Ciro Ferrara

Napoletano di nascita torinese dadozione, ha giocato nelle due squadre
più amate (per motivi e con numeri diversi) dItalia, dimostrando
un carattere dacciaio che gli ha permesso di essere sempre un leader:
dentro e fuori dal campo. Diego Maradona, Antonio Careca, Roberto Baggio, Gianluca
Vialli, Alessandro Del Piero e Zinedine Zidane... solamente alcuni nomi di giocatori
che hanno fatto e fanno la storia del calcio e che hanno avuto lonore
e la fortuna (come lui stesso ama dire scherzando) di giocare al fianco di Ciro
Ferara. Non una semplice enumerazione di grandi campioni e un fuoriclasse (Maradona
naturalmente), ma la constatazione che il difensore della Juventus ha attraversato
i momenti più belli della storia del Napoli e partecipato alla rinascita
della società più tifata del Bel Paese, lasciando
sempre e in maniera indelebile il segno, come uomo prima che come calciatore.
Se un cruccio ci può essere questo riguarda la Nazionale che verso Ferrara
ha sicuramente un debito da saldare. Troppe volte, infatti, un infortunio o
la poca lungimiranza di un Ct non gli hanno permesso di partecipare a un Mondiale
o a un Europeo: nel 1994 Sacchi non lo ha convocato, ricredendosi due anni dopo
per la rassegna continentale che si sarebbe giocata in Inghilterra, ma un infortunio
gli ha impedito di esserci, così come quello più grave del 1 febbraio
scorso gli ha tolto la soddisfazione di fare parte della spedizione francese
capitanata da Cesare Maldini.
Ma lui, dimostrando di avere classe anche quando parla di se, dice: «Se
sapevo che questo sarebbe stato il mio destino, se mi avessero detto Vincerai
con il Napoli e la Juventus, ma non avrai una grande fortuna in Nazionale,
io lo avrei sottoscritto allistante».
In queste parole cè tutta la semplicità e la grandezza di
chi sa dessere un privilegiato, di chi ha saputo, giocando a pallone,
dare dignità a una delle città più offese della
Penisola, di chi vuol tornare a essere una pedina fondamentale per Lippi e,
soprattutto, un punto di riferimento per i compagni.
Ma per capire quanto è stata lunga e dura lattesa di Ferrara in
questi mesi vissuti lontani dal calcio e da tanti grandi appuntamenti (dalla
finale di Champions League contro il Real Madrid, ai Mondiali), bisogna risalire
al 1 febbraio 1998, allinfortunio di Lecce, il più grave della
carriera di Ciro, che lo ha tenuto fermo tanto, troppo, tempo.
Quando pensi che potremo rivedere in campo il vero Ferrara?
«Io non lo so, non ho in mente una data precisa. A breve penso di poter
essere completamente a disposizione della squadra e soprattutto dellallenatore.
Poi ci sarà da riprendere una condizione atletica accettabile. Essendo
stato tanto tempo fermo avrò sicuramente bisogno di un periodo di adattamento».
Ovvero, tutta la preparazione precampionato che non hai potuto fare?
«Si, in pratica si tratta di questo. Ma è naturale che allenandomi
e giocando a pieno ritmo insieme ai compagni riacquisterò la condizione
fisica necessaria a reggere i novanta minuti e oltre».
Qual è stato il momento più difficile che hai attraversato,
dal giorno dellinfortunio a oggi?
«Ci sono stati vari momenti difficili. Innanzitutto dopo lincidente,
hai 10.000 pensieri in testa che ti attanagliano il cuore; poi durante la rieducazione
ci sono giorni in cui non noti dei progressi, quindi sei un po giù
di morale, altri invece in cui ti senti meglio e allora hai fretta di tornare
in campo. Ma sicuramente il periodo più brutto è stato intorno
al quarto mese, quando avvertivo ancora dei grossi fastidi alla gamba e camminavo
con difficoltà».
E più difficile sopportare i problemi fisici o la... pazienza?
«La pazienza credo. Anzi, sicuramente. Nel corso della mia carriera sono
stato abbastanza fortunato non avendo mai subito grossi incidenti e questo ha
fatto sì che io fossi quasi sempre in campo e disputassi quasi tutte
le gare di una stagione. Abituarmi a una situazione completamente nuova, per
me, è stata la cosa più difficile. Ho visto tanti giocatori venire
fuori alla grande da infortuni gravi come questo... ma io non sono una persona
molto paziente».
