Pasquale LUISO

Il bomber e la lavatrice

È passato alla storia del campionato italiano per la prodezza memorabile con cui, nel campionato 1996-97, ha deciso contemporaneamente i destini del Piacenza (la sua squadra), del Milan e addirittura della Nazionale azzurra. Probabilmente, però, con quel gol da cineteca Pasquale Luiso, di professione centravanti, ha solo impresso una svolta al proprio destino di calciatore, visto che una rovesciata come quella che ha inchiodato il Milan alla sconfitta a Piacenza il primo dicembre 1996 è stata un timbro di ufficialità sotto la sua etichetta di campione. Un campione in incognito, scoperto dal grande calcio solo a 27 anni, essendo approdato a questa età in pianta stabile in Serie A, dopo una fugace apparizione di qualche stagione fa. Ma un campione vero, appunto: capace di stoppare il pallone al limite dell’area di rigore, spalle alla porta, di sollevarlo in palleggio un paio di volte per poi inarcarsi all’indietro e scaraventarlo in rete, con una parabola perfetta, in rovesciata acrobatica. Il tutto, si badi bene, con la pressione asfissiante alle spalle di Costacurta, stopper del Milan e della Nazionale. Un gol da fuoriclasse con cui il Piacenza ha battuto il Milan campione d’Italia 3-2: poche ore dopo, l’allenatore uruguaiano Oscar Washington Tabarez rassegnava le dimissioni e il Milan ingaggiava per sostituirlo Arrigo Sacchi, dimessosi a sorpresa, in quelle stesse concitate ore, da Commissario tecnico della Nazionale.

E il curioso della faccenda è che lui, Luiso, si è sempre professato tifoso del Milan: "Già" ricorda oggi sorridendo "mezz’ora dopo, negli spogliatoi, i miei compagni mi prendevano in giro: e pensare che ci hai sempre detto di essere tifoso del Milan... Io ho risposto: certo che lo sono, infatti ho tirato senza guardare perché volevo che il pallone uscisse, invece per disgrazia è entrato... A parte gli scherzi, è stato il momento più emozionante della mia carriera, ho temuto persino che potesse esserlo troppo: mio padre Raffaele era in tribuna, ho visto un po’ di movimento dalle sue parti e sono corso a bordo campo per sincerarmi di cosa stesse accadendo; per fortuna mio fratello Nicola, seduto accanto a lui, mi ha fatto segno che andava tutto bene. Per un gol così mio padre, che è molto emotivo, avrebbe potuto anche svenire!".

Pasquale Luiso è un campione all’antica. Un ragazzo semplice, cresciuto nella sana provincia italiana e rimasto tale e quale anche adesso che la sua faccia è finita in copertina e il suo nome è sulla cresta dell’onda. Nel frattempo ha lasciato Piacenza per Vicenza, dando prova della sua abilità anche in Coppa delle Coppe. Fino a qualche mese fa, la maggioranza degli sportivi italiani ne ignorava persino l’esistenza; oggi è uno dei cannonieri più spietati del calcio tricolore. Anni addietro, quando ancora giocava a Sora, una piccola città della Campania, nel Sud d’Italia, in C2, cioè in quarta serie, lo soprannominarono "il toro di Sora" per la sua grinta, la sua irruenza, quella fame di gol che lo faceva correre incontro al pallone per colpirlo di testa come un toro nell’arena si avventa sul drappo scarlatto.

Quello straordinario trasporto agonistico gli è rimasto dentro e ne fa un cannoniere davvero speciale, magari tecnicamente ancora da perfezionare, ma micidiale quando si tratta di trasformare un pallone dalle parti dell’area di rigore in un gol. "Se mi crossassero una lavatrice, colpirei di testa lo stesso" sintetizza in modo felice la sua irruenza di goleador istintivo. Quello attuale, dunque, non è un semplice fuoco di paglia; sotto la pelle dei successi di oggi guizzano i muscoli di un giocatore vero, con tutte le caratteristiche per rimanere a lungo ai vertici così duramente conquistati. Lo conferma la varietà dei suoi colpi: segna di testa, di destro e di sinistro, indifferentemente, segno che col pallone ci sa fare davvero.

— Dove è cominciata la lunga strada che ti ha portato al successo?

"Ho iniziato a fare sul serio a quindici anni, con la maglia dell’Afragolese, un piccolo club della Campania, la mia terra. Fino allora mi ero divertito col pallone per le strade con gli amici, non c’erano scuole calcio per raffinare i fondamentali, ero un giocatore grezzo e ruspante, ma avevo tanta voglia dentro. Due stagioni nelle giovanili e ad appena 17 anni venni promosso in prima squadra, in C2. Facevo l’ala destra ed ero un buon giocatore, niente di più, con un’ottima costanza di rendimento. Tre stagioni da titolare, poi il trasferimento al Sora, sempre tra i Dilettanti, ed ecco la svolta. Nel 1991 l’allenatore Claudio Di Pucchio mi prese da parte e mi disse: con il tuo fisico e la tua grinta potresti diventare un ottimo centravanti. L’idea mi piacque, mi piazzai al centro dell’attacco e i gol cominciarono subito ad arrivare.E non hanno mai smesso, segno che quella è stata un’intuizione davvero geniale".

