Roby Baggio

L'uomo dei sogni
Dicono sia l’effetto della primavera. Il sole che splende e non offende, il vento che accarezza e non ferisce, il sorriso che nasce spontaneo e illumina il volto. Sarà per questo che Roberto Baggio adesso sembra davvero un ragazzino, sembra tornato indietro nel tempo. Ha trentun’anni e il mondo del pallone l’ha attraversato in lungo e in largo. Ha incamerato sorrisi, pacche sulle spalle, frasi di circostanza, amicizie vere e presunte, premi importanti e fasulli. Lo hanno adorato, incensato, accarezzato e bistrattato. Cose che aiutano a capire, certo. Capire che intorno a un pallone c’è un mondo che assomiglia tanto a quello fuori, anzi forse è maledettamente più complicato perché tutto viene annunciato dalla grancassa. Così, le gioie sono più immense e i dolori più profondi, gli amici più rari e le parole più leggère.
Roberto Baggio ha capito. Dentro questo mondo, alla fine, è diventato un uomo fatto, maturo, uno di quelli che raramente sprecano pensieri e parole. E allora ci dev’essere una specie di mistero, dietro a questa faccia da ragazzino curioso di tutto. O una missione da compiere, una sfida. E lui ci prova anche, a spiegare il motivo di quella luce in fondo agli occhi, ma Miele non ne vuole sapere. Ha puntato le anatre dentro al laghetto dei giardini pubblici dietro casa, il labrador di casa Baggio. «Fosse la prima volta! Mi tocca tenerlo al guinzaglio, quando veniamo qui. Altrimenti fa una strage». Rieccolo, quel sorriso allegro. E quella voglia di raccontarlo.
-Quelli che sanno come funziona il motore della macchina Bologna, quelli che lo mettono in moto tutti i giorni, dicono che il Baggio di oggi non ha nulla da invidiare a quello dei vent’anni, in quanto a condizione.
«Già, lo dice anche il professor De Maiti, il nostro preparatore atletico. Cosa posso aggiungere? Che mi sento benissimo, e non da oggi ma dall’inizio della stagione. Finalmente ho potuto fare una preparazione completa, senza pressioni. Ho lavorato tranquillo, e questi sono i risultati. Il bello è che la faccenda dura da parecchi mesi. Non mi capitava da tempo»
– Se è vero che il calcio è allegria, Roberto Baggio ha ritrovato l’allegria del calcio.
«Io credo sia fondamentale divertirsi, in questo mestiere. E personalmente mi diverto. Quando sei felice, la fatica non la senti più».


Cronache della rinascita


– Bologna è un cambio di ritmo. Dai Mondiali del ‘94 a oggi, non era mai capitata una stagione così felice. Lo dicono i numeri: più gol segnati, più presenze, rendimento migliore. Insomma, Roberto Baggio ha fatto la scelta giusta.
«Diciamo pure che questo è uno dei miei anni migliori in assoluto. La prima stagione dopo i Mondiali americani l’ho praticamente persa: sono rimasto tre mesi e mezzo lontano dal campionato, e il resto dell’annata l’ho speso inseguendo la condizione. Poi sono andato al Milan, un posto nuovo da cui ricominciare, eppure anche lì ho vinto uno scudetto. La stagione scorsa è stata la più difficile, in tutti i sensi. Per Tabarez, all’inizio, ero un intoccabile. Poi è successo quel che è successo, inutile rivangare. La situazione è degenerata, è arrivato Sacchi, io non ho più trovato gli spazi di cui avevo bisogno. Dovevo ritrovare la dimensione giusta, soprattutto, e l’ho trovata qui».
- In un posto in cui sicuramente le pressioni erano minori. Forse aveva bisogno di questo, Roberto Baggio, per ritrovarsi.
«Di tranquillità, avevo bisogno. Di poter lavorare serenamente, di giocare con una certa continuità alla domenica, di ritrovare le sensazioni che mi mancavano da tanto tempo».
-C’è anche chi l’ha interpretato diversamente, il trasferimento al Bologna. Ecco Baggio che va a chiudersi in provincia, che si allontana dal calcio delle grandi.
«Non è facile accontentare tutti. Quando uno fa delle scelte, trova sempre chi sta dalla sua parte e chi la vede diversamente. Normale. Io ho fatto la mia, e non me ne pento. Qui ho trovato esattamente quello che cercavo. Resto molti minuti in campo e lavoro bene tra una partita e l’altra. Non potevo chiedere di meglio».
– Baggio al Bologna, all’inizio, era soprattutto una riuscitissima operazione commerciale. Oggi che ci sono ventisettemila abbonati, che la società sta per essere quotata in Borsa, il presidente Gazzoni si è affezionato al suo campione. Se potesse, non se ne priverebbe più.
«Questo mi fa piacere. Ma il presidente il suo affetto me l’ha sempre dimostrato. Normale che pensi alle strategie societarie, che cerchi di avere un rientro sul piano economico e dell’immagine da questa operazione. Fa parte del suo ruolo. Ma la stima nei miei confronti l’ha dimostrata anche prima che io firmassi per il Bologna».
– Una città per rinascere, insomma. Si chiama Bologna, e Roberto Baggio ci sta avvolto come in una coperta calda. Coccolato, amato, venerato. La città gli ha dato l’affetto, lui l’ha ricompensata riportandola alla ribalta del grande calcio. Conto pari?
«Conto pari. A Bologna sto bene, e mi verrebbe da dire che è normale, perché io ho sempre avuto un ottimo rapporto con le persone, ovunque mi abbia portato la mia carriera. È stato così a Firenze, a Torino, a Milano. Sono fatto alla mia maniera, riesco a trovare in fretta un buon feeling con gli altri. Qui sono riuscito a ritrovare anche il bel gioco, ed è una soddisfazione che condivido volentieri coi miei nuovi tifosi. Sono io che dico grazie a Bologna, perché qui mi trovo a meraviglia».
– Chi impara a conoscere questa città, dicono, fa una fatica dannata ad andarsene. Non succederà anche a Roberto Baggio?
«È una possibilità concreta. Mi avevano detto che avrei corso questo rischio, e devo dire che ci sono dentro fino al collo. Felice di esserci».
– Contratto di tre anni, con una clausola speciale che permetterà al campione di andarsene alla fine di questa stagione, se lo riterrà opportuno. Chiaro che quando ha firmato Roberto Baggio aveva in testa i Mondiali di Francia.
«Avrei potuto andare all’estero, dove mi offrivano contratti eccezionali, dal punto di vista economico. Ma lo sanno tutti qual è il mio desiderio più grande. Se fossi andato via dall’Italia, la porta dietro di me si sarebbe chiusa definitivamente. Credo che per arrivare alla maglia azzurra sia necessario lottare, soffrire, faticare sui campi del campionato italiano».


