Giuseppe SIGNORI

Il bomber che visse due volte

Il Sommo Vate ha già l’aria pensosa, di mattina presto. Se ne sta lì, col mento appoggiato sulla mano, a guardare Bologna che gli gira intorno, che cambia e che corre. Immobile da sempre, per i bolognesi di oggi, che passano davanti a quella statua e magari non lo sanno che questo era il suo angolo, era l’angolo di Giosuè Carducci, il poeta. I vecchi, quelli che l’avevano conosciuto davvero all’inizio del secolo, se ne sono andati per sempre e non possono più raccontare. Restano certe fotografie ingiallite, quelle dell’osteria all’angolo tra Via Mazzini e i viali di circonvallazione, dove capitava a volte che il poeta tirasse tardi la sera davanti a un bicchiere di vino, e dove oggi c’è la filiale di un istituto bancario. E resta questo angolo di Bologna che parla di lui. Piazza Carducci, casa Carducci, il traffico che scorre intorno e nemmeno si azzarda a disturbare i pensieri del vecchio professore.
Bella storia, quella del poeta e del calciatore. Il primo ha lasciato nell’aria la sua presenza, il secondo ha deciso di vivere qui, di rinascere qui. E in un attimo, guarda come è strana la vita, l’angolo di Carducci è diventato anche l’angolo di Signori. Di Signori Giuseppe da Alzano Lombardo, professione bomber. Beppegol, insomma. Che quando ha scelto di ripartire da Bologna ha voluto immergersi nella città. Di vivere a un passo dal centro, di capire questo piccolo mondo che gli gira intorno. Perché gli sembra che ne valga la pena.

«Quando sono arrivato, mi avevano proposto diverse sistemazioni. Anche la villetta dove ha vissuto per un anno Roberto Baggio. Io e Roby siamo amici, molto amici, ma in questo caso direi che la pensiamo diversamente. Non mi piaceva l’idea di vivere fuori, in periferia. Comodo, certo, perché era a due passi da Casteldebole, cinque minuti per arrivare all’allenamento. Ma io mi sono fatto un’idea precisa di Bologna. È una città meravigliosa, piena di angoli segreti da scoprire. Non volevo privarmi del gusto di uscire per strada e camminare tranquillamente sotto i portici, alla scoperta del centro della città, dei suoi monumenti, dei suoi negozi. Della sua gente».

Molto presto di mattina, Beppe Signori cammina e si infila tra gli sguardi dei passanti. Lo salutano, ricambia il saluto. Un sorriso aperto gli illumina il volto. Finalmente, verrebbe da dire. La “nottata”, per dirla con Eduardo, sembra davvero passata. Dietro le spalle tutti i ricordi spiacevoli. E per il momento anche quelli buoni. Perché a trent’anni di ricordi non si vive, a trent’anni la vita può anche ripartire di slancio. Basta volerlo.
«In un certo senso è così. Perché è vero che gioco a calcio da tanto tempo, ma è anche vero che dopo un’operazione come quella che ho subìto è come se qualcosa si fosse fermato. Forse è giusto, allora, parlare di un’avventura tutta nuova da affrontare».

In fondo, il ragazzino che iniziava a fare sul serio col calcio una quindicina d’anni fa e il campione di oggi hanno qualcosa in comune. La stessa voglia, gli stessi stimoli.
«La volontà è quella. Prima la mettevo in mostra sui campetti di periferia, a due passi da casa. Adesso lo faccio sui palcoscenici di Serie A. Certo, sono scenari diversi. Ed è anche vero che uno alla mia età potrebbe decidere di tirare i remi in barca, non ci sarebbe nulla di strano. In fondo, il calcio di soddisfazioni me ne ha date parecchie. Ho giocato in Nazionale, ho partecipato a un Mondiale, ho lasciato qualche segno del mio passaggio. Il fatto è che credo di avere ancora margini di miglioramento, e la voglia di dimostrarlo è grande».

