Marcelo OTERO

Non solo bomber

Otero, ovvero il campione che non ti aspetti. Il centravanti capace di segnare quattro gol in un colpo solo alla Fiorentina a domicilio nella prima giornata del campionato 1996-97, ma anche il tornante di complemento che consente a Guidolin di piazzare sul campo il suo Vicenza gelatinoso, difficile da controllare per quella sua capacità di coprire ogni zona del campo facendo pressing e asfissiando innanzitutto le fonti di gioco avversarie. Quando arrivò in Italia, tre anni fa, Marcelo Otero era un emerito sconosciuto per gli appassionati di calcio, anche se poteva vantare due fiori all’occhiello non indifferenti: innanzitutto, aveva appena vinto la Coppa America trascinando la Nazionale uruguaiana a suon di gol; inoltre a portarlo in Italia era stato Paco Casal, potentissimo procuratore internazionale con una solida fama all’attivo: raramente i suoi giocatori in Italia avevano fallito e casomai, come nel caso di Fonseca, avevano superato ogni più ottimistica previsione. Insomma, anche se pochi potevano dire di conoscerlo per qualche scampolo visto in televisione, Otero non doveva essere un "bidone". Però solo un mago avrebbe potuto contribuire alle sorti del Vicenza, che veniva dalla Serie B e si apprestava ad affrontare la massima categoria con tanto entusiasmo, pochi ritocchi all’organico e quasi tutto puntando sulla freschezza degli schemi del suo grande artefice, l’allenatore Guidolin.

In altre parole, sulle spalle di Otero pesava una bella responsabilità: risolvere il problema del gol per una squadra che rischiava di affrontare il mare con uno scafo decisamente leggero per le tempeste agonistiche della Serie A. Bastarono poche partite, a Marcelo Otero, per far capire che in realtà il club veneto aveva fatto il gran colpo. Il ragazzo ci sapeva fare, non aveva paura di niente e, quel che più conta, sapeva partecipare al gioco e "vedere" la porta. E dire che non era neppure costato tantissimo: 2 miliardi e mezzo di lire. Oggi la sua quotazione è attorno ai 10 miliardi e al Vicenza si fregano le mani, perché di attaccanti così forti non ce ne sono molti in circolazione e infatti l’estate scorsa si fece avanti dall’Inghilterra il Derby County con una sostanziosa offerta, cui la società ha saputo resistere, così come lasciò cadere quella del Napoli (5 miliardi: troppo pochi). Alla fine di questa, forse, se ne riparlerà, ma intanto viene da sorridere a pensare che un bomber così ha un contratto di 250 milioni l’anno, cioè un quarto almeno di tanti attaccanti meno bravi di lui che giocano in Italia.

Però non furono solo rose e fiori, per lui, quando arrivò in Italia, nonostante un ambientamento rapidissimo. Basta ricordare che dopo poche settimane di campionato rischiò addirittura l’espulsione. Non dal campo, ma addirittura dall’Italia. Proprio così, nell’ambito di un "incidente" che lo portò per un paio di giorni agli onori delle cronache non solo calcistiche. A ricordare l’episodio è proprio lui, Marcelo Otero, che ci ha dato appuntamento sugli spalti dello stadio "Menti" di Vicenza, il teatro principale delle sue gesta, dove è diventato il beniamino dei tifosi di questo piccolo club che ha dato i natali calcistici a fuoriclasse come Paolo Rossi e Roberto Baggio. Attenzione, si tratta di un piccolo evento, tutti in Italia sanno quanto Otero sia difficile da intervistare. Non perché faccia il divo, tutt’altro, è che per carattere non ama i microfoni e le telecamere, quello che ha da dire preferisce esprimerlo sul campo, dove davvero non conosce la timidezza. E anche quando realizzò la sua più grande prodezza, quattro gol in un colpo solo nello stadio della Fiorentina, fresca vincitrice della Supercoppa Italiana sul Milan, a chi gli chiedeva come fosse riuscito a compiere un simile "miracolo" rispose con l’aria più naturale del mondo: "È stato il mio giorno fortunato".

