Walter ZENGA

Ve la do io l’America

I colori accesi di una primavera in anticipo, il profumo dell’Oceano che avvolge i pensieri. Una tranquilla domenica di aprile, di sole, di vita da annusare per il ragazzo che se la ride degli anni, e non ha proprio voglia di invecchiare, di intristirsi. Walter Zenga è partito per una nuova avventura. Ha appena scoperto l’America e figurarsi se se la lascia scappare. Anzi, ha rispolverato vecchi entusiasmi e la sua maglia col numero uno, alla faccia di tutte le partite d’addio. Il 20 marzo si è messo in moto il magnifico carrozzone della MLS, la Major League Soccer. Il calcio degli States, per capirci. Walter Zenga, “head coach” dei New England Revolution, prima dell’inizio dell’avventura ha portato la sua truppa al Cinquale, due passi da Forte dei Marmi. Precampionato, amichevoli assortite con il meglio della Serie C toscana. Un assaggio d’Italia prima di tornare in quella che chiama «la mia Boston». Da allenatore in questo mondo nuovo del soccer, che cresce e fa proseliti. Da giocatore, anche. Perché c’è ancora tempo per il gioco, per l’allegria del calcio. Perché laggiù c’è ancora qualcuno che aspetta di veder volare il vecchio Spiderman.
Dove eravamo rimasti? La partita d’addio, nel maggio ‘98, e una scrivania pronta nella sede dell’Inter. Pensi che quello sarà il futuro di Zenga, e invece niente, ti distrai un attimo e lo ritrovi dall’altra parte dell’oceano a fare l’allenatore.

Strana, la vita.
«Non più di tanto. Dopo la partita d’addio a San Siro mi sono concesso una lunga vacanza. Due mesi in giro tra isole Vergini e Caraibi. Nel viaggio era prevista una tappa a Boston, dove i New England Revolution mi avevano organizzato una festa come quella di Milano. Era un brutto momento, per la squadra: ultima in classifica, attacco e difesa peggiori del campionato, pubblico in calo. La serata in mio onore prevedeva una sfida ai Los Angeles Galaxy. Sono arrivate trentaseimila persone, a festeggiarmi. Appena finita la partita, il general manager mi ha chiamato nel suo ufficio e mi ha messo in mano un contratto per guidare la squadra».

Da non dormirci chissà quante notti...
«Invece io non ci ho pensato due volte. Avevo programmato un futuro in Italia, ma l’ho cancellato in un istante. Ho telefonato soltanto al presidente Moratti per avvertirlo della mia scelta. Lui mi ha stimolato, aggiungendo che nella grande famiglia dell’Inter un posto per Zenga ci sarà sempre. Infatti continuiamo a collaborare, grazie agli Inter Camp di Boston».

Di sicuro non è passata la voglia di sfidare il mondo intero...

«La realtà è che amo l’America, anche se l’anno prima avevo rifiutato un contratto quinquennale. Mi offrivano due stagioni da giocatore e tre da dirigente, ma il programma non mi convinceva. Infatti non era granché, se la squadra è finita in fondo alla classifica. Nei tre mesi in cui l’ho guidata mi sembra che le cose siano cambiate. La squadra è arrivata ultima comunque, ma il gioco è migliorato: abbiamo finito con la miglior serie difensiva della stagione. L’esperienza me la sono fatta parlando con Vialli, con alcuni allenatori del giro, rispolverando i quaderni su cui avevo annotato i miei vecchi allenamenti. Studiando, insomma. Ci ho preso gusto e adesso sono qui, ho fatto il precampionato e mi sono ributtato nella mischia».

Si fa presto, a raccontare la storia della MLS. Questo è il quarto campionato. Ma sono cambiati i tempi, rispetto a quelli in cui il calcio negli States era Pelè e Chinaglia, Cruijff e Neskeens. Grandi stelle, ma dietro c’era il vuoto.

