Diego Armando MARADONA

(Napoli)

Ragazzi, che fregatura. Il Maradona che vedete oggi, quella specie di ritratto deformato, la faccia un po’ gonfia sul corpo sfatto come un pomeriggio di fine estate, non è Diego Maradona, ma una sua goffa controfigura. Con lo strafalcione facile, la rissa sempre in punta di lingua e gli occhi troppo ridenti o indulgenti. Di calcio, neanche a parlarne, anche se i titoli su di lui continuano a sprecarsi e ogni agenzia di notizie che si rispetti ha sempre il lancio in canna per l’ultima del campionissimo uscito di senno. E giù articolesse e omelie toccanti sul declino dell’asso che fu e persino uno come Arrigo Sacchi, che tra tante castronerie operate in prima persona la testa sulle spalle dovrebbe pur conservarla, si permette di infierire inciampando sulla battuta del secolo: "Ha vinto più Colombo in tre anni di Milan che Maradona in sette di Napoli", ovviamente a motivo di Arrigo, di cui il Divino non ha goduto e lo Sgorbio (in senso calcistico) sì. Per fortuna nessuno l’ha preso sul serio, altrimenti ci scappava l’ambulanza e addio fichi. Eh no, ragazzi, basta col linciaggio e pazienza se il primo a prendersi a spintoni è proprio lui, Diego l’ex fuoriclasse, l’ex tutto, ormai da tempo dimissionario da una almeno accettabile condizione umana. Perché colui che salì agli onori del mondo come il "pibe de oro" è stato probabilmente il più grande calciatore di tutti i tempi e non valgono le follie degli ultimi anni a biodegradarne le prodezze esibite in un magico decennio. Quindi, giù le mani dal mito e che gli austeri opinionisti continuino pure a piangergli addosso: per noi, Diego Maradona rimane "quello" e quello vogliamo ricordare.

D’altronde, basta guardarlo nel faccione per capire che il Diego di oggi non è che un’immagine falsa, rimandata dallo specchio deformante della cocaina, il presidente padrone che se lo porta in giro da anni, infischiandosene della leggenda e della nostalgia. Non credete ai continui, patetici annunci di ciò che rimane di lui, sulla sua intenzione di non giocare più: a calcio in assoluto, o semplicemente in Argentina, come un tempo fu per l’Italia. Nessuno ormai ci casca più, nessuno sembra più disposto a infilare nuove monete nel juke box ormai sfiatato, semplicemente perché il vero Maradona ha già smesso da tempo. Anzi, se oggi finalmente ci desse un taglio, con le comparsate in maglietta e braghe corte, a sgambettare come un pupazzo impiombato tra giovani atleti, toglierebbe un peso a parecchia gente che si diverte poco a veder sgualcire ogni giorno di più la cartolina di un passato fastoso. Via dunque quel minuscolo corpaccione di ex detenuto della gloria e della droga e cerchiamo di mettere bene a fuoco ciò che Diego "è" veramente, nell’eterno presente della storia.

Diego è il calcio, lo ha incarnato in modo talmente sanguigno e intenso per oltre un decennio da ergersi a emblema stesso dello spettacolo del pallone. Assieme a lui, è finito in archivio non solo il suo saettante scatto con la sfera incollata al sinistro, ma, ahinoi, anche l’ultimo grande periodo dei fantasisti del pallone, i geni del calcio al canto del cigno. Platini, Zico, Maradona, una triade irripetibile di maghi del gol che oggi, probabilmente, manderebbe di traverso il tramezzino ai professorini impegnatissimi a prendere il calcio a calci (naturalmente tattici). Già, perché sai che stranguglioni, a provare per esempio a infilare uno tosto come Diego nell’imbuto degli schemi per distillarne calcio in bella copia nel quaderno buono. Maradona è stato un perenne sberleffo all’ordine tattico costituito, la macchia di colore che manda a carte quarantotto la partitura e inventa sempre un attimo prima che l’avversario possa organizzare contromisure. È stato il più grande di tutti proprio per esser riuscito a piegare il calcio moderno, già consegnato ai valori atletici, ai voleri del proprio estro inarrivabile. Diego è stato scattante funambolo, muscolosa divinità del dribbling: piroette rapide come fulmini, quando l’azione pareva convulsa preda di un istinto superiore e nessun ostacolo poteva frapporsi. Ed è stato il re del gol. Di rapina, d’astuzia, di cesello, d’arte, di potenza e di pennello. Il gol sempre e comunque: nel calcio che già si offriva docile al basto dell’atletismo e delle gabbie del collettivismo spinto, Diego ha vinto da solo un Mondiale (1986) e mezzo (1990), a malapena supportato da una ciurma di gregari esclusivamente deputati al suo servizio, mentre la criticheria nazionale continuava a ripetere che nel calcio moderno il singolo (puah) non detta più legge come un tempo; ha portato lo scudetto a Napoli e lo ha fatto due volte, nonostante la seconda già tenesse attorno al collo il guinzaglio del vizio che oggi lo umilia al cospetto del mondo. Ha vinto oltre le barriere del pensabile, perché ha vinto difficile, dove era pressoché impossibile vincere, e ha vinto quasi sempre combattendo contemporaneamente una battaglia perdente contro il mondo intero e i suoi vizi. Ha vinto sprecando il proprio talento, spremendolo generosamente come un frutto inesauribile, ha vinto scialando se stesso, mai negando nulla di sé alla gente, al pallone, al proprio egoismo. Campione nel bene e nel male, ma innanzitutto campione.

