Leonardo NASCIMENTO

(Milan)

Una vera follia. Così i tifosi del Paris Saint Germain definirono la cessione del brasiliano Leonardo al Milan. Sulla stessa lunghezza d’onda anche giornalisti e addetti ai lavori. A Parigi il jolly brasiliano era diventato una stella, era uno degli elementi fondamentali della squadra. In più di uno a Parigi si era addirittura meravigliato della cifra pagata dal Milan per avere il brasiliano. Si parlò di 60 milioni di franchi (17 miliardi di lire) per il centrocampista della Nazionale Campione del Mondo in carica: cifra considerata particolarmente bassa per un giocatore di grande qualità, straordinario senso della posizione e un’esperienza insostituibile. In breve: «Una vera follia».
Basterebbe questo per capire chi è Leonardo Nascimento de Araujo. Amato in ogni posto in cui è stato, rimpianto da ogni squadra che ha lasciato e soprattutto dai rispettivi tifosi. Leonardo ha giocato nel Flamengo, nel San Paolo, nel Valencia, nel Kashima Antlers e nel Paris Saint Germain prima di arrivare al Milan. Ha giocato ben due Campionati del Mondo consecutivi, vincendo il primo e perdendo il secondo in finale... contro la Francia di Zidane. Ma il brasiliano non si rammarica mai di quello che gli succede, lui è così accetta tutto quello che la vita e il calcio sanno dargli senza recriminazioni. Una carriera, la sua, passata attraverso grandi club e sempre nel segno della discrezione. Leonardo è sicuramente uno dei calciatori più intelligenti del Brasile, dote che gli ha permesso di girare il mondo con grande disinvoltura. Per molti questo giocatore è “l’essenza del bel calcio”, come lui stesso ha saputo dimostrare in più di un’occasione. Di lui parlano molto bene personaggi come Zico e Pelé, mentre Zagallo non ha potuto mai fare a meno... vedremo Luxemburgo.
Da piccolo Leonardo tira i suoi primi calcio nel Rio Cricket, per andare poi nelle giovanili del Vasco da Gama, a Rio de Janeiro. Per qualche mese abbandona il pallone per i libri. Già, lo studio: l’unica cosa che Leonardo ritiene più importante del calcio. Si iscrive alla facoltà di ingegneria di Rio de Janeiro, ma a diciotto anni viene chiamato dal Flamengo. Così, mentre pensa di diventare un bravo studente, come il fratello e la sorella maggiori, Leonardo gioca insieme a Zico e Jorginho: difensore laterale sinistro e già allora in maglia rossonera. Alla prima stagione da professionista diventa Campione del Brasile. Nessuno lo chiama più “Ratinho” (topino) come da piccolo, bensì “Leo”, un nuovo campione verdeoro. Nel 1990 passa al San Paolo, continuando a imporsi per il suo stile, anche fuori dal campo. I tifosi lo ammirano, le donne lo amano: è il nuovo personaggio del calcio brasiliano. Al San Paolo resta poco più di un anno prima di tentare l’avventura europea con la prestigiosa maglia del Valencia.
A ventitré anni Leonardo è già un veterano del calcio: professionista di grande intelligenza e fair-play, grintoso ma sempre leale con l’avversario. Nel 1993 torna in Brasile al San Paolo per lottare ai massimi livelli, quello che il Valencia non poteva raggiungere. Il destino lo porta a giocare la finale di Coppa Intercontinentale a Tokyo contro il Milan di Fabio Capello. La coppa è dei brasiliani, ma per Leonardo scocca la scintilla: il suo sogno diventa il Milan. Da una vittoria all’altra e così il terzino sinistro che fa sognare i tifosi brasiliani parte per la spedizione americana. In quel momento si parla di lui come uno dei più forti laterali della storia del calcio e molte squadre italiane si interessano a Leonardo. La stessa Juventus che, dopo Cabrini, è sempre in cerca di un mancino all’altezza. Su quella fascia diventa subito imprendibile e la stampa mondiale si accorge di lui. Ma nella partita contro gli Stati Uniti Leonardo commette forse l’unico errore della sua vita: la gomitata a Tab Ramos gli costa cara. Usa ’94 per lui finisce lì agli ottavi di finale. Il Brasile va avanti e conquista il suo quarto titolo mondiale. Il pentimento non basta a cancellare l’amarezza per un gesto evitabile, ma l’intelligenza e la cultura del ragazzo riescono, anche questa volta, a riportarlo sull’onda del successo. Dopo Valencia e San Paolo ecco il Giappone. Un’altra avventura. Leonardo approda al Kashima Antlers e diventa subito un idolo della tifoseria, vestendo la maglia numero 10. Insieme all’altro brasiliano Jorginho (anche lui fra i vincitori del Mondiale ’94), porta il Kashima al titolo giapponese. Ancora successo, ancora vittorie, ancora soldi: 2 miliardi all’anno l’ingaggio di Leonardo in Giappone. Ma la voglia di tornare al calcio che conta è più forte di qualsiasi contratto. Il presidente del Paris Saint Germain, Michel Denisot, lo vuole a Parigi e scatena un vero e proprio braccio di ferro con i giapponesi. Nell’ultima partita che disputa in Giappone Leonardo segna un gol da favola e migliaia di tifosi lo accompagnano dallo stadio fin sotto casa sua. Un vero e proprio movimento popolare, che però non serve a nulla: Ricardo Gomes, allenatore del PSG, lo vuole a qualsiasi prezzo, sicuro che con Rai formerà una coppia invincibile. E Leonardo approda in Francia per prendere il posto di Youri Djorkaeff, passato all’Inter. Parigi, un’altra città, un’altra lingua e così il brasiliano giramondo diventa Leò. La Francia per Leonardo vuol dire teatro, musei, spettacoli di cultura varia: un vero e proprio “banchetto” per chi come lui è affamato di sapere. Mentre in Nazionale Zagallo gli affida il numero 10 (quello che è stato, tra gli altri, di Pelé), Barcellona e Milan bussano alla porta del PSG per acquistarlo. Ma i francesi fanno resistenza: Leonardo è un giocatore fondamentale, darlo via sarebbe pericoloso. Contro la Steaua Bucarest, in Champions League, Leonardo è protagonista, insieme ai compagni, di un’incredibile rimonta: un 5-0 che ribalta lo 0-3 dell’andata. Una prestazione di grande classe. «Merci Leò», lo salutano i tifosi. Ora veste la tanto agognata rossonera. ha imparato una nuova lingua e ha incantato la platea rossonera che aspetta di tornare a vincere e lui quest’anno, a suon di gol, sta facendo di tutto per portare il Milan alla vittoria.
A Milanello, oggi come oggi, è il più ricercato da tutti i giornalisti. Domande di tutti i tipi e risposte sempre intelligenti. Arriva un po’ in ritardo all’appuntamento e, da gran signore qual è, si scusa e si concede senza indugio alla ridda di domande che lo inseguono e che cercano di tirar fuori il Leonardo di tutti i giorni, per capire se quel gentiluomo che vediamo in campo è così anche nella vita di tutti i giorni.