Voglia d’azzurro

– Storia di tre campionati del mondo. Italia ‘90, c’era Robybaggio ed era già un protagonista. Usa ‘94, i giorni della consacrazione e del dolore più immenso, quello che ancora oggi fa male a ricordarlo. Francia ‘98, vai a sapere che emozioni riserva il futuro a un campione che ancora ci crede.
«Non lo so, e non potrei ragionarci su adesso. Prima devo essere sicuro di arrivarci, a questo traguardo. Poi, semmai, ne parlerò. Altrimenti toccherà ad altri, a quelli che indosseranno la maglia azzurra in Francia».
– Sta di fatto che c’è questa specie di vento che spinge forte da dietro. L’appello corale dei media corre forte sfruttando ogni possibilità. Dai programmi nazional-popolari alla cibernetica, da Domenica In a Internet. Anche Il Sole 24 Ore ha dedicato un servizio a Robybaggio, chiedendone la convocazione in azzurro.
«Mi fa piacere, ci mancherebbe. Ma io ho sempre dovuto guadagnare quello che ho ottenuto. Col sacrificio, col lavoro in campo. È bello che ci sia tanta gente che stima il sottoscritto, ma il risultato finale lo raggiungi solo se dai il massimo su quel rettangolo verde».
C’è un motivo, se l’Italia intera vorrebbe rivedere Baggio in Nazionale. È che Baggio a questa Italia ha regalato un bel mucchietto di sogni.
«Ma nessuno mi deve niente. Il sogno dei tifosi è sempre stato anche il mio sogno. Abbiamo corso per anni nella stessa direzione, verso lo stesso traguardo».
– È un traguardo vicino, adesso?
«Non lo so. Ma vorrei che lo fosse, ho lavorato duro per arrivarci».
– Sembra che anche Platini voglia Baggio ai Mondiali.
«Guadagnarsi la stima di un grande del calcio di tutti i tempi è una grande soddisfazione. Ma so che Maldini, giustamente, non ascolterà troppo le voci intorno. Dovrò essere io, a convincerlo. Sul campo».
Azzurro-revival. I ricordi di un campione che ha lasciato il segno anche in Nazionale. Quelli belli, naturalmente. Ce ne sarà, per dire, uno che vale la pena rispolverare di tanto in tanto.
«D’istinto mi viene in mente il gol di Napoli, 30 aprile del ‘97. Forse perché la gente sembrava attenderselo, forse perché è stato l’ultimo. Ma l’avventura azzurra è stata bella in assoluto. L’ho vissuta con una grande felicità d’animo. A parte quell’attimo maledetto, l’ultimo secondo della finale ai Mondiali del ‘94. Quel rigore sbagliato, il peso di quella’occasione perduta. Ecco, quello è il ricordo più brutto, di sicuro».