La stessa di allora, appunto. Quella del ragazzino che dopo quattro anni nelle giovanili dell’Inter venne spedito a Leffe. Ufficialmente per farsi le ossa, ma la realtà è che l’Inter poi Beppe Signori non lo cercò più. «Fu una vera e propria scottatura. Non c’era più spazio per me, ero uno dei più giovani e il mio destino restò segnato. Mi lasciarono a Leffe, dove poi rimasi tre stagioni, tra Interregionale e C2. All’inizio fu un brutto colpo. Ho visto tanti ragazzi che giocavano con me perdersi, in situazioni analoghe. Del resto, il destino era quello: quando arrivavi alla Primavera, o diventavi un giocatore da prima squadra o finivi laggiù. Interregionale, C2, nella migliore delle ipotesi C1».

In quei casi, ci vuole il carattere giusto per riemergere. «Io ci ho messo grinta, questo è sicuro. Il passaggio dalle giovanili dell’Inter a quelle del Leffe non mi creò nessun problema. Anzi, è stato lì che ho imparato cosa volesse dire sacrificarsi, perché al pomeriggio mi allenavo ma di mattina andavo a lavorare».

Guardando al futuro con un po’ d’incertezza. Davanti c’era quel bivio: giocatore o chissà che altro...
«Il proprietario del Leffe aveva un’azienda di macchine tessili. E io, che avevo studiato all’istituto tecnico, andavo a riparare quei macchinari. In quel momento lavorare era necessario. Col pallone guadagnavo davvero poco. All’inizio il rimborso spese, poi seicentomila lire al mese. Bisognava integrare. E anche pensare alla possibilità di un futuro diverso, certo».

Dopo Leffe, gli anni di Piacenza e Trento. Passano inosservati, sugli annuari del calcio. Ma per la formazione del bomber sono stati importanti. «Il primo anno a Piacenza fu stupendo. La mia prima promozione, dalla C1 alla B. Con tanta gente che mi ha insegnato qualcosa. Vado a memoria, e sicuramente dimentico qualcuno: dico Degradi e Simonetta, Serioli e Madonna, Concina e Roccatagliata. Ero convinto di arrivare in B, invece finii a Trento. A Piacenza tornai l’anno dopo, finalmente tra i cadetti. Brutto ricordo, avevamo una bellissima squadra ma finimmo col retrocedere. Per fortuna, mi notò Zeman, che quell’anno allenava il Messina. Lui mi portò a Foggia e praticamente mi cambiò la vita».

Certo che di gavetta ne ha fatta, Beppe Signori. Adesso si può dire che è servita, ma a quei tempi non dev’essere stata una marcia rilassante. «È stata dura, ci ho messo molta volontà. E devo tanto a mio padre Giobattista, anche. A quei tempi è stato fondamentale, mi seguiva a ogni partita, mi accompagnava ovunque. È stato determinante».


L’uomo che trasformò un ragazzo in bomber


Come cambiarsi la vita. A ventidue anni. E a Foggia, dopo un inizio di carriera vissuto mai troppo lontano da casa.
«Già. Fino a quel momento non mi ero mai sentito esattamente un cannoniere. Giocavo anche col numero dieci sulla schiena. A Foggia si fece male Meluso, il centravanti titolare. Ernia al disco, proprio come me un anno fa. Certo che la vita è strana. Insomma, a un certo punto mi ritrovai là davanti, e cominciai a inquadrare meglio la porta. Feci quattordici gol, alla seconda esperienza in Serie B dopo quella di Piacenza».

Non fu un caso, però. Non per niente, Zeman aveva salutato il tuo arrivo con un “benvenuto, bomber!” che era una specie di previsione.
«Sì, ma questo lo sappiamo adesso. In quel momento pensai che si fosse confuso. Avevo fatto cinque gol in B e otto in C. Potevo essere tutto meno che un bomber. Lui aveva visto oltre, evidentemente. Per la sua idea di calcio, avevo le caratteristiche per diventarlo. Ma io non lo sapevo».

