Oliver BIERHOFF
Il fatto è che quella friulana è una razza così, gente che a
conoscerla appena ti sembra chiusa, accartocciata nei suoi pensieri. Ma se fai tanto di
aprire il sentiero che arriva al cuore, ti regala quello e anche lanima. Oliver
Bierhoff li ha capiti, i friulani. Li ha conquistati, li ha fatti innamorare. E adesso ha
imparato che il mestiere può essere anche festa. Una festa continua, che dura sette
giorni alla settimana, perché a Udine lui ha portato sogni e speranze, ha portato
lallegria del
calcio.
"La vedi negli occhi delle persone, di quelli che ti incontrano per strada. Lambiente è magnifico, noi viaggiamo verso traguardi che non ci saremmo mai aspettati e i tifosi ci sono accanto, sempre. Non esistono pressioni, soltanto affetto. Ci sentiamo avvolti, quasi protetti. Affrontiamo il futuro senza troppi calcoli, direi quasi alla giornata, e ci divertiamo ogni volta che andiamo in campo, per giocare o per allenarci. Ci divertiamo a fare il nostro mestiere, e non è poco".
Insomma, una specie di favola. Chissà se Oliver Bierhoff ha sempre creduto nelle favole, o se magari ha iniziato a crederci ripassando con la memoria tutta la sua avventura italiana. Una storia che assomiglia molto a quella del brutto anatroccolo che diventa cigno. "Conosco, se non sbaglio lha scritta Andersen. Posso anche fare qualche parallelo, se ripenso agli inizi difficili di Ascoli, allesplosione per molti improvvisa e inaspettata, alla Nazionale conquistata dopo mille difficoltà.Se ripenso, soprattutto, alla finale dellEuropeo 96. Quella sì che sembra una storia uscita dalle pagine di un romanzo. Ci sono tutti gli ingredienti: lo stadio di Wembley che è un tempio del calcio, il sottoscritto che si alza dalla panchina e va in campo a segnare i due gol che regalano il titolo alla Germania.Sì, vista così sembra una favola.Bella, sofferta. Invece è realtà, e la realtà si costruisce in maniera diversa".
Azzardiamo:centrano il
sudore e la voglia di sacrificarsi, può essere? "Sì, dietro cè il
lavoro. Tanto lavoro.E la fortuna, perché negarlo? Io ho avuto quella di trovarmi nel
posto giusto al momento giusto. E il posto giusto si chiama Udinese".
Tutto il contrario di Ascoli. Quattro anni, due retrocessioni. Non è il massimo, per uno che arriva in Italia perché gli hanno detto che il calcio vero è da queste parti... "Ma anche quelli sono stati anni importanti.Anni di formazione, se così si può dire. Ho avuto problemi di adattamento, nella prima stagione italiana.Poche soddisfazioni, molto lavoro. A testa bassa, cercando di non pensare ai gol che non arrivavano. Poi la strada lho trovata anche laggiù. Ne ho fatti quarantotto, credo di aver lasciato una traccia precisa del mio passaggio".
Da allora, una crescita continua. Non resta che cantare le gesta del gigante biondo che qui, in questa piccola città che gli ha dato sicurezza e affetto, si è scoperto cannoniere di fama internazionale. Non resta che metterne in fila le doti. Che sono intelligenza, pazienza, voglia di crescere e di rimettersi continuamente in discussione. Proviamo a metterle anche in ordine di importanza? "Ce nè una che curo più di tutte: la disciplina. Che mi ha permesso di non mollare mai, neppure nei momenti più difficili. Se alla domenica, durante la partita, qualcosa andava storto, durante la settimana in allenamento lavoravo ancora più duramente".
E pensare che non ne avrebbe avuto bisogno, Oliver Bierhoff.
"In che senso?".
Ma sì, la solita storia dei natali altoborghesi.Cè sempre quel vecchio luogo comune, quello che dice che nello sport di solito emerge chi ha necessità di emergere.
"Sciocchezze. Io lho sempre detto, mio padre non mi avrebbe mai fatto mancare niente, ma difficilmente avrebbe potuto assicurarmi lo stipendio che mi passa lUdinese. Quello me lo sono guadagnato da solo. E poi, scusate, non si può ridurre tutto a una questione economica. La voglia di arrivare, di raggiungere un traguardo, o ce lhai o non ce lhai. Questione di carattere. Di disciplina mentale, appunto".
