Abel BALBO

Il bomber a orologeria
Abel Balbo è decisamente un campione a parte, nel panorama del calcio italiano. È ai primissimi posti della classifica dei cannonieri stranieri nel campionato tricolore dopo la riapertura delle frontiere, eppure il gol non rappresenta la sua ossessione. Anzi, il calcio è una specie di grande giostra che gli gira accanto senza riuscire mai veramente a prenderlo a bordo, a coinvolgerlo nelle sue piccole e grandi follie. Centravanti di razza, non ha mai trovato difficoltà ad ambientarsi nel campionato più duro del mondo per gli attaccanti, eppure non fa la faccia feroce ai difensori, non protesta con gli arbitri e vanta un ruolino disciplinare da primato: si contano sulle dita di una mano le ammonizioni subite in tanti anni. Possibile? In un calcio fisico, esasperatamente agonistico come quello italiano, esiste un giocatore capace di trovare il gol volando alto, sopra le piccole furbizie e le grandi cattiverie del professionismo spinto. Abel Balbo non respinge questa etichetta, ma anche nello spiegarla conferma la propria idiosincrasia agli eccessi. Insomma, non si vanta, ma tutt’al più si spiega dal punto di vista tecnico: "Sì, sono un giocatore molto corretto, d’altronde è anche logico: lo scontro fisico non fa per me, so che non avrei nulla da guadagnarci e quindi preferisco cercare il gol con la tecnica, anziché con la forza".

balbo_01.jpg (20049 bytes)E la tecnica non gli manca davvero, anche se la sua classe non sfugge alla regola dell’originalità che contraddistingue questo campione così atipico: Balbo è un fuoriclasse, lo dicono i gol, eppure sarebbe difficile ricordare un suo gioco di prestigio col pallone, un dribbling da virtuoso, uno slalom ubriacante tra i difensori avversari. Il fatto è che il suo rapporto col gol, così intenso da avergli garantito una media straordinaria sia in campionato che in Nazionale, scorre sul filo di una disarmante semplicità. Si tratta di un rapporto diretto, lineare, al punto che ogni sua rete sembra scaturire come una conseguenza naturale, quasi obbligata dell’azione. In una parola: facile. E invece non è mai facile il gol, in un campionato che ha visto inaridirsi la vena di grandissimi campioni approdati in Italia dopo aver realizzato caterve di reti all’estero, perché questo è il campionato in cui più raffinata e studiata è la tattica diretta a impedire il gol altrui. I gol di Balbo, in altre parole, sembrano facili perché è lui, con la sua classe purissima, a farli apparire tali con la naturalezza di esecuzione che rappresenta la miglior risorsa del suo istinto di calciatore.

Pensiamo a queste cose mentre si presenta puntuale all’appuntamento in un angolo caratteristico della vecchia Roma. Piazza di Pietra, a pochi metri da Montecitorio (sede della Camera dei deputati), ma soprattutto a un tiro di schioppo da alcuni tra i più memorabili scorci di Roma, Piazza Navona, il Pantheon, Piazza San Pietro, Castel Sant’Angelo. È stato lui a scegliere il luogo: tranquillo, chiuso al traffico delle auto, perché gli piace camminare nelle strade strette del centro, gustare quel poco di dimensione umana che ancora riesce a sopravvivere nel grande caos di una città moderna. Le foto, sorride, le facciamo qui. Davanti a un colonnato antico, vestigia del grande passato di Roma, mentre qualche tifoso di passaggio lo saluta discretamente come uno dei pochi capisaldi del presente della Roma. La squadra che non riesce a decollare nonostante gli sforzi economici del presidente Sensi. L’ultima certezza è legata, oggi come ieri, ai gol di Abel Balbo, il campione che non tradisce, che il suo pane — i gol, appunto — lo mastica sempre, senza far differenza tra le stagioni, calcistiche e atmosferiche.

Ci accomodiamo tra i tavolini discreti della "Caffetteria", così consoni al suo carattere garbato e qui Abel spiega per gli amici di SoloCalcio la sua un po’ singolare concezione del calcio. "Al calcio devo tantissimo" spiega, "il calcio ha fatto la mia fortuna, ma non posso negare che gli eccessi di oggi non mi vanno molto a genio. Il pallone è diventato un gigantesco business, le pressioni eccessive degli addetti ai lavori portano un po’ tutti all’esasperazione. Così io non lo considero il mio mondo, ma solo il mio lavoro.Un lavoro che svolgo molto intensamente, con la massima responsabilità e il massimo rispetto del pubblico, ma appunto un mestiere, non più un divertimento come quando lo praticavo da ragazzino e magari sognavo di poter diventare un giorno professionista di successo".

