Fabio CANNAVARO

Lo stopper cresciuto con Maradona

Viaggio nei "misteri" di Fabio Cannavaro. Mistero numero uno: come fa un Commissario tecnico azzurro, sia pure di fresca nomina, ma comunque di lungo corso, ad affidarsi a un quasi esordiente di 23 anni nell’occasione più difficile della stagione, il match contro l’Inghilterra del 12 febbraio 1997, con in palio una bella fetta del biglietto per i Mondiali di Francia 1998? "È vero, Cesare Maldini ha avuto molto coraggio a scegliere me" risponde Cannavaro; "però va detto che con lui ho vinto due titoli europei Under 21, mi conosce bene e sa che non ho mai tradito la sua fiducia. Con lui ho marcato gente come Poborski, Pedros, João Pinto: tutta gente di gran valore, e sono sempre andato bene. Insomma, mettendomi di fronte ad Alan Shearer non ha poi rischiato più di tanto...". Un pizzico di spavalderia non guasta, specie se si è sulla cresta dell’onda e si pratica come mestiere quello di bloccare i più forti attaccanti del mondo.

Mistero numero due: in Italia gioca uno stopper di valore mondiale accertato, senza che vengano rispettati i canoni classici del ruolo: Cannavaro non è un gigante tutto muscoli capace di incombere come un’ombra minacciosa sui centravanti avversari. Cannavaro è di statura normale, anzi, tende al piccolo, rispetto alla media italiana, eppure non fa fatica a occuparsi di giganti come Weah o di poderosi panzer come Casiraghi e Batistuta. "Il mio gioco" spiega lui "si basa soprattutto sull’anticipo, quindi non mi serve la statura, tanto più che ho un’ottima elevazione che mi consente di cavarmela bene anche nel gioco aereo". Tutto vero, con l’aggiunta di un dettaglio tecnico fondamentale: le leve corte e la straordinaria elasticità consentono a Cannavaro una fulminea rapidità negli spazi brevi — quasi impossibile superarlo in dribbling in area di rigore — e appunto quella spietata abilità nell’anticipare l’avversario soffiandogli il pallone prima che riesca a "lavorarlo" che ne fa oggi uno dei più forti difensori italiani in assoluto. Degno continuatore di una scuola che ha regalato al mondo in cento anni di storia del calcio i migliori interpreti del ruolo.

In fondo, però, Cannavaro è tutto fuorchè un mistero. Nei suoi occhi chiari c’è tutta la trasparenza del mare della sua Napoli, la città in cui è nato e che ha dovuto lasciare per trasferirsi al Nord, nel club "ricco" che ha rappresentato e rappresenta per lui il naturale sbocco delle sue qualità di campione, ma gli ha lasciato all’inizio un po’ di amaro in bocca. E il posto da titolare conquistato in ritardo non c’entra. Tutti in Italia ricordano le sue "bizze" al momento di passare al Parma. Per qualche giorno il club gialloblù stette sulle spine, nell’estate del 1995: Cannavaro sembrava non volesse proprio saperne di accettare quel trasferimento così vantaggioso. Si disse anche che pretendeva più soldi, ma non era vero. "Non ho mai nascosto che il Napoli per me è qualcosa di più di una squadra di calcio. Giocare nel Napoli, vincere qualcosa con la maglia del Napoli, magari restituendolo alla grandezza dei tempi di Maradona, che io ho vissuto dalle giovanili e come raccattapalle al San Paolo, era il mio sogno. E poi c’è Napoli: una città unica, con il suo sole e il suo mare che certo non avrei ritrovato a Parma. Confesso che qualche piccolo rimpianto, anche oggi che qui mi sono ambientato bene dopo le difficoltà iniziali (mamma mia, quanta nebbia e che voglia di mare già a primavera!), mi è rimasto. Credo sia giusto: Napoli è la mia terra, un posto nel mio cuore lo avrà sempre, così come il Napoli, per cui continuo a fare un gran tifo".

È trasparente come il mare, Fabio Cannavaro. Un ragazzo semplice, lo stesso che mordeva l’erba nelle giovanili del Napoli ammirando da lontano Diego Maradona, ben consapevole che tradizionalmente è rarissimo un "baby" del Napoli capace di sfondare in Serie A. Lui c’è riuscito, ma il successo non lo ha minimamente guastato. Gli piace raccontarsi, confidare i suoi piccoli segreti agli amici di SoloCalcio, sul terrazzo di casa sua, a un paio di chilometri dallo stadio Tardini, a quattro piani di distanza dal traffico cittadino. A illuminare la giornata provvede un sole clamoroso, che invita a stare all’aria aperta. Non è proprio... Napoli, ma ce ne è abbastanza per essere di buon umore. È il momento giusto per tracciare un primo bilancio della carriera, cominciata tanti anni fa, da una passione ereditata da papà Pasquale.

