Filippo INZAGHI

Il Bomber ... nazionale

È lui, Filippo Inzaghi, il Grande Cruccio di Parma. Pensate: il calcio italiano e la Nazionale di Cesare Maldini hanno trovato un nuovo, grande bomber, il tipico prodotto di una scuola inesauribile. Cioè un attaccante longilineo, svelto di gambe, col dribbling giusto per districarsi nei grovigli dell’area di rigore e micidiale nel colpo di testa. Alto e sottile come un’anguilla, con l’occhio furbo per cogliere l’occasione da gol in anticipo sui difensori avversari. Deve ancora compiere 25 anni e, non fosse per un fastidioso infortunio, avrebbe già bruciato le tappe, con una progressione formidabile: Serie C1, Serie B, Serie A, Coppa delle Coppe, Champions League, ogni scalino superato con una media reti da goleador di razza. Pensate, dicevamo, che su un campione così il Parma era riuscito a mettere le mani nell’estate del 1995, quando, assieme al ben più reclamizzato Hristo Stoichkov, fuoriclasse bulgaro Pallone d’Oro del Barcellona, il direttore generale Pastorello aveva ingaggiato dal Piacenza il nuovo talento italiano del gol. Insomma, il campione affermato e quello sulla rampa di lancio.

Allora Filippo Inzaghi era poco più di un ragazzo, con un ruolino di marcia promettente, tutto scandito dai gol, una materia prima che alla borsa del calcio non diminuisce mai di quotazione: 13 nel Leffe (Serie C1), la squadra di un paesino in provincia di Bergamo; poi ancora 13 con la maglia del Verona (Serie B) e altri 15 nel "suo" Piacenza, sempre tra i cadetti. A quel punto mancava solo la consacrazione nella massima serie e il Parma, club emergente con le idee chiare e i miliardi (di Tanzi, patron del colosso mondiale Parmalat) per realizzarle, sembrava proprio l’habitat ideale per far risplendere il nuovo astro. Invece...

Invece oggi la situazione si è completamente ribaltata. Il Parma è passato attraverso la grande rivoluzione e ha speso poco meno di trenta miliardi di lire per assicurarsi l’asso del gol Chiesa e il giovane cannoniere argentino Crespo, mentre Inzaghi ha spopolato nell’Atalanta ed è arrivato a indossare la maglia della Juventus. Ma lui, di questo piccolo guazzabuglio tecnico-economico, cosa pensa? Glielo chiediamo all’indomani di un ennesimo successo della Juventus e per l’occasione sono venuti a trascorrere con lui la giornata di riposo i familiari: il padre Giancarlo, ispettore vendite di un grande gruppo tessile (Zucchi-Bassetti), la madre Marina e il fratello Simone, vent’anni, anche lui avviato sulla strada del calcio, a Lumezzane, cittadina in provincia di Brescia, il cui club milita in Serie C2. Una riunione di famiglia in un momento particolarmente felice della sua carriera.

— Rimpianti per quell’occasione non sfruttata al volo?

"No, davvero" risponde sicuro, col sorriso un po’ impertinente da bravo ragazzo, "soprattutto perché a decidere siamo stati in due, il Parma e io. Anzi, a decidere è stato quel maledetto infortunio al piede sinistro, capitatomi poco più di due anni fa, nel momento in cui le mie azioni al Parma cominciavano a salire...".

Cos’accadde, esattamente?

"Il più banale degli incidenti: partita amichevole con i dilettanti del Collecchio a metà settimana, in un normale contrasto di gioco il mio piede finisce contro il ginocchio di un avversario. Un dolore tremendo, poi la diagnosi: frattura del quinto metatarso, una di quelle piccole cose capaci di tenerti fermo per un lungo periodo. Ho trascorso 60 giorni con la gamba completamente immobilizzata, quando venne tolto il gesso la muscolatura era esattamente la metà del normale.Ci sono voluti allenamenti duri e sacrifici pesanti per riprendere il giusto tono muscolare e un minimo di confidenza atletica con il pallone".

Hai mai avuto paura, durante quei lunghi mesi?

"Sì, devo confessare che ci sono stati giorni piuttosto duri. Mi misero una placca metallica nel piede, provavo dolore, stringevo i denti e un paio di volte mi assalì il dubbio di non farcela. Per fortuna ho un carattere che non si abbatte facilmente, alla fine del tunnel ho cominciato a vedere la luce".

Però il tuo ritorno in scena non fu particolarmente brillante. Come mai?

"Sempre la sfortuna. Avevo una caviglia in disordine, ma c’erano problemi di organico e accettai di sacrificarmi per il bene della squadra, anche se il rendimento non poteva essere ancora quello ottimale. In ogni caso in quelle ultime partite della stagione centrammo la qualificazione alla Coppa Uefa, l’obiettivo minimo".

Insomma, un’avventura sotto una cattiva stella.