Così, Foggia resta un gran bel ricordo.
«Il cambio di ritmo. Con un tecnico che mi fece conoscere la fatica vera. Perché già a quei tempi Zeman adottava metodi di lavoro abbastanza pesanti. E poi c’era il gruppo, unito e in sintonìa con l’allenatore. E la città intorno, che aveva bisogno di calcio e in quegli anni viveva aspettando la partita della domenica, con un entusiasmo coinvolgente».

Oggi, quando ripensi a Zeman, ti viene in mente il tecnico del Foggia o quello della Lazio?
«Tutti e due. Lui è rimasto uguale a sè stesso. E tante volte ha pagato per quello che ha fatto e detto. Perché lui è così, se vede rosso è rosso e basta, e non c’è nulla che possa fargli cambiare idea. Unico, anche in questo».

Signori deve molto a Zeman, o è il tecnico che deve ringraziare il suo campione?
«Direi che siamo in pari. Io ho avuto tanto da lui, ma l’ho ricambiato con buone prestazioni, coi gol. Penso che anche lui sia soddisfatto di me».

Zeman è l’allenatore più importante, nella tua carriera?
«Non è facile rispondere. Se dicessi di sì, farei un torto a tutti quelli che lo hanno seguito o preceduto. Di sicuro è stato fondamentale, mi ha lanciato. Ma potrei citare Maestroni, che mi ha fatto giocare per la prima volta in Interregionale e in C2, col Leffe. Anche lui ha avuto fiducia in me, anche a lui devo qualcosa».


A spasso con il mito


Dalla zeta di Zeman alla zeta di Zoff. Che era in panchina nell’anno dell’esplosione di Beppegol, ventisei reti alla prima stagione laziale e il primo trionfo nella classifica marcatori.
«C’è sempre stato rispetto reciproco. Mai avuto un problema. Poi, lui ha cambiato il suo ruolo all’interno della società, da allenatore è diventato presidente. Mi ha insegnato molto, da tecnico. A fare gol, per esempio. Il suo modo di far giocare la squadra mi metteva nella condizione giusta per segnare».

Pensare che anche lui passa per difensivista...

«Beh, ma questo lo dicono anche di Mazzone, che spesso mette in campo un Bologna con tre attaccanti. Io so soltanto che con Zoff allenatore ho segnato quarantanove gol in due stagioni. Non mi sembrano pochi...».

Dici Zoff e Signori pensa al tecnico o al presidente della Lazio? O magari al Ct della Nazionale?
«Ecco, in questo momento al Ct azzurro. Per me, comunque, Zoff è stato davvero molto importante. Allenatore per due anni e mezzo, presidente per due anni. Come fai a dimenticare?».

Dunque, se dovesse richiamare...

«Correrei. Correrei come un matto, con l’entusiasmo di un ragazzino».

Uno diverso da Zeman, comunque.
«Che c’entra? Mica è facile, trovare due persone che si assomigliano, in questo ambiente. Diverso ma altrettanto importante. Quando sono diventato Beppegol, sulla panchina della Lazio c’era lui».


Il buio oltre la siepe


Genova per noi è un’idea come un’altra, direbbe Paolo Conte. Beppe Signori, invece, ha un’idea precisa, di Genova e dei suoi giorni. Buio, buio e basta. «Per colpa dell’operazione, ma non solo. C’era anche un problema di testa, che non funzionava. Un problema personale. Sono andato là con la mentalità sbagliata, e per questo mi assumo tutte le responsabilità dei miei errori. Altro che colpa dei tifosi, della città. Colpa mia, che non sono arrivato a Genova con lo spirito giusto. L’approccio mentale era sbagliato, il resto è venuto, o è crollato, di conseguenza».

