Francesco TOTTI

(Roma)

Guardarsi attorno e vedere mille mani che cercano la tua per stringerla, mille mani che ti battono sulla spalla, mille occhi che ammiccano, e baci e abbracci, e telecamere e taccuini, e tanti che ti dicono "Bravo" e ti chiedono la magia di un attimo. Però tu "non ti fermi, convinto che ti si può ricordare", non perché hai davanti "Una città per cantare", ma perché ti attende uno stadio intero che ti scruta e non perdona, perché domani tutto potrebbe diventare difficile e magari è ancora presto per essere re, ma loro, quelli delle mille mani e delle mille penne, non lo sanno. Allora ecco il nervosismo scambiato per immaturità, ecco tornare gli interrogativi, ecco di nuovo le mille penne chiedersi: "Ma Francesco Totti è davvero pronto per la Nazionale?". Forse sì, forse no. Certo è uno dei pochi calciatori che da soli valgono il prezzo del biglietto, capace di far sognare, svicolando elegante e potente tra gabbie tattiche e bla-bla saccenti di presunti opinionisti.

Ma è difficile fare "boom" se addosso restano le schegge di una gioventù mai vissuta appieno, trascorsa tra viaggi, gol, maglie giallorosse e azzurre, incomprensioni e gioie, con quell’etichetta di campione appiccicata sin da quando, pupetto di cinque anni, affogava in una divisa più grande di lui. Francesco Totti è il nuovo idolo di una Roma che sogna, senza remore, di riagganciare i fasti della squadra che fu di Conti e Falçao, espressione di una Capitale in bilico tra Rugantino e l’Europa. Adorato dai tifosi, coccolato da mamma Fiorella e papà Lorenzo, spinto tra le braccia di Maldini a furor di popolo, è felice, sereno, ricco e famoso. Ma ripete spesso, molto spesso: "Sono cresciuto in fretta". E quel bambino biondissimo, dal faccino impertinente, che giocava già da campione prima ancora di andare a scuola, continua a vivere dove è nato, nella sua casa di Via Vetulonia, quasi a voler tenere strette quelle radici che lo "studiare" da fuoriclasse strappa all’animo.

Niente più "Pupone", vero?

"Sì, ve lo chiedo per cortesia, non chiamatemi più così. Ormai sono cinque anni che gioco in Serie A, non dico di essere un adulto, ma neanche più un ragazzino. Ho ventuno anni, vero, ma sono maturato velocemente, non ho nulla del "pupone"".

Sei romano, di Porta Metronia, come…

"Come Sergio Cragnotti, il patron della Lazio. Sì, lo so… È un piccolo derby nel derby, anche se devo dire che, pur abitando ancora in zona, non è che la gente mi assilli con questa storia. Diciamo che siamo tutti e due importanti, ognuno per la propria parte. Meglio, forse sono più importante io, visto che lì sono quasi tutti romanisti".

Come vivi la città, ora che sei famoso?

"Bene, direi.Non mi pesa essere conosciuto. Talvolta vado a mangiare con i tifosi, senza far problemi. Ho un rapporto molto franco con loro, improntato alla massima sincerità reciproca e questo mi piace, corrisponde al mio carattere, oltre che alle loro aspettative".

Roma è città dalle mille tentazioni. Sinceramente: in discoteca ci vai, ogni tanto ti si vede in qualche locale...

"Eh, mica sempre, scherzi? Qualche volta, la domenica, anche per scaricare la tensione, altrimenti la vita privata diventerebbe inesistente, impossibile. Già, ci sono tante cose che fanno i miei coetanei e che io non posso più neanche pensare; ma ci vuole una pausa di tanto in tanto, è un modo per staccare".

Come la metti con la celebrità, i cacciatori di autografi? "Staccare" in queste condizioni non è forse un’utopia?

"Vado nei posti dove tutti ci si conosce un po’, perciò di rado mi capita di essere assalito. Ma anche quello fa parte del gioco, del fatto che ormai sono un personaggio noto".

Roberto Mancini sostiene che nella Capitale difficilmente si può vincere qualcosa. La sua tesi è che un giorno si è considerati campioni e un altro brocchi, che la passione è eccessiva. Te la senti di condividere la sua opinione?

"Lo sanno tutti che l’ambiente romano è particolare, diciamo pure complicato. Quando le cose vanno bene tutti ti incensano, poi sbagli una partita (per esempio il derby, n.d.r.) e le critiche ti arrivano addosso senza tregua. Certo, tutto questo pesa, si sente, ma – forse perché conosco bene la mia città – non drammatizzo la situazione. Probabilmente ci ho fatto il callo…".