Chi ti è stato
più vicino in questo periodo?
«Al di là della famiglia, le persone a cui voglio bene e quelle
che ti stanno sempre vicino in ogni momento (bello o brutto che sia), dopo lincidente
e fino a oggi ho ricevuto tanti attestati di stima. Tutti volevano sapere come
stavo e quando sarei tornato in campo, tutte cose belle da sentirsi dire perché
in quei momenti capisci che la gente non si è dimenticata di te. E visto
che questo è un mondo dove oggi ci sei e domani non sei più nessuno,
in otto lunghi mesi di convalescenza anche la semplice parola di conforto ti
tira su di morale e di spinge a dare il meglio di te per tornare a giocare».
Anche Lippi, dopo le prime giornate di campionato, ti ha mandato un telegramma
per chiederti quando saresti tornato?
«Il problema non è stato la presenza o meno di Ferrara. Lallenatore,
la Juventus hanno dovuto fare a meno di Ferrara e anche di altri difensori...
quindi. Anche nella passata stagione, nella parte finale, la squadra ha dovuto
fare a meno di me ed è riuscita comunque a portare a casa lo scudetto
numero 25 e ad arrivare in finale di Champions League».
Cè stato qualcosa (o qualcuno) in questo periodo che ti ha lasciato
lamaro in bocca?
«Non aver potuto prendere parte al Mondiale mi ha provocato una profonda
delusione. Tutto sommato però sono riuscito a mettere sul piatto della
bilancia le soddisfazioni che ho avuto giocando con il Napoli e la Juventus.
Con la Nazionale (per adesso, n.d.r.) non ho avuto grande fortuna, però
va bene così».
Quali sono i pensieri che in questo periodo ti hanno guidato, o
che hanno maggiormente affollato la tua mente?
«Tutti i giorni, costantemente, ho pensato, forse fin troppo, al recupero,
alla gamba, allinfortunio. Ma questo non è stato un problema, questi
pensieri benché sempre presenti nella mia testa non mi hanno limitato
e non mi hanno impedito di tornare in campo. Limpazienza è stata
comunque il nemico più acerrimo, quello che spesso mi mandava il morale
sotto zero».
Questo per te è stato un ritorno, un nuovo esordio, ti sei emozionato?
«Si, perché in questo periodo ho notato tanta attesa da parte di
tutti nei miei confronti. E il fatto che la gente aspettasse Ferrara mi ha fatto
molto piacere».
Oggi come ieri, forse può sembrare strano ma Ciro Ferrara con questa
pacatezza, con questa saggezza nelle parole, come nei piedi, ci è cresciuto.
Lui ragazzo di Campania che si è avvicinato al calcio per
caso per poi diventarne una bandiera come un vero e proprio predestinato, lui
che nel 1987 Ottavio Bianchi aveva definito Luomo nuovo del calcio
italiano, era un ragazzo normale di una famiglia normale che cercava la
sua strada a Napoli, città che normale non è mai stata.
Lha trovata nel calcio, ma potremmo dire che, soprattutto, il calcio ha
trovato Ciro Ferrara. Per caso, come tutte quelle cose che accadono quando devono
accadere, perché così sta scritto nellanfratto più
remoto del destino che ognuno di noi ha. Già dagli esordi si capisce
che per il ragazzo del 67 la via è segnata e il cartello indica
un posto che si chiama... successo.
Se ti dico Salvator Rosa o Camaldoli (le sue prime squadre a livello giovanile,
n.d.r.) a te cosa viene in mente?
«Mi viene in mente il mio motorino e un gran freddo. A parte quello che
sono state le mie prime esperienze a livello calcistico con una squadra, lo
ricordo come un bellissimo periodo trascorso con la spensieratezza di un ragazzo
che non aveva il pallino di diventare a tutti i costi un giocatore famoso. Anzi,
in quel momento non cera proprio questidea. Lho fatto per
gioco, tanto per fare unattività sportiva».
Ferara e lo sport: pallanuoto, basket, calcio... dal cilindro è uscito
fuori questultimo.
«Sono stato fortunato, anche in questo. Io ho fatto sempre un po
di sport: basket, nuoto. La pallanuoto, invece, è più un hobby.
Un anno ho fatto anche del pattinaggio, tutto questo solo per praticare dellattività
sportiva. Non avrei mai pensato di improntare la mia vita su una determinata
disciplina».
Arrivato al calcio per caso, sei poi apparso a molti un predestinato. Tu
quale pregio ti riconosci maggiormente per essere durato così a lungo
nel mondo del pallone?
