Dino ZOFF

La leggenda

Una strada zitta che porta via, come una farfalla, una nostalgia, direbbe Paolo Conte. Una strada di auto e camion che scivolano via veloci, che taglia a metà il paese di case basse a due piani, muri scoloriti dalla polvere e dai temporali. Non è cambiata più di tanto, Mariano nel Friuli, un punto nella carta geografica tra Udine e Gorizia. Non è cambiata la sua gente, non più di milletrecento anime, volti scavati dal tempo e dalla fatica, sguardi che raccontano più delle parole. Da queste parti Dino Zoff se lo ricordano tutti, ricordano bene quel ragazzino che mezzo secolo fa veniva su a lavoro e pallone, che quando andava in campo aveva la strana abitudine di sistemarsi tra i pali, il posto meno ambito, il posto dove di solito si dirottano i più scarsi. Se lo ricordano, Dino Zoff, anche perché le sue radici sono ben salde, ben piantate su questa terra, e ogni ritorno, anche se adesso i ritorni sono più rari, è una rimpatriata, un viaggio alla ricerca di facce antiche e amiche.
Dino Zoff, figlio del Mario e dell’Anna, aveva sogni grandi come tutti i ragazzi della sua età. Avrebbe voluto fare il calciatore, da grande. Ma conosceva il significato di certi valori. La fatica, il lavoro. Glieli aveva trasmessi papà Mario, che alla mattina partiva per i campi e tornava solo dopo il tramonto per tenere in piedi la famiglia. Avrebbe voluto fare il portiere di calcio, il piccolo Dino. Ma venne su senza smanie, senza viaggiare troppo con la fantasia. Prima il lavoro, la scuola. Poi il calcio, e se davvero un giorno fossero venuti fuori i numeri allora sì, se ne sarebbe parlato. Era il verbo del Mario, e Dino non fece fatica ad accettare perché era in sintonia.
Così, arrivarono i tempi dell’officina. Dino partiva ogni mattina in bicicletta verso Gorizia per andare a sistemare motori. Altra vocazione. Ci sapeva fare, il ragazzo, e il mestiere gli piaceva. Portava a casa i primi soldi, sessantamila al mese, e i padroni gli permettevano anche di andare a giocare a pallone. Tra i pali, naturalmente. A faticare, anche lì, perché quello era il credo e lo sarebbe sempre stato. I suoi idoli di ragazzo, del resto, erano sportivi che si arrampicavano quotidianamente sui muri alti del sacrificio. Fausto Coppi e Abdon Pamich, eroi di modestia, uomini veri. Campioni nel ciclismo e nell’atletica, discipline in cui non puoi barare quando resti solo con te stesso a misurare i limiti della tua resistenza.
Fatica, sacrificio. Parole ricorrenti, nel vocabolario di un ragazzo del Friuli che imparava a farsi uomo e ad esprimersi con poche frasi, con l’arte dei gesti e dei silenzi, degli sguardi e delle pause. Fatica, sacrificio. Nella vita, nel lavoro e anche nello sport. Nel calcio. Il portierino cresceva, sudava, giocando nella Marianese, praticamente sottocasa. Ma era, appunto, un portierino. Piccolo e gracile, a quindici anni. Si parlava di lui, vennero a vederlo gli osservatori di Inter e Juve. Ma ai provini lo scartarono, nell’ordine, Giuseppe Meazza e Renato Cesarini. Lui non si abbattè. Si rimboccò le maniche, in officina e sui campi. E nel frattempo maturò, anche fisicamente. Avrebbe potuto diventare un buon meccanico, il figlio del Mario. Diventò calciatore. Diventò leggenda.

