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Amarcord

La carica del Bisonte: Dario Hubner

Tatanka Hubner, bomber implacabile dal cuore d'oro

Tatanka Hubner, bomber implacabile dal cuore d’oro

Qua mettiamo tutto da parte: l’imparzialità, l’equità e quel giudizio super partes che un giornalista dovrebbe tenere. Ora lasciamo parlare una passione, che ho avuto la fortuna di vivere da vicino. Ogni appassionato di calcio ha un giocatore nel cuore, che ti fa dire: “se giocassi, sarei così”. Fossi stato un calciatore, sarei stato Dario Hubner.

Uno per tutti. I miei giudizi forse sono condizionati da quello che ho visto da bambino, ovvero le gesta del Bisonte dal vivo, con la maglia del Cesena. Curvo sulla schiena, testa bassa e un cuore enorme. Non era baciato dal talento di un fuoriclasse, ma segnava, segnava, segnava. Non è un caso che nella sua carriera abbia vinto il titolo di capocannoniere in tre serie differenti. Non è un caso che ovunque sia andato, diventasse l’idolo dei tifosi. Questo perchè, oltre alla sua fame di gol, che spesso veniva saziata,  era un calciatore atipico. Ai riflettori della mondanità, preferiva i riflettori dello stadio, nelle partite in notturna. Hubner era per tutti: non un filetto al pepe verde al ristorante, ma una piadina con la salsiccia ad una festa con gli amici. Le giocate di gran classe per i palati fini li lasciava a qualcun altro; lui la buttava dentro.

Programmato per il gol. Attaccante potente, con una progressione devastante, in contropiede faceva sfracelli. I difensori si arrendevano al suo uno contro uno fisico ed ogni tanto deliziava il pubblico con giocate fantastiche: non per strappare l’applauso, ma per cercare sempre il target per il quale era stato programmato. CyberHubner era progettato per fare gol. Un esempio di questo era il pallonetto, una delle sue armi preferite, con il quale uccellava il portiere avversario, appena poteva.
Era un bomber completo: destro, sinistro, di testa, di rapina, su rigore. Nella sua carriera, Tatanka ha segnato in tutti i modi. Lo ricordo volare in contropiede su lancio di Dolcetti e con la sua solita freddezza, superare il portiere in uscita e appoggiare la palla a porta vuota. Lo ricordo piegare le mani al portiere con un tiro da fuori. Lo ricordo sotto la curva ad esultare coi tifosi.

I vizi di un professionista. Hubner deve tanto alla provincia e viceversa. Non si è mai lamentato con atteggiamenti da primadonna per passare in una squadra più blasonata ma, anzi, ha difeso i colori che vestiva fino a quando la dirigenza non pensava di mandarlo via, per incassare, o perchè la squadra era retrocessa. Dario era un esempio di professionalità. In molti ricordano la sua passione per la grappa e il fatto che fosse fumatore, ma quando scendeva in campo, i gol parlavano per lui. Non esiste dato migliore per dimostrare la sua professionalità.
Si dice che prima della partita, nello spogliatoio, se ne stesse in disparte, a fumare una sigaretta, in cerca della concentrazione. Altro che I-pod con le ultime fregne dei rapper americani. Dario era così: duro e puro, ma con un cuore tenero.
C’è differenza tra chi gioca a calcio per soldi, e chi lo fa per passione. Per chi vede il calcio come un lavoro, non ci sono valori che tengano, se non quello del denaro; chi invece questo sport lo vive nelle ossa, arriva a 40 anni a giocare nei campetti di Eccellenza, spinto solo da quella irrefrenabile fame di gol. Le ultime squadre di Hubner sono state il Chiari, il Rodengo Saiano e l’Orsa Corte Franca, formazioni che lottano stabilmente per la Champions League e che un magnate russo ha preso sotto la propria ala protettiva.

L’uomo dietro l’eroe. L’ultima immagine che ho di lui è in una fredda serata di dicembre al Carisport di Cesena, durante una partita benefica tra vecchie glorie bianconere. Da qualche minuto i paramedici stavano provando a rianimare Flavio Zuccheri, stroncato da un infarto. Hubner era seduto sul pallone, appoggiato alla balaustra, con le mani sul volto. Era disperato e scioccato. Il mio idolo di infanzia, così indistruttibile quando indossava gli scarpini, ora era inerme, con le lacrime agli occhi.
A volte fa male vedere che dietro l’eroe si nasconde solo un uomo. Ma quella volta fui felice, perchè oltre che ricordarmi delle gesta del grande Bisonte che scorrazzava nella prateria del Manuzzi, vidi una persona dotata di grande sensibilità. Dietro all’eroe vidi un grande uomo, capace di ridere e piangere per quello che sentiva. Una persona che pur avendo vinto tanto, è rimasto fedele alla propria passione e ai propri valori e che non è stato cambiato da un successo che, nel mondo del calcio, è sempre effimero. Dario Hubner, se fossi stato un calciatore, sarei stato esattamente come te.