Che cosa rappresenta per Leonardo il Milan?

«Per me venire qua è stata una sfida. Il Milan è una delle migliori squadre del mondo, ma allo stesso tempo sta attraversando un periodo difficile, quindi per me è stata un po’ la sfida nella sfida. Sapevo che era alla fine di un ciclo e ripetersi nel calcio è la cosa più difficile. Per me era importante poter far bene qua».

... E per un brasiliano come te Milano?
«Milano è una città industriale che tu devi conoscere un po’. Io da quest’anno conoscendola un po’ meglio mi trovo davvero bene. Questa non è una di quelle città in cui arrivi e ti adatti subito. Ti devi ambientare, devi fare amicizie. Dove c’è il business funziona così. Qui vanno tutti di fretta, ma io adesso ho tanti amici e mi trovo benissimo. Per me è importante fare amicizia e aver un buon gruppo di persone da frequentare... ne risento positivamente anche in campo».

Il Milan di Fabio Capello e quello di Alberto Zaccheroni, similitudini e differenze...

«Per me il Milan di Capello, quello vero, è quello che ha vinto quattro scudetti in cinque anni. Ripetersi, come dicevo prima, è molto difficile e ritornare per vincere lo è ancora di più. Così è stato difficile per lui e per tutto l’ambiente. Per me è stato un grande: i numeri parlano per lui. Anche adesso il momento è difficile ed è arrivata una persona (Zaccheroni, n.d.r.) che ha tanta voglia di fare bene. Zaccheroni ha una grande convinzione nelle proprie idee e secondo me qui al Milan può fare grandi cose. Sa sempre cosa fare e quando le cose non vanno cerca soluzioni nuove e intelligenti. Fino ad ora ha saputo controllare i momenti peggiori, anche perché conosce già l’ambiente. Ha saputo gestire le situazioni difficili e soprattutto ha saputo far giocare bene il Milan con i suoi schemi».

