Giuseppe BERGOMI

(Inter)

- Beppe, critici autorevoli ti hanno candidato per il Mondiale. Tu cosa fai, ti aggreghi?

"È un periodo bellissimo per me. Gioco tanto e bene, mi sento addosso la freschezza di un giovane, ho ritrovato in pieno il gusto di essere calciatore. È quasi inevitabile pensare alla Nazionale, chi non lo farebbe? Anche Simoni mi ha proposto, ringrazio tutti e... spero".

– Tu cosa chiederesti a Maldini?

"Non penso che io debba parlare: Maldini mi conosce bene, insieme abbiamo fatto due Mondiali, 1982 e 1986, quindi sa cosa posso dare. Da parte mia mi basterebbe essere nel gruppo, non pretenderei certo di giocare. Già partecipare al Mondiale sarebbe una festa straordinaria: gli occhi di tutti addosso, il meglio del calcio del pianeta, non potrei chiedere di più".

– E al 1998 cosa chiedi?

"Sul piano professionale non ho alcun dubbio: lo scudetto, un regalo che i nostri tifosi aspettano da troppo tempo".

– Siete sulla strada buona.

"E anche in... buona compagnia: nel senso che anche la Juve va fortissimo, più forte dell’anno scorso quando vinse il titolo. E poi ci sono il Parma e il Milan che risale di prepotenza. E persino l’Udinese, che gioca un gran calcio".

– Però con un libero come zio Bergomi l’Inter non teme nessuno.

"Magari, bastassi io. Però è vero che in questo ruolo mi ritrovo divinamente. L’ho ricoperto a inizio carriera, poi saltuariamente in altri brevi periodi. Quando Simoni me l’ha proposto, l’estate scorsa, non ho avuto un attimo di esitazione, soprattutto per la fiducia che il tecnico mi ha dimostrato. Con lui ho un ottimo rapporto, "sento" quanto si aspetta da me e mi carico ancora di più".

– Stai andando alla grande. Ma quando appenderai le scarpe al chiodo?

"Il mio rapporto con l’Inter scadrà il prossimo 30 giugno e non so ancora quando smetterò. Per correttezza ho deciso di rinnovare il contratto di anno in anno: quando sentirò di non farcela più sarò io ad annunciare alla società che intendo farmi da parte. Per adesso le cose vanno così bene che la fine della carriera mi sembra lontanissima. Invece arriverà, fatalmente, ma non ci voglio pensare. E comunque è chiara una cosa: chiuderò la mia carriera con l’Inter, ormai i colori nerazzurri li ho sulla pelle, non avrebbe senso cambiare".

– Anche perché a vederti sul campo non si direbbe che hai compiuto 34 anni...

"In realtà si tratta di un fatto quasi naturale. C’è una frase che mi piace, di Galante, un ragazzo davvero in gamba che ho... adottato, nel senso che cerco di stargli il più possibile vicino per aiutarlo a crescere:"Se ci mettiamo un cappuccio in testa durante l’allenamento" mi ha detto una volta "e qualcuno che non ci conosce ci vede correre e scattare, direbbe senz’altro che io ho 34 anni e tu 24!". Gli ho risposto che quando si invecchia le forze cominciano a venir meno, così bisogna allenarsi sempre di più per stare al passo. Dieci anni fa dovevo faticare molto meno di adesso: col tempo se ne accorgerà anche Galante. In queste ultime due stagioni poi ho fatto una preparazione particolare, basata sul potenziamento muscolare: di questo devo ringraziare il preparatore Bordon, un vero "mago". Poi c’è il mio entusiasmo, che mi porta ad allenarmi sempre di più rispetto agli altri. Ci tengo a far bella figura e devo confessare che amo ancora da morire il campo, la fatica, gli allenamenti, la partita e, perché no, il gusto di vincere. In tutto questo sta il segreto dei miei... ventiquattro anni".

– Anni comunque intensissimi. Se dovessi fare un film sulla tua carriera, quali "flash" sceglieresti?

" Innanzitutto la mia militanza nel settore giovanile dell’Inter. Avevo avuto una delusione, da bambino, quando un provino positivo per il Milan era stato vanificato da una malattia, i reumatismi nel sangue, peraltro poi superata rapidamente. Non avevo neanche quattordici anni, era il settembre 1977, entrai all’Inter ed ebbi la fortuna di trovare Arcadio Venturi, un tecnico che credette subito in me, creando un rapporto di quelli "speciali" che si instaurano talora nei vivai: mi teneva in campo più degli altri, mi seguiva passo passo, mi sosteneva nei momenti negativi, perché era convinto che possedessi le qualità per sfondare. Non gli sarò mai abbastanza grato".

– Episodio numero due?

"L’esordio in Serie A, naturalmente. Avevamo vinto il Torneo di Montecarlo con la Nazionale Juniores, l’allenatore Bersellini mi mandò in campo nel febbraio del 1981, avevo compiuto 17 anni esattamente da due mesi, credo ci volesse un bel coraggio da parte sua. Giocavamo contro il Como, entrai al posto di Oriali, con cui poi avrei vinto il Mondiale (oggi è il direttore sportivo del Bologna, n.d.r.) ed è inutile dire che fu bellissimo, anche se non ricordo un’emozione particolare. Piuttosto incoscienza: quando sei così giovane sai che puoi sbagliare e non succede niente. E poi sei la mascotte di tutti, che fanno a gara per aiutarti. Il difficile è venuto dopo, di quel giorno conservo uno stupendo ricordo".