Schiena a pezzi, un dolore per ogni movimento, anche il più insignificante. Una brutta botta, anche dal punto di vista psicologico. A trent’anni, non è facile affrontare una vita piena di punti interrogativi.
«Non lo è. Ho vissuto momenti di sconforto totale. O meglio, io ci provavo anche a reagire. Ma avevo bisogno di trovare qualcuno che ci credesse quanto me. Ho trovato il Bologna. Ho trovato il presidente Gazzoni, Cinquini, e Mazzone. Loro mi hanno voluto nonostante l’incognita di un’operazione dalla quale non si sapeva come sarei uscito. Se soltanto uno dei tre non avesse avvallato il mio trasferimento, non sarei qui a parlare di rinascita».

Bella cosa, la fiducia.

«Splendida cosa, per uno che aveva bisogno di nuovi stimoli. Devo dire grazie, di cuore, a queste persone».

Mazzone l’hai ringraziato sul campo. Facendo per lui i gol che una volta segnavi contro la sua Roma.

«Già. E finalmente, per la prima volta, un mio gol alla Roma ha fatto felice anche lui. Doveva capitare, prima o poi».

Erano tanti anche quelli che non ci credevano, al ritorno di Signori.
«Per questo dico che certi problemi ti fortificano. Dopo l’operazione all’ernia del disco, ho capito diverse cose sull’amicizia. Ho diviso gli amici di Beppe dalle persone interessate a Signori, il calciatore famoso. Troppo bello stare vicino a chi è vincente e poi abbandonarlo al primo momento di difficoltà. Mentre ero bloccato, mentre tentavo di ripartire, ho memorizzato i nomi di quelli che mi telefonavano comunque. Gli altri li ho cancellati».

Gli amici, e i presunti. Un problema di questo mondo che corre intorno a un pallone?
«No, no. Un problema di questa vita. Il calcio è solo un esempio. Certi momenti li ho vissuti anche da ragazzino. Quando la mia famiglia andava avanti soltanto con lo stipendio di mio padre, e a volte le difficoltà erano nell’aria, le intuivi dentro a uno sguardo. Anche allora le vere amicizie si sono cementate, e tanta gente si è persa per strada. Ecco perché dico che questa è la vita, non è solo una storia di calcio».


Il paese delle meraviglie


Bologna, terra di resurrezioni. Quella di Roberto Baggio, quella di Beppe Signori. Amici nella vita, accomunati dal destino nelle scelte di campo. Riuscite, si direbbe.
«Sì, per certi versi la mia e quella di Roby sono storie che si assomigliano. Con una differenza sostanziale, però. Lui non veniva da un infortunio, ma da una situazione difficile, particolare. Il mio era un problema un po’ più serio, perché un’operazione è sempre un’incognita. Non sai mai esattamente quello che ti aspetta dopo. Alla fine, comunque, è vero che c’è qualcosa che ci accomuna: Bologna. Tutti e due siamo capitati nella città giusta al momento giusto».


E magari adesso possiamo provare a capire quale sia il segreto di questa città giusta...
«Nessun segreto. La città è perfetta perché ti permette di lavorare tranquillamente, senza pressioni. E poi c’è la società, c’è il Bologna inteso come struttura. Dal punto di vista dello staff medico, qui siamo davvero ai massimi livelli in Europa, non solo in Italia. Un’organizzazione come questa non l’ho mai trovata, in nessuna società, nella mia carriera».

Insomma, la rinascita è merito di Signori ma anche di qualcuno che lo ha tirato fuori dalle sabbie mobili.
«Sicuro. Se adesso sto bene, e riesco a dimostrarlo, è perché ho trovato persone competenti che mi hanno saputo gestire nella maniera giusta. Volete i nomi? Eccoveli: il dottor Gianni Nanni, medico della società, Francesco Perondi con cui ho lavorato per quanto riguarda la preparazione atletica, Giorgio Gasparini, il mio fisioterapista. Gente importante, che mi ha permesso di ripartire da zero».

E di ritornare giovane, anche.
«Sono quasi stupito. Ho alzato la soglia di fatica da 12,5 a 15,5. Significa che se prima correndo a dodici chilometri all’ora il cuore viaggiava a centocinquanta battiti al minuto, adesso con le stesse frequenze arrivo ai quindici orari. Tutto in tre mesi, un bel risultato».