L’oro di Napoli
Alla fine, qualcuno finalmente notò il portiere della Marianese. Racconta Luigi “Cina” Bonizzoni, che lo fece esordire in Serie A nell’Udinese e lo lanciò definitivamente nel Mantova, che «il vero scopritore di Dino si chiamava Comuzzi, girava tutto il Friuli come osservatore e lo portò all’Udinese». Dove iniziò la leggenda, l’avventura. Una brutta domenica di fine estate, in fondo: è il 24 settembre del ‘61, Dino ha diciannove anni e mezzo, Bonizzoni lo mette in campo contro la Fiorentina e lui incassa cinque reti. Le ricorda ancora oggi: «Andai al cinema qualche giorno dopo. Nell’intervallo c’era la Settimana Incom, fecero vedere i gol di quella partita e io sprofondai sotto le poltroncine». Poi la retrocessione, la prima stagione da numero uno in Serie B. Nonostante questo, Dino non riuscì a essere profeta in patria. Due anni difficili, gelo intorno e poca propensione al perdono da parte dei tifosi. Per ogni errore, un processo. Meglio cambiare aria. E l’aria nuova, pulita, la trovò a Mantova. Con Bonizzoni allenatore, appunto. «Lo vidi arrivare con una 600 elaborata che filava velocissima. Il cofano era legato con una cinghia, perché rischiava di alzarsi controvento. Sì, Dino non aveva dimenticato come si curano i motori. Ma quella macchina gliela proibii. Mi sembrava un rischio assurdo». Mantova fu la tranquillità, la maturità. Tre stagioni in A e una in B, una progressione costante. Accanto a compagni di squadra che si chiamavano Gigi Simoni, Gustavo Giagnoni, e poi Tomeazzi, Cancian, Nicolè, Sormani, Schnellinger. E Santarelli, il portiere arrivato da Bologna con un ginocchio malandato, che si fece da parte e prese il giovane Zoff sotto la sua ala protettrice. Mantova fu la famiglia, anche. L’incontro con Anna, l’amore, il matrimonio. Quattro anni indimenticabili, prima di quel trasferimento rocambolesco: doveva essere Milan, all’ultimo momento (addirittura qualche minuto oltre quello che allora era il tempo massimo) fu Napoli.
E Napoli fu un altro passo nella costruzione della leggenda. Cinque stagioni in cui il calcio italiano imparò a conoscere Dino Zoff. Fino ad aprirgli le porte della Nazionale, dove iniziò la convivenza con il più grande dei suoi rivali, Ricky Albertosi, esattamente l’opposto di Dino dal punto di vista tecnico e caratteriale. All’ombra di Ricky, Zoff visse l’avventura mondiale di Messico ‘70 dalla panchina. Ma l’Europeo ‘68, quello della doppia finale con la Jugoslavia, fu un’emozione tutta sua. E dietro alle prime gioie azzurre, l’azzurro di Napoli. Napoli e Dino Zoff, un amore apparentemente strano e incomprensibile. Città estroversa, uomo chiuso e riflessivo. Così vicini, così lontani. Fatti l’uno per l’altra, nonostante tutto. E che squadra, poi, davanti alla porta di Zoff. Altafini e Sivori, Juliano e Panzanato, Canè e Montefusco, Barison e Bianchi. Un gruppo che avrebbe potuto andare oltre il secondo della stagione ‘67-68. Si parlava di scudetto, certo, in quegli anni napoletani. Se non arrivò, fu per certi problemi che si vivevano fuori dal campo: le lotte al vertice della società, la frenesia che agitava i dirigenti e inevitabilmente si ripercuoteva sui giocatori.