"Ho tirato i primi calci "veri" nell’Italsider di Bagnoli" racconta, "avevo dieci anni e mezzo, mio padre Pasquale aveva giocato come difensore in squadre della Campania a livello di Serie C, mi seguiva passo passo. Allora giocavo centrocampista, poi man mano che crescevo presi ad arretrare, finchè mi sono trovato a fare il difensore puro e mi sono trovato bene".

— Quando sei arrivato al Napoli?

"Studiavo all’Isef (la scuola superiore dello sport, ndr), il mio professore, Luigi Scarpitti, che lavorava anche per il Napoli, mi portò nel club. Bastò un provino per convincere i dirigenti; nelle giovanili ho vissuto una bella avventura: ho vinto lo scudetto degli Allievi nazionali, ho giocato tre Tornei di Viareggio".

E poi è arrivata la prima squadra...

"A diciannove anni. Fu Claudio Ranieri, che adesso allena la Fiorentina, a farmi esordire in prima squadra in Coppa Italia, a Modena. Entrai a dieci minuti dalla fine in sostituzione di Francini, vincemmo 3-0. Il debutto in Serie A lo devo invece a Ottavio Bianchi, che aveva sostituito Ranieri dopo una decina di turni, per di più in una partita importante, un Juventus-Napoli che fu un’autentica girandola di emozioni. Giocai dall’inizio. Tornai in campo nell’ultima giornata, pareggio in casa col Parma. Anche questa volta giocai dal primo minuto".

— Poi venne... l’Acireale.

"È vero. D’estate al Napoli arrivò un’offerta per me dall’Acireale, club siciliano di C1. Fortuna volle che la "rosa" era piuttosto ristretta e il nuovo allenatore, Marcello Lippi (oggi alla Juventus, ndr), bloccò la mia cessione. Arrivò il campionato, andavo in panchina, poi, alla terza giornata — si giocava eccezionalmente di mercoledì — il mister ebbe bisogno di uno stopper e mi schierò contro il Torino. Dovevo marcare Benito Carbone, che oggi è in Inghilterra, allo Sheffield Wednesday. Giocai piuttosto bene e Lippi avvertì la società: aspettiamo ancora, prima di cedere Cannavaro. Quattro giorni dopo giocavamo in trasferta contro la Roma di Balbo e Rizzitelli; Lippi mi confermò, vincemmo 3-2 e... non uscii più di squadra".

Un caso del tutto eccezionale, un giovane del Napoli che si afferma in Serie A...

"Già. L’ambiente è tutto particolare. Se arrivi a giocare nella Primavera ti considerano già affermato, invece sei solo all’inizio. Ne ho visti tanti rilassarsi sentendosi al traguardo anziché al punto di partenza ed è un peccato. Io ho avuto fortuna: mi sentivo già pronto, in Primavera giocavo bene, mi hanno dato un’opportunità e l’ho sfruttata. Se fossi stato ceduto come era nei piani originari della società, chissà se ce l’avrei fatta. Bisognerebbe credere di più nei giovani, invece vedo che è sempre più difficile per i nostri ragazzi riuscire a trovare spazio".

Colpa della sentenza Bosman.

"I club trovano più comodo comprare giocatori stranieri, magari anche di valore medio-basso, piuttosto che investire soldi nei vivai, che fanno crescere i calciatori di domani. E dire che per esempio al Napoli bastò cedere me al Parma per incassare 17 miliardi, così ripagandosi lautamente le spese del settore giovanile per parecchie stagioni".

— Ti sei pentito di aver lasciato Napoli per Parma?

"No, assolutamente. Certo, ho avuto qualche problema di ambientamento, per ragioni climatiche; alla nebbia ho dovuto fare l’abitudine. Fortunatamente mia moglie Daniela invece non ha fatto fatica a calarsi nella nuova realtà; ha fatto presto amicizia con le altre mogli dei calciatori e Parma è una città molto accogliente. Adesso stanno cominciando ad arrivare anche i risultati, è un bel periodo".

— Tanto più che in fatto di maglia azzurra ora hai trovato quella della Nazionale.

"Cesare Maldini è un uomo di grande esperienza, che sa come caricare i giocatori e anche stemperare la loro tensione. Tre ore prima della partita, a Londra, è arrivato nella hall dell’albergo, ha visto le nostre facce lunghe, attanagliate dalla tensione, e ci ha detto: "Ragazzi, dobbiamo andare a una partita di calcio, mica a un funerale. Su col morale!". Quella di creare il gruppo è la sua specialità. Con l’Under 21 eravamo amici: con ragazzi straordinari come Fresi, Bigica, Amoruso, Pecchia e altri continuo a sentirmi per telefono. Ci si trovava anche fuori dal campo e poi naturalmente in partita c’era uno spirito particolare. Io penso che Maldini riuscirà a ricreare uno splendido gruppo anche in Nazionale, nonostante le maggiori pressioni".

Il gioco del Parma si è riequilibrato. Ma era proprio indispensabile rinunciare a un campione come Zola?