– Flash numero tre?

bergomi_01.jpg (6870 bytes)"Il Mondiale. Quando penso a Spagna ‘82 mi viene in mente subito Dino Zoff. Era il capitano, l’uomo di maggiore esperienza, una specie di mito, a quarant’anni ancora il miglior portiere in circolazione. Mi prese sotto la sua ala protettiva, avevo appena diciotto anni e alle spalle una sola presenza in azzurro, l’esordio a Lipsia in aprile in amichevole contro la Germania Est, con cui avevamo perso di misura. Zoff, dunque, e poi la mia prima partita, l’ingresso in campo nell’occasione più difficile, al 34’ del primo tempo in sostituzione di Collovati. Stavamo vincendo per 2-1, cominciavamo a credere di poter vincere la partita "impossibile" contro il Brasile di Junior, Falcão, Cerezo, Zico, Socrates. Mi arrivò l’ordine e l’emozione mi paralizzò: non riuscivo ad allacciarmi le scarpe, faceva un gran caldo e tutto girava vorticosamente. Poi, una volta dentro, mi toccarono prima Serginho e poi Socrates, senza nessun problema. Una partita indimenticabile, che finì 3-2 aprendoci la strada per il trionfo finale".

– Flash numero quattro?

"Sempre il primo Mondiale, la finale di Madrid contro la Germania. Seppi solo quel giorno, l’11 luglio, che la sera avrei giocato. Avevano cercato giustamente di recuperare Antognoni fino all’ultimo, non fu possibile e allora Bearzot si volle cautelare con un difensore in più. Di quella partita mi è rimasta impressa una curiosa sensazione di predestinazione: dopo aver battuto il Brasile, la squadra più forte, eravamo consapevoli di aver superato l’ostacolo più duro e dunque che in qualche modo il titolo mondiale fosse "inevitabile". Così ci eravamo sbarazzati della Polonia in semifinale, così dopo che Cabrini fallì il rigore non ci disperammo più di tanto. Sapevamo di essere i più forti e infatti alla fine stravincemmo 3-1. La festa nella notte di Madrid e la Coppa alzata al cielo le ho ancora nel cuore. Avevo solo diciotto anni".

– Capitolo numero cinque?

"Gli anni di Trapattoni all’Inter. Un quinquennio formidabile, dal 1986 al 1991. Finalmente riuscivamo a vincere qualcosa dopo tante delusioni: lo scudetto dei record nell’89, la Coppa Uefa nel ‘91, la Supercoppa italiana. Ma soprattutto eravamo un gruppo fortissimo, eravamo sempre protagonisti, arrivammo secondi e terzi in campionato. In squadra c’erano cinque nazionali italiani e tre tedeschi, una potenza".

– E siamo al numero sei...

"La delusione più forte: i Mondiali del ‘90. Ero il capitano, giocavamo in casa, fu una grande incompiuta per via della maledetta sconfitta ai rigori contro l’Argentina a Napoli. Eravamo più forti, eravamo andati in vantaggio con Schillaci...".

– ... poi arrivò il pareggio di Caniggia sull’errore di Zenga.

"Già, un errore di valutazione di Walter, il primo errore di tutta la difesa in quel Mondiale. Il giorno dopo si disse che Vicini aveva sbagliato a non far giocare Vierchowod, ma come poteva cambiare una difesa fino a quel momento impeccabile? In realtà fu decisivo il clima strano in cui giocammo. Eravamo a Napoli, Diego Maradona aveva preparato ad arte la partita, stuzzicando i tifosi del Napoli: vi ignorano tutto l’anno e adesso vi chiedono aiuto per sostenere la Nazionale. Entrammo in campo per il riscaldamento, sentimmo qualche applauso, ma anche una certa freddezza. Una parte dei tifosi era con l’Argentina di Diego, noi eravamo abituati al clima magico dell’Olimpico a Roma, una simbiosi con la gente che ci dava un’enorme fiducia e patimmo il contraccolpo. Soprattutto per questo non riuscimmo a condurre in porto la vittoria. Feci fatica a digerire il passo falso, per fortuna l’anno dopo arrivarono il secondo posto in campionato e la Coppa Uefa".

– Cambia la scena. Capitolo sette.

"Un’altra grande delusione, l’anno di Orrico allenatore dell’Inter. 1991-92, una stagione nera. C’erano difficoltà di squadra e personali. Andava di moda Sacchi, Orrico volle portare il modulo a zona nell’Inter e quello che ancora oggi mi dà fastidio è che subito tutti diedero addosso a me e a Ferri, come se il fatto di avere sempre giocato a uomo ci impedisse di giocare a zona. Chi conosce il calcio sa che chi è bravo se la cava con entrambi i moduli, magari con un piccolo periodo di ambientamento per passare dall’uno all’altro, ma niente di più. Per farla breve, soffrii molto, non ero tranquillo mentalmente e la cosa in generale non poteva funzionare perché Orrico, bravissimo a parlare con la gente e con la stampa, in realtà in allenamento era piuttosto superficiale, non considerava che per il modulo che proponeva avremmo dovuto provare e riprovare fino alla noia, come faceva il Milan con Sacchi. Fatto sta che dopo la sconfitta con l’Atalanta lui si arrese, alla fine non ci qualificammo nemmeno per la Coppa Uefa, una stagione da buttare".