Il dottor Nanni, però, ti sta addosso con la questione della dieta...

«Accidenti, è vero. Guarda che colazione mi tocca fare: un caffè senza zucchero, con tutte queste pasticcerie illuminate sotto i portici... Scherzi a parte, abbiamo fatto un grande lavoro. Peso quasi sette chili meno di un anno fa. Anche se prima, più che grasso, ero gonfio. Colpa del cortisone, con quello ho cercato di andare avanti per combattere l’infiammazione all’ernia. Finché non c’è stato più nulla da fare, fino all’operazione».

Insomma, la dieta si sopporta.

«Non mi manca niente. Carboidrati a pranzo, molte proteine alla sera. Non si tratta di un sacrificio».

Anche un numero dietro la schiena può farti tornare giovane. A Bologna Signori è il “numero dieci”. Proprio come ai tempi di Piacenza.
«Destino, perché qui era rimasto libero quel numero. Però è vero, sarà un caso ma intanto ho ripreso vecchie abitudini. Del resto, non avrei mai chiesto l’undici. Quello resta il numero dei miei anni alla Lazio».

A dirla tutta, Signori alla Lazio appartiene ancora. E a giugno, in teoria, potrebbe tornarci.
«In teoria, appunto. In pratica, non so cosa succederà. A Bologna sono in prestito, ma se un domani Gazzoni dovesse decidere di comprarmi, beh, io gli direi che sono d’accordo. E comunque, un ritorno eventuale a Roma sarebbe subordinato al fatto che là dovrebbero cambiare molte cose».

Tradotto in parole semplici: bisognerebbe che Beppe Signori avesse la possibilità di scendere in campo.
«Ecco, il problema è proprio questo. E non so se una società grande e ambiziosa come la Lazio potrebbe darmi queste certezze. Non sto dicendo che a Bologna sono sicuro al cento per cento del posto in squadra. Se sono fuori condizione, o magari cinque chili su di peso, non gioco qui come non giocherei a Roma. Ma di sicuro qui ho maggiori possibilità. E gli ultimi anni della mia carriera di giocatore vorrei viverli in campo, e non guardando gli altri dalla panchina».

Ti vorrebbe anche la Juventus, a quanto sembra.
«So quello che leggo sui giornali. Niente di più. E so che se il mio nome circola, comunque sia, significa che sto vincendo la mia scommessa. Al resto, a tutto il resto, penserò a fine stagione. Fermo restando che il problema è lo stesso. Io ho bisogno di giocare, di sentirmi utile in campo».

Diceva, Beppe Signori, che col calcio giocato avrebbe smesso nel 2000.

«Dicevo. Ma poi mi hanno allungato il contratto fino al 2001. Se qualcuno sperava che finissi prima, dovrà aspettare un po’ di più. Mi dispiace. Non so, comunque, se andrò oltre. Sono dell’idea che sia giusto lasciare alla grande, con ricordi belli. Vorrei finire la mia carriera in Serie A, chiudere bene. Comunque, questo è il mio quindicesimo anno da professionista. Sono tanti, a pensarci, anche se oggi come oggi non mi pesano».

Allora si può anche azzardare un bilancio. In corsa, naturalmente. I debiti, Beppe Signori li ha pagati a Genova. Si può ancora battere cassa.

«Uno che fa il mio mestiere deve mettere in preventivo gli infortuni, i momenti neri. Per l’impegno che ci ho messo, credo di essermi meritato quello che ho avuto. E sono soddisfatto della mia vita da calciatore».

Altro gioco. Barattiamo un titolo di capocannoniere con uno scudetto, o con un successo internazionale? In fondo ce ne sono tre, nel baule dei ricordi.

«Adesso che li ho vinti sarebbe troppo facile. Ci sono, stanno scritti negli annuari. Non si cancellano più. Altrimenti sì, avrei scelto almeno un successo di squadra. Diciamo pure uno scudetto».