Gli anni della Signora È già una stella, Dino Zoff. E il bello deve ancora arrivare. Anno 1972, il campione ha trent’anni precisi quando si chiude il ciclo di Napoli. Quando arriva il richiamo della Signora del calcio italiano. Lassù, a Torino, la Juventus sta rifondando e rinascendo intorno a un gruppo di giovani che faranno storia. Ci sono Bettega, Causio, Anastasi, Altafini, Capello. C’è posto anche per Zoff. Che chiude in valigia i ricordi migliori e parte per una nuova avventura. Durerà undici stagioni, e forse all’inizio neppure lui l’avrebbe immaginato.
Lo inseguiva da tre stagioni, la Juventus. Era un altro Zoff, così diverso da quel ragazzino scartato al famoso provino del ‘58. Era un portiere che dava sicurezza. Certo, i grandi “numeri uno” del passato forse non lo hanno mai amato del tutto: troppo lontano dal concetto di uomo volante, mai percorso da quella vena di follìa che per tradizione portava i portieri alla bravata, al gesto spettacolare. In un mondo di adorabili pazzi, Dino Zoff porta la sua saggezza antica. Niente fuochi d’artificio, tanta concretezza.
La prima Juve di Zoff, quella del ‘72-73, vince subito lo scudetto. Lui la ricorderà sempre come la più bella, la più spettacolare. «C’erano Causio, Haller, Bettega. La velocità insieme alla fantasia, la classe mescolata al dinamismo. Dopo arrivò gente come Benetti e Boninsegna, che aumentò forza fisica ed esperienza del gruppo. Ma quella prima Juve mi è rimasta nel cuore». Arrivò altro, dopo. Cabrini, Tardelli. E soprattutto gli stranieri. Il primo fu Brady, a ruota arrivarono Platini e Boniek. Gli anni di Trapattoni, per capirci, e di un calcio italiano che riapriva le frontiere e si faceva più scaltro, più scafato. Undici stagioni e almeno due cicli bianconeri. Che finalmente riempirono la bacheca di Zoff di trofei. Sei scudetti, una Coppa Uefa, due volte la Coppa Italia. E una serie di record difficili da battere. Di fedeltà, di longevità.

Il mondo in mano Negli anni della Juventus, Dino Zoff diventa il Mito. SuperDino, per tutti. E gli anni bianconeri sono anche i migliori anni azzurri, quelli in cui Zoff diventa inamovibile e insostituibile tra i pali della Nazionale e tutti gli eredi non possono che accomodarsi ad aspettare che il re abdichi. Quattro Mondiali vissuti intensamente: quello della panchina a Messico ‘70, quello delle delusioni e dei rimorsi per un’Italia incompiuta nel ‘74, in Germania. E poi, i più importanti. Argentina ‘78, la condanna e il declino annunciato. Spagna ‘82, la rivincita e il trionfo del campione che risorge senza troppi proclami, non con le parole ma con il lavoro duro.
In Argentina, Zoff sale sul banco degli imputati. Il quarto posto dell’Italia è considerato una mezza debacle, attribuita soprattutto a lui, alla sua incertezza nel respingere i tiri da lontano. Zoff, si dice, sta diventando vecchio, ha i riflessi appannati. Lui incassa le critiche, non le approva ma tace. E riparte. Quattro anni dopo, più ancora che quelle della finale contro la Germania, l’immagine del trionfo mondiale degli azzurri è quella della mano di Zoff che al 90° della partita tra Italia e Brasile inchioda sulla linea di porta il pallone colpito di testa da Paulo Isidoro, salva il vantaggio azzurro e trascina la squadra verso la finale. E il campione che si rialza guarda dritto davanti a sè, e il suo sguardo sembra rivolgersi a quelli che lo avevano condannato prima del tempo in Argentina. Ditelo adesso, c’è scritto in quello sguardo, che sono vecchio e appannato. Un attimo. Perché Dino Zoff non è un uomo in cerca di rivincite. Quello che gli interessa è andare oltre, migliorarsi. Anche a quarant’anni. E a quarant’anni, infatti, diventa campione del mondo.