— Scena numero otto?

"E anche l’ultima. Siamo quasi ai giorni nostri, la presidenza Moratti. La divido in due periodi. Nel primo non abbiamo lottato ad armi pari, avevamo in squadra gente non all’altezza della situazione; riuscire comunque ad arrivare alla finale di Coppa Uefa fu un buon risultato. Quest’anno invece la squadra c’è, abbiamo notevoli qualità e siamo sulla strada giusta. Di più preferisco non aggiungere: sapete, la scaramanzia...".

— E soprattutto una grande stagione di Bergomi, impiegato da libero dopo l’esperienza —l’anno scorso — da terzino sinistro.

"Già, io fluidificante mancino: non me lo sarei mai aspettato. Tutto dipese dall’amichevole estiva con il Manchester United: Tarantino era infortunato, Pistone era reduce dalle Olimpiadi, a Hodgson non restò che schierare me come terzino sinistro. Vincemmo 3-0, io me la cavai, anche se all’inizio vedere il campo in maniera opposta a quella cui sei abituato non facilita il compito. Insomma, quando è ricapitato, Hodgson ci ha riprovato e alla fine ho recuperato il posto da titolare. A inizio stagione giocavo molto in Coppa e poco in campionato, poi sono diventato un "sempre presente", segno che dello "zio" c’era ancora bisogno. Proprio come quest’anno: la mia esperienza, evidentemente, fa comodo".

– Anche perché di grandi difensori come Bergomi, una volta la specialità del calcio italiano, ne nascono sempre meno. È stata la zona a "rovinarvi"?

"Sarebbe riduttivo spiegare tutto con il modulo tattico. Il grande difensore sa giocare sia a uomo che a zona. Secondo me si tratta di un fatto casuale, di generazioni, e magari conta anche che i ragazzini che cominciano vogliono tutti fare i centrocampisti o gli attaccanti, i ruoli che danno più notorietà e gloria".

– Quanto è cambiato il modo di essere difensore?

"Tantissimo. Rispetto ad adesso, quando ho cominciato era una pacchia. Oggi non puoi passare il pallone indietro al portiere, alla prima scorrettezza vieni ammonito, devi stare attento al fallo da ultimo uomo. Una volta il difensore, così come il portiere, era meno assillato".

– Il calcio italiano ha perso i vari Zola, Ravanelli, Panucci, Vialli, Di Matteo, Vieri. È crisi?

"Si dice sempre così, i tempi andati sembrano sempre i migliori, ma io non sono d’accordo. Di quelli che hanno lasciato l’Italia, i più forti sono emigrati in vista di grandi guadagni, ma con un pizzico di amarezza, nel senso che se avessero potuto sarebbero rimasti e alla prima occasione cercheranno di ritornare. Diverso il discorso per chi in Italia non trovava più posto oppure, essendo avanti con l’età, ha fatto la "scelta di vita", comprensibilissima, di monetizzare al massimo le ultime stagioni. Il calcio italiano non è in crisi, sono gli altri che adesso hanno maggiori disponibilità economiche rispetto a prima.E poi, noi abbiamo avuto la forza di ingaggiare Ronaldo, il miglior calciatore del mondo: questo non è certo un segno di crisi".

– Bergomi non andrà mai all’estero?

"L’ho già detto: chiuderò nell’Inter. Non avrebbe senso lasciare questi colori dopo tanti anni".

– E "dopo", hai già pensato a cosa farai?

"Non lo so ancora, ma vorrei restare nell’ambiente. Ci sono tre possibilità. La prima, fare l’allenatore, e mi attira parecchio, anche se ogni tanto mi dico che è diventato un mestiere sempre più difficile, sempre più esposto a pressioni e a stress. La seconda, fare il dirigente, visto che il presidente Moratti mi ha detto che nel club per me ci sarà sempre un posto quando avrò smesso di giocare. Terza possibilità: uscire dall’Inter, mettermi in società con Giocondo Martorelli, più che il mio procuratore un caro amico, e lavorare insieme".

– Fare l’allenatore è diventato più difficile, ma anche più gratificante: girano ingaggi miliardari, pari se non superiori a quelli dei campioni più forti...

"C’è un gruppo ristretto di grandi, come Lippi e Capello, considerati moltissimo e praticamente "inattaccabili", dato che hanno dimostrato di essere determinanti. Per gli altri però è dura. Poi ci sono le mode: oggi sono tornati in prima pagina i Mondonico, i Simoni, i Trapattoni, che solo qualche anno fa parevano irrimediabilmente superati in quanto portabandiera del calcio "all’italiana". Rimanere a galla non è facile".

