Gianluigi BUFFON

(Parma)

Click for larger view (51 Kbytes)"Mi chiamo Wolf. Risolvo problemi". Con queste parole si presenta Harvey Keitel in Pulp Fiction, film culto di Quentin Tarantino. Devono aver pensato lo stesso di Gianluigi Buffon, Nevio Scala e Cesare Maldini, quando hanno deciso di farlo esordire in Serie A contro il Milan a 17 anni il primo e in Nazionale a 19 anni contro la Russia nello spareggio per le qualificazioni mondiali il secondo. E, come si sa, i fatti hanno dato ragione a entrambi. Perché Buffon i problemi li risolse, e alla grande.

Sarà perché per molti rappresenta il nuovo fenomeno del calcio italiano, sarà perché per Carletto Ancelotti è il Ronaldo dei portieri, oppure perché Dino Zoff non ha mai visto un giovane parare così, fatto sta che le sue prestazioni non finiscono mai di stupire. Le sue parate da urlo nemmeno. L’apparizione di Buffon nel firmamento calcistico è stata improvvisa e repentina. Predestinato fin dal cognome agli esordi da prima pagina: suo cugino (seppure alla lontana) Lorenzo, negli anni Cinquanta e Sessanta, è stato il portierone di Milan, Inter e Nazionale.

Tutto ha avuto inizio due inverni fa. Domenica 19 novembre 1995, la giornata di Parma-Milan. Il giorno dopo, Gianni Mura su "La Repubblica" scrive: "Buffon 7,5. Parate decisive, in particolare su Baggio e Simone. Molto pronto anche nelle uscite".

"Sul mio esordio esiste un aneddoto curioso. Non sono ritratto nella foto ufficiale prima della partita perché ero già andato verso la porta. Non ero abituato a farla, nella Primavera non si usa. Mi ricordo tante belle sensazioni. Soprattutto la prima parata, un’uscita alta, gli applausi dei tifosi, quasi di liberazione: erano più tesi loro di quanto non fossi io. Certo che per quell’esordio, a sedici anni, Mura non si è sprecato: mi poteva anche dare 10".

Click for larger view (35 Kbytes)Mercoledì 22 ottobre 1997, Russia-Italia. Citiamo ancora Mura: "Buffon 7. Entra a freddo, in tutti i sensi, ma si sa che, alla faccia della giovanissima età, non perde facilmente la testa. Si cala subito nella parte, ed è determinante nel finale del primo tempo quando devia con un balzo impressionante un tiro a botta sicura di Alenichev".

"Esordire con la Nazionale a quel modo, entrando quando meno me lo aspettavo, è stato un attimo più semplice, perché non ho avuto neanche il tempo di pensare. Avevo un anno da titolare sulle spalle, mi sentivo più sicuro dei miei mezzi, delle mie capacità. Comunque, ad essere sincero, quando ho visto Pagliuca che rimaneva a terra dopo il contrasto con Kanchelskis mi si è bloccato il respiro, mi sono detto "cavolo, ora tocca a me". Avrei voluto sotterrarmi sotto la panchina".

Poi sei entrato, sotto la neve di Mosca, in pantaloncini corti, la maglietta fuori, le maniche arrotolate, i guanti ancora da mettere e sembravi addirittura divertito.

"Sì, è vero, ridevo perché pensavo a quanto fosse strano il destino. Non farò mai un esordio banale. Oltre al freddo, c’era l’importanza del risultato: non vedevo l’ora che la partita terminasse, alla fine ero praticamente congelato. Ricordo con particolare piacere la testata sul petto che mi ha dato Cannavaro dopo la parata su Alenichev: mi ha caricato e trasmesso fiducia. Per quanto riguarda i calzoncini corti, il fatto è che a me la tuta lunga dà fastidio, mi fa sentire goffo nei movimenti. Tutto sommato non mi sembra di aver fatto una cosa tanto sensazionale. Temevo soltanto che se l’Italia non fosse andata ai Mondiali sarei stato incolpato del fatto".