Attaccante, centrocampista, difensore ma qual è il vero ruolo di Leonardo?

«Io ho giocato ovunque. È vero, io non ho mai detto di no a una situazione propostami dall’allenatore. Quando mi è stato detto di giocare in un certo ruolo per il bene della squadra io l’ho sempre fatto. Non mi pento di niente, anzi ogni volta che ho ricoperto un ruolo diverso ho compreso meglio il gioco del calcio e soprattutto come si gioca in determinate parti del campo. Adesso mi trovo benissimo qui al Milan come centrocampista che gioca dietro le punte, questo mi permette di andare più volte in attacco. Anche in Giappone, al San Paolo, al Paris Saint Germain ho giocato spesso in questo ruolo. L’importante è che a me piace così».

Hai già segnato sette gol. Quanti pensi di poterne segnare da qui alla fine della stagione?
«Il più possibile (e ride, n.d.r.). Il gol è la cosa più bella che può capitare a un giocatore. È la sensazione migliore che si prova giocando a calcio. Io non metto mai limiti alla provvidenza, ma non mi pongo nemmeno obiettivi particolari. Dieci, dodici gol... va bene ma senza pensarci. Io, in tutte le partite devo cercare di fare bene e quindi di fare anche gol per vincere. Adesso più che mai visto che qui al Milan gioco spesso davanti e sono io quello che molte volte si trova a finire l’azione, così cerco di fare il massimo possibile ».

Brasile, Spagna, Giappone, Francia, Italia. Secondo te quel è il campionato più bello?

«In Italia è sicuramente il più difficile, non il più bello però. Non saprei... il più bello, per il mio concetto di calcio, è il campionato brasiliano. Il pubblico vuole sempre vedere lo spettacolo e i giocatori lo sanno fare. In Italia è diverso. In Francia è un po’ una via di mezzo tra il calcio brasiliano e quello italiano. Spettacolo sudamericano e tecnica europea».

Perché a un certo punto della tua carriera hai deciso di andare in Giappone?

«Zico mi ha chiamato nel momento in cui la sua carriera stava finendo (in Giappone appunto), lui è stato sempre un mito, ovunque abbia giocato. Io non ho preso il suo posto, perché di Zico ce n’è uno solo, ma lui mi ha scelto e io non potevo dirgli di no. È stata una scelta giusta perché io ho passato due anni lì che non dimenticherò mai. In Giappone il calcio era all’inizio e la gente fantastica. Una cultura diversa... mi sono trovato benissimo».

Il tuo ritorno è stato come una seconda giovinezza calcistica...

«Sì, io volevo tornare. Dall’altra parte il Giappone è distante in tutti i sensi, quindi in Europa o in Brasile non si sa o si sa poco di quello che calcisticamente parlando succede lì. Per questo io volevo tornare in un posto che mi avrebbe potuto dare l’opportunità di tornare in Nazionale. Questo è successo a Parigi con il PSG, una squadra molto forte che gioca sempre nelle coppe europee. Lì poi sono tanti i brasiliani che vi hanno giocato e l’ambiente è eccezionale. Poi sono venuto qua. Il Giappone ha rappresentato uno spartiacque tra i miei due momenti importanti, come una carriera divisa in due che è ripresa alla grande dopo il mio ritorno dall’Oriente. È andata bene, sono stato anche fortunato perché ho fatto sempre le scelte giuste».

Che cosa manca al Milan per essere da scudetto?

«Il tempo. Sì, solo il tempo. La società è una grande società, la squadra c’è, i giocatori anche e c’è una struttura di gioco ben definita. Il tempo di capire il momento di transizione, perché questo può essere solo un momento di transizione per una squadra come il Milan. Negli ultimi due anni abbiamo avuto dei problemi, questo è vero, ma adesso la squadra c’è e si vede. Penso che ci prenderemo delle belle soddisfazioni».

Ti manca il Brasile?