Il Mito azzurro Altra immagine. La carezza a Bearzot dopo la vittoria in finale, prima di alzare la coppa al cielo, da capitano. Un sorriso aperto, finalmente, e quella carezza leggera a un uomo della sua stessa terra, come lui e più di lui spesso ingiustamente criticato. Un uomo a cui Dino Zoff sente di dovere molto, dal punto di vista tecnico e soprattutto da quello umano.
Dino Zoff chiude la carriera azzurra dopo 112 partite, record assoluto per un giocatore italiano. La sua faccia tranquilla e sicura è finita sulle copertine di Time e di Newsweek, le sue mani che alzano la Coppa su un francobollo commemorativo dopo il trionfo mondiale. Ha giocato con Burgnich e Facchetti, con Castano e Guarneri, ha visto nascere in azzurro Antognoni, Tardelli, Scirea, Graziani, Cabrini, Paolo Rossi e Bergomi. Ha vinto un titolo europeo e un Mondiale, e anche questa impresa in Italia non è riuscita a nessun altro. Peccato che la Federazione se ne dimentichi clamorosamente il 20 marzo di quest’anno, quando per festeggiare i cent’anni di vita porta al Qurinale, davanti al presidente Scalfaro, una rappresentativa numerosissima nella quale manca proprio lui, il Mito. Quello che la International Football Hall of Fame ha inserito tra i venticinque più grandi giocatori di tutti i tempi, accanto a Pelé, Eusebio, Matthews, Beckembauer, Cruijff, Zico e via elencando.

Dal campo alla panchina L’altro Zoff, quello che sceglie di vedere il calcio dalla panchina, reggendo il timone, in fondo nasce negli ultimi anni della carriera di portiere. «Dai trentasei ai quarantun anni, età insolita per molti, ho potuto acquisire cognizioni ed esperienze particolari. Non ero un allenatore in campo in senso pieno, questo no, ma mi sentivo un punto di riferimento. Così, quando ho scelto di fare l’allenatore, non ho dovuto cambiare mentalità di colpo. E neppure gli atteggiamenti». Una professione nuova, da affrontare col solito spirito di sacrificio, con la solita voglia di migliorare, di crescere. Il primo viaggio è sulla panchina dell’Olimpica, ed è un percorso netto: undici partite dall’86 all’88, sette vittorie e quattro pareggi, neppure l’ombra di una sconfitta. L’Italia si qualifica per le Olimpiadi di Seul, Dino Zoff risponde a un antico richiamo. Lo cerca, un’altra volta, la Juventus. Gli offre il posto da allenatore nella stagione ‘88-89. Lui accetta, e porta con sè nell’avventura l’amico Gaetano Scirea. Sembra la felicità, ma il destino è una bestia feroce che sta in agguato. Porta via Scirea in un dannato incidente stradale, in Polonia, e Zoff si sente all’improvviso un po’ più solo. E dopo un anno e mezzo di Juve, capisce di aver già fatto il suo tempo. Non c’è bisogno di troppe parole, per spiegare i cambi di ritmo a uno come lui. Del resto, alla Juve l’aveva voluto Boniperti, mentre l’Avvocato si era invaghito del nuovo verbo zonaiolo del profeta Maifredi. Zoff non si sente un ripiego, ma prende atto e non innesta polemiche quando Maifredi viene annunciato ufficialmente a metà della stagione ‘89-90: sarà il tecnico bianconero l’anno successivo. C’è una stagione da chiudere, Zoff chiama a raccolta la squadra che gli si stringe intorno e consegna all’Avvocato, prima di fare le valigie, una Coppa Italia e una Coppa Uefa. Se ne va tra i rimpianti.
Agnelli lo “raccomanda” al presidente della Lazio, Calleri. E Zoff si arrabbia, stavolta. La mia strada, fa capire, voglio percorrerla sulle mie gambe. E con le sue gambe arriva alla panchina biancazzurra, nel ‘90-91. Due stagioni di assestamento, poi il quinto posto del ‘92-93 che riporta la Lazio in Coppa Uefa dopo sedici anni, e il terzo dell’anno successivo. Contestazioni, anche, come quella durissima dell’ottobre ‘93 dopo la figuraccia rimediata in Coppa Italia contro l’Avellino. Affrontata a testa alta, come sempre. Risolta con la solita sicurezza.
Il resto è storia di ieri che sfocia nel presente. Sergio Cragnotti che lascia a Zoff la scrivania da presidente della Lazio, la nuova era iniziata da Zeman e continuata da Eriksson. Rapporti diversi, tra il Mito e i due tecnici: difficili con Zeman, ma gestiti con la correttezza e l’onestà di sempre, anche nel momento delicato dell’avvicendamento, a metà stagione ‘96-97, quando il presidente si ritrovò, per la causa biancazzurra, a reinventarsi presidente-allenatore (col risultato di portare la Lazio dall’undicesimo al quarto posto); decisamente migliori con Eriksson, sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda del suo presidente-simbolo.