Un ricordo da cancellare

– E ha lasciato il segno.
«Una cicatrice che non riesco a nascondere. Anche perché fa male averlo perso così, quel titolo. Al di là di quel rigore sbagliato. Puoi accettare di perdere dopo una partita combattuta, ma se perdi ai rigori diventa tutto più difficile. Significa giocarsi quattro anni di sacrifici, di lavoro, con dieci calci dal dischetto».
– Eppure anche da un Mondiale perduto in quella maniera si possono portare a casa buone sensazioni. In fondo, Roberto Baggio fu protagonista di quel torneo.
«All’inizio non fu facile, per tanti motivi, ma un po’ alla volta il lavoro che avevamo fatto venne fuori. Fu una grande avventura, peccato sia finita in quel modo».
– Sembrava un copione scritto dal destino. In finale col Brasile, mica male per uno che da ragazzino stravedeva per Zico.
«Credo che tutti i ragazzi, quando iniziano a tirare calci a un pallone nel cortile di casa, sognino di giocarsi un titolo mondiale col Brasile. Io non ero diverso dagli altri. E quando sono diventato grande, ho avuto la fortuna di arrivare a un passo dal sogno. Purtroppo è rimasto un sogno e basta».
– Altri ricordi. Il clima che si respirava dopo quell’occasione perduta. Qualcuno ricordò che Baggio aveva giocato col cuore, sicuro, ma che gli mancava la condizione ottimale. Inesorabilmente perduta in semifinale, contro la Bulgaria.
«Un problema c’era stato, è vero. Ma in finale ne risentii minimamente. A condizionarci furono altri fattori. Il fatto di giocare ad orari incredibili, con un caldo pazzesco. Il fatto che dopo la semifinale affrontammo un viaggio di cinque ore per arrivare a Los Angeles, e dopo quarantott’ore eravamo già in campo. I brasiliani erano già abituati a quel tipo di clima, ci avevano giocato tutto il torneo. Erano avvantaggiati in tutti i sensi. Eppure li portammo ai rigori».
– Ecco perché Roberto Baggio vorrebbe tornare in corsa, e darebbe chissacchè per avere un’altra occasione. Per cercare di completare quest’opera bella e incompiuta della sua vita d’artista. Già, cosa darebbe Roberto Baggio per esserci, in Francia?
«Posso dire cosa sto facendo, per arrivarci. Tutto, sto facendo tutto quello che si può fare. Mi impegno, fatico, ci metto l’anima. Ma so che questa è tutta teoria, l’esame di pratica lo daranno quelli che saranno chiamati ai Mondiali. E non so se in quell’occasione ci sarò».
– Cosa potrebbe dare uno come Roberto Baggio alla Nazionale di Cesare Maldini?
«Non saprei spiegare. Tutto quel che so è che quella finale, quel maledetto giorno di quattro anni fa è ancora qui, vivo, mi frulla per la testa e mi dà una specie di carica. Sono stati quattro anni di pensieri continui, e non mi sono mai rassegnato all’idea. È come se avessi scalato una montagna durissima e a un passo dalla vetta fossi stato travolto da una slavina. Ecco, la sensazione è questa. Avrei potuto rassegnarmi all’idea, e invece mi è rimasta addosso la voglia di cambiare il destino».
– Ci vorrebbe una telefonata, e magari prima o poi arriverà: pronto, sono Maldini eccetera eccetera. Qualunque sia il senso del discorso, forse il campione quella telefonata se l’aspetta.
«Non dipende da me. L’ho detto, io ho una sola arma a mia disposizione per convincere Maldini: giocare bene di qui a giugno».
– È proprio una strana favola. Il protagonista è condannato da un incantesimo malvagio a errare per il mondo, e il suo mondo si chiama calcio, fino al giorno in cui non riuscirà a mettere il coperchio al dolore e ai ricordi. In fondo, è lo stesso incantesimo che perseguita la Nazionale da sedici anni, dai tempi di quell’ultima festa. A proposito, come la festeggiò il quindicenne Roberto Baggio la vittoria dell’Italia ai Mondiali di Spagna?
«Tirando l’alba in giro per Vicenza, in macchina con gli amici e col bandierone al vento. Andammo a letto alle cinque del mattino. Fu una festa pazzesca».


Elogio della normalità

– Essere Baggio ed essere allo stesso tempo una persona normale. Una pratica difficile.
«A me riesce. Io sono quello che la gente vede, nè più nè meno, e questa forse è la mia forza. Il fatto di non sentirmi diverso da uno che fa il muratore, o l’operaio. Più fortunato, questo sì, più gratificato sotto certi punti di vista. Ma non diverso. I miei valori sono gli stessi di quando ero ragazzo. Perché un giorno questa meravigliosa avventura finirà, io non sarò più il Roberto Baggio di oggi, sarò semplicemente Roberto Baggio e basta. Quello di prima che l’avventura iniziasse».
– Nostalgia di una vita normale?
«Ma guardate che io cammino per strada, vedo gente e posti che mi piacciono. Ultimamente ho letto da qualche parte che non avrei ancora visto le Due Torri, a Bologna. Beh, non è esattamente così. Chiaro che quando vado in giro mi riesce difficile passare inosservato, ma non è che questo mi disturbi. So che per il momento è impossibile passare inosservato, fa parte del gioco».
– L’altro Baggio è quello che vive fuori dal campo, un ragazzo cresciuto con certi valori addosso. La famiglia, prima di tutto...
«Vengo da una famiglia numerosa, otto fratelli cresciuti insieme e legatissimi. Ho imparato quanto sia importante voler bene alle persone, e dimostrarlo».
– L’altro Baggio è geloso della sua vita, e ha alzato un muro solido tra il privato e il pubblico...
«Mi sembra giusto farlo. Il lavoro è una cosa, sul lavoro puoi essere criticato, giudicato dalla gente, e mi sta bene. Il resto è una faccenda tua, soltanto tua. Tua moglie, i figli. La loro vita è troppo importante per lasciare che finisca sulla pubblica piazza».
– Andreina è una donna sicura, aria tranquilla su un viso dolce e grazioso. Andreina è la signora Baggio, lei e Roberto si sono innamorati da ragazzi. La felicità è crescere insieme?
«Direi proprio di sì. Andreina è una presenza fondamentale, nella mia vita. Io credo che la donna sia il pilastro su cui si regge una famiglia. Per un uomo che ha tanti obiettivi, tante pressioni, una professione che lo mette sotto i riflettori, diventa fondamentale avere questo tipo di tranquillità, di equilibrio. Insieme ad Andreina io riesco a riordinare la mia vita, a darle un ritmo meno frenetico. E forse la felicità vera è proprio questa».
– Casa Baggio è il regno incontrastato di Valentina e Mattia. Tocca a loro iniziare Roberto a una vita diversa da quella di calciatore. Una vita da padre.
«Non trovo neppure le parole giuste, per spiegare quello che significano i miei figli. Non so, se potessi me li mangerei, per dimostrare quanto li amo. E in generale quanto amo i bambini. Non riesco a pensare che al mondo esista gente che li fa soffrire. I bambini sono l’innocenza, la gioia di vivere. Non so che padre sarò per i miei. Spero solo di essere giusto, di sbagliare il meno possibile e, se capita, di non fare mai errori irreparabili».
– Valentina è nata nel ‘90, Mattia nel ‘94. Certo che se Maldini dovesse regalare a Baggio il terzo mondiale della sua carriera, Roberto e Andreina potrebbero pensare a festeggiare con un terzo erede.
«Per carità, non fatevi sentire da Andreina, altrimenti non si fa più vedere in giro».
– Gli amici di Roberto Baggio sono amici veri?
«In che senso?»
– Le persone famose di solito hanno problemi a trovare amicizie sincere.
«È difficile in assoluto, in qualunque ambiente si viva o si cresca. Poi, certo, in un ambiente come quello del calcio, in cui tutto è gioco e illusione, è ancora più complicato. Anche perché purtroppo il rischio è quello di affidarsi a persone che ti stanno vicino per avere chissà quale tipo di vantaggio»