«Gli americani hanno un’idea precisa di quel fallimento. Il Cosmos metteva sul tavolo un bel pacco di miliardi per un po’ di giocatori, ma dietro alla facciata non c’era nulla. Niente fondamenta. Così, i nuovi organizzatori del calcio hanno messo parecchi limiti. Al punto che giocare in quel campionato non è semplice, ci sono tantissime regole. Per quanto riguarda il mercato, le società devono restare nei limiti di un tetto salariale ridotto, un milione e seicentomila dollari, meno di tre miliardi di lire, per mettere insieme una rosa di venti giocatori. Se me la passi, è un po’ come giocare un Fantacalcio con uomini e denaro veri».

Il “salary cap”, ostacolo alla voglia di crescere. La Lega, insomma, vuole vederci chiaro.

«È così. Ma occorre comunque un po’ di elasticità, se si vuole che il calcio sopravviva e faccia proseliti. Se Vialli convince il presidente del Chelsea che un determinato giocatore serve alla causa, lo ottiene. Il mio presidente, prima di accontentarmi, deve fare un paio di conti. E poi, magari, mi dice che va bene, ma bisogna tagliare da un’altra parte».

Mica facile trovare una via d’uscita.

«Ci sono solo due strade. La prima ipotesi è che prima o poi la Lega alzi il tetto salariale. La seconda è che lasci il completo controllo della situazione ai proprietari. In questo caso, tutti i giocatori europei di maggior levatura finirebbero in America nel giro di due anni».

Però il “salary cap” ha risvolti positivi. Rispetto al soccer-spettacolo dei Cosmos, oggi si cura con maggiore attenzione il vivaio.

«Senza dubbio. La MLS, tra l’altro, cura con particolare attenzione la squadra Olimpica, ha avviato il “Project 40” per coltivare i talenti al di sotto dei vent’anni, che sono svincolati dalla regola del tetto salariale. Ci sono molte idee, certo. Ma io credo che la Lega dovrebbe anche confrontarsi col calcio internazionale. Mandando i suoi allenatori in giro per l’Europa a fare esperienza, e allineandosi un po’ di più alle regole del gioco europeo».

Anche quelle del campo?
«Soprattutto quelle. Come in tutti gli sport americani, negli States anche il calcio non prevede il pareggio. Se chiudi un incontro in parità devi affrontare gli “shoot-out”, uno strano surrogato dei calci di rigore: parti a trentacinque metri dalla porta e hai cinque secondi di tempo per fare gol. Ecco, pensate a un calcio senza pareggio. Significa che non esiste la mentalità per gestire il risultato».

Significa giocare un altro calcio.
«Fosse soltanto questo. Mettiamoci anche la regola del tempo effettivo, per cui non puoi nemmeno inventarti il cambio tattico a cinque minuti dalla fine, perché l’arbitro ferma il cronometro. E poi c’è la strana formula del campionato. Due conferences da sei squadre, le prime quattro vanno ai play-off. Come dire che si gioca un campionato di sei mesi, trentadue partite di regular season da marzo a ottobre, per eliminare due squadre per conference. Poi le restanti si scontrano, prima contro quarta e seconda contro terza, si fa la finale di conference e le due vincenti si giocano il titolo».

Molto americano.
«Già. Ma così può capitare che una squadra giochi male per cinque mesi, azzecchi tre risultati positivi e finisca ai play-off. E che poi, magari, vinca anche il titolo».

In fondo, nelle cose di sport gli americani amano complicarsi la vita. Basket, baseball e football americano sono discipline estremamente tecniche. Il calcio è immediatezza, basta un cortile per praticarlo. A tuo avviso c’è il rischio che non faccia breccia anche stavolta?
«Rispondo con i numeri. Nell’ultima stagione, i Revolution hanno avuto una media di ventimila spettatori a partita. A Kansas City, dove c’è stata la media più bassa, erano ottomila a gara. Ditemi quante squadre di Serie B, in Italia, fanno ottomila persone a partita. E la cosa bella è che se uno potesse guardarle in faccia una a una, le ventimila persone che vengono a vederci, scoprirebbe che non sono sempre le stesse. C’è un ricambio continuo, perché c’è un interesse crescente intorno al calcio».