Quindici anni attraversando un calcio che è cambiato. A livello tecnico, umano.
«Da un decennio a questa parte è cambiata la velocità. In campo e fuori. I ritmi, le pressioni sono diventati incalzanti. Se ieri andavamo a due chilometri all’ora, adesso si viaggia a cento. Non c’è più un secondo per pensare. E sono cambiati i metodi di allenamento, devi sempre essere all’avanguardia. Devi aggiornarti continuamente».

È un calcio migliore o peggiore?
«Migliore, perché aumentano le difficoltà. A me le sfide sono sempre piaciute. Ma è anche vero che tanti giocatori di talento in un calcio come questo non trovano spazi».


Cose dell’altro mondo


I valori del mondo fuori. Come uomo, Beppe Signori vorrebbe essere...
«Un buon padre. Per mia figlia Denise, e per l’altra che verrà. Che sta arrivando».

Già. Viviana aspetta un’altra bambina, in questi mesi. Magari nascerà a Bologna.
«Perché no? Sarebbe un motivo in più per ricordare nel tempo questa città, e questa gente che mi sta aiutando a rinascere».

È un padre apprensivo, Beppe Signori?

«Non direi. Preoccupato, piuttosto. Mi preoccupa questo mondo, mi sembra sempre più pericoloso, per i giovani soprattutto. Che pure hanno una fortuna, rispetto ai tempi in cui ero ragazzino io. Mille possibilità in più. E i mezzi per apprendere, per capire. Per partecipare, per contare davvero nella società del futuro. E magari per cercare di migliorare le cose. Occasioni da prendere al volo».

Beppe Signori è tornato. E questa rinascita bisognerà pur dedicarla a qualcuno.
«Potrei parlare di mia moglie, dei miei genitori, della famiglia che ho intorno e che mi dà calore. Mi sembra superfluo, io so quanto devo loro e glielo dimostro in altre maniere. Allora, se proprio devo dedicare a qualcuno il mio ritorno lo dedico a me stesso, perché la forza di volontà non mi è mai venuta meno, e al Bologna che ci ha creduto dall’inizio».

Il poeta è sempre lì, con quello sguardo assorto e chissà quali pensieri da spendere. Immobile, anche in questi giorni di un’inverno gelido che fa venir voglia di muoversi, magari anche di mettersi a ballare pur di scaldarsi un po’. A guardarlo bene, ha un’aria quasi soddisfatta.
Qualcuno si è accorto di quest’angolo di Bologna che racconta storie antiche in mezzo alla fretta quotidiana. Qualcuno che vive qui da poco, e ha addosso una curiosità che lo fa fermare un attimo, gli fa alzare gli occhi, gli fa incrociare quello sguardo. Qualcuno che di mestiere fa il campione di calcio. E che ha addosso il gusto della sfida. Piazza Carducci, Bologna. L’angolo del poeta. E del bomber.

 