«Intanto, quando ho cominciato io era diverso rispetto a oggi. Mi sembra
che adesso per i giovani sia molto più difficile, perché basta
poco per essere sotto le luci della ribalta, avere i titoloni sui giornali,
ma con la stessa velocità ci si può anche bruciare. Credo che
leducazione dei miei genitori, il fatto che loro non siano mai stati assillanti
nei miei confronti, lasciandomi fare questattività senza intromettersi
nel mio lavoro, sono cose che mi hanno aiutato molto. Perché, a 17-18
anni devi essere bravo a gestirti bene, soprattutto nei primi tempi, in un mondo
difficile come questo. Devi avere un carattere forte e non farti mai abbattere
dalle prime difficoltà. Io devo ringraziare anche i compagni che ho avuto,
uomini di grande personalità che mi hanno insegnato tanto e dai quali
sono riuscito a prendere i loro lati migliori. La personalità che ho
oggi è il frutto di tutti questi insegnamenti messi insieme, personalità
che mi ha sempre permesso di affrontare e superare qualsiasi tipo di difficoltà».
Si narra che il tuo primo idolo sia stato Dino Zoff, anche questo è un
segno del destino?
«Adesso sembra fin troppo facile e rischio di passare da ruffiano, ma
è nato tutto per il fatto che essendo il più piccolo della compagnia
mi facevano giocare in porta. Ero il più piccolo di età, il più
basso e forse (dico forse) anche il più scarso e allora facevo il portiere.
Sicuramente cera questa grande ammirazione per Zoff, ma adesso sa tanto
di piaggeria».
Ma queste sono cose scritte quando ancora Dino Zoff era lontano anni luce dalla
panchina della Nazionale e basta questo pensiero per far sorridere Ciro e allontanare
dai suoi pensieri la parola ruffiano, che certo non fa parte del
suo vocabolario... di vita.
I primi esordi e
poi, quasi subito, del Napoli. Per te, napoletano di nascita, che cosa ha significato
vestire quella maglia?
«Penso che sia il sogno di ogni ragazzo che nasce in una città,
poter un giorno giocare nella squadra che ne porta il nome. Soddisfazione bellissima,
perché non è mai facile essere profeti in patria. Ma la cosa più
importante per me è stata quella di essere entrato nel cuore della gente,
anche grazie al fatto di aver partecipato a tutti i successi del Napoli. Poi,
sono stato bravo a essermi fatto trovare pronto quando cera bisogno di
Ferrara e bravo a essere rimasto su certi livelli per tanti anni con la stessa
maglia... quella azzurra del Napoli».
Lo scudetto con gli Allievi partenopei, premiato da Maradona in persona e
poi subito in ritiro con lui. In quel momento che cosa stava succedendo al mondo
di Ferrara?
«Io sono passato praticamente dagli Allievi alla prima squadra senza passaggi
intermedi. Ho giocato pochissime partite con la Primavera, quindi il mio è
stato un vero e proprio salto. E capitato così tutto in fretta
che non riuscivo neanche a rendermi conto che stava passando un treno che non
dovevo assolutamente perdere. Mai mi sarei aspettato di diventare Ciro
Ferrara e anche nei primi periodi non pensavo che questo sarebbe stato
il mio lavoro e il mio futuro, perché avevo preso tutto quello che stava
accadendo come un gioco e non avevo certo lassillo di sfondare. Poi mi
sono trovato al cospetto di tanti campioni e non mi sono lasciato sfuggire questa
grande occasione. In questo penso di essere stato bravo perché anche
oggi tanti ragazzi hanno le stesse chance ma, per un motivo o laltro,
se le lasciano scappare proprio sotto al naso. La fortuna che ci capita fra
le mani va saputa gestire: nel calcio, come nella vita».
Zoff lidolo, Bruscolotti lesempio, Maradona il mito. Di questi
tre giocatori quali insegnamenti ti hanno aiutato di più
nei primi anni di calcio professionistico?
«Ognuno di loro aveva una fortissima personalità. Poi, a parte
questi tre e sottolineando che con Zoff non ha mai avuto loccasione di
giocare, vorrei ricordarne un quarto al quale sono rimasto molto legato: Salvatore
Bagni. Ognuno, chi per un motivo o per un altro, mi ha insegnato qualcosa di
importante e mi ha lasciato in eredità una piccola parte di se. Poi,
nel mio piccolo, ho cercato anchio di rubare (con chi ho potuto) qualche
piccolo segreto, che mi è stato utile negli anni».