E sei rimasto tranquillo anche dopo la sconfitta nel derby del primo novembre? Non dirmi che non ti ha fatto male.

"Certo che ho sofferto, ci mancherebbe altro! Sono romanista da sempre, quella partita mi è rimasta veramente sullo stomaco, anche perché è stata l’unica nella quale non siamo riusciti a esprimere il nostro gioco. Il fatto è che eravamo tesi, forse troppo. Non riesco a darmi altra spiegazione".

In effetti la partenza della Roma è stata eccellente. Tu, poi, stai vivendo un momento magico. Ti aspettavi di esplodere in modo tanto eclatante?

"Sinceramente no. Ero però convinto di far bene. Tanta gente nuova, un tecnico capace di dare un bel gioco, di mettere ognuno in condizioni di esprimersi al massimo: tutto lasciava presagire che la squadra avrebbe presto dato delle risposte importanti sul campo. Tuttavia, personalmente, non credevo di riuscire a impressionare così da subito. Adesso, ovviamente, ho più responsabilità, tanti occhi sono puntati su di me. Ma sono sereno, pronto a rispondere positivamente a queste sollecitazioni. E sono davvero felice di come stanno andando le cose".

Senza montarti la testa…

"No, non è da me. Sono abituato a tenere i piedi ben piantati a terra".

Come è nato calcisticamente Francesco Totti?

"Ho cominciato con la Fortitudo, un club praticamente sotto casa. Avevo cinque anni. Poi mi sono spostato alla Smit Trastevere, all’Eur, prima di passare alla Lodigiani (la terza squadra di Roma, n.d.r.), con la quale ho giocato per tre stagioni. A dodici anni ho raggiunto il settore giovanile della Roma, col quale ho vinto una Coppa Italia Primavera e, prima ancora, un titolo con gli Allievi Nazionali".

Hai esordito in prima squadra quando eri adolescente. Hai potuto crescere come i tuoi coetanei, coltivare amicizie, studiare?

"Mi sento uno che è maturato in fretta, molto in fretta. Sempre cercando di mantenere l’equilibrio, però non posso negare che la mia gioventù è stata diversa da quella di tanti ragazzi. Il calcio è la mia grande passione e mi ha dato mille soddisfazioni; però, per esempio, non posso più andare in giro col motorino, fare tante cose tipiche della mia età, sono continuamente in viaggio, lontano da casa. Per questo le amicizie sono fondamentali. E sono rimaste quelle di sempre: ora trovare amici veri è difficile. Ci sono quelli che vogliono essere "amici di Francesco" e per loro il mio cuore è sempre aperto. Ma quelli che mi cercano per diventare "amici di Totti", quelli no, non li considero proprio. Per quanto riguarda lo studio, mi sono diplomato in ragioneria. È stato difficilissimo, ma ce l’ho fatta, anche perché ho sempre creduto nell’importanza di quell’obiettivo, anche quando il calcio era ormai diventato un lavoro vero, impegnativo al massimo".

La tua famiglia: quanto ti è stata vicina, quanto ha creduto in te?

"Tanto, davvero. I miei si sono sobbarcati grandi sacrifici per farmi diventare quello che sono. E non solo nelle piccole, grandi cose come accompagnarmi al campo o lavare le magliette e i pantaloncini per anni interi. Mi hanno soprattutto insegnato la serietà, l’onestà, l’umiltà, i valori che tanti sembrano aver scordato. E non hanno mai smesso di incoraggiarmi, anche nei momenti difficili. Il Francesco Totti di oggi è frutto della loro fatica, e sono felice di ripagarli, ora".

Di solito, tuttavia, papà e mamma spingono per studiare, ripetono di pensare al domani, non solo al pallone.

"Beh, chiaro che anche i miei genitori volevano che andassi bene a scuola, ma a un certo punto, ed ero un ragazzino, avevo meno di sedici anni, fui convocato in prima squadra e allora cominciai a considerare il calcio un lavoro. La mia vita cambiò…".

Giannini: prima un idolo, ora un’eredità. Pesante?

"Sì, Giuseppe è stato un grande campione, ha onorato la maglia giallorossa per quindici anni. Adesso tocca a me non tradire quel numero 10 che porto sulle spalle. Mica è facile, ma ce la metterò tutta. Ogni tanto ci sentiamo e lui non smette di farmi i complimenti, di spingermi, è come un fratello maggiore. Fossero tutti come lui...".