Tempi duri per la fantasia

– Il calcio del Duemila, secondo Robybaggio. Ma è proprio vero che non è più tempo di fantasia al potere?
«Il calcio è cambiato, questo è certo. Oggi valgono più gli schemi, le tattiche che l’allenatore ha in testa. A volte la personalità di un giocatore, la sua fantasia, può andare oltre le righe. E dare fastidio».
– Eppure la gente quando va allo stadio chiede lo spettacolo, vuole divertirsi...
«Non dovete dirlo a me, io l’ho sempre saputo»
– Buon segno, comunque. Significa che un angolo di Mondocalcio per i famosi “numeri dieci” ci sarà sempre.
«Spero proprio di sì. Anche perchè il calcio va oltre tutti gli schemi e tutte le regole ferree. Non è mai uguale a sè stesso. Io non ho ancora visto un gol uguale a un altro, nella mia carriera. E non c’è una squadra favorita sulla carta che ha già vinto il campionato prima di iniziarlo. In teoria sono tutti bravi, poi bisogna andare in campo. E lì può succedere di tutto. Lì anche la fantasia può tornare utile».
– Siccome a Bologna si divertono, vorrebbero che Baggio restasse rossoblù a vita. Chiunque sia il timoniere, dall’anno prossimo. Solo che da lontano arriva il canto delle sirene, ed è un canto che affascina...
«L’ho detto, io qui sto veramente bene. Ho un contratto lungo, ma con quella famosa clausola di cui dicevo. Ho già chiarito la mia posizione col presidente Gazzoni, le mie scelte le farò a fine stagione. Dipenderà da tante cose, anche dal mio stato d’animo, dalla voglia che avrò di rimettermi in gioco».
– Da quel sogno mondiale, anche...
«Certo, anche da quello. È il traguardo della stagione»
– Soltanto della stagione?
«Della carriera, forse. Voglio provare ad agguantare quello che mi è scivolato dalle mani quattro anni fa».
– E poi?
«Poi la porta resta aperta. Non è detto che non decida di restare qui».
– O magari di fare la valigia e oltrepassare i confini. In Giappone stenderebbero tappeti per strada, per farci camminare sopra uno come Baggio. E il Brasile, che dire del Brasile? Il calcio dei sogni, per uno che ha fantasia da vendere.
«Mi cercano, e la cosa mi fa un grande piacere. Ma i conti li farò più avanti. Adesso devo semplicemente concentrarmi su un obiettivo. Tutto quello che gira intorno non conta».

Il coraggio di una sfida

– Restare in Italia per ritrovare sè stessi e infilare dritta la strada che porta in Francia. In fondo, il modo migliore per continuare a essere Roberto Baggio.
«Credo che a suo modo sia stata una scelta abbastanza coraggiosa. Sarebbe stato facile per me cambiare aria, andare a giocare in un campionato più abbordabile di quello italiano, un posto in cui dimostrare con tranquillità il mio valore. In Italia essere protagonisti è più difficile, restare protagonisti a lungo è ancora più duro. Ma questa era la sfida che volevo affrontare».
– Baggio sinonimo di calcio in tutto il mondo. Bella sensazione.
«Meravigliosa. Ho avuto la fortuna di fare un mestiere che mi piace, che mi diverte. E questo affetto nei miei confronti mi fa pensare di aver dato qualcosa in cambio. È anche una questione di rispetto, di gratitudine: mi è stata data una possibilità, ho cercato di metterla a frutto nel migliore dei modi».
– Diritti e doveri di un messaggero dello sport.
«Non è semplice, è una bella responsabilità se ti fermi a pensarci. Non puoi sbagliare niente, nei comportamenti sul campo e nella vita di tutti i giorni. Sei un esempio da seguire, quello che fai viene amplificato, è sotto gli occhi di tutti. Ci sono ragazzini che stravedono per te, non puoi portarli su strade pericolose. Allora devi cercare semplicemente di essere te stesso, senza forzature, senza compromessi».
– Essere duri con tenerezza, insomma.
«Qualcosa del genere. Essere semplici, soprattutto».
– Non è semplice, essere semplici.
«Chi lo dice? Basta volersi bene, e voler bene alle persone intorno. Basta rendersi conto di quanto un comportamento sbagliato possa sporcare un’esistenza».
– Roberto Baggio si sente a credito, col mondo del calcio?
«Roberto Baggio ha dato tutto quello che poteva al calcio, che è la sua professione. In questo senso è in pace con la sua coscienza, e si sente come un navigatore che ha attraversato oceani anche tempestosi, a volte, vedendo posti bellissimi».
– Eppure manca ancora qualcosa.
«Mancherà sempre qualcosa. Perché in teoria le cose sembrano facilmente raggiungibili, poi ti rendi conto che non è esattamente così. Anche se ti chiami Roberto Baggio».
– Nessuna rabbia, niente sete di vendetta. Possibile?
«Se hai dato il massimo, il risultato conta fino a un certo punto. Io so quello che ho fatto finora, conosco la fatica e il senso della parola impegno. Mi basta, non ho rivincite da prendermi».
– Con nessuno?
«L’ho detto. L’unica sfida è quella con me stesso. E vado fino in fondo. Devo dare tutto quello che ho dentro, fino all’ultimo, prima di mollare. E mollo solo se l’impresa che ho affrontato è davvero più grande di me».
– Quando nascerà il nuovo Baggio?
«Ci saranno altri giocatori, nel cuore della gente. Magari migliori di me, questo è sicuro. Ma non ci sarà un altro Baggio, come non ci sarà un altro Maradona, un altro Van Basten. Ognuno ha la sua personalità, il suo modo di essere dentro e fuori dal campo. Ognuno, per fortuna, è uguale solo a se stesso».