Amarcord

Parte la rubrica Amarcord: Andersson, il gigante gentleman

Dolci amarcord- Ci sono giocatori che ci hanno fatto innamorare del calcio. Fenomeni che, a prescindere dai colori che hanno indossato, sono rimasti nel nostro cuore. Per le giocate, per i gol, ma anche per pura simpatia o, perchè no, grazie al Fantacalcio o ai giochi manageriali.
Questa nuova rubrica di solocalcio.com, chiamata Amarcord in puro stile felliniano, parla di passioni, di ricordi. Di giocatori che quando li ricordiamo possiamo sorridere, ripensando a quanto è bello il calcio, visto con gli occhi di chi ha bisogno del calcio come l’aria e non si accontenta di avere solo una squadra del cuore.

Il 1°protagonista di Amarcord: Kennet Andersson

Il 1°protagonista di Amarcord:
Kennet Andersson

La “scintilla” ad Usa ‘94- Quando hai dieci anni ed entri per la prima volta in un mondo totalmente nuovo, le prime cose che ti colpiscono sono i colori. Nella mia memoria il primo colore che associo al calcio, è il giallo. Giallo come la Svezia, giallo come Kennet Andersson.
Sia chiaro, avevo provato prima con l’azzurro, colore che amo tutt’ora alla follia, ma in quell’estate del ‘94, almeno inizialmente, era un azzurro opaco, surclassato da un verde irlandese che mi ha fatto provare la prima delusione da tifoso.
Così il giallo. Pensai ai canarini quando vidi la Svezia schierata per l’inno nazionale. Era tardi, molto tardi, ma mio padre voleva vedere il Brasile ed io volevo alimentare quella mia nuova passione, messa a dura prova, come ogni inizio che si rispetti.
Stavo per addormentarmi quando apro gli occhi un attimo. Vedo Thomas Brolin da metà campo lanciare un lungagnone in giallo; stop di petto e pallonetto a incrociare di destro. Palla in rete. Da quel momento non mi addormentai più, seguendo ogni mossa di quel numero 19.
Alto, altissimo; ancora più alto quando la palla saliva in cielo: lui ci arrivava sempre. Kennet Andersson sembrava sgraziato, ma era un inganno. Piedi raffinatissimi, ma la cosa che più mi colpiva di lui era quel suo essere sempre al servizio dei compagni. Mai egoista e portato più a mettere gli altri in condizioni di segnare, piuttosto che nel cercare la gioia personale.
Le sue sponde e la sua protezione della palla, per poi cercare l’assist, hanno fatto la fortuna di grandi bomber come Protti, Roby Baggio, Signori: tutti cannonieri implacabili, ma che con la torre svedese al loro fianco, hanno realizzato caterve di gol.
Kennet si accende poi dagli ottavi di finale dei mondiali Usa ‘94. Dopo il gol al Brasile, il biondo attaccante si ripete contro l’Arabia Saudita con una doppietta. Ai quarti Andersson riacciuffa ai supplementari la Romania, avanti 2-1, con un colpo di testa ad anticipare Prunea in uscita; poi la qualificazione è decisa da Ravelli, che ipnotizza Petrescu e Belodedici. In semifinale la Svezia ritrova il Brasile di Romario e Bebeto e deve capitolare, ma si rifà travolgendo la Bulgaria nella finalina, per 4-0. Nel tabellino dei marcatori, non poteva mancare Kennet, che segna l’ultima rete e chiude il mondiale con un bronzo e ben 5 reti realizzate.

Lo sbarco in Italia- Incantati dalle sue prestazioni, la dirigenza del Bari decide di portarlo in Italia, prelevandolo dal Caen. E’ il campionato 1995/1996 e il partner d’attacco dello svedese è Igor Protti, che forma con lui un tandem devastante: 12 gol alla fine per Kennet e 24 per Protti, molti dei quali sull’assistenza del compagno. Nonostante la laurea di capocannoniere di Protti, assieme a Beppe Signori, il Bari finisce in serie B, per colpa anche di una difesa colabrodo, che non riesce a proteggere le reti segnate dalla ditta Pro-An.

Il matrimonio col Bologna- Troppo forti i due attaccanti per giocare in serie B, così la Lazio acquista Protti, mentre Andersson si trasferisce a Bologna, dove Renzo Ulivieri ha riportato “la Dotta” nella massima serie dopo tanti anni.
Anche se i rossoblu giocano bene e guadagnano punti pesanti, la vena realizzativa di Andersson è piuttosto scarna nella nuova realtà: ci vogliono nove giornate allo svedese prima di realizzare la prima rete con la nuova maglia, firmando il temporaneo pareggio casalingo contro la Reggiana (finirà 3-1 per il Bologna). Nei tabellini ci finiscono i marcatori, ma Andersson in molte occasioni ha più di un merito nelle realizzazioni dei compagni; d’altra parte è il suo stile di gioco.
Il girone di andata termina con un solo score per lo svedese, che però si sveglia prepotentemente alla diciottesima, affossando la Lazio dell’ex compagno Protti, poi si ripete la domenica successiva nel 6-1 contro il Verona. Al posto di Protti c’è il russo Kolyvanov e l’intesa è ottima: il Bologna supera qualsiasi più rosea previsione e chiude al settimo posto. Otto gol per Kennet, confermatissimo anche nella stagione successiva.