Quello che lo stesso Ferrara nella sua carriera ha sempre cercato di fare con
i calciatori più giovani che hanno avuto la fortuna di crescere sotto
le sue ali.
Degli anni di Napoli che cosa ricordi con più piacere?
«Ricordo tutto con grande piacere, anche i momenti meno belli, anche le
sconfitte più pesanti. Dallinizio alla fine di questi 10 anni,
per me fantastici, passati con la maglia del Napoli ogni istante trova il suo
posto nel mio cuore e nella mia mente».
Come uno splendido mosaico fatto di migliaia di ricordi: uno sfondo azzurro
in cui campeggiano i bagliori degli splendidi successi dellera di Ferrara
& compagni.
Vincere a Napoli...
«Vincere a Napoli è una sensazione che in pochi hanno provato.
Vincere a Napoli, vincere al sud, dove tutto è molto più difficile,
dove il successo e la sconfitta vengono vissuti in maniera viscerale, soprattutto
dai napoletani, è una sensazione unica e indescrivibile. In quel periodo
le nostre vittorie sono state anche motivo di riscossa contro il nord, il suo
potere, le sue squadre. Inoltre la città poteva finalmente mostrare al
mondo intero e forse per la prima volta il rovescio positivo della medaglia».
Marchesi, Bianchi, Bigon, Lippi, Ranieri. Quale di questi allenatori ti ha
insegnato di più? E a chi senti di dover dire grazie?
«Forse fra tutti sento di dover dire grazie a Ranieri perché in
quella stagione non sono riuscito ad esprimermi ai miei livelli. Purtroppo con
lui ho vissuto un campionato sotto tono e non ho dato quello che, normalmente,
era nelle mie possibilità. Ho ricevuto tanto e penso di aver dato tantissimo
a tutti gli allenatori che ho avuto, ma con Ranieri devo ammettere di non essere
riuscito a contraccambiare in pieno».
Il ricordo più bello degli anni napoletani?
«Uno è difficile sceglierlo. Ma se proprio devo, resto a metà
tra il primo scudetto e la sera in cui conquistammo la Coppa Uefa a Stoccarda
(con il gol del 2-1 siglato dallo stesso Ferrara, n.d.r.) pareggiando 3-3 contro
i tedeschi. Questi sono sicuramente i due momenti più belli e più
intensi delle mie dieci stagioni a Napoli».
E il gol più bello?
«Il gol più bello lho segnato alla Roma allOlimpico.
Ma quello più importante e che ricordo con più piacere è
quello segnato allo Stoccarda nella finale di ritorno di Coppa Uefa, perché
mise il sigillo sulla prima coppa del Napoli: primo e per adesso unico trofeo
internazionale, che grazie a quella rete ho sentito ancora più mio».
Qual è stato lavversario più difficile da marcare?
«Ce ne sono stati due che mi hanno fatto passare dei brutti momenti. Il
primo Montesano, giocava nellUdinese, un dribblomane. Io ero giovane e
quella era la mia seconda partita in Serie A: mi diede una lezione che non ho
mai dimenticato. Anche perché, una settimana prima avevo debuttato al
San Paolo contro la Juventus e dopo aver marcato Boniek ricevetti un mare di
elogi. Contro lala dellUdinese, quindi, ci fu la prima verifica;
tanto per ribadire come nel calcio non cè mai niente di scontato.
Laltro avversario che ricordo come un incubo è stato
Ruud Gullit, durante una partita contro il Milan a San Siro. Mi consola, in
questo caso, il pensiero che il Gullit di quei tempi avrebbe fatto fare brutta
figura a chiunque».
Quello che hai vissuto era il Napoli di Maradona, Careca, Bagni, Giordano.
Visto da dentro che Napoli era e che aria si respirava?
«Cera una grande amicizia e una grande forza allinterno del
gruppo. Noi eravamo una squadra vincente, in quegli anni, quindi sottoposta
a tante pressioni, soprattutto in una città come Napoli. Nonostante questo
siamo riuscito a venir fuori anche da critiche pesanti nei nostri confronti
e ci siamo riusciti grazie allunione che cera tra tutti noi. Hanno
sempre cercato di mettere la squadra contro Maradona, perché, per esempio,
Diego non veniva a fare gli allenamenti. Ma lui era uno che avrebbe fatto di
tutto pur di difendere un compagno, ecco perché nessuno calciatore che
ha avuto modo di giocare insieme a Maradona ha mai parlato male di lui. Grandi
giocatori, di grande personalità, uniti sempre, dentro e fuori dal campo.