In questo, almeno, la famiglia centra. "Sì, perché mio padre Rolf e mamma Silvie mi hanno dato uneducazione di questo tipo.Insegnandomi come funziona la vita, spiegandomi che comunque lumiltà paga. Nella mia carriera ho avuto momenti difficili.Avrei potuto mollare, dedicarmi a nuove idee e nuovi obiettivi, sapevo che non sarei ripartito da zero.Ma i miei genitori non mi hanno mai consigliato di lasciar perdere.Se credi in quello che stai facendo, mi dicevano, stringi i denti e tieni duro. Il miglior aiuto che potessero darmi".
E paga davvero, lumiltà?
"Eccome. Io non mi sono mai montato la testa, nemmeno adesso che tutti mi trattano come un fenomeno del calcio.Non lo dico per dire, chiedetelo a quelli che mi stanno intorno se sono cambiato. E se trovate qualcuno che può parlarvi male di me a ragion veduta, presentatemelo. Sarei curioso di conoscerlo".
Di sicuro non se ne trova uno a pagarlo, a Udine. Un posto dove ti accarezza il vento e ti sospinge lieve alle spalle, se ti chiami Oliver Bierhoff. "Il salto di qualità definitivo lho fatto qui, e sono cose che ti restano dentro se credi in certi valori. Io ci credo ancora, e sono felice di far parte del gruppo che ha portato lUdinese in Coppa Uefa, che le ha fatto fare un passo importante nella storia del calcio italiano".
Avanti con la modestia. Altro che uno del gruppo, Oliver Bierhoff il gruppo lo ha trascinato.
"Chi lo dice?"
Tutti, lo dicono tutti.
"Esagerano".
Lo dicono anche i
numeri. Dallinizio dellavventura in Friuli, Oliver Bierhoff ha mancato
lappuntamento col campo tredici volte. Il bilancio parla di due vittorie, tre
pareggi e otto sconfitte. Non è esattamente una media-Uefa. "Una premessa: se
cè una cosa che non mi va è mettermi al centro dellattenzione, soprattutto
ora che vivo in unisola felice.Detto ciò, posso essere daccordo sul fatto che
di questa squadra sono uno dei pilastri. Ma un pilastro, da solo, non serve a
niente.Intorno deve esserci una struttura.Intorno a Bierhoff cè il gruppo, ci sono
altri talenti, cè un tecnico che ha costruito tutto questo, struttura e colonne.Io
di sicuro sto dando qualcosa allUdinese, ma senza lUdinese non sarei quello
che sono.Il favore è reciproco".
Ingredienti per entrare nella storia, per far sognare unintera città. Chissà quale forza segreta la muove, questa squadra che è diventata una macchina da corsa. "Lho detto, ci stiamo divertendo come matti. E sogniamo, certo, ma senza esagerare. Durante la settimana ci alleniamo pensando alla partita della domenica, più in là non andiamo. Piccoli passi, li chiamano.Ma a volte portano lontano".
LUdinese è il gruppo, e il gruppo è anche amicizia. "Siamo tutti professionisti, sappiamo che le strade e i destini si dividono da un giorno allaltro.Soprattutto nel calcio di oggi, che ti costringe a tenere la valigia sempre a portata di mano, che ti mette di fronte lo stesso avversario con due maglie diverse nel giro di un mese e guai se ti stupisci. Però certi sentimenti esistono ancora.Per fortuna, aggiungo. Da noi cè questo spirito, questo senso dellavventura da affrontare tutti insieme.Cè anche qualche legame che durerà nel tempo, al di là delle fortune e delle scelte personali.Nel mio caso, quelli con Helveg e Calori. Alessandro è una persona vera, anche fuori dal campo.E sono veri i suoi valori, gli stessi in cui credo io.Per lui la maglia dellUdinese è una seconda pelle, sente che questa squadra è una parte importante della sua vita e sta vivendo intensamente questo periodo. Mi piace, trasmette positività".
LUdinese è Alberto Zaccheroni, anche. "Uno che questa storia lha scritta, che questa squadra lha costruita pezzo dopo pezzo.Di lui mi sono piaciute subito lonestà e la sincerità.Quando arrivai a Udine mi disse molto chiaramente che non ero stato la sua prima scelta.E poi si mise a lavorare insieme a me, con pazienza, aiutandomi a migliorare giorno dopo giorno.Gli devo tanto di quello che sono oggi.Per lui devo essere una specie di scommessa vinta".
Giri intorno e finisci sempre a ragionare di Udine.Il centro del mondo, di questo Mondobierhoff. Anche la Nazionale è arrivata partendo da qui, e se oggi, a un pugno di mesi da France 98, Oliver è una stella del gruppo di Berti Vogts, lo deve anche a quello che ha mostrato e dimostrato da queste parti. "Avevo bisogno di giocare in Serie A, questo è sicuro.Fossi rimasto immerso nei campionati minori, nessuno si sarebbe accorto del sottoscritto. Invece è andata bene, qui sono cresciuto e ho lanciato messaggi precisi al Ct".