Vietato calpestare le bandiere

Ricapitoliamo. Il ragazzino Signori deve molto a papà Giobattista. Il bomber Signori a Zdenek Zeman. Ma poi è arrivato Beppegol, il campione. E a questo punto entra in scena la Lazio.
«Squadra che ha un feeling coi cannonieri. Piola, Chinaglia, Giordano».
Signori...
«Già, anche Signori, direi. Sono stati sei anni bellissimi. Ho avuto tante soddisfazioni, soprattutto personali perché a livello di squadra non abbiamo ottenuto grandi risultati. Ma come fai a dimenticare Roma, e quei tifosi incredibili?».
Quelli della curva Nord. Beppe Signori le ha provate, le loro stesse sensazioni. Al punto da farsi cacciare dal campo per troppo amore, dopo un gol. Storia vera, successe durante il derby Lazio-Roma, stagione ‘95-96. Gol di Signori su rigore all’84’, gioia incontenibile, cartellino rosso.
«Ero già ammonito, ma in quel momento chi se lo ricordava? Del resto, ho sempre pensato che è assurdo togliere ai giocatori la possibilità di sentirsi vicini ai loro tifosi. Adesso mi capita al Dall’Ara, dove tra me e la gente c’è la pista d’atletica. Se vado là, sotto la curva, mi prendo un cartellino giallo. Poi magari uno ti fa un fallo da dietro e la passa liscia. Ecco, questi sono paradossi che faccio fatica a capire».
Quelli della Lazio scesero anche in piazza, per Signori. Era l’estate del ‘95, c’erano voci insistenti di mercato...
«Io ero in Brasile, in tournèe. Sapevo che c’era questa trattativa col Parma, ma la mia volontà era quella di restare. Per la gente, in quel periodo, la cosa più importante era tenere me. Poi, Cragnotti avrebbe potuto vendere tutti gli altri. Ragionavano così, era davvero un grande amore».
Una bandiera, in tempi in cui le bandiere del calcio sono rimaste poche.
«Non so, questo bisognerebbe chiederlo alla gente. Credo di sì, comunque. Sono stato, per qualcuno sono ancora, una bandiera della Lazio. Che è stata trattata un po’ male, forse. Strapazzata, nell’ultimo periodo. Ma capisco che un tecnico debba fare delle scelte. Eriksson le ha fatte, non lo biasimo. Io ne ho fatte altre, magari non pensandoci bene. Ne è uscita la stagione disastrosa di Genova. Un periodo da dimenticare, non per colpa della città, della gente, nè della Samp. Il problema era tutto dentro di me. Non ero a posto mentalmente. Però non rinnego nulla di ciò che ho fatto. Magari non cambierei più in corsa, a metà stagione. Ma se mi ritrovassi nella situazione di un anno fa, a cambiare aria non ci penserei due volte».
Beppegol emarginato nella sua Lazio era semplicemente un problema tecnico. Ma con Cragnotti c’è ancora un buon rapporto, il presidente è stato uno dei primi a telefonare per congratularsi dopo la tripletta al Vicenza. Sempre lui, qualche tempo fa, disse che Signori dietro una scrivania nella sede della Lazio l’avrebbe visto bene.
«Era un’idea. Un’ipotesi ancora credibile, una strada che resta aperta, per quanto ne so. Ne riparleremo quando arriverà il momento, magari. Adesso è ancora tempo di scendere in campo. Mi sento ancora un giocatore di calcio».
Con la Lazio nel cuore.
«Sei anni sono una vita, nella carriera di un calciatore. Sei anni lasciano il segno».

 