Vita da Ct Dino Zoff, l’uomo che rappresenta l’Italia nel mondo, da oggi guida l’Italia alla conquista del mondo. C’è chi dice che il suo è calcio antico, non troppo diverso da quello di Maldini. E lui si scalda, quando sente certi discorsi: «Mi fanno passare per difensivista, per catenacciaro. Ma nel mio curriculum di allenatore la parola prudenza non è mai esistita. Andate a vedere quanto segnavano le mie squadre. Io vado in campo per vincere, anche da allenatore». L’Italia di Dino Zoff sarà, si dice, l’Italia dell’equilibrio e del buon senso. Una squadra in cui non rivedremo il libero, come nella sua ultima avventura sulla panchina laziale. Una squadra in cui antico e moderno si mescoleranno con misura. Perché, come dice il Mito, «prima degli schemi bisogna pensare agli uomini». Quattro anni, due obiettivi grandi: Europei e Mondiali. Perché, citando ancora il protagonista di questa storia, «c’è sempre una coppa da alzare al cielo». Lui non lo dice, ma vorrebbe tanto ripetere quel gesto di Spagna ‘82. Non importa se con una giacca sulle spalle e una cravatta allentata sul collo della camicia. Il tempo passa, la storia si ripete.
Marco Tarozzi

LE CIFRE Dino Zoff è nato a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942. Ha esordito in Serie A con l’Udinese, il 24 settembre 1961 a Firenze (Fiorentina-Udinese 5-2). Ha giocato in Serie A con Udinese, Mantova, Napoli e Juventus, in B con Udinese e Mantova. In Nazionale ha giocato 112 partite (esordio il 20 aprile 1968 a Napoli, Italia-Bulgaria 2-0), vincendo il titolo mondiale nel 1982.
Da allenatore ha guidato la Nazionale Olimpica dall’86 all’88 (conquistando la qualificazione per le Olimpiadi di Seul), la Juventus dall’88 al ‘90 e la Lazio dal ‘91 al 94 e nella stagione ‘96-97 dopo l’esonero di Zdenek Zeman. Nel ‘94-95 è diventato il ventitreesimo presidente nella storia della Lazio.

IL PALMARES Venti stagioni in Serie A, due in Serie B. La carriera da giocatore, iniziata nel ‘61, si protrae fino al 15 maggio 1983, quando Dino Zoff gioca la 570 e ultima partita in Serie A prima di ritirarsi (Juventus-Genoa 4-2) con in tasca l’ennesimo titolo di campione d’Italia. Alla fine ne colleziona sei, di scudetti, tutti con la Juventus nelle stagioni ‘72-73 (la prima da bianconero), ‘74-75, ‘76-77, ‘77-78, ‘80-81 e ‘82-83. Sempre con la Juventus vince due volte la Coppa Italia (‘79 e ‘83) e nel ‘77 conquista il primo trofeo europeo nella storia della società bianconera, la Coppa Uefa. Sfiora due volte la Coppa Campioni raggiungendo la finale nel ‘73 (battuto dall’Ajax) e nell’83 (sconfitto dall’Amburgo). Con la Nazionale disputa quattro Mondiali: nel ‘70, in Messico, è il vice di Albertosi e non scende in campo nell’edizione che vale il secondo posto. Nel ‘74 in Germania torna a casa dopo il girone eliminatorio, nel ‘78 in Argentina è quarto e finalmente, nell’82 in Spagna, da capitano della squadra, si laurea campione del mondo. Sempre in azzurro, ha conquistato il titolo di campione d’Europa nel 1968.
L’allenatore Zoff ha conquistato una Coppa Italia e una Coppa Uefa, entrambe con la Juve e nello stesso anno, il 1990.