L’ultima occasione

– Il sogno mondiale è davvero l’ultimo grande sogno di Roberto Baggio, di qui al giorno, chissà quanto lontano, in cui appenderà le scarpe da calcio al chiodo?
«Questa è la mia ultima, grande occasione. Nel 2002 avrò trentacinque anni, non so se giocherò ancora a calcio ma di sicuro non potrò coltivare certe speranze. Davvero, questa è proprio la grande impresa di cui parlavo. Non so ancora se è più grande di me, ma finché non me lo diranno chiaramlente io ci provo».
– Niente da dire al popolo dei fax, a tutta la gente che chiede a gran voce a Cesare Maldini di non dimenticare Roberto Baggio, nel suo viaggio verso France ‘98?
«Una sola cosa. Grazie di tutto. Per l’affetto, per la stima, per il desiderio di vedermi in Nazionale. Sto lavorando per loro, perché quel desiderio è anche il mio».
Miele ha smesso di puntare le anatre al centro del laghetto. Si è accucciato accanto al suo padrone e si capisce che ha una voglia dannata di tornare a casa. Il campione dal sorriso ritrovato prende per mano la sua Andreina e infila a passi lenti e tranquilli il sentiero che lo riporta dritto dritto dentro al suo mondo. Un saluto, un sorriso aperto. La porta che si richiude lentamente. Là dentro c’è una famiglia felice che si tiene strette certe sensazioni che non appartengono a nessun altro. Là dentro c’è un campione con la sua storia. Il passato, il presente e quel futuro così importante che bussa già alla porta. Là dentro c’è Roberto Baggio, un ragazzo di trentun’anni che ha tutti i diritti di coltivare il suo sogno infinito. Che è il sogno di tutti quelli che amano il calcio. Così splendido che da qui in avanti sarà meglio non raccontarlo a voce troppo alta. Dicono che, per avverarsi, i sogni abbiano bisogno di silenzio intorno.

Baggio e la musica

La musica che ti cambia la vita, che te la incanala sulle strade del destino. I passi più significativi dell’esistenza segnati dalle note di una canzone, magari poco conosciuta ma così importante per chi l’ha ascoltata, vissuta, cantata, riascoltata attraverso il juke-box della memoria, che lega sempre i suoni alle immagini. Succede a tutti, è successo a Roberto Baggio. Che in trentun’anni ha messo in fila la canzone del primo amore, quella delle amicizie che contano, magari quella del primo gol segnato o della prima maglia azzurra.
Le sue emozioni in musica, il campione le ha raccontate una domenica tranquilla di qualche settimana fa, ai microfoni di Radio Due. Invitato a improvvisarsi disc-jockey per un’ora alla trasmissione Vip Parade, ha messo in fila i dieci brani che gli hanno segnato la vita. Partendo da Hotel California, degli Eagles. Il pezzo della vita. «Mi ricorda la famiglia, le origini. La ascoltavo insieme ai miei sette fratelli, tutti riuniti in una stanza che sembrava una piccola discoteca. Abbiamo consumato il disco e anche la puntina del giradischi, a forza di ascoltarla». E poi, il grande mito di John Lennon, e due canzoni immortali come Imagine e Stand by me. Roby ha amato molto anche i gruppi storici come gli irlandesi degli U2, di cui preferisce So Cruel (malgrado gli ricordi proprio la ...crudeltà del solista Bono che assistette di persona a Irlanda-Italia 1-0, prima, sfortunata partita degli azzurri a USA ‘94) o come i Guns ‘n Roses dei quali ha apprezzato November Rain. Tra i cantanti americani, Baggio ha un debole per Prince e Bruce Springsteen. I Gipsy Kings, di cui ama soprattutto Hablame, gli ricordano la sua passione per il mondo ispanoamericano (l’Argentina,le pampas...). Un grande amore, condiviso con il figlio Mattia, che ha una passione per le videocassette di cartoni animatii, è il leit-motiv del film L’Ultimo dei Mohicani. Forse perché, oggi più che mai, Roberto si sente un esemplare da tutelare...
In tema di canzoni italiane, il campione sceglie Così Celeste cantata da Zucchero e Luciano Pavarotti, suo grande fan. E un brano non notissimo di Renato Zero del 1990, Accade, che per Roby ha un significato particolare. Soprattutto per quella strofa che parla dei valori dell’amicizia, di come ci si possa anche illudere, se si è nel giusto: «Quando vinci sono tutti là / poi si paga a caro prezzo ciò che credi sia lealtà». «Quella frase mi colpì subito, d’acchito. Mi sembrava troppo vera. In fondo, attraverso certe esperienze ci sono passato personalmente. Mi è capitato di dover scegliere tra amici veri e presunti, facendo questo mestiere e col nome che mi porto addosso. Grandi delusioni, ma in fondo sono quelle che capitano a tutti. Gli amici veri, nella vita, li conti in fretta».