"Oggi sembra quasi una barzelletta" sorride, "ma passai davvero una serataccia. Era novembre, ero stato a cena coi miei genitori, venuti appositamente in Italia, tornavo a casa la sera tardi e fui fermato dalla polizia stradale. Mi contestarono una velocità di 80 chilometri all’ora in centro abitato, cosa normalissima da noi in Uruguay, mentre qui il limite è di 50. Il guaio è che per combinazione mi era scaduta quel giorno la patente internazionale. Mi fecero la prova del palloncino per l’alcol, trovarono qualcosa, è ovvio, avevo bevuto un paio di bicchieri di vino a tavola. Per farla breve: pagai una forte multa, ma mi ritrovai in mezzo alle polemiche addirittura sul mio "status" di straniero. I giornali si intromisero nella mia vita privata, sembrava fossi un ubriacone, per di più senza permesso di soggiorno. Siccome in Italia si parlava molto degli stranieri extracomunitari, un parlamentare, Erminio Boso, sostenne che le autorità avrebbero dovuto espellermi dall’Italia e la Lazio, la domenica dopo, avrebbe dovuto rifiutarsi di giocare contro un... "clandestino". Mah. Poi ho scoperto che in Italia la gente corre ai duecento all’ora; insomma, non avevo commesso nessun delitto. Fortunatamente poi i tifosi la presero in ridere, la domenica inventarono il coro: "Forza Otero, bevi un "nero" (in gergo, un bicchiere di vino rosso, n.d.r.)" e mi incoraggiarono ancora di più. Io li ripagai con i gol, che sono sempre la migliore medicina e oggi posso anche ridere di quell’episodio, perché se mi capita nuovamente di essere fermato dalla polizia per la strada, al massimo mi chiedono l’autografo e mi fanno ripartire. Però non fu una bella esperienza. Fortunatamente non ha avuto seguito e soprattutto non ha minimamente influito sul mio rendimento". Il fatto stesso che oggi lo rievochi senza nessun problema conferma che si trattò semplicemente di un episodio curioso, nulla più. "Soprattutto" tiene a precisare "non ha lasciato neppure un’ombra su questa mia avventura italiana, che era ed è bellissima. Io credo di essere davvero fortunato, non ho mai incontrato problemi di nessun genere e d’altronde tanta tranquillità è alla base del mio rendimento in campo".

La tranquillità, accoppiata a una professionalità senza incrinature, quella che gli fa accettare anche gli impieghi tattici meno gratificanti, per un attaccante puro come lui, un vero e proprio "animale da area di rigore", come si dice in gergo. Un centravanti classico, col dribbling secco negli spazi stretti e il senso del gol del grande opportunista. Per chi lo ha ammirato giostrare da punta, nelle partite che Guidolin gli ha concesso nel ruolo, sembra quasi un controsenso ritrovare spesso Otero sulla fascia destra, col compito di fungere da guastatore offensivo ma anche da primo baluardo in appoggio al centrocampo. Eppure la cosa gli riesce benissimo, grazie alla generosità del gioco e soprattutto alla sapienza dei piedi, in grado di garantirgli una risposta a ogni esigenza tattica.

Come dire che con la classe che si ritrova può fare anche il centrocampista con ottimi risultati, mettendosi al servizio dei compagni. "Io mi sento fondamentalmente un giocatore da area di rigore" spiega lui, "la maggioranza dei miei gol li ho sempre fatti dentro i confini dell’area, è lì che mi trovo nel mio ambiente. Guidolin lo sa, sa che più gioco vicino alla porta più "produco" in fatto di gol. Però talvolta ci sono esigenze particolari, nelle quali servo di più alla squadra giocando lontano dalla porta. Non nascondo che faccio più fatica, ma mi sono adattato e sono contento lo stesso anche perché il mio rendimento è rimasto elevato e lo stesso allenatore è rimasto contento".

— Ma Otero non pensa di andare in un grande club?

"Sono sincero: nel calcio, come nella vita, bisogna pensare sempre di progredire, di salire più in alto. Io a Vicenza sto benissimo, per quel che mi riguarda aspetto di sapere cosa vuole fare il club. Se saremo d’accordo per prolungare il mio impegno, sarò felicissimo. Se arriveranno offerte importanti le valuteremo assieme anche col mio procuratore Casal; non lo escludo a priori proprio perché l’ambizione non mi è mai mancata e credo di non avere ancora raggiunto la mia maturità piena di calciatore".

— Un calciatore cominciato presto, in Uruguay.

"Già, posso dire di avere avuto la mia prima squadra a... quattro anni. Si chiamava Stocolmo, era naturalmente di Montevideo e già lì trovai la mia posizione ideale in attacco. Il gol esercitava su di me un’attrazione irresistibile. Quando fui un po’ più grande venni notato dagli osservatori di un altro club della capitale, il Rampla Juniors, con cui esordii prestissimo in prima squadra. Avevo sedici anni, l’allenatore si chiamava Juan Borteiro, ebbe fiducia in me e mi mandò in campo. Parlo del settembre 1987, una partita mi sembra contro il Progresso, andò bene".