Fatti, non parole. "Proprio così. E poi è arrivato il mio giorno a Wembley, la famosa favola, e adesso anche in Nazionale cammino sulle mie gambe, e credo proprio di essermi conquistato fiducia e rispetto.In questo caso sì che parlano i numeri: tredici gol su diciannove presenze, spesso entrando in campo a partita iniziata".
E un bel contributo alla qualificazione per i Mondiali: sei gol nelle ultime cinque partite della Germania valgono un biglietto speciale per la Francia. "A questo punto, credo proprio di sì. E spero che tutto vada nel migliore dei modi, di qui a giugno.Perché per me sarà la prima volta, a questavventura tengo parecchio".
Diciamo la verità: la
vita è cambiata, per Oliver Bierhoff. "Me ne accorgo perché mi cercano
tutti.Rilascio interviste ai giornali di mezza Europa, non trovo nemmeno più il tempo.Mi
metto a parlare e a volte mi perdo nei pensieri, vorrei restare a discutere per ore e
invece no, mezzora e via. Lo so che per uno che viene a cercarmi mezzora è
niente, ma mettetevi nei miei panni, provate a cucirle insieme tutte quelle mezze ore.Non
basta una giornata, per fare quello che ho in testa".
Nemmeno più il tempo per studiare, si direbbe. "Quello lo trovo, invece. E a fine anno mi laureo in Economia e Commercio. È stata dura, ma ormai vedo anche questo traguardo e voglio arrivarci".
Il difficile è coniugare larte del pallone con il mestiere di apprendere. "Per questo dico che è stata dura.Io mi sono preparato privatamente, non ho potuto frequentare lezioni. È un po più complicato, ma alla fine forse dà anche maggiori soddisfazioni. E poi la materia è fantastica.Non è così arida come la si dipinge, non serve solo negli affari. Anzi, torna utile anche nella vita di tutti i giorni".
Una laurea per pensare al futuro.A un futuro che non ha niente a che vedere col calcio, si direbbe. Mai pensato a un Bierhoff allenatore, o dirigente, a un Bierhoff comunque immerso in questo mondo anche dopo? "Non lo so, non mi sono mai posto il problema.Non voglio uscire dallambiente a tutti i costi, quello che sto preparando è un futuro che mi piaccia davvero. E poi sì, con una laurea in Economia e Commercio e un passato da calciatore si può anche restare nel mondo dello sport, un mondo che si sta rinnovando come gli altri, alle soglie del terzo millennio. Ci sono nuove attività, nuove possibilità. Nel marketing, nella gestione delle società sportive.Ci voglio ragionare con calma, ho trentanni e sui campi di calcio ho ancora qualcosa da dire, e da dare".
Un posto dove vivere, quando i riflettori saranno spenti.Le radici sono lassù, in Germania, ma un po di cuore adesso è anche in Italia. "Non ho idee chiare, al riguardo. Dipenderà dalle offerte che riceverò, non mi dispiacerebbe restare qui, o magari tenere contatti con questa terra che è diventata un po la mia, dopo sette stagioni italiane.Potrei anche andarmene negli Stati Uniti per due o tre anni, per approfondire gli studi e specializzarmi".
Questa terra è davvero la terra di Oliver Bierhoff?
"Da sempre. Ci sono le origini friulane di nonna Wilma, di cui ormai hanno parlato tutti.Ci sono le vacanze in Sicilia, una ventina danni fa, quando ero un ragazzino. Ho ricordi ed emozioni indimenticabili, legate a quei tempi. E poi cè il Bierhoff calciatore, che in effetti è nato qui. Sì, amo lItalia e amo gli italiani, che sono un popolo unico. Mi piace la loro allegria, il loro modo di vivere e la loro capacità di sdrammatizzare certe situazioni apparentemente intricatissime".
Tutto bello, insomma.Un mondo perfetto. "Non ho detto questo. Se lallegria va oltre le righe, si porta dietro un po di caos. Succede, in Italia, ed è la prima cosa che salta agli occhi di uno venuto dal Nord Europa. E poi, degli italiani non mi piace il modo in cui si confrontano con la natura.A volte le mancano di rispetto, dalle nostre parti abbiamo una cultura diversa in questo senso. Personalmente non sono un maniaco, ma credo sia giusto pensare allambiente perché significa pensare al futuro, alle generazioni che verranno.Un po come facevano gli indiani dAmerica, che prima di prendere una decisione pensavano agli effetti che avrebbero provocato sui loro figli, e sui figli dei figli.Bisognerebbe recuperare questo tipo di saggezza".