IL CALCIO CORRE ALLA CONQUISTA DEI COLLEGES

Insomma, ai tempi delle stelle superpagate era un po’ come la carovana di Buffalo Bill, come le sfide tra sprinter e cavallo: spettacolo puro. Adesso è una faccenda seria.
«Qualche anno fa giravi per i colleges americani e vedevi soltanto campi di baseball, di basket, di football americano. Adesso vedi un’infinità di campi da calcio. Un’infinità di ragazzini, di donne che giocano a calcio. E le scuole si moltiplicano. Soltanto nel Massachussets ci sono centosettantamila ragazzi che hanno scoperto questo sport e lo praticano».

L’America che scende in campo. Steve Sampson, Ct della Nazionale statunitense nell’avventura sfortunata di France ‘98, ha chiarito i tempi della conquista del pianeta. In dieci anni, ha detto, il nostro calcio sarà ai vertici mondiali. Sottoscrivi?
«Sottoscrivo, ma a una condizione. Che il calcio degli States si affidi a tecnici europei. Gli americani hanno voglia di imparare, di fare. Sono disposti ad allenarsi anche tre ore di fila senza fiatare. In questo senso noi europei siamo molto più indolenti. Il problema è che quando il calcio statunitense si affaccia alla ribalta internazionale, perde subito il quaranta per cento delle proprie potenzialità. Proprio perché non conosce quella che definirei, passatemi il termine, la cultura del pareggio. Non hanno certe malizie, gli americani, non conoscono il concetto di gestione delle risorse».

Parola d’ordine: colonizziamo gli Stati Uniti.

«No, no, non dico questo. Non sarebbe giusto togliere spazio ai tecnici che si stanno formando negli States. Basterebbe affiancarli a maestri europei, per farli crescere. Ma già adesso c’è gente preparatissima anche tra gli americani. Penso a Bruce Arena, il nuovo Ct della Nazionale. L’uomo giusto al posto giusto, un grande allenatore. Aperto ai modelli europei, anche dal punto di vista dell’organizzazione. A Washington, i DC United hanno un centro all’avanguardia, con due campi per gli allenamenti, club house, ristorante. Insomma, un villaggio costruito su misura per il calcio».

Parliamo di quelli che riempiono gli spalti. Appassionati, più che tifosi. In ogni caso, diversi da certi stereotipi europei o sudamericani.

«Niente violenza, niente fanatismi. In America ci sono i tabelloni luminosi nello stadio, ti fanno rivedere le azioni immediatamente. Ma non c’è il clima da moviola, la voglia di organizzare processi. L’anno scorso contro i Metrostars l’arbitro ci ha annullato un gol regolarissimo. Sul tabellone sono passate le immagini, ma a nessuno è saltato in mente di farsi giustizia da sè, di invadere il campo o chissà che altro. Qualche fischio, per sottolineare l’errore arbitrale. E tutto è finito lì. Poi, andare allo stadio è un po’ come andare al luna park. Ci vai con la famiglia, coi bambini che possono giocare minitornei tre contro tre, puoi aggirarti negli stand del merchandising. C’è il divertimento e la voglia di passare un pomeriggio senza tensione».

Qualcuno dice che è un tifo troppo freddo...
«Sarà anche così, ma se non altro vivi lo sport come va vissuto, senza esasperazioni. Io penso a certe scene del campionato italiano, a certi ragazzini che tirano in campo di tutto, e mi rendo conto che a quei ragazzi non sono stati insegnati i valori veri dello sport. Un po’ alla volta ho capito che siamo noi a sbagliare l’approccio, non gli americani».

Per aiutarlo, questo nuovo popolo del soccer, scende in campo anche la Fifa. Le proposte di Blatter per cambiare le regole del gioco sembrano fatte apposta per coinvolgere un pubblico come quello americano, così innamorato delle tecnologie.