Continuiamo con la rassegna stampa. Mercoledì 12 febbraio 1997, Inghilterra-Italia Under 21. Questa volta la fonte è "La Gazzetta dello Sport": "Buffon 4. Per gigioneggiare ha sulla coscienza il gol di Eadie e dunque la sconfitta". Al termine hai commentato: "Stavolta l’asino sono stato io".

Click for larger view (51 Kbytes)"Penso di essere una persona sincera e realista, capace di assumersi le proprie colpe. Sono consapevole di aver commesso un errore madornale, ma la cosa che mi è dispiaciuta maggiormente sono stati alcuni commenti in cui è stata tirata in ballo la mia vita privata. Sembrava quasi che non stessero aspettando altro che un mio passo falso. D’altronde è la legge del calcio: finché le cose vanno bene sei simpatico, appena girano storte diventi presuntuoso. Successivamente penso comunque di aver risposto con i fatti".

Hai polverizzato le tappe. Un tuo ex allenatore (Ermes Fulgoni, preparatore dei portieri delle giovanili del Parma) te lo aveva predetto. Avevi 14 anni e ti disse che a 20 anni avresti giocato titolare in Serie A. Si dice che tu gli abbia risposto: "E cosa faccio fino ad allora?"

"E ci credo, accidenti: sei anni sono lunghi da passare".

Sei stato definito spettacolare, esuberante, guascone, persino scriteriato da Ancelotti.

"In campo, a parte l’uscita bassa sui piedi degli avversari, non penso di essere un portiere che dà spettacolo, non mi piace fare cinema. Esuberante e guascone lo sono, questo è il Buffon che si può presentare all’esterno, ma c’è anche un Buffon privato, che sta da solo oppure insieme alla sua ragazza; un Buffon "quasi" pantofolaio, forse più maturo della sua età. E infine, se per scriteriato il mister intendeva una persona che dice e fa quello che pensa, ebbene, sono anche questo".

Diciotto anni e già tante, forse troppe volte piazzato al secondo posto. All’Europeo Under 16 con la Nazionale, al Torneo di Viareggio e nella finale del campionato Primavera con il Parma. Non trovi che sia giunto il tempo di salire sul gradino più alto?

"È vero, però mi piace ricordare che l’anno scorso ho vinto i Giochi del Mediterraneo e con l’Under 21 un Europeo, seppur stando in panchina (il titolare era Angelo Pagotto, ndr). Spero che tutti quei secondi posti si trasformino al più presto in vittorie".

Passiamo al campionato. Un Parma che punta decisamente allo scudetto e alla Champions League. Eppure dopo le sconfitte di Milano e Dortmund sono arrivati i fischi e i malumori.

"Non sono stati, come qualcuno ha voluto dire, i primi fischi, e non saranno di sicuro gli ultimi. L’anno scorso, quando le cose andavano male, così come nell’ultima stagione di Nevio Scala, era già accaduto. La cosa importante è che lo spogliatoio rimanga sempre unito. Sono diversi anni che il Parma costruisce la squadra per vincere, senza peraltro riuscire a centrare l’obiettivo. Dobbiamo dimostrare sul campo di essere i più forti e quando accadrà penso che raggiungeremo i traguardi che ci siamo prefissi".

Una volta, Parma era considerata un’isola felice. Adesso il pubblico mugugna, allo stadio per la partita contro il Borussia c’erano solamente 13.000 spettatori. Cosa può essere: assuefazione al successo?

"Ritengo sia più un fattore economico che di passione. Non tutti si possono permettere di acquistare i biglietti per due partite alla settimana, considerato poi che quella di coppa era in diretta tv".

All’Europeo Under 16 in Turchia, nel ‘93, sei stato eletto miglior portiere della manifestazione. Parasti cinque rigori su quattordici: forse allora i due rigori parati a Dortmund non sono stati un puro caso...