Era un piccolo indio selvaggio quando, a nove anni, venne assunto tra i pulcini dell’Argentinos Juniors, le cipolline ("cebollitas") incaricate di inventare il futuro, raccattapalle nelle partite dei grandi; e il pubblico applaudiva rapito i suoi palleggi a catena a bordocampo negli intervalli, col pallone calamita a danzargli addosso senza mai toccare terra. Era perciò già famoso quando, il 20 ottobre 1976, a sedici anni da compiere di lì a dieci giorni, fece il gran debutto in prima squadra, al primo della ripresa del match di campionato contro il Talleres. Un paio di settimane dopo, l’11 novembre, era già doppietta, contro il San Lorenzo, e l’annuncio del prodigio. Era nata la stella e il calcio, da quei giorni argentini, non sarebbe più stato lo stesso. Mancò per eccesso di scrupolo del suo mentore Menotti il trionfo mondiale del ‘78 in patria, ma con la maglia rossa dell’Argentinos i gol fluivano a cascata, il Boca Juniors lo fece suo per dieci miliardi, record stratosferico per l’anno di grazia 1981.

Quando, a neanche ventidue anni, approda in Europa, attratto dai miliardi del Barcellona, è già un divo della Nazionale e in campionato ha messo insieme 116 gol in 166 partite. Bastano però due stagioni in Spagna a cambiargli la vita. Sei mesi fuori per epatite virale il primo anno, un’altra manciata il secondo quando il boia Goicoechea, stopper dell’Athletic Bilbao, gli trancia di netto tibia e perone della gamba sinistra. Torna a giocare, ma proteste, polemiche e una rissa in campo gli appiccicano la nomea di campione viziato, imponendogli di cambiare aria. Comincia l’estate rovente di Napoli, per dodici miliardi e mezzo pagabili in tre anni, al termine di un estenuante tiramolla. Arriva il 5 luglio, nel tripudio del San Paolo affollato solo per tributargli il trionfo e applaudirne i primi timidi sospiri italiani. Sono in tanti a sorridere con sufficienza del bizzoso principino venuto ad arredare il salotto dei poveri. Quando però scende in campo, le etichette dei superficiali volano al vento d’incanto.

Piccolo di statura, compatto e muscoloso a dispetto della fame stampatagli dagli avi sui lineamenti del volto, Diego è un demonio, per come infila in un lampo il tunnel invisibile del dribbling, aggirando ogni barriera grazie alla fulminea rapidità dei movimenti. Il connubio tra la classe purissima e la velocità pretesa dal calcio moderno risulta esplosivo; la punizione è un proiettile telecomandato, il pallonetto in corsa un micidiale schizzo d’artista, il tiro al volo un dardo mortifero. E poi, balena nel suo calcio l’idea, un’invenzione continua di scenari nuovi, l’azione immaginata e compresa prima del suo stesso compiersi. Zico fu campione più morbido, una flessuosa pantera dal graffio improvviso e dai lunghi appostamenti acquattati; Platini lo sdegnoso principe del gioco, capitato come per caso sul campo a dettare la propria legge con un pizzico di sussiego. Maradona no, lui si tuffa nelle vene del gioco e le riempie col sangue sempre giovane del genio generoso che non conosce la lesina. Inventa per i compagni, apre le difese affondando il coltello dei suoi scarti scatenati, offre il petto sempre in prima linea, senza risparmio. Mai nessun giocatore, pur gonfio di vizi e peccati, è stato tanto difeso dai compagni di squadra, per la sua purissima lealtà di campione. Mai ha rifiutato una responsabilità, mai si è negato all’impegno, fin quando la polvere bianca non ha preteso tributi esorbitanti. Campione totale, campione sopra le epoche, per la capacità di sorvolare i moduli dall’alto di un talento strepitoso. Campione e basta. Regala ai suoi il Mondiale, costruisce due scudetti, una Coppa Uefa e una Coppa Italia. Poi, dopo sette anni, l’assedio del malaffare lo costringe alla fuga. È la sera di Pasqua del 1991, la cocaina rintracciata nelle sue urine al termine di un Napoli Bari di qualche settimana prima gli ha procurato una lunga squalifica. Si imbarca a Fiumicino, nella notte, e in Italia non tornerà più. Lascia un figlio non riconosciuto, cui è rimasto in destino di chiamarsi Diego Armando e di avere addosso fotografi e telecamere fin dai primi vagiti col pallone; lascia una marea di rimpianti e tante polemiche.

Il dopo, è una lunga catena di strappi sul drappo sempre più lacero del campione. L’arresto per droga, dopo il suo ritorno in Patria, il recupero agonistico col Siviglia, le nuove polemiche e il nuovo rientro in Argentina, nel Newell’s Old Boys, da cui fuggirà dopo qualche mese. E l’invocato ritorno in Nazionale, per regalare con una magia in assist nello spareggio con l’Australia l’approdo al Mondiale di Usa 94. Infine, il Mondiale. Diego torna sulla scena da giocatore disoccupato, tirato a lucido, ferocemente calato di peso in poche settimane per consumare una disperata vendetta. L’urlo inumano nella telecamera dopo lo splendido gol alla Grecia e le prodezze contro la Nigeria sono solo il preludio a una nuova squalifica: viene cacciato dal Mondiale per doping assunto in funzione dimagrante.

Altri quindici mesi, quindi altri ritorni, in panchina, nel Mandiyù e poi nel Racing, infine in campo coi colori del Boca, per nuove polemiche e confessioni a base dell’eterna polvere bianca. Con la fedelissima Claudia sempre al fianco e le figlie Dalmita e Giannina ad accompagnare il suo torbido declino. Ma questa, come detto, è tutta un’altra storia, con l’appendice degli allarmi di questi giorni per una sua possibile morte improvvisa, magari sul campo. Come se non fosse già morto da tempo, per quanti hanno partecipato al suo magico sogno, e non smetteranno mai di essergli grati.

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