"Sì, soprattutto se si pensa che quando mi capitò l’infortunio al piede tutto sembrava filare a gonfie vele. Ero arrivato a Parma in punta di piedi, ma ben deciso a conquistare spazio. L’allenatore Scala mi stimava molto, me lo disse ma soprattutto me lo dimostrò".

In che modo?

"Innanzitutto inserendomi subito nel giro dei titolari. Poi dandomi fiducia sia in campionato che in Coppa delle Coppe: e quando il Napoli si fece avanti, in ottobre, con un’offerta per un prestito fino alla fine della stagione, fu proprio Scala a opporsi. Io lo ripagai soprattutto in Europa con due gol, emozioni che non posso dimenticare soprattutto perché proprio da me partì la grande rimonta contro gli svedesi dell’Halmstad. Avevamo perso in trasferta per 0-3, vincemmo in casa per 4-0 superando il turno. Mentre in campionato con un mio gol avevamo superato il Piacenza, e a Cremona, con me in campo fin dall’inizio, avevamo vinto, conquistando la vetta della classifica".

— A quel punto Inzaghi sembrava il partner ideale di Stoichkov.

"A quel punto il mio piede sinistro andò a sbattere contro quel ginocchio e il volo si interruppe. Meno male che adesso ha ripreso alla grande".

Però non a Parma.

"È un punto cui tengo molto: non c’è stata alcuna rottura con il Parma. Semplicemente, c’erano parecchie offerte per me e il Parma non poteva garantirmi l’unica cosa di cui avevo decisamente bisogno, cioè giocare con continuità per ritrovare la piena forma e il ritmo-partita".

Come mai scagliesti l’Atalanta?

"Era la destinazione ideale, senza dubbio. Il presidente, Ruggeri, era al Verona quando giocavo io e Maurizio Radici, che fa parte della famiglia azionista dell’Atalanta, era presidente del Leffe nel mio anno. Un bel paio di precedenti, abbastanza per essere conosciuto a fondo e sapere che avrei goduto della massima fiducia".

Ti aspettavi un’esplosione così immediata?

"Sinceramente no, anche se nel calcio un buon ambiente è sempre importante per rendere al meglio. A Bergamo in effetti ho trovato il massimo: un pubblico molto affezionato, ventimila persone che non smettono mai di incitarci la domenica, e un allenatore, Mondonico, che mi ha subito dato fiducia e regalato i consigli giusti per inserirmi al meglio nei meccanismi della squadra".

— Quello italiano è il campionato più difficile del mondo. Perché?

"Perché giocano grandi campioni e la tattica è sempre molto importante, non si lascia nulla al caso. Ogni domenica devo battermi contro difensori di statura mondiale, riuscire a superarli è difficile e anche per questo mi sembra di vivere in un sogno: i gol arrivano apparentemente senza difficoltà".

Filippo Inzaghi sembra il ritratto della felicità, vive uno di quei momenti in cui l’armonia delle cose sembra perfetta, in sintonia con i suoi gol. Che sono piccoli capolavori di semplicità: l’abilità nel trovarsi all’appuntamento col pallone nel momento giusto, la precisione nel colpo di testa, la capacità balistica nei tiri al volo; il tutto nel nome di una grande efficacia, anche a scapito della pura spettacolarità. Pur essendo un giocatore guizzante, capace di entusiasmare il pubblico per la disinvoltura nel tocco di palla e nel saltare l’avversario, Inzaghi ha il dono di far sembrare semplici le soluzioni più complicate. Caratteristiche che l’avvicinano al grande Paolo Rossi, "eroe" del Mondiale 1982 vinto dall’Italia, anche se il parallelo può sembrare ancora un po’ prematuro. Inzaghi è parecchio più alto di Rossi, ma come lui è fisicamente asciutto e conosce l’arte dell’opportunismo in area di rigore che poi è semplicemente quel sesto senso in grado di far intuire lo sviluppo dell’azione quando questa è solo all’inizio.Sono qualità che fanno riconoscere il grande attaccante alla prima occhiata e non è un caso che un fuoriclasse come Stoichkov avesse individuato in lui il partner ideale per le proprie scorribande offensive.Ma come nasce un campione così, che sembra nato per il calcio, tanto gli riesce facile ogni movimento sul campo?

"Ho cominciato da bambino, grazie a una passione che mi ha portato prestissimo nelle giovanili del San Nicolò, la squadra del mio paese, vicino a Piacenza. Poi, quando avevo dodici anni, un osservatore, Giovanni Rubini, che oggi è il segretario della società, mi portò al Piacenza e lì ho fatto tutta la trafila delle squadre giovanili, otto anni, fino alla prima squadra. Fu Gigi Cagni, che oggi allena il Verona, a farmi esordire in prima squadra, in Serie B, quando avevo diciotto anni. Quella di Piacenza è stata una "scuola" ideale, per la cura con cui viene seguito il settore giovanile e per la fortuna di poter giocare sempre praticamente a casa, senza subire il trauma del distacco precoce dalla famiglia che è il cruccio di tanti giovani calciatori".