Perché, già vedi intorno a te invidia e gelosia da parte dei colleghi?

"Qui alla Roma no. Ma so che questi sentimenti circondano chi è sotto i riflettori, in ogni ambiente. E il mio non è diverso dagli altri".

Ti senti un simbolo, la bandiera della tua squadra?

"Per ora no, spero di diventarlo. Ma ho compagni con tanta più esperienza di me. Certo, le cose vanno bene, però è presto per parlare di Totti come del nuovo... re di Roma".

Se in un futuro lontano fossi soffocato dal turnover, faresti come Signori, lasceresti la "tua" Roma pur di giocare?

"Parlando da tifoso mi dispiacerebbe infinitamente. Tuttavia penso al mio lavoro. Sì, se rimanessi sempre fuori deciderei di lasciare questa maglia. Senza calcio non so stare. Non pretendo certo di scendere in campo tutte le domeniche, ovvio, però se me lo merito credo sia giusto che io giochi".

È vero che la scorsa stagione volevi il "10"?

"No, il numero "20", perché era quello del mio primo anno con Mazzone. Carlos Bianchi però sosteneva che in Argentina il "17" porta bene, raccontava che il capocannoniere di quel campionato aveva proprio il "17", dunque mi diede quella maglia e io dovetti accettarla. Del resto era lui che comandava".

Dopo tanto tempo, puoi dire come erano realmente i tuoi rapporti con il tecnico sudamericano?

"Bravissima persona, con le sue idee, che voleva dimostrare tante cose e che non è riuscito a realizzarle. Con me non legava granché, come del resto con il gruppo dei romani perché forse non gradiva qualche atteggiamento. Mi diede l’impressione di essere un po’ permaloso".

Perché ha fallito?

"Si sa che il campionato italiano è quello più difficile, altrove c’è un’altra mentalità, ci sono altri schemi.Per un allenatore straniero è assai complicato tentare di imporsi subito, di far valere le proprie idee sempre e in ogni caso. Il rischio di non riuscirci è dietro l’angolo. Di chi la colpa? Un po’ nostra, un po’ sua".

Tu non accettavi che ti vedesse come punta centrale, vero?

"Ripeto, per me giocare è tutto, ma sentivo quel ruolo inadatto a me, anche gli spostamenti che dovevo fare non mi erano naturali, nè facili".

Veniamo a un uomo importante per te: Carlo Mazzone.

"È stato fondamentale. Quando lo conobbi avevo sedici anni e non sapevo come affrontare tante cose, sia in campo che fuori. Lui mi ha dato la possibilità di diventare adulto. Mi diceva di aprire gli occhi, di stare attento alle persone con le quali parlavo. Assieme ai miei genitori, Mazzone è stata la persona che più ha contribuito alla mia crescita".

E tatticamente chi è?

"Un italianista convinto, che si basa su pochi ma validi punti: variare modulo secondo l’assetto della squadra avversaria, tanta grinta e buona tecnica".

Dopo l’interregno Liedholm-Sella, e un campionato da dimenticare, con l’arrivo di Zeman molti dicevano che la vita per te sarebbe diventata impossibile. Invece… Perché credi si fosse diffusa quella opinione?

"Secondo me si basavano sul fatto che il lavoro che fa fare il nostro allenatore sia un… massacro. È vero. Io, però, ho cercato di rispondere validamente, sono andato al ritiro estivo con la mentalità giusta, massima disponibilità e, visto quanto dicevano di Zeman, anche curiosità.Beh, mi sono trovato davanti a un uomo squisito, sincero, educato. E non lo dico per piaggeria. Inoltre mi sembra proprio che i quasi 200 chilometri che abbiamo coperto in precampionato stiano pagando bene. Il fondo è basilare per reggere tutta la stagione".

Tutti dicono che a Trigoria Zeman sembra un altro rispetto ai tempi in cui stava alla Lazio. Perché?

"Sai che non saprei proprio dirtelo? È così, però. Mi ricordo che lo vedevo in televisione e mi dava l’idea di uno duro, quasi permaloso. Poi sentivo dire che richiamava sempre i giocatori, anche bruscamente. Che ne so, mi pare cambiato dal giorno alla notte, ci fa sudare, chiaro, ma ride, scherza pure. Ci riprende, sì, ma lo fa in modo assai discreto. L’unica cosa che mi viene da pensare è che, forse, qui c’è più armonia".