«Sinceramente, non vedo perché la prova televisiva non possa essere utilizzata per decidere il destino di una partita. Non vedo perché non si possa arrivare a far dirigere le partite da due arbitri, come già succede nel basket. Anche se in realtà basterebbe dare più responsabilità ai due collaboratori dell’arbitro. Comunque sia, bisognerà arrivare al punto in cui, di fronte alla prova inconfutabile dell’errore tecnico, la palla torna al centro e la partita si ripete. È già capitato in Germania, e di recente in Inghilterra. Sono segnali importanti».

LIVELLO TECNICO? I MIGLIORI GIOCHEREBBERO IN B

Andiamo al sodo. A che livello è arrivato il calcio USA? Proviamo a rapportarlo a quello italiano, per capirci meglio.
«Se ci fermiamo alle formazioni titolari, agli undici che vanno in campo, diciamo che siamo a livello di Serie B. Il problema è che poi c’è un buco, un divario notevole tra titolari e rincalzi. E la maggior parte di quelli che vanno in panchina non potrebbero andare molto oltre la Serie C. Il fatto è che in America quelli che stanno in panchina non hanno molte occasioni di giocare, visto che le amichevoli non esistono. Chi resta fuori, gioca poco».

E con la faccenda del tetto salariale quelli che potrebbero essere buoni maestri restano a casa loro.
«Appunto. La Lega ha cercato di costruire un campionato equilibrato, in cui tutti possano partire alla pari. Ma in questo modo gli stranieri di un certo livello se ne vanno. E anche i migliori americani, se possono, cercano di fare le valigie. Per questo, l’ho detto, bisognerà pensare ad alzarlo, quel benedetto “salary cap”: per non disperdere il patrimonio che in pochi anni è stato messo da parte. Che ha portato alla nascita di un campionato universitario al quale partecipano complessivamente cinquecento squadre».

Magari, se ci fossero più possibilità, Walter Zenga verrebbe a pescare giocatori anche dalle nostre parti. Qualche nome, sul taccuino, lo avrai pure scritto...

«Ho parlato con diversi giocatori, tutti amici miei. Avrei voluto portare gente come Bianchini e Lantignotti, non se ne è fatto nulla. Stanno facendo ottime cose, rispettivamente a Pistoia e a Treviso. Segno che avevo visto giusto. Ho accennato l’idea anche a Bergomi e Melli, ma siamo su cifre inaccessibili. In ogni caso, ci occorrono giocatori che diano esperienza, che insegnino qualcosa anche dal punto di vista della fantasia, della scaltrezza agli americani. Gente che sappia leggere una partita, e insegni a leggere anche agli altri».

In una terra di pionieri c’è sempre qualcuno che ha voglia di imparare.
«Il bello è proprio questo. A Boston parlo e la squadra ascolta per capire. C’è curiosità, c’è voglia di crescere. E ogni giorno la sento davvero, la mia squadra che cresce. Mi entusiasma».

Altro che Milano da bere. Qui c’è l’America da assaporare lentamente, perché il sogno non finisca mai.
«Io ci resterei tutta la vita. Qualche giorno fa leggevo un articolo su un settimanale, diceva che gli italiani all’estero hanno sempre più voglia di tornare. Evidentemente, io e Gianluca Vialli siamo due alieni, visto che stiamo benissimo dove siamo».

A proposito di Vialli. Un altro italiano che per allenare e giocare ha dovuto andarsene lontano da casa...
«Lui, forse, aveva un progetto più preciso. Io invece in questa situazione mi ci sono un po’ ritrovato. L’anno scorso ho iniziato a fare qualche allenamento con la squadra, e adesso ho deciso di rigettarmi nella mischia, visto che il fatto di stare in porta non mi sembra incompatibile col mestiere di allenatore. Anzi, in un certo senso aiuta. Ho sempre giocato in un ruolo in cui le responsabilità non mancano».

