Hidetoshi Nakata

(Perugia)

A Perugia non ci volevano credere. Era un giorno tranquillo dell’estate scorsa, i festeggiamenti per la promozione della squadra cittadina in Serie A, ovvero nel massimo campionato di calcio italiano, erano già stati archiviati da tempo. Mancavano ancora diversi giorni al raduno e i giocatori erano ancora lontano, a godersi le vacanze dopo una stagione entusiasmante. Alla sede del Perugia Calcio, proprio accanto allo stadio “Renato Curi”, c’erano soltanto pochi addetti ai lavori. Uno di loro racconta, e ricorda ancora nitidamente quella allegra e improvvisa invasione. «Ai cancelli arrivarono, tutti insieme, una trentina di giapponesi. Che cosa sarà successo, mi chiesi? Capii subito che erano giornalisti, fotografi, cameramen. Cominciarono a chiedermi notizie: è vero che avete acquistato Nakata? Ma quando arriva? E’ già passato da Perugia? Io non sapevo cosa rispondere. Non sapevo ancora nulla, come tutti quelli che erano in sede quel giorno».
Già, a Perugia non ci volevano credere. Invece, poi, Hidetoshi Nakata è arrivato davvero. Una stella del calcio giapponese che affronta l’avventura in quello italiano, da molti ritenuto uno dei più difficili del mondo. E tutti quei cronisti, fotografi, cameramen sono diventati di casa a Perugia. Sono raddoppiati, nei giorni della conferma ufficiale e in quelli della conferenza stampa di presentazione, subito dopo che Hidetoshi aveva mostrato il suo talento con la Nazionale giapponese ai Mondiali di Francia.

Adesso il campionato italiano è iniziato, e ha trovato una nuova stella. Il Perugia non è partito fortissimo, ma questo era previsto: la squadra del presidente Luciano Gaucci, riportata in Serie A dal tecnico Ilario Castagner, dopo un solo anno di permanenza in Serie B, non poteva pensare certamente allo scudetto. Per questa stagione, il traguardo si chiama salvezza. Hidetoshi Nakata, invece, è partito subito forte: due gol alla prima giornata, contro un avversario che si chiama Juventus, una delle regine del calcio mondiale che ha battuto il Perugia 4-3 ma ha sofferto parecchio i colpi di genio di Hide. Ancora una rete alla terza giornata, contro la Lazio. Insomma, un battesimo fantastico nel calcio italiano.
In Italia c’era attesa, per questo debutto. E, in tutta sincerità, anche un po’ di incertezza sull’esito dell’operazione. Forse perché il primo calciatore giapponese sbarcato nel campionato italiano, Kazu Miura, non ha lasciato a Genova un ricordo esattamente felice. Ma si è visto subito che con Hidetoshi sarebbe stata un’altra storia. Il suo tecnico, Ilario Castagner, ne tesseva le lodi già durante il periodo di preparazione, nel ritiro di Norcia: «Hidetoshi? Un grande talento. Lo vedo molto bene come trequartista, è l’uomo che può superare due o tre avversari e proporre l’ultimo passaggio alle punte. E ha colpi di genio fantastici. Sa sempre cosa fare quando riceve il pallone, perché ha un colpo d’occhio e un senso della posizione in campo davvero notevoli. E non dimentichiamo che ha appena ventun’anni. Insomma, credo proprio che non avrà problemi a sfondare nel nostro calcio».
Belle parole. E soprattutto sentite. Hidetoshi, intanto, si è ambientato benissimo a Perugia. Si è fatto subito voler bene dai compagni di squadra, che lo descrivono come un ragazzo socievole e pronto a stare in compagnia, anche se il rpoblema della lingua lo costringe spesso ad esprimersi a gesti. Ma anche nell’apprendimento dell’italiano Hidetoshi fa progressi enormi. E intanto accanto a lui è diventata familiare, nell’ambiente del Perugia Calcio e tra i tifosi della squadra, la figura di Nobujuki Tamura, che lo segue dappertutto facendogli da interprete. Nobu è uno studente del’Università per stranieri di Perugia, la società umbra lo ha cercato quando ha dovuto porsi il problema della comunicazione con Nakata. E Nobu ha accettato di buon grado il nuovo compito, diventando una figura familiare nell’ambiente. E si diverte a scherzare sulla velocità con cui Hidetoshi sta imparando l’italiano: «Se continua così, tra un po’ di tempo mi toccherà cercarmi un altro lavoro».
Incontriamo Hidetoshi Nakata un martedì d’autunno. La squadra è appena tornata al lavoro, dopo la pausa del lunedì, giorno di riposo dopo la partita di campionato. In campo, i giocatori rispondono alle sollecitazioni del tecnico Castagner, e anche Nobu, l’interprete di Nakata, si dà da fare aiutando gli addetti al campo, con addosso una tuta del Perugia nuova di zecca. Ormai, anche lui fa parte dello staff a pieno titolo. Intorno al campo, un centinaio di tifosi. Sono lì per Nakata, certo. E anche per Bucchi, il nuovo gioiellino della squadra, arrivato da una squadra che milita in un campionato minore, semidilettantistico, delle Marche, che in campo ha dimostrato subito un ottimo feeling proprio con Hidetoshi. Al di là delle reti di recinzione, naturalmente, anche i giornalisti e i fotografi giapponesi. Non sono più decine e decine come nei primi giorni del raduno, ma ancora oggi, in questo tranquillo mertedì d’autunno, riusciamo a contarne una ventina. Fotografi, soprattutto. E reporter che se ne stanno seduti su sgabelli di fortuna, lavorando sui computer per raccontare al Giappone la cronaca dell’ennesima giornata del suo figliolo famoso, che sembra davvero essere riuscito nell’impresa di diventare un campione nel mondo del grande calcio europeo.
Hidetoshi si ferma con noi una mezz’ora, finito l’allenamento. Ha qualcosa da raccontare. I suoi primi mesi italiani, la scoperta dell’Italia e di Perugia, di un calcio così diverso da quello che si gioca in Giappone. Ma in fondo anche così uguale, perché per lui il calcio è come una lingua internazionale, ovunque lo si giochi sa restare sempre meravigliosamente uguale a sè stesso. Hide parla a lungo, e Nobu accanto a lui traduce. Ormai, anche lui in Italia è diventato un personaggio.