Baggio e la famiglia


Roberto dice che Andreina è tutto. Equilibrio, sicurezza, tranquillità. Lei, la moglie di un campione che tutto il mondo ama, ha imparato ad amare l’uomo. Quello che, assicura, in tutto questo tempo non è cambiato di una virgola, è rimasto lo stesso di Vicenza, quando insieme uscivano per strada e incrociavano la gente senza che nessuno si fermasse per parlare, conoscere, anche solo toccare per un attimo un talento del calcio. «Siamo cresciuti insieme, insieme siamo cambiati. Eravamo due ragazzi, abbiamo costruito una famiglia affrontando la vita mano nella mano».
Bello. E dannatamente difficile, se l’uomo che ti sta accanto si chiama Roberto Baggio. «In generale, non è facile la vita della moglie di un calciatore. Ricordo i primi tempi in cui Roberto era a Torino. Io ero incinta, aspettavo Valentina e facevo avanti e indietro da Vicenza a Torino, in macchina. Durissima. A Milano già era più facile. Bologna? Beh, Bologna mi ricorda molto Vicenza. Mi sento un po’ a casa. E anche Roberto è tranquillo, allegro. Si vede che qui ci sta bene. In ogni caso, ci conosciamo da tanto tempo e insieme riusciamo a dare il giusto peso alle cose, a metterle sempre in equilibrio. E poi, io ho sempre voluto bene all’uomo Roberto, anche quando non aveva le luci dei riflettori puntati addosso. E quell’uomo è lo stesso, oggi come allora».
La semplicità del campione. Le sue gioie, tante. I suoi dolori, immensi. Andreina c’era, negli States, ai tempi del Mondiale ‘94. C’era il giorno della finale, di quel maledetto rigore fallito che è diventato un incubo. «Una bella incoscienza. Mattia era nato da poco più di un mese, l’avevo lasciato a mia madre. Non volevo lasciare solo Roberto. Ma in America ci vedevamo poco, lui era nel New Jersey con la squadra e io a New York. Sola in una metropoli, e non conoscevo neppure la lingua. Se ci ripenso...». La sera della finale, della rabbia. «Roberto rimase in albergo, mentre gli altri giocatori andarono a cena con le famiglie. Era mortificato. Fu un momento nero, bruttissimo. Ma insieme lo superammo».
Dentro casa, la gioia di Roby e Andreina sono Valentina e Mattia. «Lui starebbe ore sul divano insieme a loro, a guardare i cartoni animati. È un uomo tranquillo. E Bologna lo ha aiutato a ritrovare la serenità».