"A casa mia, a Carrara, tengo un quaderno in cui annoto i rigori subiti. Da quando sono a Parma ne ho parati 42 su 84, il 50% esatto. In Serie A sono a quota 3 su 7, e dei quattro subiti, tre tiri ero comunque riuscito a toccarli. Con questa media chissà che non mi facciano esordire nella finale dei Mondiali nel caso in cui si debba decidere la vittoria ai rigori, come è accaduto a Usa ‘94. Anche se questo ulteriore esordio non banale non mi dispiacerebbe affatto, pur di partecipare alla spedizione in Francia farei la firma anche per guardare tutta la manifestazione dalla tribuna".

In Germania il Parma ha perso. Ma, continuando con il giochino dei ritagli stampa, la "Gazzetta" il giorno dopo ha scritto: "Buffon 8. Uno che para due calci di rigore nella bolgia infernale di Dortmund può fare assolutamente tutto. Essendo ancora molto giovane, potrebbe diventare presidente degli Stati Uniti, re d’Inghilterra, il nuovo Di Pietro, il prossimo Michael Jordan, una via di mezzo tra Superman e Batman. Deve solo scegliere. Il Parma si auguri che continui a fare il calciatore". Abbandonerai davvero a 25 anni, come hai dichiarato in un’intervista?

"Per il momento non ho nessuna intenzione di smettere, e tanto meno di andare a giocare in Brasile, come dissi per fare una battuta in risposta a tutte le pressioni e le accuse che subii dopo l’errore in Inghilterra con l’Under 21. E comunque penso che nella vita possa capitare di tutto. Non si sa mai".

- Batman o Superman?

"Considerato che l’Uomo Ragno c’è già (Walter Zenga, ndr), senza alcun dubbio Superman".

- A 19 anni sei già alla tua terza stagione in serie A. Dino Zoff ha vinto il Mondiale a 40 anni. Non hai paura di stancarti, di esaurire gli stimoli?

"A 40 anni lo potrei vincere soltanto come allenatore. Non ci arriverei mai come giocatore, è troppo stressante, una tensione continua, ogni settimana devi sempre ricominciare da capo e quello che hai appena fatto non se lo ricorda già più nessuno. Devi essere sempre al 100%, perché difficilmente ti viene perdonato qualcosa".

Tu hai un rapporto particolare con la curva, dove si assiepano i tifosi più caldi, per la maggior parte tuoi coetanei.

"Fino a 16-17 anni ero un tifoso molto caloroso della Carrarese, sono andato anche parecchie volte in trasferta. Mi ricordo di quando andai a Verona, per la partita contro il Chievo, saltando persino la scuola. Ho frequentato spesso anche la Curva Nord a Parma e ho potuto conoscere alcuni di questi tifosi, che poi sono rimasti miei amici. Questi contatti diretti mi hanno fatto capire come anche un semplice gesto che il giocatore rivolge ai tifosi possa renderli felici. Sono sempre consapevole che se dovessi giocare male sarei fischiato ma, grazie al mio carattere, accetto le critiche e penso di non dover modificare il mio rapporto con il pubblico".

Bucci, che un anno fa era in Nazionale, ora è fuori "rosa" nel Parma. Nessuno sembra più volerlo, lo si considera quasi un desaparecido del calcio. Tenendo conto del fatto che con Luca hai un rapporto quasi quotidiano, cosa ti fa pensare questa storia?

"Per prima cosa, d’istinto, che bisogna battere il ferro finché è caldo. Perché appena le cose ti girano storte cambia il vento e le critiche vanno ben oltre gli effettivi demeriti. La situazione di Luca è al contempo inspiegabile ed esemplare, perciò non voglio esprimere giudizi. Personalmente credo che potrebbe tranquillamente giocare titolare in qualsiasi squadra di Serie A. La sua vicenda ti fa capire che non c’è da fidarsi di nessuno, soprattutto in quest’ambiente, perché oggi sei alle stelle, domani d’un botto ti ritrovi nelle stalle e fai fatica a capire perché".

- Fai il portiere, un ruolo che ha sempre stimolato e affascinato l’immaginario collettivo. Chi ti ha ispirato?