Il calcio occidentale ha scoperto Hidetoshi Nakata ai Mondiali di Francia. Per te non è stata una sorpresa, sapevi già dove volevi arrivare, non è così?
«Probabilmente sì. I Mondiali francesi sono stati un bel palcoscenico, per me. Per la prima volta il Giappone è arrivato a una manifestazione così importante, la massima rassegna del calcio mondiale. Io sono stato chiamato in Italia, è una bella soddisfazione per me. Ma in assoluto credo sia un segnale importante che il calcio giapponese lancia al mondo. In Francia non siamo andati oltre i gironi eliminatori, è vero. Ma abbiamo capito che possiamo competere con le migliori squadre al mondo, e di poterlo fare già adesso quasi alla pari. Chiaro che la strada è ancora lunga, ci sono molte cose da migliorare nel nostro calcio. Ma è fondamentale farsi conoscere dal calcio internazionale. In questo senso, se il mio trasferimento in Italia può servire da traino al movimento calcistico in Giappone, non posso che essere contento».

L’Italia, a detta di molti calciatori stranieri che sono venuti a giocare nel nostro campionato, è una specie di Paradiso del calcio. Una nazione che, al di là dei risultati ottenuti all’ultimo Mondiale, resta ai vertici del movimento internazionale. Pensavi davvero che ci saresti arrivato così presto? Molti giocatori, a vent’anni, la Serie A italiana se la sognano soltanto.
«Non ho mai pensato al futuro. Non mi sono mai chiesto se avrei giocato la prossima stagione in Giappone, in Italia o chissà in quale altro posto. Ho semplicemente partecipato a un campionato mondiale con la mia Nazionale, e per lo sport giapponese è stato un evento storico. Poi, mi ha chiamato il Perugia. Per me è stata una grande gioia, ma vi assicuro che non avevo fatto progetti, in questo senso».

Quanto è importante essere qui, adesso?

«Molto. Ma la cosa più importante è crescere per gradi. Un passo alla volta. Questo è sempre stato il mio modo di intendere il calcio. Non cambierò adesso che sono in Italia, anche se so di avere molti occhi puntati su di me».

Dopo qualche mese, avrai certamente già capito quali sono le differenze tra il calcio giapponese e quello italiano. Ti ha creato problemi, questo cambio così improvviso e drastico? Cosa cambia a livello tecnico, nella preparazione e nel gioco?
«Chiaramente sono due mondi diversi. Per quanto riguarda il metodo d’allenamento, soprattutto, i modi di avvicinarsi alla partita cambiano parecchio. In Italia sulla preparazione e sulla tecnica si punta tantissimo. Ma alla fine io penso che il calcio sia una realtà unica e uguale a sè stessa. Non dico che i valori siano gli stessi ovunque, ma di sicuro il concetto di calcio, il gioco in sè, non cambia da una nazione all’altra».

