tanti
brasiliani e collezionò 6 presenze in Nazionale.
Mario PIZZIOLO
La sua avventura al Mondiale si chiuse durante il primo confronto con la Spagna,
nel terribile scontro con un avversario, che gli costò la frattura di
una gamba. Era mediano di grana tecnica raffinata, lunico giocatore della
Fiorentina nella Nazionale del 1934.
Virginio ROSETTA
Grande esponente del vivaio vercellese, fu il primo giocatore italiano ufficialmente
ceduto dietro contropartita economica (la Juventus lo acquistò dalla
Pro Vercelli nel 1923). Compose con Combi e Caligaris un mitico trio difensivo
di rara efficacia. Collezionò sette scudetti e 52 presenze in Nazionale.
Pietro ARCARI III
Ala destra di Milan e Genoa, ottimo goleador, non esordì mai in Nazionale.
Umberto CALIGARIS
Terzino della Juventus, fu a lungo, con le sue 59 presenze, il primatista di
gettoni azzurri, ma la sua carriera attiva in Nazionale si era chiusa prima
del Mondiale. Con Combi e Rosetta costituì un eccezionale trio difensivo.
Vinse cinque scudetti.
Giuseppe CAVANNA
Portiere del Napoli proveneiente dal fertile vivaio vercellese, zio di Piola,
non esordì mai nella Nazionale maggiore.
Guido MASETTI
Portiere passato dal Verona alla Roma, dove vinse uno scudetto, giocò
2 partite in Nazionale.
Mario VARGLIEN I
Mediano della Juventus del quinquennio, vinse tutti e cinque gli scudetti del
magico periodo. Giocò una sola partita in Nazionale.