— Allora pensavi già di poter sfondare nel calcio?

"Sì, e come tutti i ragazzi uruguaiani che giocano a calcio avevo un sogno: andare a giocare in Italia, cioè nel Paese più importante del calcio".

— Un sogno realizzato.

"L’ho detto: nella mia carriera ho sempre avuto molta fortuna. Dal Rampla passai alle giovanili del Nacional, poi tornai al Rampla e vincemmo il campionato, venni ingaggiato dal Peñarol e lì vinsi tre scudetti. Poi, ecco la grande occasione, la Coppa America del 1995".

— Una manifestazione cui Otero arriva da perfetto sconosciuto...

"Fortunatamente non lo ero per il Commissario tecnico Hector Nuñez, che mi aveva allenato ai tempi del Nacional e mi diede fiducia".

— Ruben Sosa non era in condizione e allora ecco Otero.

"Riuscii a sfruttare l’opportunità. Vincere la Coppa America è stata un’emozione formidabile, non solo per il torneo in sè, che è importantissimo, ma anche perché sono queste vetrine internazionali che possono consentirci di farci conoscere all’estero. L’Uruguay è un Paese che vive di calcio, ma non può offrire grandi prospettive economiche ai giocatori. Per emergere bisogna riuscire a emigrare e i gol segnati in Coppa per l’appunto mi portarono... in Italia".

— Come avvenne il passaggio al Vicenza?

"Da un momento all’altro. Era sabato, Paco Casal mi telefona e mi dice: Marcelo, domani partiamo per l’Italia, vai a giocare nel Vicenza. Una sorpresa, ovviamente, anche se un pensiero a emigrare in Europa, sfruttando la fresca popolarità della Coppa America, in quei giorni lo stavo ovviamente facendo. Pensavo però più che altro alla Spagna, dove sapevo che si era molto parlato delle mie prestazioni e dei miei gol. Invece era subito Italia, il Paese più importante...".

Cosa sapevi del Vicenza?

"Assolutamente niente. Era la prima volta in vita mia che sentivo quel nome. Casal mi disse che si trattava di un club del Nord, appena promosso dalla Serie B. Non feci obiezioni, non chiesi se c’erano altre offerte. Semplicemente, corsi a preparare le valigie, io sapevo che la cosa importante era migliorare sempre e l’Italia rappresentava un passo decisivo".

— A Vicenza ti sei ambientato subito, mentre spesso gli stranieri faticano a entrare in questo strano pianeta che si chiama non solo Italia, ma calcio italiano.

"Sul fatto che si tratti di un... altro pianeta non ci sono dubbi. Qui in Italia la vita è molto diversa rispetto a quella cui ero abituato in patria. Intanto, Vicenza è una città piccola, con pochi svaghi, mentre a Motevideo ogni giorno c’era un divertimento diverso da provare. Un calciatore, coi ritmi del calcio italiano, fa allenamento-casa-allenamento e poco più; in Uruguay ci allenavamo meno e c’era la possibilità di uscire spesso tutti insieme, noi compagni di squadra, per una bella cena in compagnia senza tante limitazioni. Qui invece c’è una disciplina ferrea riguardo alla dieta, prima mangiavo carne a volontà, ora mangio soprattutto pasta e devo stare attento a tavola, ... etilometro della polizia a parte".

Però il calcio...

"Anche il calcio è diverso, ma noi uruguaiani abbiamo un paio di vantaggi che spiegano la nostra facilità di ambientamento. Prima di tutto, proveniamo da grandi club, come il Peñarol o il Nacional, club che giocano in grandi stadi e spesso all’estero, io per esempio ero già stato in Italia e pure in Giappone con la mia squadra. Dunque abbiamo esperienza internazionale e la personalità per affrontare ribalte difficili. Poi i difensori da noi picchiano veramente duro, così quando usciamo dai confini non possiamo certo avere paura".

Qual è stata la "diversità" maggiore che hai riscontrato nel calcio italiano?

"Ricordo che mi impressionò subito la forza atletica dei giocatori, la loro capacità di fare pressing, cioè marcamento sui portatori di palla, e di giocare a ritmi altissimi. E poi le marcature, sia a uomo che a zona, attentissime, soffocanti. Ho dovuto impegnarmi a fondo per stare al passo, abituandomi a dosi di allenamento sconosciute in Uruguay. D’altronde per giocare in questo modo è indispensabile possedere una preparazione fisica perfetta".