– Oltre alla tattica sembra diventata importante la psicologia.

"È vero. Ne parlavo qualche tempo fa con Carlo Muraro, l’ex ala dell’Inter che oggi fa l’allenatore ed era in giro ad aggiornarsi. Secondo lui alcuni allenatori di A non hanno i "numeri" quanto a conoscenze tattiche, ma riescono a rimanere nella massima categoria per la capacità di tenere il "gruppo", di motivare al massimo i giocatori".

– Oggi chi è il migliore?

"Ammiro moltissimo Marcello Lippi, che riesce ad alternare tanti giocatori riuscendo sempre a far giocare bene la sua Juventus. Ha costruito un’ossatura di base, con alcuni capisaldi. Gli altri li alterna, così nessuno si sente mortificato in panchina e chi viene momentaneamente escluso non fa polemiche".

– Ormai sei la "memoria storica" dell’Inter. Come giudichi i tre presidenti che hai avuto?

"Fraizzoli era un signore vecchio stampo, un papà per i giocatori. Quando capì che il calcio stava cambiando si fece da parte. Pellegrini ha speso tanto e raccolto poco, in proporzione, soprattutto perché per vincere ci vuole una società forte nei tre elementi-chiave: presidente, direttore sportivo e allenatore. Lui invece ha sempre avuto problemi con i collaboratori diretti, Giuliani prima, Boschi poi. Aveva fatto il gran colpo prendendo Trapattoni, uno che faceva tutto, anche il parafulmine, e copriva le magagne del club; a un certo punto però il presidente si accorse che stava diventando l’Inter di Trapattoni e non quella di Pellegrini e lasciò andare il tecnico. Fu un errore fatale, dopo non è più riuscito a far tornare i conti. Ora c’è Moratti, che ha grande passione, tradizione di famiglia e pure competenza. Mi sembra che abbia terminato il periodo di rodaggio e penso si possa puntare forte sull’Inter per il futuro".

- Nazionale, un’ingiustizia.

"Un pizzico di malinconia. Tutto per quella lunghissima squalifica (sei partite, n.d.r.) dopo l’espulsione, l’unica della carriera in azzurro, subita all’ultimo minuto contro la Norvegia a Oslo nel giugno di sette anni fa. Poco dopo Vicini fu sostituito e mi è rimasto il cruccio di non aver fatto almeno uno stage con Sacchi: vedendomi in campo, conoscendomi direttamente, avrebbe potuto liberarsi dei pregiudizi sul mio conto, anche dal punto di vista tattico. Confesso che ho sofferto per un anno della mancanza della Nazionale, non riuscivo proprio a mandarla giù. Mi restano comunque 77 partite e tante soddisfazioni. E poi...".

– E poi, come detto, non si sa mai. A proposito: quale soddisfazione vorresti ancora toglierti?

"Giocarmi una chance in Champions League. Arrivammo in semifinale al mio primo anno, uscimmo per mano del Real Madrid. Poi con Trapattoni fummo eliminati al primo turno dal Malmö. Mi piacerebbe avere la... rivincita il prossimo anno".

– Qual è l’attaccante che ti ha fatto soffrire di più in carriera?

"Sono stati tantissimi... Ne metto tre al primo posto: Van Basten, Gullit e Careca. Li ho anche marcati bene, ma che fatica: erano tre fuoriclasse assoluti".

– Prova a darti la pagella. Come giocatore...

"Il mio pregio maggiore è la capacità di concentrazione, riesco a trovare gli stimoli e l’attenzione assoluta anche nella partita più facile. Come difetto riconosco che dovrei riuscire a rilassarmi un po’ di più, invece ancora oggi avverto una tensione altissima in partita, che minaccia sempre di bloccarmi".

– ... e come uomo.

"Sono una persona perseverante, umile, con grande dedizione al lavoro, altrimenti non sarei riuscito a rimanere tanti anni nell’Inter. Ho il difetto di essere un po’ introverso, fatico sempre molto prima di aprirmi con una persona, anche se poi mi piacciono i rapporti veri. Sono un uomo felice, ho una moglie e un figlio, Andrea, stupendi. Spero che questo momento magico duri ancora a lungo".

CAMPIONE DEL MONDO A 18 ANNI

Ora che un nuovo anno mondiale ha preso il via, sarà bene ricordarsi di lui. Che è diventato famoso vincendo il Mondiale di calcio all’età di diciotto anni, quando di solito i ragazzi i campioni li guardano in televisione o li incrociano sgambettando nelle giovanili. E oggi è ancora qui, unico superstite di quella splendida cavalcata dell’82, talmente in forma da proporre la propria candidatura a un clamoroso ritorno sulla scena azzurra. All’epoca, sedici anni fa, il fatto non suscitò poi tanto clamore, per via dei baffoni neri da carabiniere, che facevano apparire Beppe Bergomi come uno dei più maturi tra gli azzurri. Tanto più che, nonostante non fosse ancora stato sotto le armi, nell’ambiente per tutti lui era "lo zio", perché, ai tempi della sua precoce apparizione in prima squadra, il mediano Marini, della vecchia guardia dell’Inter, dopo averlo squadrato da baffi a fondo aveva sentenziato: "E tu avresti solo diciassette anni? Ma se sembri mio zio...".