In questo suo estraniarsi dal mondo del calcio sta forse anche uno dei segreti del suo costante successo, quella tranquillità che poi in campo si trasforma in micidiale freddezza sotto porta. "Non è facile capire perché la Roma incontri tante difficoltà a lottare per lo scudetto, a comportarsi da autentica grande, come la sua tifoseria e i mezzi economici del suo presidente richiederebbero. Io penso che sia soprattutto per un fatto di personalità individuale. Le statistiche dicono che anche grandissimi campioni, che fuori di Roma, su altre piazze, hanno compiuto prodezze in serie, qui si sono perduti, non trovando più la via del gol o le misure tecniche che li avevano resi famosi. La personalità individuale, quella conta: come il giocatore vive la realtà di una città enorme come Roma, bellissima e caotica, piena di affetto per i calciatori ma anche di tentazioni. Se uno fa vita tranquilla, se ne sta per conto suo, non corre dietro alle polemiche dei giornali, delle radio e delle televisioni, evita di sentirsi condizionato, si risparmia quei crolli psicologici che rendono difficili anche le cose più semplici in partita. Ecco, io credo che il mio rendimento si giovi del mio modo di vivere, lontano dalle esasperazioni di questo mondo che può sancire la tua fortuna ma anche farti perdere dietro illusioni e sconfitte".

— Secondo te chi vincerà lo scudetto?

"La Juventus. È la squadra più forte, perché è la più continua e quella che sbaglia meno".

— Tu resterai alla Roma?

"Ho un contratto con la società giallorossa fino al 1999 e intendo rispettarlo. Anzi, sono certo che con qualche rinforzo potremo presto toglierci parecchie soddisfazioni e io sarei molto felice di vincere finalmente qualcosa per i nostri tifosi".

Dopo appenderai le scarpe al chiodo?

"Avrò 33 anni, non so cosa farò. Adesso tendenzialmente penso che smetterò di giocare, ma chi può dirlo?".

balbo_02.jpg (28465 bytes)— E "dopo" cosa farai, l’allenatore?

"Non ho ancora le idee chiare. In ogni caso non farò mai l’allenatore, proprio non mi piace. Se dovessi restare nel mondo del calcio, probabilmente starei dietro una scrivania, come direttore sportivo".

— Quale allenatore è stato più importante per la tua crescita?

"Non posso citarne uno solo, commetterei un’ingiustizia. Ne ho avuti tanti, tantissimi. Per esempio in Italia ne ho fatto un’intera collezione, soprattutto nelle quattro stagioni in cui ho giocato nell’Udinese: Mazzia, Marchesi, Fontana, Buffoni, Scoglio, Fedele, Bigon. A tutti sono rimasto riconoscente".

— Come mai hai voluto diventare italiano?

"Oggi ho la doppia cittadinanza, italiana e argentina. Non è stato facile diventare italiano, ma l’ho voluto fare per riconoscenza: l’Italia mi ha dato tantissimo. Sono arrivato qui a ventitrè anni e questo Paese mi ha offerto la possibilità di lavorare, di crescere come giocatore e come uomo. Il minimo che potessi fare era far nascere qui mio figlio Nicolas e diventare italiano".

— Chi fu a portarti in Italia?

"È una storia che parte da lontano, nel senso che la mia carriera è stata lenta, lentissima, finché improvvisamente a ventun anni si è messa a... correre ed è arrivata l’Italia. Io ho cominciato a giocare prestissimo, a quattro-cinque anni, con gli amici del quartiere. A sei anni entrai nella Palme Villa Constitucion, la squadra del paese in cui sono nato. Giocavo per divertirmi, non ero ancora bravo abbastanza da sognare di poter un giorno diventare professionista. Poi, fino ai quattordici anni, ho giocato nella squadra regionale nei tornei della domenica: si giocava dalla mattina fino a sera, a eliminazione diretta. Io avevo il posto assicurato, perché allenatore era mio zio Nestor Rassiga. Giocavo centrocampista e me la cavavo abbastanza bene.A 14 anni passai alla Lega professionistica di San Nicolas, il paese più grande vicino al mio, dove è nato Omar Sivori. La squadra si chiamava Emilia di San Nicolas, qui già facevo vita da calciatore".

I tuoi genitori erano d’accordo?