I RECORD Dino Zoff ha il primato assoluto di presenze nel campionato di Serie A: al momento del ritiro, nell’83, ne aveva collezionate 570 (4 con l’Udinese, 93 col Mantova, 143 col Napoli e 330 con la Juventus). In maglia bianconera non ha saltato una partita in undici stagioni: una serie che, con l’aggiunta delle ultime due partite con la maglia del Napoli, porta a una striscia di 332 partite consecutive in Serie A, ancora oggi record assoluto nel massimo campionato.
Un altro record durato a lungo è quello di imbattibilità tra i pali: 903 minuti di fila, una serie interrotta il 18 febbraio 1973 e destinata a resistere ventun anni (battuto, con 929 minuti, da Sebastiano Rossi nel ‘94). In Nazionale, Zoff ha collezionato 112 presenze, primato assoluto nella storia azzurra. Anche in questo caso ha stabilito un record di imbattibilità, ovvero 1143 minuti senza subire gol: dal 73’ di Italia-Jugoslavia 3-1 del 20 settembre 1972 al 46’ di Italia-Haiti 3-1 del 15 giugno 1974, primo match dell’avventura mondiale in Germania.
Da allenatore, Dino Zoff ha portato la Nazionale olimpica alla qualificazione per Seul con un bilancio di 7 vittorie, 4 pareggi e nessuna sconfitta in undici partite. Il bilancio delle due stagioni sulla panchina della Juventus parla di 68 partite, 30 vittorie, 27 pareggi e 11 sconfitte. Con la Lazio, quattro campionati... e mezzo: 152 gare, 58 vittorie, 58 pareggi e 36 sconfitte. In tutto, 220 incontri in Serie A, con una percentuale di vittorie del 40%, di pareggi del 38,64%, con solo il 21,36% di sconfitte.

LA CARRIERA DA GIOCATORE
1961-62 Udinese A 4 -9
1962-63 Udinese B 36 -45
1963-64 Mantova A 27 -25
1964-65 Mantova A 32 -37
1965-66 Mantova B 38 -26
1966-67 Mantova A 34 -23
1967-68 Napoli A 30 -24
1968-69 Napoli A 30 -25
1969-70 Napoli A 30 -21
1970-71 Napoli A 30 -17
1971-72 Napoli A 23 -23
1972-73 Juventus A 30 -22
1973-74 Juventus A 30 -26
1974-75 Juventus A 30 -19
1975-76 Juventus A 30 -24
1976-77 Juventus A 30 -20
1977-78 Juventus A 30 -17
1978-79 Juventus A 30 -20
1979-80 Juventus A 30 -25
1980-81 Juventus A 30 -15
1981-82 Juventus A 30 -14
1982-83 Juventus A 30 -24

LA CARRIERA DA ALLENATORE
1984-86 Juventus all. portieri
1986-88 Nazionale Olimpica q.O.
1988-89 Juventus A 4.
1989-90 Juventus A 4. C.I.; Uefa
1990-91 Lazio A 11.
1991-92 Lazio A 11.
1992-93 Lazio A 5. p. Uefa
1993-94 Lazio A 3. p. Uefa
1996-97 Lazio A 4.sub. p. Uefa