L’altra la ebbe Gianmarco Calleri, presidente del Torino, che nel 1994 si accorge di quel ragazzo che continua a macinare reti in quarta serie e lo acquista. "Ma chi è questo Luiso?" gli chiedono sorpresi tifosi e cronisti. "Questo ragazzo" risponde senza esitazioni il presidente granata "è come Romario, il centravanti del Brasile campione del mondo: solo che è più forte di testa". Un biglietto di presentazione niente male, anche se un tantino iperbolico, eppure l’avventura fu di breve durata e ancora oggi a Torino i tifosi rimpiangono il cannoniere venuto dal Sud che faceva gol col cuore; nel frattempo infatti la gloriosa seconda squadra di Torino (la Juventus è sicuramente la prima...) è scesa in Serie B e fatica a emergere proprio per il quasi drammatico problema del gol.

— Come mai non sei riuscito a sfondare nel Torino?

"A Calleri io devo moltissimo. Da ragazzo facevo tanti gol, è vero, ma Sora gli osservatori non sapevano neppure esattamente dove fosse. Lui invece ebbe l’occhio lungo e mi portò a Torino, Serie A, direttamente dalla C2. Esordii in maglia granata in Coppa Italia, in settembre; giocavamo a Monza e vincemmo grazie a un mio gol, che fu il primo ufficiale della stagione del Torino. Allenava Rampanti, con cui poi esordii anche in campionato, una presenza rimasta purtroppo unica. Ero giovane, se non di età (avevo ormai 25 anni), di sicuro di esperienza. Davanti a me c’erano Silenzi e Rizzitelli (attualmente in Germania, al Bayern Monaco, n.d.r.), non avevo spazio. Fu così che dopo pochi mesi andai a parlare col presidente e gli chiesi di cedermi: forse era troppo presto per la Serie A, dovevo fare un passo alla volta, sapevo che alcuni club di Serie B mi avevano richiesto. Scelsi Pescara e feci bene, nonostante un infortunio realizzai 7 gol, il segno che nella nuova categoria potevo starci tranquillamente".

Parla a macchinetta, Luiso, con l’entusiasmo di chi è arrivato al calcio dei miliardi senza aver perso il senso della realtà. Forse è stata la lunga gavetta a irrobustirne il carattere, facendogli mantenere in ogni circostanza i piedi per terra. Ma forse conta molto lo spirito di questo ragazzo di ventisette anni, che ha nelle vene il sangue caldo della sua terra. I climi troppo freddi, in senso calcistico, non fanno per lui. Tant’è vero che l’anno scorso la sua avventura a Verona fu di breve, brevissima durata.

— Un’altra "toccata e fuga" come quella di Torino: come mai?

"Le cose andarono così: dopo la buona stagione a Pescara, il Torino mi cedette in prestito al Chievo, sempre in Serie B. Una scelta di Calleri dettata da motivi soprattutto logistici: a Verona ero più vicino alla casa madre, avrebbero potuto osservarmi comodamente, nella prospettiva di un ritorno futuro al Torino. Bastarono però i giorni del ritiro per convincermi di essere capitato in un ambiente troppo freddo, senza calore. Questa è la verità. Nonostante ciò che poi qualcuno ha detto, non litigai affatto con l’allenatore Malesani; semplicemente, quell’aria distaccata della gente non faceva per me, che ho bisogno di sentire l’urlo della folla per esaltarmi. Oltretutto sapevo che mi voleva l’Avellino, squadra di B a un tiro di schioppo da casa mia, e l’idea di tornare vicino alla mia famiglia mi lusingava parecchio. Il mio procuratore avviò la trattativa e la concludemmo in fretta. Del mio passaggio dal Chievo non restò traccia: all’avvio della stagione ufficiale, poco più di un anno fa, ero già in forza all’Avellino".

Ambiente caldo, anzi caldissimo, a partire dal presidente, il vulcanico Antonio Sibilia, che vide "il toro di Sora" in allenamento e se ne entusiasmò al punto da azzardare una promessa impegnativa: "Ragazzo mio, se segnerai 15 gol in campionato, ti regalerò una Mercedes". Indovinate come è finita: di gol Pasquale ne ha realizzati addirittura 19, nell’ultima stagione, ma dell’auto di lusso neppure l’ombra...