Sulla sua folta peluria sorsero addirittura delle leggende. Qualcuno sosteneva che fosse nato già con i baffi in dotazione, altri che con i primi risparmi del pallone fosse riuscito a coronare un vecchio sogno: comprarsi un tosaerba per rifilarsi le sopracciglia. Finché fu la madre, Franca, in una intervista alla "Gazzetta dello Sport", a intervenire autorevolmente in materia, mettendo fine alle voci una volta per tutte: "Non esageriamo, al mio Beppe i baffi sono spuntati solo a undici anni. Di barba vera si può parlare attorno ai tredici anni e mezzo". In quel "solo" c’era tutta l’esasperazione raggiunta dalla questione. Perché nel calcio italiano capita anche di finire sotto processo per eccesso di pelo.

Il suo aspetto precocemente adulto, d’altronde, aveva sempre creato qualche problema, come ha ricordato Arcadio Venturi, allenatore delle giovanili dell’Inter quando vi approdò Bergomi: "La cosa sconvolgente di quel ragazzino è che non era un ragazzino. Io me lo trovai di fronte quando aveva quattordici anni e vi assicuro che ogni domenica di campionato passavo mezz’ora a convincere i dirigenti della squadra avversaria che il nostro numero 6 era effettivamente un Allievo: ma puntualmente nessuno mi credeva, nemmeno di fronte alla carta d’identità di Beppe. I suoi compagni neppure portavano le tessere al campo, però guai se lui ne era sprovvisto, non lo avrebbero fatto giocare". Con quei baffoni, gli avversari sospettavano che l’Inter per barare cercasse di schierare anche lo zio di uno dei giocatori. A forza di essere considerato vecchio pur trovandosi ancora praticamente in età scolare, Bergomi finì col calarsi completamente nella parte, rovesciando le categorie tradizionali e cominciando dopo i vent’anni, lentamente ma inesorabilmente, a ringiovanire. E, tanto per dimostrare che faceva sul serio, eliminò i baffi che l’avevano reso celebre e si acconciò i capelli a spazzola, in versione marine. Tanto per assomigliare di più alla propria carta d’identità e farsi chiedere dalla gente come mai lo chiamassero zio mentre al più poteva sembrare un nipote.

Tutto quanto precede c’entra poco col calcio (anzi, quasi nulla) ed è un peccato perché in realtà Beppe Bergomi è stato ed è magnificamente tuttora un campione autentico, non soltanto di precocità e ora di scintillante longevità. Un difensore della scuola italiana, cioè un marcatore di stampo antico, capace di giocare praticamente in ogni ruolo della difesa. Difatti cominciò da libero, poi si specializzò come terzino di fascia destra e all’occorrenza stopper. Hodgson lo schierò da terzino sinistro, forse per dimostrare che l’eclettismo di Bergomi, come tutte le cose umane, aveva dei limiti. Lui invece, dopo un breve rodaggio, si calò talmente bene nella parte da mettere in imbarazzo lo stesso tecnico: che anziché sbarazzarsene per manifesta incompatibilità col ruolo se lo ritrovò tra i piedi più pimpante (e applaudito) che mai. Simoni, che coltiva meno l’hobby della fantasia, ha pensato bene di farlo tornare alle origini, secondo quello che un tempo era il tramonto obbligato della carriera dei grandi difensori: il ruolo di libero. Senonché lo "zio" l’ha presa talmente sul serio da far pensare che le sue attuali perfette interpretazioni da libero non siano che un nuovo inizio. Un nuovo Mondiale si avvicina e se ricomincerà a farsi crescere i baffi, Cesare Maldini non potrà più fare finta di niente.

In realtà, l’approccio dello "zio" col pallone non fu subito felice. Da bambino era innamorato della sfera di cuoio e tifoso del Milan, per cui quando a undici anni un osservatore del club rossonero, Trezzi, lo convocò per un provino, gli sembrò di toccare il cielo con un dito. Invece il firmamento prese la forma imbarazzante di un fiasco, ma non per motivi tecnici.Dopo essersi congratulati con lui per l’ingaggio imminente, lo avvertirono che gli eami clinici gli avevano diagnosticato i reumatismi nel sangue, per cui poteva tornarsene a casa per una lunga convalescenza. Doveva star fermo per un pezzo, casomai in futuro se ne sarebbe riparlato.

A quel tempo Bergomi giocava nella squadra di Settala, il suo paese; a dispetto delle infauste previsioni, guarì in fretta e, per dimostrare cosa avrebbero potuto fare i medici delle giovanili rossonere col consiglio prodigatogli dopo il provino, approfittò della propria precocità per giocare in due categorie diverse: il sabato con i Giovanissimi e la domenica con gli Allievi. Oltre alla faccia da ventenne poteva vantare anche la classe superiore e infatti giocava da terzino o da libero, ma in pratica era il trascinatore e si faceva sentire pesantemente sotto porta: 24 reti nella prima stagione, 30 in quella successiva. Invece dei reumatismi, ora nel sangue aveva il gol.