Ai figli ci pensa, Oliver Bierhoff? "Ci penso, anche se per ora non ho fatto programmi precisi in questo senso.Amo i bambini, vorrei essere un buon padre.Trasmettere sicurezza, serenità, insomma quei valori che mio padre ha trasmesso a me".
La famiglia, domani, sarà anche Klara. Che oggi vive intensamente il suo lavoro di indossatrice, che ha un recentissimo passato da atleta e per questo può capire il suo uomo, e i sacrifici che affronta. "Lei ha 27 anni e fino a qualche mese fa giocava a basket in Germania. Un talento, davvero. Ora ha deciso di vivere qui e continuare sarà più difficile".
Ha fatto una scelta. La fece anche Oliver, a quattordici anni. Da una parte cera il calcio, dallaltra il tennis. Fu la scelta giusta, perché probabilmente non sarebbe mai diventato Becker ed è diventato Bierhoff. Che in Germania, in quanto a popolarità, ha più o meno lo stesso senso. "Non so se avrei fatto strada, con una racchetta in mano.Era il classico periodo in cui un ragazzino fa di tutto e deve decidere la sua strada. Se avessi continuato col tennis, avrei dato più spazio anche agli studi. Magari mi sarei laureato prima, ma non credo che sarei diventato un campione. Oggi, forse, sarei uno che continua a giocare così, per la salute e per divertimento.Invece sono uno che ci vive, di sport.Un professionista.È andata meglio così".
Il bello è che non è ancora finita. Chissà poi dove vuole arrivare, questo gigante biondo che piace da impazzire ai tifosi e ancor più alle ragazze, che qualcuno vorrebbe vedere più spesso in passerella alle sfilate di moda, un mestiere affrontato per gioco e per un giorno qualche mese fa. Non è che da grande vuol fare lindossatore, Oliver Bierhoff?
"Direi proprio di no.Quello è stato un gioco, appunto.Vestire bene fa semplicemente parte del mio stile di vita. Per me significa aver rispetto di se stessi, volersi bene.Ma non potrei trasformare un piacere in professione".
Con il calcio cè riuscito... "Altra storia. E in questo caso, poi, la storia non è ancora finita. Non è che oggi io mi senta arrivato, perché tutti mi cercano.Ho imparato che il vento gira, che arriveranno momenti difficili in cui resteranno accanto solo gli amici veri. E che bisogna sempre migliorare, che non si finisce mai di crescere, perché nel calcio è difficile salire in alto, ma restare in quota è ancora più duro".
Intanto, cominciano a sfilare i titoli di coda sullavventura di Udine.Non è un segreto, inutile nasconderlo.Sembra proprio che Oliver Bierhoff abbia un futuro bianconero. Dopo Ascoli, dopo Udine, si avvicina la Juventus. "E adesso non è il momento di pensarci.Del resto, anche dopo il primo anno a Udine ero già sulla rampa di lancio, per tutti.Invece sono ancora qui, a sognare insieme ai miei compagni e a tutta la città. Non svegliatemi, per il momento"
Eppure lha sempre detto:una grande squadra, adesso manca soltanto una grande squadra. Unipotesi: facciamo che lUdinese arrivi in alto, ma in alto per davvero.Poi, Bierhoff non avrebbe più bisogno di cercare una grande squadra.Lavrebbe tutta intorno, per di più dopo aver contribuito alla sua nascita. "Se lUdinese entra nella storia del calcio, questo gruppo entra nella storia dell Udinese. Bella prospettiva. Ma a questo io ci ho già pensato, esattamente lestate scorsa.Ero sul mercato, non è un segreto, però non avevo nessuna intenzione di andarmene. Sarebbe stato brutto lasciare Udine proprio alla vigilia del debutto in Coppa Uefa.A quel traguardo avevo partecipato, lo sentivo una cosa mia, da vivere fino in fondo".
Chissà che non succeda ancora, in fondo stiamo parlando di sogni, di favole. A Udine ci sperano e un po ci credono. Di sicuro, il gigante non lascerà lItalia. "Perché qui si gioca sempre il miglior calcio.Anche se altre nazioni, penso soprattutto allInghilterra e alla Spagna, stanno recuperando il divario.Ma il fascino e la durezza del calcio vero puoi conoscerli solo se giochi qui".
Oliver Bierhoff si immerge nella sua Udine.Due passi in piazza San Giacomo, un caffè in centro, quattro chiacchiere con la gente di qui, che gli ha aperto il cuore e gli si stringe intorno con discrezione, lasciandogli aria buona da respirare.In fondo, questa è quasi casa.Sarà difficile fare le valigie e salutare. A uno come lui, verrà sempre una dannata voglia di voltarsi indietro.
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