Ecco gli ingredienti di quel Napoli bello e vincente».
Maradona, appunto, che cosa ha lasciato, al calcio, al Napoli e a te?
«Quello che oggi ancora nessun giocatore è stato in grado di dare.
Adesso non gioca più, ma resta pur sempre un personaggio che fa discutere
nel bene e nel male. E, comunque, una persona che chi non ha avuto modo
di conoscere non può giudicare. Per Napoli, per me rimarrà la
figura più importante che cè stata. Per il calcio mondiale
attualmente non cè, e ancora per parecchio tempo non ci sarà
nessuno capace di fare quello che è riuscito a fare Diego».
Un altro capitolo importante nella carriera di Ciro Ferrara, come in quella
di ogni grande campione che si rispetti, comincia per N: quella
maiuscola della Nazionale. A dir la verità questo è un capitolo
con pochi, anche se intensi, paragrafi. Due infortuni hanno impedito a Ciro
di partecipare a England 96 prima e France 98 poi. Se ci mettiamo
anche la mancata convocazione ai Mondiali del 1994 il quadro risulta completo.
Una cosa però è certa, il difensore del Napoli e della Juventus
è stato, per motivi diversi, troppo tempo lontano dalla Nazionale, che
in più frangenti e con il senno di poi avrebbe avuto sicuramente bisogno
dellesperienza e della grinta di Ferrara. LUnder 21 con Cesare Maldini
(6 presenze e un gol), poi subito la Nazionale maggiore con Azeglio Vicini e
il gran debutto contro lArgentina di Diego Armando Maradona. Anche in
questo caso il ragazzo di Campania ha bruciato le tappe di una carriera
folgorante: 44 le presenze ma pochissime le soddisfazioni personali, considerando
anche che la sua Nazionale non riuscì a qualificarsi per
gli Europei del 92.
Maglia azzurra, più rimpianti o soddisfazioni?
«Poche soddisfazioni, devo dire. Perché nonostante io abbia debuttato
nell87 (più di dieci anni fa), essendo poi rimasto fuori dal giro
della Nazionale per tre anni, avrei potuto dare qualcosa in più e così
non è stato. Però questo per me non è un cruccio, se non
altro per il fatto che, mi rendo conto, durante la propria vita professionale
non si può ottenere tutto. Sicuramente non ho avuto fortuna, anche perché
da titolare non ho avuto modo di partecipare ad alcuna grande manifestazione
come i Mondiali o gli Europei. Oltretutto, ho dovuto rinunciare per infortunio
proprio a France 98. Dalaltra parte il mio modo di giocare, il mio
modo di essere mi ha portato alla ribalta e al successo, quindi questo è
quello che ho avuto». Questo è... Ciro Ferrara.
Ti è dispiaciuto di più saltare i Mondiali del 94 o quelli
di questanno?
«Diciamo che alla mancata convocazione del 94 ero preparato, in
fondo era già da un po di tempo che non facevo parte del giro della
Nazionale. Mi sembrava una cosa scontata, anche se io non riuscivo a comprenderne
il perché fino in fondo e lo stesso Sacchi si è poi ricreduto
sul mio conto richiamandomi dopo i Mondiali. Lunica colpa che posso fargli
è quella di non avermi mai provato. E vero che nel Napoli giocavo
con un modulo difensivo diverso da quello attuato dalla Nazionale, ma vedevo
altri difensori che giocavano come me e poi venivano regolarmente convocati.
Il mio modo di lavorare e il mio modo di essere, alla fine, lo hanno convinto
(troppo tardi, n.d.r.). Indubbiamente, per tornare alla domanda, è stata
più cocente la delusione di non aver potuto essere in Francia, con Cesare
Maldini e con un gruppo nel quale avrei potuto recitare la parte di protagonista».
Cesare Maldini, Azeglio Vicini, Arrigo Sacchi... pregi e difetti.
«Bèh, ognuno ha il suo modo di intendere il calcio, secondo anche
la propria tradizione e il proprio vissuto. Io devo dire di essere stato in
grado si sapermi adattare a tutti i tipi di gioco. Ho giocato ha uomo per tanti
anni nel Napoli e poi a zona nella Juventus, quindi non ho problemi di sorta».
Due modelli diversi, ununica mentalità vincente, un unico grande
campione: Ciro Ferrara.