Modelli da seguire. Ne avrà avuti, il ragazzino Hidetoshi Nakata
che un giorno decise di rinunciare al baseball per dedicarsi al calcio.
«No, nessuno in particolare. Ho provato questo sport, mi ha affascinato e ho continuato a praticarlo. Senza sognare di diventare simile a questo o a quel giocatore. Semplicemente, mi divertivo a praticare il calcio e ho continuato a farlo».

Però a qualcosa sarà servito, l’esempio di tutti quei campioni occidentali che a partire da una decina d’anni fa hanno iniziato a scegliere il campionato giapponese per continuare, e a volte chiudere in bellezza, la loro carriera. Da Schillaci a Dunga. Ma soprattutto Zico, il grande Zico.

«Questo è sicuro. I grandi campioni hanno aiutato il nostro calcio a crescere. Li abbiamo sentiti vicini, il loro esempio ci ha galvanizzato, ci ha fatti innamorare di questo sport. Prima il grande calcio lo guardavamo alla televisione, poi li abbiamo trovati lì, sui nostri campi. Sono stati buoni esempi, per le ultime generazioni di calciatori giapponesi. E hanno conquistato al calcio anche il grande pubblico».

Non sei il primo calciatore giapponese che è approdato in Italia. Prima di te c’è stato Kazu Miura, ma lui non ha avuto troppa fortuna da queste parti. Invece, sembra che tu abbia capito subito come funziona il meccanismo da queste parti. Insomma, ti sei ambientato in pochissimo tempo. Come hai fatto?
«Non so, forse perché, come dicevo prima, per me il calcio è il calcio, da qualunque parti lo si giochi. Certo, ci sono differenze tecniche e di preparazione, ma questo è il mio mestiere e cerco di farlo al meglio a qualunque latitudine».

Il fatto che Miura non avesse sfondato nel nostro calcio rendeva tutti un po’ scettici, all’inizio, nei confronti di questo nuovo giocatore giapponese che arrivava in Italia. E le buone prestazioni di France ‘98 non avevano fugato tutti i dubbi. L’hai sentita, intorno a te, questa aspettativa? Ti ha infastidito?
«Certo che sentivo certe voci intorno. Ma mi sembra normale che ci fossero. Quando arriva un nuovo giocatore, intorno a lui c’è curiosità, c’è attesa. Indipendentemente dal fatto che arrivi dal Giappone o da qualche altrro paese del mondo. Se io fossi un tifoso, uno spettatore, penso che mi comporterei nello stesso modo. Mi aspetterei qualcosa, e mi farei tante domande sul nuovo arrivato. Dunque, nessun peso. Fa parte del gioco».

In Giappone sei un idolo. E si vede anche qui, a Perugia. Durante la settimana, anche nel giorno dell’allenamento più leggero, più tranquillo, si contano almeno una ventina di tuoi connazionali, tra giornalisti e supporters, tutti qui per te. Non ti pesa, un poco, questa celebrità?

«Non mi pesa, no. Ma certo è un po’ strano, capisco che lo sia anche per voi. Ma in Giappone è sempre stato così, non mi stupisco più per certi segnali d’affetto e di interesse. Del resto, in questo momento sono l’unico giocatore del mio paese che gioca in Italia. Certe attenzioni devo metterle in conto, fa parte del mestiere. In ogni caso, io credo che la popolarità sia quello che di te pensa la gente. A me, in fondo, piace essere trattato come tutte le altre persone. Un uomo semplice. Così vorrei che fosse, fuori dal campo. Ma so che è difficile, me ne rendo conto. Forse lo sarà meno in Italia, dove ci sono tanti campioni e Nakata non è certamente la stella più nota».

Del resto, Perugia è una città che aiuta a sentirsi più tranquilli. Così raccolta, così a misura d’uomo. Una città piena di storia che ti avvolge e un poco ti protegge.
«Vero. A misura d’uomo è la frase giusta, per definire Perugia. Iniziare in un posto come questo, e in un ambiente così sereno e tranquillo, non può che aiutarmi. Così posso dedicarmi con più concentrazione al gioco, posso pensare a crescere. Perché devo ancora crescere, e migliorare, questo è sicuro».

Mai avuto paura di non farcela, magari di non essere all’altezza del campionato italiano?
«Mai. Del mio calcio, delle mie possibilità, sono piuttosto sicuro. E non credo si tratti di immodestia. Semplicemente, uno deve sempre credere nelle cose che fa».

Tre partite in campionato, tre gol realizzati. Un bell’inizio. Una partenza che non è riuscita a molti stranieri che poi da queste parti hanno trovato fortuna. C’è un segreto, Hide?
«Ho affrontato quest’avventura con molta serenità, ecco tutto. Se a voi sembra un segreto, chiamatelo pure così. A me sembra la cosa più semplice del mondo».