«Il mio Paese sempre. La mia storia è lì, la mia famiglia, i miei amici. Anche qui ne ho tanti, lì ci sono venti anni di Brasile che saranno sempre dietro e dentro di me. La parte più vera della mia vita. Anche se che stare fuori è un’opportunità bellissima che di permette di conoscere posti nuovi e imparare nuove culture».

Che cosa hai imparato da tutti i Paesi in cui hai vissuto e in cui vivi?

«Che siamo tutti uguali, questa è una cosa vera. Magari abbiamo una cultura diversa, ma dentro i pensieri, i bisogni sono uguali. Certo ogni cultura è diversa, ma le debolezze sono internazionali. Imparare culture diverse è comunque importante, è un modo per crescere dentro . In Giappone ho visto la gente che sa lavorare insieme, che lavora sempre in gruppo, con tanta disciplina e che sa sempre arrivare fino in fondo alla meta che si è prefissa. Gente brava e onesta che sa come raggiungere il successo. Io lì ho imparato questo. Poi ogni Paese ha la sua peculiarità, impararle è fondamentale».

Brasilia, Madrid, Tokyo, Parigi, Roma... quale di questa capitali sceglieresti?

«Parigi, perché li ci sono tante cose che mi piacciono, tanto tanto. A Tokyo non sono stato, così come a Roma e Brasilia. A Parigi ho vissuto veramente e penso di aver avuto fortuna».

Tornando al Milan.. pregi e difetti dei rossoneri in questo momento?

«Il pregio è di essere una squadra rispettata e temuta in tutto il mondo. È una società che ha carisma e ovunque è seguita. Una squadra senza tifosi non è niente e per noi questa è la cosa più importante. Certo il momento non è dei migliori, questo lo so e complicato da gestire, ma una squadra come il Milan può cambiare tutto questo a proprio favore».

La vittoria più bella?

«La vittoria più bella? Purtroppo non abbiamo vinto niente, ma se si parla di partite, penso alla Lazio. 1-0 con il mio gol al novantaduesimo».

Il gol più bello?

«In Giappone con i Flugels. Abbiamo vinto e io ho fatto il quarto gol. Una rete veramente bella, segnata poi di fronte ai propri tifosi. Era una situazione particolare e bella insieme».

La delusione più grande?

«Difficile a dirsi, anche perché in questo mestiere è tutto bello e divertente. Ma l’espulsione nel 1994 ai Mondiali mi ha pesato, una cosa contro il mio stesso modo di vedere il calcio. Non volevo dare quella gomitata. È stata una cosa fortuita, ma è stata».

Mi racconti qualcosa di Capello?

«Mi ricordo il primo giorno che ci siamo visti: “Benvenuto e ora al lavoro” mi ha detto. Lui mi aveva voluto più di tutti ed è una cosa che ti fa lavorare meglio. Oggi capisco perché è uno dei più grandi al mondo. Sa infonderti determinazione in allenamento, ti chiede sempre di velocizzare, velocizzare ancora. Il calcio rispetto a qualche anno fa è molto più rapido e se non giochi la palla prima i difensori ti bloccano».

Tu parli italiano meglio di tanti italiani, in Giappone avevi imparato il giapponese. Ma come fai?
«È inutile sperare di entrare in una nuova realtà senza capire ciò che circonda l’ambiente ciò che sta fuori del campo. Se giri il mondo impari a essere più aperto, più sorridente e più disponibile con gli altri».

Cosa ne pensi di Ronaldo?
«Ti anticipo subito che se vuole fare un paragone fra noi due non ci sto. Ronaldo è il migliore al mondo. E sono contento per lui, perché è un ragazzo straordinario, mi piace come sa viversi il momento d’oro con felicità».

A Milano vi frequentate?

«Ogni tanto con le rispettive famiglie, spesso per cenare in qualche ristorante brasiliano. Ce ne sono di diversi e molto buoni qui a Milano. Ma in generale non facciamo vita comune: quando lui è in trasferta io gioco a San Siro e viceversa. Ronaldo è un tipo allegro e simpatico. Mi fa piacere che in città, grazie a noi, si parli di Brasile».

Le rispettive consorti, comunque, si frequentano molto di più visti gli impegni dei due giocatori e questa primavera sono andate insieme a vedere il concerto delle “Spice Girls”.

Come si diventa campioni?
«Ci vuole talento, perché senza quello non si va da nessuna parte. ma poi non basta, serve l’uomo, la sua abnegazione, la professionalità. Un giornale brasiliano mi ha richiesto di recente un articolo proprio su questo argomento e io ho scritto un nome: Franco Baresi».

