Paolo MALDINI

(Milan)

A fine agosto 1997, un settimanale italiano ha tentato un’operazione suggestiva, ma ai limiti dell’impossibile: la scelta dei cento calciatori più bravi di tutti i tempi. Inevitabili le polemiche per qualche discutibile promozione e, soprattutto, per diverse dimenticanze. Una cosa è certa: nessuno ha discusso la "nomination" di Paolo Maldini tra i più grandi difensori del primo secolo di storia del calcio. Questa la motivazione che ha accompagnato la "nomination": "Figlio d’arte (papà Cesare ha un palmares di grande prestigio), forse il laterale sinistro più forte del mondo. Splendido nella progressione e nel recupero, Maldini rappresenta un po’ la sintesi del difensore moderno, chiamato ad attaccare, a stare alto per mettere gli avversari in fuorigioco e tenere corta la propria squadra. Ha avuto la fortuna di giocare accanto a un "mostro" come Franco Baresi, ma di suo ha messo molto. Ha ereditato dal maestro Baresi la fascia di capitano del Milan e della Nazionale".

— Paolo, ha qualcosa da aggiungere o da togliere a questa motivazione?

"Voglio dire soltanto che, anche se si è trattato di un gioco d’estate, questa "nomination" mi ha fatto un piacere infinito. Poi debbo aggiungere una cosa: il "grazie" a tutti coloro — dirigenti, tecnici, compagni di squadra — che hanno contribuito a farmi arrivare a questo punto. In carriera ho indossato solo due maglie: quella rossonera del Milan e quella azzurra della Nazionale. Sono stato favorito rispetto a tanti altri giocatori, perché al di là dei valori individuali conta moltissimo, per un’affermazione totale, giocare in grandi formazioni".

— Nella motivazione per la sua "nomination" c’è un doveroso accenno a Franco Baresi. Che cosa ha significato per lei avere accanto un compagno come l’ex capitano?

"Per me Franco è stato un esempio. Sempre. In campo per come interpretava la preparazione della partita e poi la partita stessa; nella vita per la sua professionalità e la sua serietà. Più che con le parole, Franco Baresi va descritto con i fatti. È stato protagonista di una carriera infinita, in cui è riuscito a togliersi le soddisfazioni più grandi. Non puoi restare nel calcio ad altissimo livello per venti anni, se non sei un grande uomo non solo in campo, ma anche nella vita".

— Questo è il primo anno del "dopo Baresi". È toccato a lei raccoglierne l’eredità nel Milan e in Nazionale.

"Nella squadra azzurra Baresi ha mollato dopo la sfortunatissima finale col Brasile ai campionati del mondo americani (con l’appendice del match di Maribor con la Slovenia). È da tre anni, perciò, che sono io a portare la fascia di capitano. Nel Milan, invece, la stessa cosa accade da questo campionato. È un’eredità pesante, ma ne vado fiero. Uno degli elogi più significativi l’ho ricevuto prima dal presidente Berlusconi, poi da Capello: ora che non c’è più Baresi — mi hanno detto — sei tu il giocatore-guida del Milan. Ho accettato con la consapevolezza di cosa significhi una responsabilità come questa. Cercherò di essere il giocatore-guida del Milan, anche se non sarà facile farlo con la stessa personalità con cui l’ha fatto Baresi".

— Per una stranezza del destino, le sorti del calcio italiano sembrano dipendere dalla famiglia Maldini: Cesare, il babbo, in panchina; Paolo, il figlio, in campo, come capitano. All’inizio della carriera ha mai pensato che si potesse realizzare un caso quasi unico nello sport?

"Sinceramente non l’avrei mai immaginato e non ci ho pensato neppure quando papà era il tecnico dell’Under 21 e io ero tra i giocatori di quella indimenticabile e quasi imbattibile formazione. Ma perché lei ha cominciato parlando di "stranezza del destino"? Guardi che sia papà Cesare, sia io siamo arrivati a occupare i nostri posti non per caso, ma per nostri esclusivi meriti, dovuti soprattutto all’impegno nel lavoro. E questa, mi creda, è una soddisfazione immensa. Papà ha avuto una splendida carriera da calciatore e come tecnico è salito gradino dopo gradino. Non capisco perché qualcuno abbia criticato la sua nomina a Ct. Vincere tre titoli europei con l’Under 21 non è uno scherzo. E io credo di essermi realizzato soltanto con le mie mani (e con i miei piedi), senza la minima spinta dall’esterno. All’inizio della carriera il mio cruccio era sentire malignità sul tipo: quello gioca perché è il figlio di Cesare Maldini. Proprio per rispondere a questa ridicola accusa mi sono sempre impegnato ai limiti delle possibilità, anche quando giocavo nelle formazioni giovanili del Milan. All’inizio ero un po’ complessato, poi i fatti mi hanno dato ragione. Ora rientra nella normalità giocare nella Nazionale allenata e diretta da mio padre".