La sua fama si sparse nel circondario e un giorno un altro osservatore, tale Bussi da Crema, uomo di fiducia di Sandro Mazzola, lo convocò a un provino per l’Inter. Era l’1 settembre del 1977 e questa volta non ci furono problemi per il tesseramento. Per la Settalese fu un grande colpo: tre milioni subito e due rate di cinque milioni ciascuna se Bergomi avesse proseguito la scalata nelle giovanili dell’Inter. Le rate vennero riscosse prima del previsto, perché lo "zio" bruciò letteralmente le tappe e presto diede la scalata alla prima squadra. Grazie al suo gioco coi baffi.

Nel novembre del 1980 venne convocato nella Nazionale Juniores per il Torneo di Montecarlo, allora uno dei più prestigiosi del mondo, e dimostrò subito la propria predisposizione vincente, conquistando il trofeo in una squadra che annoverava tra gli altri Galderisi ed Evani. La vittoria suscitò l’attenzione del tecnico nerazzurro Bersellini, che decise di aggregarlo alla prima squadra.

E in men che non si dica, il 22 febbraio del 1981, lo mandò in campo contro il Como al posto di Oriali, che poi avrebbe vinto con lui il Mondiale. Dieci giorni dopo esordì in Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa a San Siro e quando in aprile contro il Real Madrid in semifinale fallì di un soffio il gol che avrebbe potuto portare l’Inter in finale, ormai la gente lo considerava un veterano. Anche perché, rendimento dell’Inter alla mano, sbagliava già come i grandi.

Infatti l’anno dopo, il 14 aprile 1982 a Lipsia, debuttava in Nazionale sotto la guida di Bearzot contro la Germania Est (sconfitta azzurra per 1-0), a dimostrazione che a diciotto anni era ormai entrato tra i big del calcio. E i reumatismi, al più, li faceva prendere agli attaccanti avversari.

L’11 luglio 1982, a Madrid, Beppe Bergomi diventava campione del mondo e per i tifosi ebbe un posto speciale tra gli "eroi" della finale perché proprio a lui il Ct Bearzot affidò il compito di marcare Kalle Rummenigge, l’asso d’attacco della Germania Ovest che poi avrebbe giocato assieme a lui nell’Inter. Anzi, quella storia di Rummenigge per qualche tempo divenne una specie di etichetta, per un giocatore che ammetteva la propria timidezza fuori dal campo. "Sono timido" confessò nella prima intervista da campione del Mondo, "tremendamente timido. Già con i tifosi o con i giornalisti faccio fatica, figuriamoci con le ragazze. Certe volte mi capita che qualcuna si avvicini per chiedermi l’autografo, forse un altro se ne approfitterebbe: "stasera cosa fai?", "come ti chiami?" eccetera. Io no, io resto lì a firmare autografi e magari ci faccio una brutta figura". Così i cronisti scrivevano che quel bel ragazzo col fisico da granatiere che non era stato indimidito dal grande Rummenigge diventava rosso e si impappinava quando si trattava di "marcare" qualche bella figliola.

Qualche anno dopo, la madre avrebbe ammesso: "Io dico che il vero punto debole, nella sua grande maturità precoce, sono i rapporti con le ragazze. Non voglio dire che sia un ragazzo poco serio, tutt’altro. Ma insomma, io il mio Beppe sposato proprio non riesco a immaginarmelo". Invece a un certo punto anche il campione timido che aveva fatto la faccia feroce con Rummenigge dovette capitolare. Capitò il 26 novembre 1989, l’anno magico, pochi mesi dopo la vittoria in quello che è passato alla storia come lo scudetto dei record: durante una festa sportiva in un locale di Milano conobbe Daniela, una splendida ragazza di Cusano Milanino, il paese diventato famoso per aver dato i natali a Trapattoni; e cinque anni fa l’ha portata all’altare, dimostrando così che non era capace di chiudere all’angolo solo i rudi attaccanti del pallone.

La famiglia rappresenta da sempre uno dei cardini della vita di Giuseppe Bergomi, ragazzo all’antica. Che subì la perdita del padre, Giovanni, suo grande tifoso, due anni prima di diventare campione del mondo. "Beppe" raccontò ancora la madre Franca, cui è legatissimo "è sempre stato molto più maturo dei suoi coetanei, e probabilmente la scomparsa di mio marito ha accentuato il suo atteggiamento da grande. Quando successe, mio figlio aveva sedici anni. Si trovava con la Nazionale Juniores a Lipsia, mi telefonò appena arrivato: "Mamma, come è andata l’operazione?". "Bene, bene, stai tranquillo. I medici dicono che procede tutto nel verso giusto". Dopo poche ore, mio marito Giovanni si spense. E dovemmo telefonare a Beppe per farlo tornare subito a casa. Beppe ha reagito da ometto alla mancanza del papà. Ma dentro ha sofferto tanto. Del padre non parla mai, nè vuol sentirne parlare... Io so perché: si emoziona. Il Giovanni era molto legato ai suoi figlioli".