"Sì, senz’altro. Mio padre, Eduardo, lavorava in una fabbrica metallurgica ed era già allora un grande appassionato di calcio, mi seguiva con grande partecipazione. E anche mia madre, Beatriz, non ha mai ostacolato la mia passione. Tanto più che io non trascuravo affatto la scuola.Ero felice di avere di fronte la possibilità di guadagnarmi da vivere con il pallone, ma la scuola veniva prima di tutto. Infatti solo a 17 anni, quando finii il liceo, potei pensare di trasferirmi. E qui intervenne il caso. Mia sorella Claudia venne assunta come segretaria presso un avvocato, di nome Nudemberg. Parlando con lui, gli raccontò che io giocavo a calcio e stavo per andare a Buenos Aires a fare un provino per l’Independiente. L’avvocato allora le disse di essere il vicepresidente del Newell’s Old Boys di Rosario e che se volevo il provino potevo farlo innanzitutto per loro. Fu la mia fortuna. Perché vedete, i provini da noi sono un po’ particolari. Se hai qualche raccomandazione ti seguono seriamente e se vali hai buone possibilità di essere scelto, altrimenti è difficile che qualcuno ti noti. Andai dunque al Newell’s e venni tesserato. Feci la trafila nelle giovanili fino alla prima squadra. Non ero certo un ragazzo prodigio, però segnavo molti gol, addirittura 32 in 15 partite nell’ultima stagione nella Primavera. E fu per questo, cioè per una ragione di mercato (un attaccante si vende sempre a prezzo più alto rispetto a un centrocampista) che a vent’anni venni spostato in avanti, a fare la punta. L’anno dopo, quindi solo a ventun anni, entrai in prima squadra. E fu a quel punto che presi a bruciare letteralmente le tappe. Fui promosso tra i "grandi", e grandi erano davvero: la squadra funzionava a meraviglia e io cominciai a far gol anche in prima divisione. Vincemmo lo scudetto al termine di una stagione esaltante, alcune mie reti furono decisive. Il Verona, la squadra italiana che quell’estate ingaggiò i miei connazionali Caniggia e Troglio e dunque aveva probabilmente osservatori che seguivano attentamente il campionato argentino, mi contattò e mi propose il tesseramento. Fu una specie di bellissimo shock: appena un anno di A e già mi veniva prospettato un trasferimento in Italia, il sogno di tutti i calciatori argentini".

balbo_03.jpg (23902 bytes)— Però non arrivasti subito in Italia.

"Infatti. Firmai il contratto, ero felicissimo e come me pure i miei genitori. Però l’allenatore del Verona, Bagnoli, mi bocciò e il club veneto mi cedette in prestito al River Plate. Giocai nel River un’ottima stagione, segnai 12 gol e arrivai in Nazionale. Fu allora che mi capitò la seconda occasione. L’Udinese mandò il suo direttore sportivo, Marino Mariottini, in Brasile, a seguire l’Argentina in Coppa America in Brasile per ingaggiare Nestor Sensini; lui vide anche me e rimase impressionato. Io partii per Verona, superai le visite mediche, ma c’era il limite dei tre stranieri tesserabili, di conseguenza fui dirottato appunto all’Udinese che mi aveva richiesto. E ancora una volta ebbi fortuna. Trovai a Udine un ambiente eccezionale, una città tranquilla, l’ideale per fare esperienza in un calcio duro in cui un giovane che arriva dall’estero ha bisogno di crescere senza eccessive pressioni. Ho giocato quattro stagioni a Udine e ho segnato tanti gol, tanti quanti forse nemmeno io avrei immaginato".

— Persino troppi: fece scalpore un campione come Balbo in Serie B.

"Quando mi ritrovai in Serie Battraversai il momento peggiore della mia carriera. D’altronde il proprietario dell’Udinese, Pozzo, ha un grande senso degli affari e quando gli arrivarono le offerte di parecchi club dopo la mia prima stagione (avevo segnato 11 reti senza battere calci di rigore), pensò che rimanendo e segnando ancora tanto in futuro il mio valore sarebbe aumentato. Ebbe ragione a scommetere su di me: quando poi mi ha ceduto alla Roma ha guadagnato almeno tre-quattro volte di più".

— A un certo punto venne dato per fatto il tuo passaggio all’Inter.

"Era vero. Con l’ex presidente dell’Inter, Ernesto Pellegrini, ero già d’accordo. Loro però comprarono quattro stranieri, Pancev, Sammer, Shalimov e Sosa, mentre in campo potevano scenderne al massimo tre. Non volevo andare all’Inter per poi dover rimanere ogni tanto in tribuna, sicché trovai l’accordo con la Roma. Ed eccomi qui. Mi sono trovato molto bene, con la maglia giallorossa".

— La grande città non ti ha guastato.

"Come dicevo prima, io sono un tipo tranquillo, tutto casa e allenamenti, vivo la mia vita senza lasciarmi coinvolgere dalle grandi passioni per il calcio che vibrano a Roma".

— Quali pensi che siano la tua miglior dote e il tuo peggior difetto?

"Difetti ne ho tantissimi, forse il principale è quello di tutti gli attaccanti che giocano in Italia, vale a dire la mancanza di continuità. Quanto ai pregi, beh, direi senz’altro la facilità con cui trovo il gol in qualsiasi modo e da qualunque posizione".

— E come uomo?

"Ho troppi difetti, sarei presuntuoso a indicarne uno solo. Un pregio che mi riconosco è la puntualità, anche se Roma mi sta... rovinando, per via del suo traffico caotico che certe volte mi impedisce di arrivare all’ora stabilita".

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