Secondo te un Commissario tecnico deve essere più selezionatore o
allenatore?
«Un Ct, secondo me, ha poco tempo a disposizione per imprimere alla squadra
una propria e distinguibile impronta. E chiaro, poi, che ogni calciatore
ha il suo modo di giocare e di stare in campo, quindi la cosa migliore sarebbe
quella di rispettare la qualità del singolo cercando di integrarla con
quella degli altri per costruire una... squadra. Mai snaturare, o improvvisare
cercando in poco tempo di dare un gioco che per essere assimilato avrebbe bisogno
del tempo che la Nazionale non da. A volte è difficile anche per gli
allenatori di club, figuriamoci per chi guida la squadra azzurra».
Come ti spieghi che una SuperNazionale come quella di Vicini non sia riuscita
a vincere niente? Che cosa è mancato?
«Sinceramente, è mancato un pizzico di fortuna. Ai Mondiali del
90 è mancato solo quello. Era un gruppo molto forte, affiatato
e aveva anche il vantaggio di essere cresciuto insieme fin dai tempi dellUnder
21. Da questo punto di vista, per Vicini è stato più facile mettere
insieme la sua squadra».
La partita azzurra che ricordi con più gioia?
«Senzaltro il debutto. Perché lho fatto che ero molto
giovane e poi perché dovevo marcare Maradona: impegno particolarmente
difficile».
Laneddoto più curioso che ricordi.
«Di momenti curiosi e simpatici ce ne sono stati molti. Mi torna in mente
il periodo dellultimo Vicini e dellarrivo di Arrigo Sacchi, perché
molti di noi avevano già capito (me compreso) che lavventura con
lex allenatore del Milan non sarebbe mai cominciata. Fu divertente perché,
allultimo ritiro, in molti ci rendemmo conto che il nuovo Ct avrebbe cambiato
tutto, o quasi».
Ma questo non è indicativo di un errato estremismo pallonaro?
«Vista la mancata qualificazione agli Europei il cambiamento era una cosa
naturale. Per non parlare poi delle voci che correvano su ognuno di noi e sulla
nostra probabile o improbabile riconferma. Non è che accettassimo di
buon grado leventualità di uscire dal giro della Nazionale, ma
non potevamo fare altro che continuare a giocare per dimostrare, con il nostro
valore, che potevamo essere ancora utili alla causa. A qualcuno è andata
bene, ad altri no».
E sin troppo facile, mentre si parla di Nazionale, scrutare gli occhi
di Ciro e leggere in quello sguardo pieno di luce una voglia matta di tornare
a vestire quella maglia, senza dimostrare niente a nessuno, ma solo per dare
a Ferrara quello che è di Ferrara... un sogno azzurro. Nei suoi piedi
e nelle parole di Zoff ci sono gli ingredienti della pozione magica che potrà
esaudire questo desiderio e restituire, finalmente, alla storia della Nazionale
un pezzo di storia del calcio italiano.
Intanto, nel 1994, la squadra che lo aveva cercato tre anni prima senza esito,
torna alla carica. E Luciano Moggi il deus ex machina che porta a Torino
il difensore e lallenatore del Napoli Marcello Lippi. Argomento sul quale
Ferrara ha qualcosa da aggiungere: «In quel periodo, il mister non era
in contatto solamente con la Juventus. Infatti a me, allinizio, aveva
chiesto se volevo andare in unaltra squadra. La Juventus è stata
comunque la prima società a chiedere Ferrara, poi seguì un periodo
di stallo. Fu allora che si fecero vive anche il Parma, la Roma, la Lazio. Il
mio obiettivo, però, era quello di venire a Torino. Avevo alle spalle
gli anni doro del Napoli e mi piaceva poter continuare su certi livelli,
possibilità questa che mi poteva dare soltanto la Juventus, anche se
i bianconeri venivano da nove stagioni senza scudetto. A 27 anni, dopo aver
vinto molto, volevo mettermi alla prova, volevo vedere se riuscivo a vincere
anche lontano da casa e da un ambiente che mi voleva bene. Di questa scelta,
tuttoggi, sono molto soddisfatto».
Napoli e Torino due città diverse, lo stesso grande Ciro Ferrara.
Il segreto?
«Il segreto, forse il mio carattere con il quale riesco ad affrontare
qualsiasi tipo di situazione con il sorriso sulle labbra, sdrammatizzando un
po tutto. Sapendo di dover affrontare una città completamente diversa
da Napoli io ho messo in prima linea la mia serenità e la mia serietà:
monete che hanno dato i loro frutti a Torino, come li avevano dati
a Napoli».