I tuoi genitori non erano "nemici" del tuo impegno nel calcio?

"Assolutamente no. Gli unici problemi li ha avuti mia madre, per tutti i piccoli disastri che mio fratello Simone e io abbiamo combinato giocando a pallone nel corridoio di casa. I miei genitori volevano che continuassi anche gli studi e li ho accontentati, riuscendo a inseguire il pallone senza abbandonare la scuola".

Eri un campione anche sui banchi di scuola?

"Ho raggiunto il diploma di ragioniere, cioè un... piccolo scudetto. E anche questo, sono sincero, lo devo molto alla fortuna di avere sempre giocato a calcio rimanendo a casa. Non è facile conciliare lo studio con gli allenamenti, soprattutto se non si ha vicino una madre che tutte le mattine ti sveglia presto e ti manda a scuola".

Quando hai pensato di diventare un professionista?

"L’idea l’ho sempre avuta nella testa. Non un’idea precisa; semplicemente, non sono mai riuscito a immaginarmi senza il pallone. Poi, quando sono arrivato alle soglie del calcio professionistico e ne ho fatto i primi assaggi, ho deciso che mi piaceva davvero, che quella sarebbe stata la mia strada. Mi è andata bene".

Se non fossi riuscito nel calcio, oggi cosa faresti?

"È difficilissimo dirlo, senza pallone non so proprio stare. Ho un diploma di ragioniere, magari avrei cercato di farmi assumere da mio padre".

Ti diverti ancora con il pallone?

"Tantissimo. Adoro questo mestiere, ogni volta che scendo in campo sento di divertirmi già nel momento in cui calpesto l’erba e la gente attorno rumoreggia. Credo sia una fortuna straordinaria poter fare un lavoro così".

Ma questo Inzaghi è davvero senza difetti, come suggerisce... dietro le quinte sua madre?

"Magari. Distinguiamo i due piani. Come uomo mi riconosco una dote: la disponibilità con tutti. Ma anche un difetto: sono terribilmente permaloso. Come attaccante, ho il fiuto del gol, quello che mi ha consentito in questi anni di realizzare in tutte le categorie. Però ho i miei limiti. Il più importante dei quali riguarda l’avvicinamento alla partita".

Puoi spiegarti meglio?

"Sono molto emotivo, la notte prima della partita non riesco quasi mai a dormire, sento l’ansia, spendo molte energie prima di scendere in campo, soprattutto a livello mentale. Con l’esperienza spero di riuscire a migliorare sotto questo profilo. La domenica sera sono veramente stanchissimo, se riuscirò a dormire di più alla vigilia delle gare, probabilmente anche il mio rendimento migliorerà".

A proposito di desideri: quando sogni a occhi aperti, cosa immagini?

"Ho già avuto tantissimo. Se proprio devo... insistere, allora ripeto che il pensiero corre alla Nazionale, aspirazione obbligata di quanti fanno il mio mestiere. E poi il 1998 è l’anno del Mondiale".

Chi è stato il tuo idolo?

"Marco Van Basten, il più grande centravanti del mondo".

A lui avresti "rubato"...

"Come si fa a scegliere, con un giocatore praticamente perfetto? Spero di fare quello che ha fatto lui, tre Palloni d’Oro e tutto il resto. Ma ho ancora tantissimo da imparare".

Si dice che il calcio italiano rischi la crisi, se non trova più posto per gli Zola e i Roberto Baggio. Tu che ne pensi?

"Si tratta di un problema di adattamento, non di crisi. Oggi si gioca un calcio molto basato sulla corsa e la forza e i fantasisti sono penalizzati, ma io vorrei sempre in squadra giocatori così, capaci di risolvere la partita in qualsiasi momento con una invenzione inattesa. Io penso che il posto per loro ci sarà sempre, devono solo sacrificarsi un po’ di più al servizio della squadra".

C’è qualcosa che non ti piace del mondo del calcio?

"Penso sia un mondo molto bello. L’unico problema, che però oggi mi sembra meno drammatico di qualche anno fa, è la violenza. L’ideale è vedere le famiglie al completo allo stadio, i genitori che portano i bambini a vedere la partita, perché il calcio è una grande festa. Tutti ci dobbiamo impegnare perché la violenza sia definitivamente emarginata dal mondo del pallone".

Nella tua vita piena di gol c’è spazio per qualcos’altro?

"Quando avevo più tempo libero, la mia passione era andare a pescare o in giro per i boschi dell’Appennino vicino a Piacenza a cercare funghi. Due passatempi estremamente rilassanti. Riesco ancora a farlo d’estate, nei pochi giorni liberi che il calcio mi concede".

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