È vero che il calcio italiano è il più difficile del mondo?

"Io credo proprio di sì, non solo perché si gioca tantissimo, ma soprattutto per le marcature strette — e capisco che molti attaccanti che vengono dall’estero non riescano a segnare come facevano in patria — e per il ritmo. Qui la tecnica conta, ma conta soprattutto correre. Per i miei gusti, se devo essere sincero, si corre troppo: facendo tutto ad altissima velocità, è più facile sbagliare. Bisogna sempre stare bene fisicamente e certe volte è meglio rinunciare al "numero", alla giocata di classe, per evitare problemi. Per il resto, sul piano tattico non ci sono molte differenze. Il Peñarol giocava con tre attaccanti perché è una "grande", mentre il Vicenza gioca con due punte, una delle quali (spesso io) parte dalla linea di centrocampo: un 4-4-2 comunque non molto diverso da quello che facevamo con Gregorio Perez".

In carriera sei abituato a centrare sempre gli obiettivi. Otero è un campione senza difetti?

"Magari! Ho soprattutto due difetti, e riguardano il carattere: non voglio mai stare in panchina, il calcio lo concepisco solo in campo, farei molta fatica ad accettare di stare a guardare; e poi sono un po’ irascibile, nel senso che se mi picchiano troppo duro mi arrabbio di brutto".

— E i tuoi pregi?

"Come giocatore sono forte in area, "sento" il gol. E quanto al carattere i miei amici sanno che sono un tipo allegro ma soprattutto che non considero il calcio l’unica cosa al mondo. Io vorrei essere un campione in campo ma anche nella vita di tutti i giorni. Cerco di comportarmi bene anche fuori dal mio lavoro, perché ci sono tante cose importanti oltre il pallone. Quando arriva un compagno nuovo sono il primo a cercare di metterlo a suo agio, ad aiutarlo ad ambientarsi".

Il calcio è ancora un divertimento per te?

"Il calcio deve essere divertimento. In campo io so che devo fare l’interesse della squadra e cercare di vincere, ma so anche che la partita non è una questione di vita o di morte, il calcio rimane un bellissimo gioco. Così riesco a divertirmi e sono convinto che tutti i calciatori, anche se dicono il contrario, dentro di sè continuano ad amare le sensazioni splendide che dà il gioco, magari davanti a una folla entusiasta. Io ho conosciuto grandi stadi, quelli uruguaiani, il Maracanà in Brasile e qui in Italia quelli delle "grandi", Milano, Torino, Napoli, e devo dire che l’urlo della gente rappresenta sempre uno stimolo fortissimo a far bene, a farsi ammirare a cercare di non deludere tanta gente che è arrivata fin lì per veder giocare anche me".

Chi è stato il tuo idolo?

"Un nome solo: Maradona. Sono cresciuto con il suo mito, l’ho visto giocare, mi ha sempre entusiasmato, sapeva fare veramente tutto col pallone. Campioni così ne nascono di rado".

Oggi chi è il più forte?

"È difficile dirlo, al momento attuale non c’è un altro Maradona. Però Ronaldo è già bravissimo e credo che lo si possa definire il più grande, pensando che ha solo vent’anni e compie già prodezze sensazionali. D’altronde ha tutto: il fisico, la tecnica, il senso del gol".

— Torniamo a te. La tua carriera ha avuto solo momenti felici?

"No. Ricordo ancora come un incubo quando mi feci male a un ginocchio, ai tempi del Peñarol. Ebbi uno stiramento, poi fui operato di menisco. È stato l’unico infortunio grave che ho subito, mi auguro di non patirne altri: è questa, in fondo, la vittoria più bella per un calciatore".

Come occupi il tempo libero?

"Come ho detto, non è che il calcio italiano ne lasci poi tanto... Comunque amo molto la mia famiglia, tutto il mio tempo lo passo con mia moglie Caterine e i miei figli Diego, di tre anni, e Caroline, che ha un anno e mezzo. Spesso mi raggiungono dall’Uruguay i miei genitori, mio padre Raul, che gestisce un supermercato, e mia madre Ana, casalinga. Sono i miei primi tifosi e mi hanno sempre sostenuto fin da quando, da piccolo, sognavo di fare il calciatore. Quando sono in Uruguay il mio divertimento preferito è il paddle, una specie di squash tipico della nostra terra, che si gioca con una racchetta di legno. Purtroppo esiste solo in Uruguay, a Vicenza mi hanno preso per matto quando ho chiesto se qualcuno lo conosceva".

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