Ferrara, Lippi, Paulo Sousa e la Juventus vince subito. Che cosa ricordi
di quel primo anno bianconero? E soprattutto cosa successe nello spogliatoio
di Foggia?
«A Foggia non successe niente di speciale. Molto semplicemente ci rendemmo
conto che avevamo fatto una partita completamente sbagliata. Cosa che nellarco
di un campionato può sempre succedere. Anche la scorsa stagione, dopo
un Juventus-Napoli finito 2-2, visto che eravamo consci di non attraversare
un buon momento ci riunimmo per guardarci in faccia. Spiegarsi ogni tanto fa
bene al gruppo. A Foggia eravamo proprio allinizio quindi la cosa ebbe
ancora più effetto».
Un sospiro, lo sguardo che esce dal terrazzo come per cercare oltre, nella
memoria, i ricordi più importanti, le parole meno banali per raccontarsi
e raccontare la storia bianconera, quella di sempre, fatta di vittorie, di coppe
alzate al cielo e di quella fame di trofei che è difficile trovare altrove.
«Il primo anno bianconero è stato bellissimo, soprattutto perché
alla fine è arrivato lo scudetto. Scudetto sì, ma anche Coppa
Italia e finale di Coppa Uefa alla prima stagione... davvero indimenticabile».
Marcello Lippi, tu lo vedi più come un grande stratega, o come un
uomo di buon senso che sa prendere il meglio un po da tutti i suoi giocatori?
«Io credo che la seconda definizione sia quella giusta. Lui è capace
di ottenere il massimo dai propri giocatori, sa quando è il momento di
lasciare la squadra tranquilla e quando invece le deve stare addosso facendo
sentire la sua voce. Inoltre, ha sempre avuto a disposizione un gruppo di giocatori,
il gruppo storico, che riesce a dargli una mano cercando di spiegare
ai nuovi che cosa significa giocare nella Juventus, che cosa sono lo spirito,
lambiente e la mentalità bianconera. Allo stesso tempo, penso che
una delle sue più grandi qualità sia quella di saper creare ogni
anno un gruppo forte, affiatato e capace di remare dalla stessa parte».
A Torino, quando sei arrivato con chi hai legato subito e meglio?
«Con Gianluca Vialli. Ci conoscevamo da un po di tempo, eravamo
stati compagni di squadra in Nazionale, quindi fu sin troppo facile legare con
lui. Ma, sia a Napoli che a Torino ho sempre legato con tutti. Per me la squadra
è come una seconda casa, non potrei non andare daccordo con tutti.
Attualmente i giocatori con cui sono più in sintonia sono Del Piero e
Di Livio, soprattutto perché stiamo insieme da tanto tempo e ognuno conosce
dellaltro pregi e difetti».
Tu, nel tempo, hai giocato con Maradona, Zola, Baggio, Del Piero e Zidane.
Cosa li accomuna e qual è invece la differenza più rilevante?
«In comune hanno tutti (chi nella squadra di club, chi in Nazionale) il
numero 10. Oltre a questo la fortuna di aver giocato con Ciro Ferrara, perché
da avversario sarei stato un osso duro per tutti»... nella risata che
segue queste parole cè tutto luomo e il campione che ha esaltato
le platee di Napoli e Torino. «La differenza? Grandi campioni, anche dal
punto di vista umano, un unico fuoriclasse: Diego Armando Maradona».
La Juve, a Napoli, era...
«Lavversaria di sempre. Al napoletano bastava vincere contro i bianconeri
per salvare unintera stagione. Poi, dopo larrivo di Maradona, quando
abbiamo iniziato a vincere le cose sono un po cambiate. Anche perché
lavversario più importante era diventato il Milan del trio Gullit,
Rijkaard e Van Basten».
Quando sei arrivato alla Juventus, come te la immaginavi e cosa ti aspettavi
dallambiente di piazza Crimea?
«Non potevo certo avere unidea ben precisa, se non per quello che
avevo letto e sentito negli anni precedenti. Mi aspettavo, comunque, un ambiente
serio, dove io ho cercato di portare le mie qualità e le mie caratteristiche.
Nello spogliatoio sintende. La Juventus, per il resto, è una società
che va avanti da più di cento anni e credo proprio che la forza stia
nella grande organizzazione che cè».
La vittoria più bella con la maglia della Juventus.
«La Coppa dei Campioni, perché non lavevo mai vinta prima.