ALLENATORI-GIOCATORI? IL PRIMO E’ STATO MANCINI

Peccato che questa figura di allenatore in campo in Italia non sia prevista. E nemmeno troppo amata, a quanto pare.
«In Italia ci sono regole precise da rispettare. Se vuoi il patentino di seconda categoria, devi appendere le scarpe al chiodo. Eppure, sembrerà paradossale, il predecessore di tutti gli allenatori-giocatori in campo ci va ancora, e con ottimi risultati. Si chiama Roberto Mancini. Lui non ha mai fatto corsi, eppure è sempre stato un tecnico».

Infatti si è già candidato alla successione di Eriksson sulla panchina della Lazio.
«Dovrebbe candidarsi all’acquisto della Sampdoria, invece. E poi ricordarsi degli amici che ha in giro».

È proprio il Mancio a dire che non ha senso una regola che ti impone una scelta: o allenatore o giocatore.
«Da una parte c’è la categoria degli allenatori, che giustamente vuole essere tutelata. perché è vero che non è matematico che un buon giocatore debba diventare per forza un grande tecnico. Ma è anche vero che un presidente, in teoria, essendo quello che paga, potrebbe decidere di mettere sulla panchina della sua squadra chi vuole lui. Il suo portinaio, per assurdo. La realtà è che si dovrebbe dare la possibilità a chi ancora gioca di affrontare l’avventura, se gli capita l’occasione, magari permettendogli di studiare senza l’obbligo di frequenza, diciamo così. In fondo, l’esempio di Vialli dovrebbe insegnare qualcosa. Credo che per quello che sta facendo nella Premier League inglese, che non è esattamente la terza categoria italiana, abbia il diritto di allenare in Italia, se lo chiamano. Con una deroga, con la possibilità di frequentare il corso successivamente».

Diciamo la verità: amici come Mancini e Vialli il tecnico dei New England Revolution se li porterebbe in America in spalla.

«Se non avessi il problema del tetto salariale, lo farei di corsa. Laggiù, lo ripeto, serve gente d’esperienza. Il Mancio, secondo me, avrebbe la mentalità giusta per un’avventura del genere. Sarebbe perfetto. Se solo avesse già raggiunto i suoi traguardi con la Lazio, se avesse lo scudetto in tasca e una Champions League nel futuro prossimo, io dico che un pensierino all’America lo farebbe».

Solo lui?

«Gente come Bergomi, come Roberto Baggio: loro farebbero la fortuna del calcio americano. Perché oltre al fascino del nome porterebbero esperienza».

IL NOSTRO TRAGUARDO SI CHIAMA PLAY-OFF

Un altro che in America si trova a suo agio è Giuseppe Galderisi.
«Nanù ha esperienza da vendere. L’ho invitato a stare con noi, nei giorni del ritiro in Toscana. Lui ci ha messo il solito entusiasmo, e il suo aiuto è stato fondamentale. Il problema è sempre quello, bisogna far quadrare comunque i conti. Ma ho fatto di tutto per portarlo con me a Boston».


Dove l’avventura è appena iniziata. A proposito: che ruolo avranno i Revolution nel quarto campionato della storia della MLS?

«In prima fila ci sono sempre DC United e Chicago Fire. E aggiungerei anche Columbus Crew e Los Angeles Galaxy. Gli altri, compresi noi, sono più o meno allo stesso livello. Nella passata stagione non siamo arrivati ai play-off, mi sembra logico che il traguardo minimo sia questo».

Parla da head-coach, l’Uomo Ragno. Ma non vuole smettere di sognare e di volare.
«Perché ti accorgi di quanto sia bello il calcio soltanto quando hai rischiato di perderlo. E allora sì, ho ancora voglia di giocare. E di allenarmi sotto la neve a Boston, ad alta quota a Denver, sotto un sole da quaranta gradi a Dallas. Di divertirmi in questa terra di pionieri».

Non provate a chiedergli fino a quando durerà. Missione impossibile, se sbatti contro una risata.

«Magari tra due anni mi trovate a gestire un’isola alle Maldive».

Impareggiabile, inimitabile mister Zenga. O Spiderman, se preferite.

Marco Tarozzi

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