Ti ha trasformato anche fisicamente:sei più asciutto e più disponibile al sacrificio.

"Fare l’esterno sinistro nel gioco di Zeman vuol dire fare doppio lavoro, sia oscuro che al servizio dell’attacco.Io sono passato dal ruolo di mezzapunta o seconda punta con Mazzone a quello di attaccante centrale con Bianchi, per poi esplodere nella posizione attuale. Sì corre tanto, ma non è che la fatica si fermi lì, anzi. Ci sono spazi da coprire, anche senza palla.Ciò significa provare gli schemi fino allo sfinimento, mandare a memoria gli spostamenti. All’inizio eravamo titubanti, ma col passare del tempo ci siamo resi conto che il discorso funziona, eccome".

Accetteresti di giocare solo in fase di contenimento, se necessario?

"Certamente, se sto bene fisicamente perché no? Al massimo potrei dire al mister che è meglio non farmi stare in quella posizione piuttosto che giocar male, ma mica mi metterei a far storie, altroché!".

E sì che ora ti chiamano anche "Tottinho", sei il brasiliano aggiunto.

"Anzitutto mi sento romano, ma il soprannome mi piace. So di avere certe caratteristiche, il tocco di palla, l’inventiva, che sono tipiche di certi sudamericani, ma importante è la Roma, il gioco. E poi vorrei smentire quelli che dicono che Zeman non ama quelli come me. Magari ci fossero più fantasisti, ogni allenatore sarebbe contento".

"Tottinho" potrebbe finire in Nazionale. Sei pronto?

"Sinceramente no. Voglio dire che davanti a me ci sono tantissimi campioni e io sono ancora molto giovane. Per adesso penso solo alla mia squadra, anche se so che, se continuo così – ma questo vale per tutti – sarà quasi inevitabile una chiamata in azzurro".

Maldini ti conosce bene, dai tempi dell’Under. Ti copre di elogi, eppure sembra restio a impiegare i fantasisti. Come pensi di convincerlo?

"Ho letto che mi utilizzerebbe da esterno sinistro, lo stesso ruolo che ho in giallorosso. Il modulo è un altro, lo so, ma conosco il Ct e non credo che avrei problemi ad adattarmi".

Perché non nascono più tanti giocatori come te, Del Piero, Roberto Baggio, Zola o Mancini? I "10" da sballo andrebbero forse protetti dal WWF?

"Secondo me dipende dal fatto che molti tecnici, sin dai settori giovanili, improntano la preparazione dei bambini al pressing e agli schemi, comprimendo un poco la fantasia.Eppure elementi di un certo tipo sono quelli che possono risolvere le partite...".

Quanto pesa l’effetto-Bosman sui vivai?

"Tantissimo. Quasi tutti i club si mettono a comprare gli stranieri e sono sempre più in difficoltà quei ragazzi che pure avrebbero possibilità di sfondare in Serie A. Restano chiusi e non possono crescere, fare la necessaria esperienza. Si tratta di un problema pesante anche in chiave azzurra, a lungo andare".

Il Totti "privato" vive ancora con i genitori. Perché?

"Perché con loro sto meravigliosamente. Poi un giorno mi sposerò, andrò a vivere una vita per conto mio. Ma per adesso trovo in casa un punto di riferimento assai rilevante per chi è un poco... errante come me".

Tanti soldi, tanta fama...

"Guarda, il lavoro che faccio è ben pagato, ma io gioco a pallone perché il calcio è tutto per me, la mia passione di sempre. Non è certo per l’ingaggio che scendo in campo, nè per vantarmi davanti ai coetanei. La mia attività è la più bella che potessi avere, la mia felicità. Il denaro è importante, ma se devo aiutare qualcuno non ho remore a farlo subito".

Sei in grado di scegliere tra Polo e Ulivo, tra consumismo e spiritualità?

"La politica mettiamola da parte, per favore. Scelgo Dio. La mia religiosità non è di facciata, la sento un’esigenza profonda, da vivere. Il Signore mi ha dato tanto, io cerco di sfruttare i doni ricevuti nel modo migliore possibile, tranquillamente, ma sempre pensando a Colui che mi ha reso un ragazzo fortunato e sereno. Io mi guardo attorno, vedo quanti sono i giovani come me che non hanno un lavoro, sono soli, spesso disperati. Allora capisco che Dio mi vuol veramente bene e cerco di fare qualcosa per chi ha bisogno, ma senza squilli di tromba".