Le date di Baggio

ROBERTO BAGGIO
18 febbraio 1967 Nasce a Caldogno, in provincia di Vicenza, da papà Florindo e mamma Matilde, sesto di otto figli.
1981 Segnalato da Antonio Moro, osservatore del Vicenza, e “promosso” dall’ex terzino Giulio Savoini (che lo ribattezzerà “Zico”) passa al Vicenza per 500 mila lire.
febbraio 1982 Durante Veneto-Liguria (rappresentative giovanili) si infortuna al menisco del ginocchio sinistro, che gli verrà asportato a Vicenza dal professor Viola.
estate 1982 A Caldogno conosce la coetanea Andreina Fabbi (nata il 30 novembre 1967), sua futura moglie.
5 giugno 1983 Debutta da professionista nelle file del Vicenza in Vicenza-Piacenza 0-1.
15 febbraio 1984 Debutta nella Nazionale Under 16 in Italia-Jugoslavia 1-1.
9 GENNAIO 1985 Debutta nella Nazionale Juniores in Italia-Grecia 3-0; realizza un gol.
3 MAGGIO 1985 Con l’assistenza del suo procuratore Antonio Caliendo, viene ceduto alla Fiorentina per due miliardi e ottocento milioni.
5 MAGGIO 1985 Durante Rimini-Vicenza subisce la rottura dei legamenti crociati del ginocchio destro.
5 giugno 1985 Viene operato al ginocchio dal professor Bousquet a Saint Etienne.
29 GENNAIO 1986 Debutta nella Fiorentina in Coppa Italia contro l’Udi-nese (3-1).
3 SETTEMBRE 1986 Primo gol (doppietta) nella Fiorentina in Coppa Italia contro l’Empoli (2-1).
17 SETTEMBRE 1986 Debutta in Coppa Uefa (Fiorentina-Boavista 1-0).
21 SETTEMBRE 1986 Debutta in Serie A in Fiorentina-Sampdoria 2-0.
25 SETTEMBRE 1986 In allenamento si infortuna al ginocchio destro.
6 DICEMBRE 1986 Torna nella Fiorentina in una amichevole col Sion.
11 DICEMBRE 1986 Si infortuna al menisco del ginocchio destro.
18 DICEMBRE 1986 Il professor Bousquet lo opera nuovamente a Saint Etienne.
2 APRILE 1987 A Formia comincia la rieducazione coi professori Vittori e Locatelli, “maghi” dell’atletica leggera.
23 APRILE 1987 Torna a giocare in un’amichevole dei viola contro il Vaiano.
26 APRILE 1987 Subentrando a Di Chiara a un quarto d’ora dalla fine, torna a giocare in campionato in Inter-Fiorentina 1-0.
10 MAGGIO 1987 Realizza la prima rete in Serie A, in Napoli-Fiorentina 1-1.
20 SETTEMBRE 1987 Al culmine di un ubriacante dribbling che stende l’intera difesa del Milan (futuro campione d’Italia), realizza il 2-0 con cui la Fiorentina espugna San Siro. È nato un campione.
5 OTTOBRE 1987 Con una denuncia scritta rivela di avere ascoltato, la domenica precedente, durante la partita di campionato Empoli-Fiorentina, alcuni giocatori avversari urlare al suo controllore Brambati di entrare duro, di rompergli le gambe.
MARZO 1988 Spinto da un amico e dallo stress, si avvicina al buddismo.
16 SETTEMBRE 1988 In Italia-Olanda 1-0, a Roma, esordisce in Nazionale. Il Ct è Azeglio Vicini.
1 LUGLIO 1989 Sposa Andreina a Caldogno.
30 NOVEMBRE 1989 Duecento giovani in corteo davanti alla sua casa di Firenze gli chiedono di restare alla Fiorentina, firmando il rinnovo del contratto. In strada risponde ai tifosi: «Sì, voglio restare, ma a una condizione: che la squadra venga rafforzata».
18 GENNAIO 1990 Si diffonde la notizia della possibile cessione alla Fiorentina. Sbotta: «Non voglio andare alla Juve, devo scriverlo sui muri?».
17 MAGGIO 1990 Sparsasi la voce della sua già avvenuta cessione alla Juventus, la sede della Fiorentina viene presa a sassate da gruppi di tifosi. La contestazione ha già colpito anche il ritiro premondiale azzurro di Coverciano.
18 MAGGIO 1990 Alle 13,48 un comunicato ufficializza la sua cessione alla Juventus, «a fronte del corrispettivo di 16 miliardi» più la cessione di Buso. Il giocatore incasserà 2 miliardi e cento milioni netti l’anno. Il suo procuratore, Antonio Caliendo, due miliardi. In conferenza stampa dichiara: «Era mio desiderio restare a Firenze, dentro di me so di aver fatto il massimo per restare. I Pontello però non mi hanno mai presentato un’offerta economica». Ma Claudio Pontello rivela: «Anche stamani abbiamo offerto a Baggio un ingaggio di un miliardo, ma lui aveva già firmato ieri pomeriggio». Davanti alla sede della Fiorentina si scatena una guerriglia urbana, con feriti e arresti.
19 giugno 1990 Per la prima volta, Vicini ai Mondiali schiera insieme in attacco Schillaci e Baggio, che realizzano i due gol (a zero) della vittoria sulla Cecoslovacchia. Quello di Roby è uno dei più belli della manifestazione, alla Zico, con dribbling fino in porta.
3 LUGLIO 1990 Vicini a sorpresa lo esclude per far posto a Vialli. L’Argentina vince ai rigori e l’Italia esce dalla corsa al titolo.
2 DICEMBRE 1990 Nasce la figlia Valentina.
5 giugno 1983 A Montecatini, ospite della festa di Brio, Platini detta il suo giudizio: «Baggio per me è un grandissimo 9 e mezzo, nel senso che non è un 10 puro, non è un regista e non è neppure un 9, cioè un attaccante autentico».
20 MARZO 1991 Al termine di Juventus-Liegi 3-0 di Coppa delle Coppe al Delle Alpi lancia la maglia ai tifosi della curva bianconera. Qualche giorno dopo, in vista di Fiorentina-Juventus, rivela a un’emittente privata toscana (Radio Blu): «Ho dovuto farlo per evitarmi dei problemi. Mi manca molto lo spirito di Firenze».
7 APRILE 1991 A Firenze, al 50’ di Fiorentina-Juventus, si procura un calcio di rigore (fallo di Salvatori) che poi rifiuta di battere e verrà fallito sda De Agostini. Sostituito da Maifredi, uscendo dal campo raccoglie una sciarpa viola lanciatagli dai tifosi.
3 giugno 1991 Dopo un “raid” notturno in Range Rover in compagnia del suocero Claudio Fabbi «per vedere le lepri», viene denunciato per danneggiamento ad alcuni campi di erba medica e mais.
27 SETTEMBRE 1991 Esce sanguinante al naso da un allenamento a Orbassano. Una “gola profonda” dello spogliatoio rivela: «È stato il suo amico Schillaci. Una discussione animata, sfociata in un cazzotto». Seguono recise smentite degli interessati.
NOVEMBRE 1991 Trapattoni lo impiega come centrocampista e il suo rendimento entra in crisi.
21 DICEMBRE 1991 Per rilanciarlo mentre l’Italia discute del suo ruolo e del possibile declino, Sacchi lo riporta in Nazionale, in Italia-Cipro 2-0 a Foggia.
30 OTTOBRE 1992 Dopo nuove diatribe sul suo ruolo, Trapattoni dichiara: «D’ora in poi Baggio giocherà sempre punta, come in Nazionale».