E lui ha sempre ammesso uno dei suoi grandi crucci: "Come persona penso di essere maturato poco a poco; non ho mai fatto il giovanotto, non ne ho avuto il tempo. Avevo 16 anni quando morì mio padre, il calcio doveva diventare in fretta un futuro. Ogni tanto ripenso a papà, l’unico rimpianto della mia vita è che non sia riuscito a vedermi campione del mondo. Ma a sedici anni, chi ci pensava?". Se come difensore Bergomi è sempre stato corretto ma duro, come uomo ha sempre avuto il cuore tenero.

Non tutti hanno sempre apprezzato l’aplomb della "bandiera" nerazzurra. Anzi, a un certo punto Bergomi fu protagonista di un paio di episodi piuttosto discussi nel nostro campionato: una plateale protesta a Udine contro un guardalinee e un pugno al veronese Pacione immortalato dalla tivù. In questo secondo caso si difese strenuamente: "Arriva il signor Sassi alla moviola e presenta Pacione come un martire. Vorrei che vedeste le mie braccia tutte coperte di graffi, di unghiate. E i segni delle gomitate di Pacione che mi porto sulla schiena. Quello è uno che farebbe perdere la pazienza anche ai santi, figuratevi a me che santo non sono! Io ho commesso il fallo, lo ammetto, ma perché non si fanno vedere le provocazioni che ho dovuto subire da Pacione? Quando mai mi sono comportato così con altri attaccanti?". Però qualche anno dopo commentava, in linea col proprio personaggio: "Un aspetto della mia carriera che vorrei cancellare sono quei due anni, 1983 e 1984, in cui il nervosismo mi portò a subire due espulsioni e a dar vita a quella scenata di Udine. Ero effettivamente un po’ fuori di testa, dopo mi sono sempre comportato bene e si tratta di una pagella di correttezza cui tengo moltissimo". Infatti la sua serietà e la sua professionalità sono state sempre proverbiali.

Per questo un altro dei suoi grandi crucci è legato al modo in cui si esaurì la sua avventura in Nazionale. Era il 5 giugno del 1991, l’era Vicini era al tramonto, dopo il titolo mondiale fallito l’anno prima. A Oslo si giocava una partita decisiva per le qualificazioni europee, l’Italia perse contro la Norvegia per 2-1 e giusto all’ultimo minuto Bergomi venne espulso, per la prima volta nella sua lunga carriera in azzurro. Un cartellino rosso per una manata a un avversario: "Era uno schiaffetto" ricostruì lui "a un avversario che cercava di aggredirmi. Non è una cosa gravissima come si vuol far credere. Si cercano sempre le cose brutte, non si vanno a vedere quelle belle. Per esempio, il fatto che ho giocato oltre settanta partite in Nazionale e ho subito una sola ammonizione. Queste cose non contano più niente nella carriera di un calciatore?". Tanto per mettere le cose in chiaro, il presidente federale Matarrese gli dedicò una dura reprimenda: i princìpi contano più dei risultati, chi sgarrava in azzurro disonorava la patria. Una settimana dopo, Vicini fece in tempo a mandarlo in campo contro la Danimarca nel torneo Scania a Malmö, così facendogli raggiungere la presenza numero 77, che tuttora lo colloca sesto nella graduatoria assoluta degli azzurri di ogni tempo. Poi, come una mannaia, arrivò la squalifica internazionale: sei giornate, un’esagerazione. Qualche mese dopo, il collega Vialli subì un’espulsione per un cazzotto a un avversario contro la Bulgaria e lo stesso Matarrese organizzò un’amichevole contro San Marino per fargli scontare la squalifica (un solo turno) in modo indolore. Così Bergomi si convinse che in alto lo avevano scaricato, non ritenendolo più utile alla causa azzurra, visto che tanto stava per arrivare Arrigo Sacchi, il profeta della zona. Cioè il rigore morale valeva meno di quello dagli undici metri: perché anche nel calcio la politica è l’arte di servirsi degli ideali fingendo di servirli.

Beppe Bergomi non meritava quel congedo così gelido anche perché, oltre a essere un difensore proverbialmente corretto e un esempio di professionalità per i giovani, è sempre stato un campione anche fuori dal campo. A Milano ha fondato il gruppo dei "Bindùn" (girovaghi, in dialetto) assieme ad amici calciatori e campioni di altri sport, per organizzare aste e recite a scopo benefico, così dimostrando che i calciatori non sono solo dei muscolari o dei miliardari superficiali senza sensibilità. Al gruppo apparteneva anche uno degli amici più cari di Bergomi, lo sfortunato Enrico Cucchi, morto nel marzo di quattro anni fa dopo una lunga malattia. E siccome Bergomi è anche molto impegnato come sindacalista nell’Associazione calciatori, l’indifferenza che circondò quel luttuoso episodio non l’ha mai mandata giù: "Il fatto che, San Siro a parte (per nostra iniziativa), quella domenica non sia stato osservato un minuto di silenzio per Cucchi, ha fatto capire in quale considerazione siamo tenuti noi calciatori". Quindi neanche in quella occasione Matarrese era riuscito a riscattarsi.