"Il primo è stato N’Kono del Camerun, stupendo nelle uscite alte di pugno. Sono tifosissimo della squadra africana, se dovessi andare ai Mondiali in Francia spero di incontrarla per scambiare la maglia. Anche quando giocavo a Subbuteo, fino a un anno fa, ne andavo pazzo, sceglievo sempre i Leoni d’Africa. Tra gli italiani il mio modello è stato Luca Marchegiani".

La parata che ti ha fatto saltare dalla sedia?

"Resto agli ultimi tempi: quella di Peruzzi contro la Roma all’Olimpico e quella di Turci ad Amsterdam contro l’Ajax".

E la tua parata da urlo?

"Il tiro ravvicinato di Sforza, nel finale di partita contro l’Inter, l’anno scorso. Sicuramente la più importante e quindi quella a cui sono più affezionato".

Apriamo il cassetto dei ricordi di un ragazzo diciannovenne, titolare del Parma.

"Senza dubbio la prima cosa a saltare fuori è la maglia rossa numero 12 dell’esordio in Serie A. Poi i guanti che mi regalò Taffarel quando giocavo ancora nei Giovanissimi. Li mettevo sempre. Ogni tanto mi piace tornare a vedere queste cose: sembrerà strano, ma anch’io mi lascio prendere dalle emozioni".

I Buffon sono una vera e propria polisportiva familiare...

"Magari è una questione di cromosomi. Siamo tutti nazionali. Mio padre Adriano è stato campione italiano juniores di lancio del peso, mamma Maria Stella ha detenuto il record di lancio del disco dal ‘71 all’88, le mie due sorelle, Guendalina e Veronica, hanno giocato entrambe nella Nazionale di pallavolo. Mio zio Angelo Masocco ha giocato a lungo a basket in Serie A1 e poi c’è Lorenzo, che è mio parente solo alla lontana, visto che è cugino di mio padre, e tuttavia al mio esordio per molti era diventato quasi mio babbo".

Che fine ha fatto la "mitica" Vespina cinquanta truccata?

"C’è ancora e ho intenzione di portarla a Carrara, così la userò d’estate. Per adesso le ferie le faccio ancora al mare, a casa mia. È il rifugio in cui torno non appena ho un momento libero: mi rilassa, mi ritempra".

Fino a qualche mese fa era facile incontrarti a lezione di balli latino-americani.

"Era esclusivamente un pretesto per conoscere la mia ragazza, Mary. Comunque mi divertivo molto. Adesso mi scateno in discoteca, alla domenica sera dopo la partita".

Che cosa ti fa perdere la pazienza?

"Le persone che cercano di raggirarti, di prenderti in giro. Sono impulsivo e per queste cose scatto come una molla".

Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, dov’è il tallone d’Achille di Gianluigi Buffon?

"Sono convinto che ci si debba sempre migliorare, e comunque con William Vecchi (preparatore dei portieri del Parma, ndr) lavoro prevalentemente sugli spostamenti laterali, nei quali devo acquisire un po’ più di velocità".

- Da bambino eri un bomber.

"Fino a 12 anni ho giocato fuori dai pali, ero uno che segnava anche parecchi gol. Poi mi è passata la voglia di correre e sono andato tra i pali. Nel mio caso non è valso il detto per cui il più scarso va in porta. Anzi, per giocare da portiere ho dovuto cambiare squadra, dal Perticata sono andato al Bonascola. Al mister, che non voleva permettermelo, lo ricordo ogni volta che lo vedo".

Si dice che nella vita il lavoro paghi sempre. E la fortuna quanto incide?

"Il lavoro paga se hai le qualità. Per me l’impegno assume un valore psicologico: se durante la settimana lavoro, la domenica entro in campo più tranquillo. Anche perché a tavola sono decisamente una buona forchetta. La sorte, ad ogni modo, gioca un ruolo decisivo, come dimostrano i miei esordi. A me piace molto Jovanotti e, come dice lui, mi ritengo davvero un ragazzo fortunato".

Al Fantacalcio compreresti Buffon?