Cosa farai da grande?

"Avessi la palla di vetro lo saprei.Per ora penso a sfruttare al massimo questi dieci-quindici anni di carriera che ho davanti".

Intanto, nel futuro prossimo potrebbero esserci i Mondiali. Facciamo un gioco: sei in campo per Italia-Austria, provi a segnare ma il tuo compagno di squadra nella Roma, Konsel, ti chiude la porta. Quando vi rivedete cosa gli fai? Come ti vendichi?

"Mica è un problema... Sai a quanti capiterà di non riuscire a fargli gol? Importante è vincere la Coppa, non Totti".

Non dribblare: se Italia-Austria fosse decisiva per passare il turno?

"Beh, allora devo proprio pensare a cosa gli combinerei. Ma dai, che vuoi farmi dire? A uno come Konsel puoi solo stringere la mano e fare i complimenti.È un mostro di bravura".

IL PRINCIPE DI PORTA METRONIA

A dieci mesi, giura mamma Fiorella, palleggiava in spiaggia. Nato con il calcio nel sangue, Francesco Totti vede la luce il 27 settembre del 1976. Vive da sempre con la famiglia nella casa di Via Vetulonia, nel quartiere Appio-Latino, zona Porta Metronia. A cinque anni i primi, minuscoli scarpini e il faccino da schiaffi immerso nella maglietta della Fortitudo. Poi due anni con la Smit Trastevere, dove la Lodigiani scopre quel ragazzino biondo come uno svedese capace di usare entrambi i piedi con facilità disarmante. Lo porta alla Borghesiana, dove rimane fino ai dodici anni. Arriva la Roma, che brucia la Lazio proprio perché Francesco – che sogna a occhi aperti di emulare Giannini – è giallorosso nel cuore.

Trigoria diverrà la sua seconda casa e lo vedrà conquistare anche la prima maglia azzurra, con la rappresentativa Under 14. È ancora adolescente quando Vujadin Boskov, tecnico di una Roma in crisi, lo chiama ad allenarsi con i "grandi": borsa in spalla, apparentemente poca emozione, ma cuore in tumulto, parte l’avventura. L’esordio in A arriva addirittura a sedici anni e mezzo. Totti stupisce per la freddezza con la quale si affianca a quelli che fino a qualche mese prima erano i suoi idoli.

Il 28 marzo ’93, a Brescia, il biondino di Porta Metronia fa il suo ingresso nel calcio d’èlite. Nel frattempo continua la marcia nelle varie rappresentative nazionali, con l’Under 18 si conquista l’attenzione di Cesare Maldini che nel dicembre del ’95 gli dà una maglia con l’Under 21 in un’amichevole contro la Bulgaria.Il "Pupone" (allora lo chiamavano così) segna subito, confermando quella positiva sfacciataggine che lo aiuterà nella scalata verso il successo. Ma la prima vera svolta si chiama Mazzone, col quale il ragazzo prova la felicità di esordire sul terreno dell’Olimpico proprio in occasione del derby, facendo correre brividi sinistri ai tifosi laziali, che già ne conoscono la fama.Il "Sor Magara" lo impiega dapprima con accortezza, per non bruciarlo, poi nel 1994-95 gli dà la possibilità di giocare con continuità. Lo consiglia, lo segue come un secondo padre. E Francesco lo ripaga, crescendo a dismisura.

Gol e non solo. Ricorda il primo Mancini, è solido e veloce, ha piedi (soprattutto il destro) da brasiliano e fantasia da vendere. Tocca il cielo con un dito quando nel febbraio ’96 Arrigo Sacchi lo convoca per uno stage con la Nazionale contendendolo a Cesare Maldini, il quale se ne approprierà per l’Under che, anche grazie al suo gol in semifinale con la Francia, vince il titolo europeo.

Il periodo buio arriva con Carlos Bianchi. Totti si vede costretto a reinventarsi prima punta, gioca poco come vorrebbe e rimpiange Mazzone. In più, il nuovo Ct dell’Under 21, Giampaglia, sembra non capirlo subito e lo fa restare a casa per l’importante sfida contro gli inglesi. Il giovanotto manda giù un rospo dietro l’altro, ma continua a lavorare. Si riprende il posto in azzurro e attende. Parte Bianchi, arrivano Liedholm e Sella. La stagione, però, è bruciata. In estate si apre il capitolo Zeman e tutti indicano Francesco come il candidato numero uno alla panchina. Il resto è storia di oggi.

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