Raccontalo, allora, come si fa a trovare uno spazio in un campionato come questo.
«L’importante è non pensarci troppo su. Non cercare di fare l’impossibile. Io faccio quello che so, quello che posso fare. Niente più di questo. Naturalmente, cerco di migliorarmi ogni giorno. Se questo può bastare per giocare in Italia, lo diranno i risultati, le prestazioni in campo».

Perugia sarà anche una città magnifica, ma il Perugia, inteso come squadra di calcio, non è certo in corsa per lo scudetto. E’ appena risalito in Serie A e il suo massimo obiettivo, quest’anno, sarà quello di salvarsi, di non retrocedere. E’ una situazione che ti dispiace? Avresti preferito approdare a una squadra più forte?

«Non importa quello che pensa la gente. Io spero che la squadra arrivi più in alto possibile, anche se tutti dicono che il Perugia dovrà pensare soltanto a salvarsi. Noi cercheremo il nostro gioco, cercheremo di mettere dietro, in classifica, il maggior numero di squadre possibile. I conti, poi, li faremo alla fine. E comunque no, non ci sono problemi. Mi va benissimo essere qui, iniziare la mia avventura italiana da qui. Giocare in questo campionato era il mio sogno, adesso l’ho realizzato e mi basta questo per essere felice».

Conoscevi già il campionato italiano. Pensavi mai che se fossi venuto a giocare in Italia avresti potuto incontrare questo o quel campione, magari giocargli accanto?
«Nessuno in particolare. Ma non perché non conoscessi questo campionato. Proprio perché qui di campioni ce ne sono tantissimi, e mi fa piacere di incontrarli sul campo. Serve anche questo, per fare passi avanti, per migliorarsi».

Senti mai la nostalgia di casa, adesso che sei dall’altra parte del mondo?
«Cerco di non sentirla. Ho scelto questo mestiere, sapevo che se fosse andata bene avrei dovuto mettere in conto la possibilità di andare oltre confine. E’ andata così, sono felice perché era esattamente quello che sognavo. e poi, in Italia, e qui a Perugia in particolare, si sta davvero bene».

Ma davvero il campionato italiano, come dicono tanti campioni stranieri che sono venuti a frequentarlo, è il più difficile del mondo?

«Io credo di sì. Sono d’accordo con quelli che mi hanno preceduto. Questo torneo è il più duro, il più difficile. Ma se riesci ad emergere, è anche quello che ti dà più credibilità, a livello internazionale. Se vuoi dimostrare al mondo di essere un buon calciatore, in Italia puoi farcela».

E al calcio giapponese cosa manca, per raggiungere i massimi livelli, per salire all’altezza del grande calcio internazionale?
«Non è che si possa dire che ci manca questo o quello. Ci sono tante cose da migliorare, è difficile entrare nei particolari. Di sicuro, il nostro è un calcio che sta crescendo. E sinceramente credo che sia sulla buona strada».

Dove vuole arrivare, Hidetoshi Nakata? Tre gol in tre partite, non starai mica facendo un pensierino anche alla classifica cannonieri?

«In questo momento non sto pensando a me stesso, ai traguardi personali. Certo, voglio fare bella figura in Italia, sono venuto qui per questo. Ma io sono qui per aiutare il Perugia, voglio che la squadra vinca e vada avanti. Darò il massimo perché ci riesca, perché raggiunga tutti i suoi obiettivi. Se poi dovesse significare anche fare molti gol, o molte buone partite, meglio per tutti. Ma saranno gol e prestazioni fatte per la squadra. Vincere è importante, per tutti».

Parliamo di Hidetoshi Nakata fuori dal campo. Quello che smette i vestiti del calciatore e si ritrova in una bella città italiana, piena di storia e di gente amichevole. Avrai trovato e visto cose che ti piacciono più di altre...

«Prima di tutto, amo la vostra cucina. Fantastica, la conoscevo già perché in Giappone ci sono parecchi ristoranti italiani. Chiaro che da queste parti è un’altra cosa, tutto più vero e genuino. E poi c’è questo ambiente tranquillo, questa città bellissima e questa gente piena di gentilezza e affetto. Tutte cose che mi stanno aiutando parecchio. Se la mia avventura italiana è partita nel modo giusto, lo devo anche a Perugia e alla sua gente».

Saluta, Hidetoshi Nakata. Scende dagli spalti dello stadio “Renato Curi” e sparisce dietro alle tribune, sempre in compagnia del fido Nobujuki. Ha raccontato la sua Italia, che per il momento è un sogno realizzato. Adesso non è più tempo di parole. C’è il calcio, che lo aspetta. Per lui parleranno i gol, gli assist illuminanti per i compagni del Perugia, quelle giocate da artista che hanno prima stupito e poi conquistato tutti, qui in Italia.

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