19 MAGGIO 1993 Vince, in maglia bianconera, la Coppa Uefa, di cui è stato il mattatore con sei reti.
31 OTTOBRE 1993 Con una tripletta in Juventus-Genoa 4-0 tocca quota 100 gol in A.
24 DICEMBRE 1993 Vince il Pallone d’Oro di France Football come miglior giocatore europeo.
12 MAGGIO 1994 Nasce il secondogenito, Mattia.
30 giugno 1994 Durante il Mondiale Gianni Agnelli lo stronca: «L’ho visto in tivù prima della partita contro il Messico: sembra un coniglio bagnato». Poi i gol con Nigeria, Spagna e Bulgaria porteranno l’Italia in finale.
17 LUGLIO 1994 Fallisce il rigore decisivo nella finale tra Italia e Brasile.
27 NOVEMBRE 1994 In Padova-Juventus 1-2, dopo aver segnato uno splendido gol, si procura una lesione al già martoriato ginocchio destro. Escluso l’intervento chirurgico, tra tentativi di guarigione e consulti resterà fuori fino al 12-3-1995, Juventus-Foggia 2-0, con gol suo.
21 MAGGIO 1995 Vince lo scudetto con la Juventus.
29 MAGGIO 1995 Il presidente dell’Inter, Massimo Moratti, annuncia: «Grazie alla stima e all’amicizia che legano la famiglia Agnelli alla mia, abbiamo sancito l’accordo per l’acquisto di Baggio. Ora deve decidere lui. Dicono che non vuole? Mi offende l’idea di un calciatore che non voglia vestire la maglia nerazzurra».
1 GIUGNO 1995 Preannuncia il clamoroso divorzio dalla Juventus: «I dirigenti hanno bisogno dei miliardi della mia cessione per fare la campagna acquisti, e io non posso certo dimenticare la manifera vergognosa in cui sono stato trattato. Ho scoperto che mi hanno offerto ad altre società, così mi hanno danneggiato. Adesso, se anche mi offrissero il doppio dell’ingaggio, non accetterei».
1 LUGLIO 1995 Un centinaio di tifosi juventini manifesta davanti alla sede della Juventus per la conferma di Roberto Baggio.
6 LUGLIO 1995 Passa ufficialmente al Milan per diciannove miliardi.
6 SETTEMBRE 1995 Per Italia-Slovenia 1-0, a Udine, Sacchi lo tiene in panchina. Subentra al 60’ a Zola.
28 APRILE 1996 Vince lo scudetto col Milan.
13 AGOSTO 1996 Tornato in gran forma dalle vacanze, dopo i primi gol in ritiro dichiara: «Il nuovo ruolo studiato per me da Tabarez è perfetto. Dietro alle punte mi trovo alla perfezione».
6 SETTEMBRE 1996 Il presidente Berlusconi lo incoraggia: «Questa sarà la stagione di Baggio».
11 SETTEMBRE 1996 Esordisce in Coppa dei Campioni contro il Porto a Milano. Il Milan perde 3-2. Sarà eliminato dal Rosenborg.
14 SETTEMBRE 1996 Alla vigilia di Sampdoria-Milan, dopo la sconfitta in Champions League col Porto, Tabarez lo esclude: «Baggio ha un problema alla caviglia, la mia però è anche una scelta tattica. Baggio ha grandi potenzialità, ma io ora devo dare priorità agli equilibri difensivi». La Samp vincerà 2-1.
2 DICEMBRE 1996 Cambio della guardia sulla panchina del Milan: Tabarez, silurato dopo la sconfitta di Piacenza, viene sostituito da Arrigo Sacchi, “nemico storico” di Baggio dopo la celebre sostituzione al Mondiale contro la Norvegia. Dalla padella alla brace.
15 DICEMBRE 1996 Stanco di tribuna e panchina, cerca un’altra squadra, magari l’Inter. Massimo Moratti, presidente nerazzurro, non ha dimenticato il rifiuto dell’anno precedente e chiude la porta: «No, non credo proprio che in futuro vedremo mai un Baggio nerazzurro».
27 DICEMBRE 1996 Continua il momento-no: il nome di Roberto Baggio compare tra quelli delle vittime di una truffa miliardaria. L’uomo d’affari che aveva promesso rendimenti eccezionali esentasse per investimenti miliardari su una cava fantasma in Perù, viene arrestato.
22 GENNAIO 1997 Il Milan di Sacchi va verso il naufragio. Stanco dell’ennesima panchina, risponde a Sacchi, che lo accusava di ingratitudine ricordando di avergli sempre dato fiducia: «Io l’ho sempre ripagato molto bene. Quindi siamo 1-1».
25 FEBBRAIO 1997 Viene ascoltato dalla Guardia di finanza di Forlì, come persona informata dei fatti, per la truffa della cava peruviana: «Io di questa storia non so nulla» dichiara alla fine.
30 APRILE 1997 Torna in Nazionale, subentrando a Zola al 51’ di Italia-Polonia, a Napoli, per le qualificazioni mondiali. Dopo 11 minuti segna un grandissimo gol scartando mezza difesa polacca, portiere compreso. È il 3-0 per l’Italia, il San Paolo gli dedica una standing-ovation.
10 LUGLIO 1997 Sogliano sta chiudendo la trattativa col Milan per portare Roberto Baggio al Parma, ma interviene Ancelotti: «Roberto Baggio non rientra nei piani del Parma. Non è un giocatore che fa al caso nostro. Se arriverà, sarà un’alternativa a Chiesa e Crespo, che sono i titolari. Baggio, se vuole, dovrà conquistarsi il posto».
12 LUGLIO 1997 Si fa avanti il Bologna, l’allenatore Renzo Ulivieri dà il suo gradimento: «È un progetto del presidente. Se arriva lo alleno eccome, non sono certo io che mi oppongo. Il problema c’è quando hai a che fare con quelli più scarsi di lui».
13 LUGLIO 1997 Fabio Capello, tornato al Milan, lo scarica: «A Roberto Baggio l’ho detto all’inizio di giugno: stiamo seguendo un piano di rinnovamento e per un giocatore come lui, a 30 anni e in scadenza di contratto, è giusto cercare una sistemazione alternativa».
19 LUGLIO 1997 Viene acquistato per 5 miliardi e mezzo dal Bologna, che gli riconosce un ingaggio di 3 miliardi l’anno. In pochi giorni verrà superato, realizzando un primato storico, il tetto dei 27 mila abbonamenti.
2 AGOSTO 1997 Tony Blair, invitato a Bologna in occasione del diciassettesimo anniversario della strage della stazione, chiede e ottiene in regalo la maglia di Roberto Baggio con autografo.
17 AGOSTO 1997 Cambia look, rinunciando al celebre codino.
2 NOVEMBRE 1997 In Bologna-Napoli 5-1 realizza una tripletta: lo stadio gli dedica un’ovazione.
21 DICEMBRE 1997 In Milan-Bologna 0-0 viene mandato per la prima volta in panchina, subentrando solo al 68’.
11 GENNAIO 1998 A Empoli gioca la sua trecentesima partita in Serie A.
18 GENNAIO 1998 In occasione di Bologna-Juventus 1-3 rifiuta la panchina e se ne va a casa. Il dissidio con l’allenatore Ulivieri verrà ricomposto dopo tre giorni di convulse trattative.

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