"Siamo rimasti tutti dispiaciuti per la sua partenza, ma si è trattato innanzitutto di una scelta sua. Campioni come lui si vorrebbe averli sempre in squadra, ma la società ha ritenuto di poterne fare a meno e a conti fatti le cose sono andate bene: Gianfranco è diventato un idolo in Inghilterra, noi abbiamo trovato un equilibrio vincente. Insomma: e vissero felici e contenti".

— Cosa pensi dell’emigrazione all’estero dei "big" italiani?

"È un fenomeno che non mi fa piacere. Per esempio è un peccato che Panucci, a 23 anni, sia andato a giocare nel Real Madrid: questo significa che il calcio italiano perde i propri talenti. D’altro canto ciò significa anche che i giocatori italiani continuano a essere apprezzati in tutto il mondo".

— Tu andresti a giocare all’estero, se arrivasse una grande offerta?

"Dovrei pensarci. A Parma sto benissimo, gioco in un grande club. Però non nego che l’idea è affascinante, provare un campionato diverso, tra l’altro sicuramente più facile di quello italiano...".

— Il calcio ti diverte ancora?

"Nei primi anni da professionista mi divertivo ancora parecchio, oggi invece le cose sono cambiate, ci sono molti più schemi da rispettare, si va al campo per l’allenamento e bisogna essere concentrati al massimo, altro che divertimento".

— La tua famiglia continua a seguirti?

"Sono i miei primi tifosi: mio padre Pasquale, che ha visto i miei sogni diventare realtà, mia madre Gelsomina, mia sorella Renata, che ha tre anni più di me e vive a Firenze con suo marito. E poi c’è Paolo, mio fratello, che gioca nelle giovanili del Napoli e ha già fatto parte della Nazionale Under 16. Gioca in difesa anche lui, ma è completamente diverso da me: alto e aitante, meno veloce; comunque bravo".

— Il successo: cos’è?

"Una sensazione strana, che... quasi non esiste. Nel senso che io ho raggiunto il mio obiettivo di quand’ero bambino, sono diventato professionista del calcio in Serie A. Però è un qualcosa di cui ancora non mi rendo conto. Forse quando avrò quarant’anni ci penserò, riuscirò a realizzare che quello che mi è accaduto è effettivamente qualcosa di eccezionale".

— Pensi di rimanere nel mondo del calcio, a fine carriera?

"Mi piacciono molto le scuole calcio, sarebbe bello che a Napoli, così carente di strutture, ce ne fossero di più, per insegnare ai bambini".

— Gira e rigira, c’è sempre Napoli nel tuo cuore.

"Assolutamente sì. Sono rimasto tifoso accesissimo della squadra, oggi mi dispiace vedere la mia ex squadra navigare in cattive acque. Ah, se ripenso ai tempi di Maradona...".

— Che ricordi hai del grande Diego?

"Ricordi bellissimi. Anche noi ragazzini ci allenavamo al Centro Paradiso, a Soccavo, e quando arrivavano i grandi cominciava lo spettacolo. Guardare Maradona che si allenava era sempre un’emozione unica: col pallone faceva veramente quello che voleva, cose incredibili per i... comuni mortali. Era impressionante. Si può dire che c’erano parecchi problemi, specie negli ultimi tempi, per certi suoi comportamenti. Ma quando scendeva in campo e cominciava i suoi giochi di prestigio, passava tutto. Stavamo ore ad ammirarlo, senza annoiarci".

— Qual è stato finora il momento più bello della tua carriera?

"Sono due, anzi, tre: i due titoli europei Under 21 e la vittoria sull’Inghilterra a Wembley".

— Il momento più brutto invece quando l’hai attraversato?

"Dicembre 1993: andammo a vincere a Parma contro lo squadrone di Scala, ma io mi feci male al ginocchio, dovetti star fuori un mese. Evidentemente Parma è nel mio destino...".

— Cosa chiedi al futuro?

"Vincere i Mondiali: chiedo troppo?".

— Cosa manca ancora al Parma per vincere lo scudetto?

"Semplice: un inizio di stagione senza problemi. Senza quell’avvio pieno di passi falsi, oggi saremmo in testa alla classifica. Oggi in effetti siamo alla pari con tutti, anche con la Juve, pur se devo ammettere che la squadra di Lippi è la più forte: ha una rosa di venti elementi tutti allo stesso livello, sopporta anche le assenze più pesanti".

— Hai un difetto che ti piacerebbe superare?

"Credo di poter migliorare ancora molto. Soprattutto per quel che riguarda l’impostazione del gioco. Nel calcio moderno un difensore deve saper dare una mano al centrocampo".

— Quali altri sport pratichi?

"Un po’ di tennis d’estate, ma sono tutt’altro che un campione. Nel tempo libero mi piace fare altre cose, come giocare col computer e con Internet o magari guardare i cartoni animati alla tivù".

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