Di scudetti ne avevo vinti cinque. La Champions League, vinta per giunta a Roma,
è stata bellissima».
Che cosa hai provato quando ti sei trovato davanti Van Der Sar per tirare
il calcio di rigore?
«Lì devi essere incosciente. Innanzitutto io non sono mai stato
un rigorista, ma in quel momento mi sono reso conto che non cera nessuno
che voleva battere i rigori. Tra laltro avevo fatto uninfiltrazione
alla caviglia prima della partita e provai a dirlo a Lippi che mi rispose: Non
mi interessa, vai e calcia. La cosa curiosa è che se sbagli un
rigore del genere passi alla storia, se lo fai nessuno se lo ricorda. Io fui
il primo e adesso tutti ricordano quello di Jugovic. Ma io me lo ricorderò
per sempre... il mio cuore andava a mille in quelloccasione».
Lattaccante avversario più forte che hai marcato?
«Sicuramente Van Basten».
Lamico più grande che hai nel mondo del calcio?
«Se ne devo indicare uno: Salvatore Bagni».
Quello fuori dal mondo del pallone?
«Lì ne ho pochi perché ho sempre vissuto in questo ambiente».
In questi ultimi tempi si è parlato molto e spesso a sproposito di doping...
«Io posso parlare delle mie esperienze, quelle vissute con il Napoli e
la Juventus. E vero che vengono curati i minimi particolari della nostra
preparazione, per tutto quello che riguarda la nostra salute, ma questo viene
fatto nella legalità più assoluta e di questo ne sono certo. Ultimamente
si è colpevolizzato questo ambiente, colpendo soprattutto la nostra professionalità
e io ritengo che alla fine i calciatori siano sempre la parte migliore. Faccio
parte di questa categoria e ne sono orgoglioso. So come si lavora alla Juventus,
so che si curano i minimi particolari negli allenamenti, nellalimentazione
e negli integratori che ci danno, ma avviene tutto alla luce del sole».
Superlega, diritti Tv, quotazione in Borsa. Cosa ne pensa di tutto questo
una delle ultime bandiere del calcio italiano?
«Io ho cominciato in un periodo diverso. Ma oggi gli interessi sono talmente
tanti e mi sembra inevitabile che si sia arrivati a tutto ciò. Forse
in futuro sarà anche peggio».
Ciro Ferrara e la famiglia. Come figlio prima, come marito e padre poi. Che
cosa rappresenta per te?
«Lunico punto fermo, solido e di cui posso cecamente fidarmi per
tutto ciò che faccio. Il mio lavoro è pieno di rischi e incertezze,
la famiglia il rifugio da tutto questo. Ho un rapporto molto stretto con tutti
i miei familiari, genitori e fratelli compresi».
Paolo e Benedetta, i tuoi gioielli più grandi. Quanto è difficile
educare i figli oggi, soprattutto per chi come te vive in un mondo lontano dalla
realtà di tutti i giorni?
«Cerco di dargli leducazione che ho ricevuto io. Indipendentemente
dalla popolarità che posso avere e che indirettamente ricade anche su
di loro. Sono ancora in unetà nella quale non possono rendersi
conto pienamente di quello che è il mio mondo, sanno che sono al centro
dellattenzione altrui, ma io cerco sempre di lasciare fuori dalle mura
di casa quelle che sono le tensioni derivanti dal mio lavoro. Non lo facevo
con i miei genitori, non lo faccio adesso con mia moglie e i miei figli».
Ferrara e la pubblicità.
Un impegno, un divertimento, un lavoro...
«Devo dire di non considerarmi un personaggio da copertina. Però
mi rendo conto di essere una persona capace di trasmettere messaggi positivi.
La faccio volentieri, anche se non sono mai io a propormi. In fin dei conti
resta un divertimento». Uno in più in una vita che già di
per se è costellata di successi e serenità.
La Fiorentina di Trapattoni e Torricelli, due pezzi della storia bianconera...
«A Firenze cè un ambiente che non vince da tanto tempo, come
a Napoli quando arrivò Maradona. Trovarsi in una certa posizione di classifica
può caricare e dare quella concentrazione decisiva per puntare in alto.
Oltretutto il gruppo mi sembra ben affiatato e ben amalgamato nei suoi reparti.
Sicuramente una squadra da prendere con le molle questa Fiorentina».
E la Juventus di Ferrara?
«Credo che migliorerà, ma soprattutto migliorerò io giocando».
Ben tornato, campione...