Beppe Bergomi è considerato un caso più unico che raro, nel moderno calcio italiano, visto che incarna una delle ultime "bandiere" di un club, quei giocatori cioè che trascorrono tutta la carriera con la stessa maglia, finendo col diventare dei simboli anche per la tifoseria. E anche se troppo spesso è finito ingiustamente nel mirino della critica ("A forza di vedermi in campo, mi consideravano vecchio a ventisette anni, addebitando invariabilmente le crisi dell’Inter alla "vecchia guardia" della difesa, che invece era un caposaldo della squadra"), è rimasto l’unica bandiera dell’Inter. Però gli applausi che ormai puntualmente scrosciano da San Siro a ogni suo perfetto intervento in chiusura non sono dovuti solo all’affetto. Col suo rendimento, lo "zio" per i tifosi più che una "bandiera" è una indispensabile colonna della squadra. A proposito di primati. Nel gennaio del 1993 fa toccò il traguardo delle 500 partite ufficiali con la maglia dell’Inter; nell’aprile del 1996 superò il record dello juventino Giampiero Boniperti, 444 presenze in campionato con la stessa maglia; lo scorso dicembre (vedi riquadro) ha battuto Giacinto Facchetti e poi è diventato il primatista assoluto di Coppe europee. E pensare che poco più di un anno fa, nei primi mesi della seconda stagione di Hodgson, aveva seriamente meditato di ammainare la famosa bandiera. Si era fatto vivo nientemeno che Giovanni Trapattoni, suo antico estimatore dello scudetto dei record: al Bayern di Monaco aveva giusto bisogno di un terzino destro coi controfiocchi e siccome all’Inter il suo ruolo sembrava ormai quello della panchina o, tutt’al più, limitato a qualche comparsata sulla fascia sinistra, perché non pensarci? Sulla sua stima per il Trap, non c’erano dubbi: "Gli do il voto massimo tra gli allenatori e non per piaggeria" aveva detto in tempi non sospetti; "ha una dote che per me conta più d’ogni altra: non porta rancore, mai. Con lui si possono avere discussioni, come capita sul lavoro, si può anche litigare, ma quando è finita, lui ha già dimenticato. Non la fa mai "pagare", ogni volta tutto torna come prima. ll Trap è uno psicologo sensibilissimo: per chi gioca va sempre tutto bene, meno facile è mantenere tranquilli e caricati i destinati alla panchina. In questo è un maestro".

Poi, sappiamo come è andata. Tra una crisi da fischi di Pistone e un "buco" dei non troppo reputati colleghi di reparto, Beppe Bergomi finì col ritagliarsi l’ennesima stagione da titolare aggiunto: un po’ terzino (destro, ma soprattutto sinistro: ormai funzionava benone anche lì), un po’ stopper, anzi, "centrale" nella zona allegra di mister Hodgson, la panchina lo "zio" la lasciò soprattutto agli altri.

Sicché in estate, nel nuovo corso di Simoni e Ronaldo, il buon Bergomi sembrava perfetto nel ruolo di chioccia dei tanti "nuovi" e soprattutto del girovago libero Fresi, oltre a rappresentare un decorativo trait d’union con l’ultima Inter vincente del passato.Un uomo simbolo, l’icona da visitare in pellegrinaggio ad Appiano Gentile ("Però, non sono poi così lontani i tempi dell’ultimo scudetto!" "Già, guarda lo zio: fa ancora i giri di campo"). Macché: Gigi Simoni, che appartiene alla vecchia scuola, cercava un libero come si deve per costruirci sopra una nuova Grande Inter e non gradiva del tutto gli svolazzi eleganti di Fresi. E allora ecco il "nuovo" Bergomi, impegnato a ringiovanire ancora, sfoderando uno scatto e una brillantezza atletica da ventenne. Anzi, da diciottenne, visto che senza i baffi sembra appena un ragazzino. E mentre autorevoli critici avanzano ufficialmente la sua candidatura per Francia ‘98, lui pensa che magari, ma sì, un paio di baffi sulla faccia da campione, in un nuovo Mondiale da vincere, non guasterebbero affatto.

L’UOMO DEI RECORD

Quando Beppe Bergomi debuttò in Serie A aveva 17 anni. Era il 22 febbraio del 1981. Giacinto Facchetti aveva archiviato la sua carriera tre anni prima stabilendo un record che ha resistito a lungo: 476 partite con la maglia dell’Inter. Poi è arrivato Bergomi. Che prima ha eguagliato e poi superato il "mito" del leggendario terzino della Grande Inter. Lo ha eguagliato vincendo a Bergamo contro l’Atalanta nell’ottava giornata di questo campionato, lo ha superato pareggiando col Milan nel turno successivo. Prossimo obiettivo, raggiungere Rivera che di partite con la stessa maglia (quella dei "cugini" del Milan) ne ha giocate 501. Ma Bergomi non è solo la bandiera ormai "storica" dell’Inter. Eliminando lo Strasburgo nello scorso dicembre è diventato infatti con 105 match disputati il primatista di presenze nelle coppe europee. Ha giocato 93 partite in Coppa Uefa (che ha vinto in due occasioni, nel ‘91 e nel ‘94), 6 in Coppa dei Campioni (Champions League), altrettante in Coppa delle Coppe. Ha scavalcato Ray Clemence, ex portiere del Liverpool, fermo a 104.

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