Che coppia col Divin Codino- Il mercato estivo porta a Bologna il miglior rinforzo possibile: Roberto Baggio, dato ormai per bollito al Milan. Due degli eroi di Usa ‘94 si ritrovano quindi sotto le due Torri e danno vita ad un campionato esaltante, che rimane ancora indelebile negli occhi dei tifosi rossoblu.
L’inizio però è da incubo per Ulivieri: dopo sei giornate il Bologna ha solamente 3 punti, frutto di altrettanti 0-0. La panchina traballa e il dito è puntato proprio contro gli attaccanti, accusati di essere ancora in vacanza. La risposta avviene contro il Napoli: 5-1 con tripletta di Baggio e doppietta di Andersson. Da lì in poi, il gioco del Bologna decolla, anche se i rossoblu non riescono ad uscire dalla zona retrocessione, terminando il girone d’andata al quart’ultimo posto.
Le giornate passano ed il Bologna impara a farsi sempre più concreto. I momenti bui sono solo un ricordo e Andersson segna come mai prima: doppiette contro Piacenza e Vicenza e tripletta disintegra Sampdoria. I bolognesi fanno festa: i rossoblu tornano in Europa, arrivando settimi in graduatoria. Per Andersson 12 segnature ed un sensibile contributo alla squadra.
Il Bologna cambia molto nell’estate del 1998. Roberto Baggio, incantato dalle sirene nerazzurre, lascia il Dall’Ara per San Siro e sulla panchina rossoblu se ne va Renzo Ulivieri. I sostituti si chiamano Beppe Signori e Carlo Mazzone. Andersson invece, rimane un punto fermo dell’attacco.
Il Bologna non ripete la prestazione monstre della stagione precedente, chiudendo solo al nono posto . Per Kennet peggior ruolino di marcia da quando è in Italia: 25 presenze e 6 reti. Campionato anonimo in Italia, ma super Bologna in Coppa Uefa. Guidati da Mazzone, i rossoblu arrivano sino alla semifinale contro l’Olimpique Marsiglia. Un rigore di Blanc al Dall’Ara fa sfumare la finale, per colpa della regola dei gol in trasferta, ma rimane nel tempo il racconto della bella avventura e dell’impresa sfiorata di pochissimo.
Il campionato 1999/2000 è l’ultimo per Kennet Andersson in Italia. La torre di Eskilstuna prova a fare il grande salto, passando in estate alla Lazio del connazionale Eriksson, che ha sfiorato lo scudetto qualche mese prima, e che punta decisamente al primo posto. Per Kennet però solo due partite disputate in biancoceleste ed il ritorno in rossoblu, con la voglia di dimostrare che nella capitale, si erano sbagliati.
8 gol in 27 presenze ed un grosso contributo ai 15 realizzati da Beppe Signori. I rossoblu però fanno ancora peggio delle stagioni passate: 40 punti e undicesima posizione.

Il canto del cigno- Kennet saluta l’Italia e si trasferisce in Turchia nel Fenerbahce, lasciando però un’impronta nella sua ultima stagione con la sua migliore partita da quando gioca in serie A. E’ il 7 novembre 1999, quando Andersson demolisce con le sue mani, e la sua testa, la quotata Inter di Marcello Lippi. Il risultato è di 3-0, con doppietta dello svedese e assist per l’ultimo gol di Signori. Alla fine Guidolin, gli concede la standing ovation a 5′ dal termine, con tutto il Dall’Ara in piedi ad omaggiare il giocatore.

Un gigante gentleman- Andersson non aveva l’estro di Totti, i numeri di Del Piero o la velocità di Kakà, ma era un attaccante di sicuro affidamento. Un colosso che non si sgretolava mai. Un giocatore che segnava e faceva segnare. Anni prima che esplodessero Ibrahimovic ed Amauri, Andersson era già un primo grezzo prototipo della prima punta fisica, ma dotata di grande classe. Certo, non c’è paragone tra Kennet e i due appena citati, ma di giocatori così possenti ed alti, in grado di lavorare la sfera così delicatamente, ne ricordo pochi, nella mia breve memoria calcistica. Nel calcio avvelenato dai soldi di oggi, ripensare ad un campione come Andersson, mai sopra le righe, mai un battibecco nonostante le botte prese (e date), che vedere certe cassanate o atteggiamenti da divi di chi anche gioca in serie B, mi fa tenerezza. Lui forse non avrà avuto la carriera che meritava, ma un merito personale l’ha avuto assolutamente: è stato uno dei primi calciatori che mi ha fatto innamorare del calcio. E anche solo per questo, continuerò a sorridere, quando penserò alla sua bionda chioma che svetta per un colpo di testa.

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