Tu hai studiato...

«Mi sono iscritto alla facoltà di Ingegneria. Poi, a 19 anni, sono diventato professionista e ho abbandonato l’Università. Ma non ho mai smesso di studiare: corsi alla sera, lettura di libri. Non si finisce mai di crescere e di imparare. L’uomo Leonardo è maturato anche attraverso i viaggi, i continui cambiamenti di città e di culture».

Ci credevi in questo tuo boom sotto porta? Con te il Milan sembra rinato...

«Non mi piace dire: ho fatto questo, ho fatto quest’altro. Io sono uno solo, ci vuole prima la squadra. E oggi il Milan lo è. Io ho vinto la mia sfida capendo prima di tutto l’Italia».

C’è un giocatore brasiliano che ti assomiglia?

«Non saprei, è sempre difficile trovare un giocatore che abbia le stesse caratteristiche di un altro».

André Cruz è stato il primo che ti ha aiutato a conoscere l’ambiente del Milan. Qual è stata la prima cosa che ti ha detto?
«Non preoccuparti, sei arrivato in un grande club».

Ci puoi segnalare qualche giovane giocatore brasiliano, non molto conosciuto a livello internazionale, di cui sentiremo parlare in futuro?
«In questo momento ci sono tanti buoni giovani brasiliani oltre a Ronaldo e Denilson: Rivaldo e Giovanni del Barcellona, Juninho dell’Atletico Madrid. Un nome ancora poco conosciuto è quello di Dodo, un attaccante che gioca nel San Paolo e che ha già segnato moltissimo».

Quale altro sport segui oltre al calcio?

«Mi piace sia guardare che praticare il tennis. Seguo molto anche la formula 1, Villeneuve è il mio pilota preferito. In generale, seguo tutto lo sport in tivù».

La tua migliore qualità come calciatore?

«La concentrazione».

Il tuo maggior difetto?

«L’uso della gamba destra».

Pregi e difetti sul piano umano?
«Sono onesto e fedele, ma anche terribilmente ansioso».

La cosa più importante al di fuori del calcio?

«Non ci sono dubbi: la famiglia».

Che cosa non sopporti della vita di tutti i giorni?

«Le ingiustizie in generale, che comprendono la violenza e il razzismo».

Qual è la partita più bella della storia del calcio?

«Italia-Brasile 3-2 ai Mondiali di Spagna nel 1982, di un’intensità incredibile».

Il sogno della tua vita?

«Sognavo di diventare padre e ora lo sono. Adesso mi piacerebbe poter fare qualcosa per aiutare la gente che soffre nel mondo».

L’Incontro che ricorderai sempre?

«L’esordio da professionista: Flamengo-Vasco da Gama al Maracanà, completamente esaurito. Un ricordo da brividi».

Come l’intera carriera di questo grande campione che ancora deve regalare tante perle preziose a questo povero gioco del calcio.

Francesco Caremani

Scheda personale di LEONARDO Nascimento de Araujo

Leonardo Nascimento de Araujo (1,77 m per 71 kg) è nato a Niteroj, nello stato di Rio de Janeiro, il 5 settembre 1969. Prima terzino sinistro poi centrocampista, ha giocato nel Flamengo, nel San Paolo, nel Valencia, ancora nel San Paolo, nel Kashima Antlers e nel PSG prima di approdare al Milan. Campione brasiliano con il Flamengo nel 1987 e con il San Paolo nel 1993. Nello stesso anno con la squadra paulista ha vinto la Supercoppa brasiliana, la Recopa e la Coppa Intercontinentale. Con la Nazionale brasiliana ha vinto il Mondiale 1994 e la Coppa America 1997, giocata in Bolivia. Nella Serie A italiana ha esordito il 13 settembre 1997: Milan-Lazio 1-1. Fino ad ora, nei vari campionati che ha disputato, ha segnato la bellezza di 50 gol. Sei in questa prima fase con il Milan. Il suo record però è di 17 reti in un solo campionato stabilito nella stagione 1995 con il Kashima Antlers. Squadra con la quale ha vinto il titolo giapponese. Meno fortuna per adesso ha avuto con il Milan, infatti con la formazione rossonera non ha vinto ancora niente di importante.

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