"Assolutamente sì. Tra i miei compagni mi ha comprato Roberto Mussi: mi sento estremamente... responsabilizzato da quest’acquisto".

Come va con la scuola?

"Sono ancora bloccato in quarta ragioneria. Ma continuo, il diploma lo voglio".

Buffon e le mozzarelle.

"Quelle filamentose non le sopporto. A 9 anni un pezzo mi andò di traverso, non respirai per almeno 30 secondi, me la vidi davvero brutta. Un incubo".

Per lo scrittore uruguaiano Edoardo Galeano, il portiere è un solitario, condannato a guardare la partita da lontano. Senza muoversi dalla porta attende in solitudine, fra i tre pali, la sua fucilazione. Il gol è la festa del calcio: il goleador crea l’allegria e il portiere, guastafeste, la disfa.

"Io sono contento quando riesco a guastare le feste. La felicità del portiere è tutta interiore, riguarda la propria coscienza".

Il tuo compagno Fabio Cannavaro è stato eletto presidente della neonata Associazione per la tutela dei portieri.

"Si è montato la testa, mi dice sempre che gli devo rispetto, pretende che gli dia del "lei"".

Nel calcio esiste un luogo comune: tutti gli altri giocatori possono sbagliare di brutto una volta o anche più, ma si riscattano con una finta spettacolare, un passaggio magistrale, un tiro. Il portiere no. Con una sola papera rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. Per tutti la straordinaria carriera di Zenga rimarrà per sempre macchiata dalla papera su Caniggia ai Mondiali ‘90.

"Quello del portiere è un ruolo ingrato, sei sempre sottoposto a un’enorme pressione psicologica. Quando uno sceglie di fare il portiere sa a cosa va incontro. È una cosa stimolante, a me piace il rischio. Quando sto là davanti alla porta da solo per lunghissimi minuti penso un po’ a tutto, alle mie cose, guardo in tribuna se ci sono i miei amici, la mia ragazza. Penso a quello che ho fatto il giorno prima, si può pensare a tante cose durante la partita. Invece dopo aver commesso un errore hai addosso un nervoso incredibile, ripensi agli allenamenti fatti durante la settimana, in cui avevi eseguito mille volte bene le stesse cose e poi in partita vai a cadere nella più banale delle papere. Ecco, in questo caso hai tantissimo tempo per poter pensare".

Gli argentini Carrizo e Gatti, l’italiano Rigamonti in passato, il colombiano Higuita e il paraguaiano Chilavert in tempi più recenti, non ne hanno voluto sapere del portiere ancorato alla sola difesa della porta, ma hanno dimostrato che si può anche fare gol.

"A livello giovanile tiravo i rigori. Di una cosa sono convinto: prima della fine della carriera, una rete la segnerò. Non so come, se su rigore, su punizione o su azione, ma di certo una la faccio".

Restando a Higuita, la famosa parata dello scorpione (appoggiandosi a terra con le mani si alzano le gambe e la palla viene respinta con i tacchi) la vedremo mai fare a Buffon?

"No. C’è chi diventa famoso perché fa numeri funambolici e chi lo diventa per essere un buon portiere. È mia intenzione essere ricordato per la seconda cosa. Però mai dire mai: vai a sapere cosa può capitarti nella vita...".

LA SUA SCHEDA

Gianluigi Buffon è nato a Carrara il 28 gennaio 1978, È alto 1,88 m e pesa 84 kg. Esordì in Serie A il 19 novembre 1995 (Parma-Milan 0-0), all’età di 17 anni, 9 mesi e 22 giorni. Il debutto in Nazionale A risale al 22 ottobre 1997 (Russia-Italia 1-1), all’età di 19 anni, 9 mesi e un giorno (uno dei portieri più giovani della storia). Nel ‘93 è stato eletto miglior portiere della competizione Europea Under 16. È campione ai Giochi del Mediterraneo 1997, vicecampione europeo Under 16 1993. Con il Parma è giunto al secondo posto nel torneo di Viareggio del 1996 e nel campionato Primavera dello stesso anno.

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