Fabio CRIBARI
Brasiliano,
ventitrè anni, è arrivato a
Empoli lestate scorsa. Non ha
un grande passato calcistico e il futuro è tutto da costruire.
Difensore di fascia, in Brasile ha giocato tre stagioni in
Serie
B con il Londrina (ex squadra dellattaccante del Bayern
Monaco Elber), oltre a qualche apparizione in Serie A con
il Paranà.
Fabio Edoardo Cribari, detto Binho, diminutivo di Fabinho, ha iniziato a giocare a calcio come tutti i ragazzi brasiliani: con palle di carta prese a calci per strada. Casualmente fu notato da un talent-scout che lo portò nelle giovanili del Londrina. Esordì nella Primavera a 16 anni come difensore centrale.Due anni dopo venne promosso in prima squadra. In tre campionati ha segnato un solo gol, di testa. La cosa curiosa è che i compagni di squadra per premiarlo gli regalarono una torta ciascuno.È stato il suo procuratore, il veronese Tubaldo, a proporlo allEmpoli. Poi la cessione di Birindelli alla Juventus ha fatto il resto. Binho, comunque, è in prestito e lui spera proprio di convincere la società toscana ad acquistare definitivamente il suo cartellino; oltretutto ha il passaporto italiano.
Giocatore veloce, lelevazione
e il tiro di destro sono le sue qualità migliori. Con i suoi 68
chili è forse troppo leggero per il metro e ottanta di altezza.
Difetto al quale cerca di sopperire grazie alla determinazione e
a una giusta cattiveria calcistica.
Nella vita di tutti i giorni è invece un tipo tranquillo e sebbene il calcio occupi gran parte del suo tempo (come per tutti i giocatori professionisti), quando smette le scarpette chiodate gli piace dilettarsi nel basket e nella pallavolo. Adora le BMW e i rigatoni al pomodoro con tanta verdura, oltre alla lettura. Predilige romanzi davventura.
Binho o Cribari? Il suo diminutivo e il suo vero cognome hanno fatto impazzire un po gli addetti ai lavori. Sulla maglia porta scritto Cribari (il vero cognome), ma non dimentichiamoci che è brasiliano. Cioè è come se Pelé avesse avuto sulle spalle la scritta: do Nascimento. Biondo, magro, grintoso ha conquistato Spalletti grazie a questa sua dote caratteriale che sa far fruttare anche in campo: dote, se vogliamo, poco brasiliana.
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