— Il suo esordio in Serie A è datato 20 gennaio 1985, lei aveva poco più di sedici anni. Che ricordo le è rimasto, di quel giorno?

"Ricordo l’emozione e la paura che provai quando Nils Liedholm mi convocò per la trasferta di Udine, anticipando che forse avrei giocato. L’emozione e la paura poi si trasformarono in una gioia indescrivibile.La partita finì 1-1 e Liedholm entrò in campo per abbracciarmi. Mi fece scaldare pochi minuti dopo l’inizio del secondo tempo perché si era infortunato Battistini. Ricordo che era una giornata scura, bruttissima. Dovettero accendere i riflettori per concludere la gara. Forse l’esordio in Nazionale è stato meno emozionante. Successe a Spalato, contro la Jugoslavia, nel 1988. Ero in panchina, poi entrai per sostituire Francini. Anche quella partita finì 1-1".

— Sacchi, Capello, papà Maldini: la sua carriera ha ruotato intorno a questi tre allenatori...

"Perché si dimentica Liedholm? Le ho già detto che è stato lui a farmi esordire in Serie A con un gesto coraggioso. Non è poco. E un accenno lo meriterebbe anche Tabarez. Era un ottimo tecnico e avrebbe meritato maggiore fortuna. Liedholm, Sacchi, Capello, papà Cesare: tutti hanno contribuito a farmi migliorare fino alla maturazione. Da tutti penso di aver imparato qualcosa. Liedholm era uno sdrammatizzatore, del calcio si preoccupava soltanto al momento giusto. Sacchi, invece, viveva per il calcio, era il suo unico pensiero. Pretendeva un’applicazione e una concentrazione continue, sia nel Milan, sia nella Nazionale. È lui che ci ha fatto acquisire la mentalità vincente. Capello è stato il mio primo, vero allenatore nelle squadre giovanili del Milan. Per me è stato un maestro: mi ha insegnato a stare in campo e a fare il salto di qualità sotto il profilo tecnico. Si poteva scommettere già a quei tempi che sarebbe diventato un tecnico eccezionale. I risultati ottenuti in Italia e in Spagna dimostrano che è il più grande di tutti. Cesare Maldini? Preferisco giudicarlo come padre e come nonno, con un solo aggettivo: splendido. Mi ha seguito da quando giocavo nelle giovanili, mi dava qualche consiglio, ma credo che non abbia mai parlato di me con qualche allenatore. Come tecnico non sta a me giudicarlo. Posso soltanto ripetere che è arrivato alla guida della Nazionale, vincendo una grossa battaglia, esclusivamente per meriti suoi".

— Lei ha conquistato 5 scudetti, 3 Supercoppe italiane, 3 Supercoppe europee, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe intercontinentali, il titolo europeo Under 21. Le manca solo il titolo mondiale con la maglia azzurra. Nel 1998 avrà la grande occasione.

"Quello in Francia sarà il mio terzo campionato del mondo. Finora ho fatto un terzo posto in Italia nel 1990 e un secondo negli Stati Uniti nel 1994. Prima terzo, poi secondo: se proseguo di questo passo... In Francia giocheremo nelle condizioni ideali, in un Paese europeo, in orari normali. A giugno avrò trent’anni. Più che una grande occasione, per me potrà essere l’ultima occasione. Ma non ipotechiamo il futuro".

— Il Manchester United ha fatto di tutto per acquistarla, ma lei è rimasto indifferente. Il calcio inglese non la tenta? Eppure è considerato il più ricco del mondo...

"Per il momento nessun altro calcio mi tenta, al di fuori di quello italiano. È vero che il Manchester ha avanzato proposte favolose, ma ancora più consistenti sono state quelle del Chelsea. Mi risulta che il Milan non abbia preso in considerazione alcuna offerta. Io non ho battuto ciglio. Sono legato al Milan da un contratto che scade nel 2001. Penso che fino alla scadenza non mi muoverò, se non accadranno fatti sconvolgenti. Poi vedremo. Abbiamo parlato di Baresi: mi piacerebbe fare come lui e restare al Milan fino al termine della carriera. Se questo non dovesse accadere, ci saranno tante strade aperte: non solo l’Inghilterra, ma anche la Spagna come Panucci e, perché no?, gli Stati Uniti come Donadoni e il Giappone come Massaro. Nel 2001 avrò 33 anni".

— Da quando ha cominciato a giocare, il calcio è clamorosamente cambiato. Lei ha una mentalità modernissima, ma che effetto le fa giocare in un Milan che può contare addirittura su 14 stranieri?