IL PRESIDENTE
Alla fine della stagione ‘93-94, Dino Zoff passa dalla panchina alla scrivania: Sergio Cragnotti gli passa il testimone alla presidenza della Lazio, scegliendo di restare azionista di maggioranza e di riferimento della società. La prima stagione del presidente Zoff è decisamente positiva: nel ‘94-95, con Zeman in panchina, la Lazio chiude il campionato al secondo posto, alle spalle della Juventus e a parimerito col Parma. In Coppa Uefa, la squadra viene eliminata ai quarti dal Borussia.
Nel ‘95-96, sempre con Zeman al timone, la Lazio chiude il campionato al terzo posto, ex-aequo con la Fiorentina, dietro a Milan e Juventus, ma chiude in fretta la sua avventura in Uefa (eliminata ai sedicesimi dal Lione). Nel ‘96-97, il presidente torna in panchina: rileva Zeman alla 19, quando la Lazio è dodicesima, e chiude la stagione riportandola al quarto posto, con una marcia da scudetto (32 punti in 15 partite).
Nel ‘97-98 Dino Zoff torna dietro la scrivania. Con Eriksson in panchina, la Lazio lotta con la Juventus per lo scudetto fino a sette giornate dalla fine. Poi crolla e chiude in settima posizione. Ma conquista (per la prima volta nella sua storia) la Coppa Italia, ai danni del Milan. Quindi si trova davanti l’Inter nella finale di Coppa Uefa, dalla quale esce sconfitta.

LE FRASI CELEBRI
«Con le mani che ho, se non avessi fatto il portiere avrei fatto il contadino»
«Non sono un freddo, un calcolatore, un computer. Ho sempre messo il cuore prima di tutto»
«Ho potuto giocare fino a quarantuno anni perché sono convinto che esistano sempre margini di miglioramento»
«Ho giocato contro Charles, e sembra preistoria. Contro Sivori e Grillo, Pelè e Maradona. Ma gli attaccanti che ho temuto di più sono due: Cruijff e Muller»
«Non ho mai avuto, quando giocavo, la presunzione di sentirmi sicuro, convinto. Adesso, rivedendomi, mi accorgo che avevo ragione. Non sono del tutto soddisfatto di quanto ho saputo fare»
«Io nella vita non sono così orso, e chi mi conosce lo sa bene. Ma sul lavoro non riesco a ridere. È una faccenda maledettamente seria, il lavoro»
«Mio padre era contadino, lo vedevo sgobbare per darci da mangiare. Ecco perché per me il lavoro è religione»
«Io e Napoli siamo stati gli estremi che si toccano, ci siamo voluti bene subito»
«La mia prima Juve fu costruita nel segno di Trapattoni. Fu l’allenatore ideale per cementare il collettivo»
«La Nazionale? Per me è un nome solo, quello di Bearzot. Se parlo di lui mi si apre il cuore perché ricordo una persona di grande statura morale, la più grande che ho avuto vicino nel calcio»
«Oggi mi manca molto l’appoggio di un amico vero come Gaetano Scirea. Mi sento più povero. E mi fa arrabbiare il fatto che abbia ricevuto i giusti onori solo dopo la morte. Prima era stato dimenticato. Il fatto è che in questo mondo il buono, il corretto, l’uomo vero è banale»
«Da tecnico insegnerò con l’esempio più che con le parole. E come quando stavo tra i pali, dovrò prendere ogni decisione in assoluta solitudine»
«Il mio allontanamento dalla panchina della Juve fu la conseguenza di un radicale cambiamento societario. Non fu una decisione improvvisa, conoscevamo tutti i nuovi indirizzi della dirigenza. E non mi sono mai sentito una vittima di quella situazione»
«Ho sempre cercato di vivere la mia vita giorno per giorno. La Juve? Un capitolo bellissimo e chiuso. Da quando mi sono messo a lavorare per la Lazio, io mi sento laziale in tutto e per tutto»
«Io difensivista? È la più grande offesa che mi possano fare. Ho sempre giocato per vincere»
«Dite che allenare la Nazionale era il mio sogno? La realtà è che ci sono degli obiettivi da centrare, si chiamano Europei e Mondiali. C’è sempre una coppa da alzare»
«Un allenatore non è un manipolatore di numeri e formule, ma un conduttore di uomini. Io parto dall’uomo, credo nell’uomo

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