— Allora, questa Mercedes è arrivata o no?

"No, ed è stato giusto così. Avrei meritato il regalo se i miei gol fossero serviti a salvare l’Avellino, invece la retrocessione in C1 rovinò tutto quanto. Non sarebbe stato corretto festeggiare le mie prodezze mentre la squadra era costretta a scendere di categoria. Avellino è stata comunque un’esperienza bellissima, l’allenatore Orrico riuscì a farmi rendere al massimo. Mi diceva: la tecnica puoi sempre migliorarla, ma la grinta, quella devi averla dentro, non si compra al mercato. Tu ce l’hai, si tratta di un tesoro che devi sfruttare al massimo. Peccato che nonostante i miei gol sia andata male".

— Luiso segna di testa, di destro e di sinistro: non hai punti deboli?

"Il colpo di testa, il tempismo e la velocità nel colpire sono il mio forte. Ma non mi mancano i difetti, soprattutto sul piano tecnico. Mi manca la scuola calcio, quei fondamentali raffinati che si imparano da piccoli. Mi lascio guidare ancora molto dall’istinto e questo va un po’ a scapito della continuità; certe volte mi riesce tutto con facilità, in altre occasioni sembro un principiante. Però ho sempre la voglia di provarci".

Che effetto fanno la Serie A e la ribalta europea a uno abituato da sempre alle serie minori?

"Intanto una grande emozione. In quella fatidica domenica già nel sottopassaggio, mentre ci avviavamo al campo assieme a campionissimi come Weah e Baresi, mi sembrava di vivere in un sogno. Poi ovviamente il livello tecnico è decisamente superiore. In B c’è più cattiveria, i fallacci si sprecano; in Serie A c’è più tempo per pensare, ma anche un più ristretto margine di errore. Tanto per capirci: se in B mancavo un’occasione, sapevo che prima o poi me ne sarebbe capitata un’altra. In A, se sbaglio difficilmente posso rimediare".

Ti aspettavi di... sbagliare così poco?

"Onestamente non avevo la presunzione di infilare tanti palloni nelle porte avversarie, però non nutrivo neppure paura: volevo solo avere a Piacenza, al mio secondo tentativo, la fiducia che mi era stata negata a Torino. Mi è andata bene".

A chi riconosci i maggiori meriti per la tua carriera?

"Senz’altro alla mia famiglia, che mi è sempre stata molto vicina. Mio padre Raffaele lavorava in una fabbrica di scarpe e oggi è pensionato. Quando a 17 anni esordii in prima squadra mi disse: "Ma dove pensi di andare con quel fisico così gracile?". In realtà era il mio primo tifoso. Non mi diceva niente, ma in partita con la coda dell’occhio lo vedevo sempre, in tribuna, a trepidare per me. E mi ha sempre dato tanti consigli utili: all’inizio in campo ero un ribelle, lui mi ha insegnato a disciplinarmi, a lavorare per la squadra. Poi ci sono mia madre Rosa, mio fratello Nicola, che ha un anno di più, e le sorelle Mena, di 29 anni, e Matilde, di 22: sono loro, da sempre, i miei primi tifosi. Mia madre mi racconta che ad Aversa, dove sono nato, un paese di 80 mila abitanti, adesso è diventata famosa, tutti la additano come "la madre del campione". Sono piccole cose che danno soddisfazione".

— Come uomo ti consideri un... campione?

"Sono un ragazzo molto sensibile, certi drammi mi colpiscono nel profondo. Però ho anche un grave difetto: sono tremendamente permaloso e so che devo migliorarmi sotto questo aspetto".

Il calcio oggi è ancora un divertimento?

"La passione è intatta, al punto che se non fossi riuscito a coronare il sogno del grande calcio oggi giocherei comunque, anche tra i dilettanti. Il pallone però per me ora è solo un lavoro, cioè quasi tutta la mia vita. Ho fatto tanti sacrifici per arrivare, ma so che ancora più difficile è mantenersi a questi livelli".

Hai mai pensato alla Nazionale?

"Forse con quel gran gol a Milano mi sono dato la zappa sui piedi. Se fosse rimasto Arrigo Sacchi, che certi "colpi" ogni tanto li faceva, avrei potuto sperare. In fondo lui ha fatto esordire in Nazionale gente come Tommasi, Conte, Pessotto. E già si diceva che stesse seguendo Ambrosetti e Di Francesco. Col cambio della guardia sulla panchina azzurra temo che per gli outsider come me sarà molto difficile".

Hai mai avuto un modello cui ispirarti?

"Il mio idolo è sempre stato Gianluca Vialli, un giocatore forte fisicamente, un vero gladiatore dell’area. Ecco, da ragazzino il mio sogno era un titolo così: Luiso come Vialli".

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