"È una situazione veramente strana, alla quale non eravamo e non siamo ancora abituati. Il Milan è stata la prima società a tesserare sei o sette stranieri, ma in campo potevano andare solo in tre. Ora la formazione potrebbe essere composta da undici stranieri. A parte le conseguenze negative per la Nazionale, io mi domando: i tifosi possono ancora identificare la loro squadra del cuore in una multinazionale? Molti finiscono col capirci più nulla... Quella imposta da Bosman è una svolta epocale per il calcio. A Bosman fischieranno le orecchie dalla mattina alla sera. Molti giocatori lo ringraziano, ma conosco tanti altri colleghi disposti a prenderlo a schiaffi".

— Una domanda al Maldini disc-jockey. Le piace più il calcio o la musica inglese?

"Il Maldini disc-jockey appartiene al passato. È stata soltanto un’evasione dalla vita normale di calciatore, che mi è stata imposta dal mio amico Ringo di "Rete 105". Non posso negare che "Codice rap" è stata un’esperienza divertente, anche se Albertino, il principe dei disc-jockey, mi criticava sostenendo che alla radio non avevo grinta. Pensi un po’: Paolo Maldini senza grinta... Ho smesso con la nascita di Christian. Adriana, mia moglie, vuole giustamente che io dedichi il tempo libero al bambino. Ma passiamo alla musica inglese. Nel rock c’è una grande tradizione. I Beatles sono entrati nel mito. Invidio i giovani delle precedenti generazioni che hanno potuto vederli o ascoltarli dal vivo. Un mito è anche Elton John. Nelle mie trasmissioni hanno trovato posto — con le loro "compilation" — i più recenti gruppi britannici: gli Oasis, i Blur, i Velve e, naturalmente, le Spice Girls, il fenomeno musicale del momento. Uno squadrone che non ha niente da invidiare alla Nazionale di calcio".

— Quante volte ha sognato un’altra finale tra gli azzurri e il Brasile?

"Sarebbe splendido. La sconfitta ai rigori di tre anni fa ci è rimasta sullo stomaco. A giugno, in Francia, abbiamo dimostrato di essere all’altezza dei campioni e abbiamo dato vita alla più emozionante sfida dell’anno. Inutile nasconderlo: partiremo tra le squadre favorite, insieme al Brasile, alla Germania, alla Francia e all’Argentina. Non dovremo sottovalutare l’Olanda e la Spagna, oltre a qualche squadra emergente, come la Nigeria che dovrebbe aver fatto altri consistenti progressi rispetto ai Mondiali in America, in cui ci mise tanta paura. Sono disposto a scommettere che ai Mondiali vincerà la squadra che conterà su almeno un giocatore del Milan: l’Italia, logicamente, oppure il Brasile di Leonardo, la Germania di Ziege, l’Olanda di Kluivert, la Francia di Ba".

— In che posizione mette Ronaldo tra i fuoriclasse che ha visto in tanti anni di attività, tra gli avversari e tra i compagni di squadra?

"Nel passato sono stato incantato soprattutto da tre giocatori: Maradona, Platini e lo sfortunatissimo Van Basten. Ora mi entusiasma Weah e continuo ad ammirare Batistuta. Ronaldo è sulle orme di tutti questi grandi campioni. Ha ventun anni ed è già il "Fenomeno". Se tanto mi dà tanto, chissà cosa diventerà".

— Zoff è ancora il recordman azzurro con 112 presenze. Conta di raggiungerlo?

"È un’impresa troppo difficile. Dino giocava in porta e ha vinto il titolo mondiale a 40 anni. Io a quell’età sarò in pensione. Spero, comunque, di avvicinarlo. A cose regolari, dovrei superare le cento presenze".

— Baresi ha dovuto lasciare il calcio con il rimpianto di non aver mai ottenuto il "Pallone d’Oro". Lei ci riuscirà?

"Finché i difensori continueranno a essere maltrattati dalla giuria non vedo la minima possibilità di impormi nel premio di "France Football". Troppi giornalisti pensano soltanto a chi segna i gol. Sono orgoglioso di essermi classificato al secondo posto, dietro Weah, nel premio assegnato dalla Fifa. È un riconoscimento importante perché la giuria è composta da allenatori di tutto il mondo".

— La domanda finale riguarda Christian, il suo bambino. Tra una ventina d’anni continuerà la dinastia dei Maldini?

"È troppo difficile rispondere ora. Christian ha poco più di un anno e chissà come andrà il calcio nel 2017. In questo momento, in tutta sincerità, posso rispondere che non mi dispiacerebbe se un giorno, dopo Cesare e Paolo Maldini, si parlerà anche di Christian Maldini. Christian è nato il giorno in cui ero impegnato al campionato d’Europa contro la Repubblica Ceca. Potrebbe essere il segno del destino...".

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