Felicità è un sogno azzurro

Ventotto presenze in Nazionale. E sette gol. Anche così si passa alla storia, ma non è troppo poco per un giocatore che ha vinto tre volte la classifica marcatori del campionato italiano?
«No, assolutamente. Anzi, credo che non ci siano conti aperti, nemmeno lì. Sono andato in Nazionale nel ‘92, in un momento in cui non mi aspettavo la chiamata. Così come non mi aspettavo di uscirne in un momento in cui le cose funzionavano. Sacchi mi ha chiamato la prima volta, Sacchi ha deciso che non era più il mio tempo».
Un rapporto delicato, difficile.
«Decisamente. Ma non fu solo questione di incomprensioni, come si è detto. Ricordiamo che quando sono arrivato in azzurro gli attaccanti non mancavano. Vialli, Mancini, Baggio, Casiraghi, Lombardo, Donadoni. Tutti potenziali attaccanti, o uomini di fascia. Alla fine, arrivare al Mondiale del ‘94 con questa concorrenza è stata una bella soddisfazione. L’unico rammarico è quello di non aver accettato di giocare da laterale la semifinale. Una scelta che mi ha tolto la possibilità di giocarla da titolare, quella partita. E mi ha praticamente escluso dalla finale».
La giocò Roberto Baggio, quella finale. Nel bene e nel male, quello fu il suo mondiale. Mai pensato, ragionando col gusto del “se”, che avrebbe potuto essere il Mondiale di Signori?
«No, assolutamente. Per me è stata un’esperienza positiva. Ho giocato tutte le partite, a parte la finale. In una squadra che ha chiuso il torneo al secondo posto, mica all’ultimo. In più, credo di aver disputato proprio in quel Mondiale una delle mie più belle partite azzurre, contro la Norvegia. Insomma, comunque la giri non vedo motivi per cui rammaricarmi».
A parte quell’intesa difficile con Sacchi.
«Nemmeno quello è un particolare che può togliermi serenità. In fondo, il Ct aveva le sue idee e dal suo punto di vista era giusto portarle avanti fino in fondo».
Nonostante tutto, con Baggio è rimasto un rapporto importante. Un’amicizia vera.
«Normale. Se un legame è profondo, le scelte tecniche non possono certo incrinarlo. Anche perché noi con quelle scelte non c’entravamo assolutamente».
Per Zoff, adesso, sei di nuovo un uomo da tenere d’occhio.
«Mi fa piacere. Ma dovrò dimostrare di meritare certe attenzioni, e dovrò farlo a Bologna. Del resto, in questo periodo di nomi se ne fanno parecchi. Io forse ho un leggero vantaggio, se la condizione mi sorregge: Zoff mi conosce, sa come gioco e sa quello che gli posso dare. Comunque, se la porta dovesse riaprirsi io risponderei con entusiasmo».
A Bologna dicono che potrebbe capitare addirittura il 16 dicembre, nell’amichevole contro il Resto del Mondo.
«Non mi ci perdo, in questi pensieri. Non sono venuto a Bologna per andare in Nazionale. Quello che mi interessa è tornare quello che ero, il vecchio Beppe Signori, o Beppegol se preferite. Se questo mi aprirà certe porte, tanto di guadagnato».

 

Beppe sono fiera di te

Suor Paola, le manca Beppe-gol? «Sì, naturalmente. Ma mi manca anche Giuseppe Signori, l’amico, quello che comunque sento al telefono con frequenza, anche adesso che è a Bologna. Un ragazzo che conosce il significato della parola “solidarietà”, che non sta lontano dalla gente ma ama viverci in mezzo, capirla. Col mestiere che fa, non è facile. Ma lui è estremamente sensibile, e per questo quando a volte non viene compreso soffro per lui. I tifosi laziali lo amano ancora, avreste dovuto sentire il boato all’Olimpico quando si è saputo che aveva segnato al Dall’Ara contro la Roma. Proprio come ai vecchi tempi. Ora che ci gioca Beppe ho simpatia per il Bologna, mi fa piacere che vinca. Purchè non capiti contro la Lazio. Ma spero che lui torni, un giorno. E intanto fateglielo sapere, che suor Paola è fiera di lui!».

 

Giuseppe Signori in cifre

La carriera

Giuseppe SIGNORI
nato ad Alzano Lombardo (BG) il 17-02-68
attaccante (1,71 m, 68 kg)
Esordio in Serie A, 1-9-1991: Inter-Foggia 1-1

STAG. SQUADRA SERIE PRES. RETI
1984-85 Leffe Int 8 5
1985-86 Leffe C2 30 3
1986-87 Piacenza C1 14 1
1987-88 Trento C1 31 3
1988-89 Piacenza B 32 5
1989-90 Foggia B 34 14
1990-91 Foggia B 34 11
1991-92 Foggia A 32 11
1992-93 Lazio A 32 26
1993-94 Lazio A 24 23
1994-95 Lazio A 27 17
1995-96 Lazio A 31 24
1996-97 Lazio A 32 15
1997-98 Lazio-Samp A 6/17 2/3
1998-99 Bologna A

Progressione di un bomber

SQUADRA SERIE PRES. RETI MEDIA
Leffe Int/C2 38 8 0,210
Piacenza C1/B 46 6 0,130
Trento C1 31 3 0,096
Foggia B/A 100 36 0,360
Lazio A 152 107 0,703

torna indietro