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Amarcord di calcio, Calcio

Superteam: Boca Juniors

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La prima formazione del Boca Jrs nel lontano 1905

Il Boca, la Boca. Difficile scindere la squadra dal barrio, quel lembo di terra a sud di Buenos Aires bagnato dal Riachuelo, approdo alla fine dell’Ottocento dell’immigrazione italiana, soprattutto genovese,  in Argentina. Ecco, parlare del Boca Juniors significa non dimenticarne mai le origini. Xeneizes, genovesi, anche di là dell’Atlantico. Tempi duri, quei tempi, storie di emigranti, di uomini in cerca d’autore, di un futuro, di una nuova casa. Storie non sempre felici, anzi soffocate nel sangue e condite dall’orgoglio. Anno domini 1872, operai genovesi in lotta contro i padroni e la repressione della polizia, bandiera della Superba in mano, occupano il quartiere ed inviano al re d’Italia Vittorio Emanuele II una lettera, in cui gli notificano che da quel momento il suo regno comprendeva anche “un sobborgo americano, la Repubblica della Boca”.

La Boca, il Boca. Da gente così non poteva che nascere una squadra di lotta e di popolo, ben lontana dai rivali di sempre, i millonarios del River Plate. 13 aprile 1905, un gruppo di giovani rapiti dal nuovo gioco portato dai marinai inglesi decidono di metter su una squadra: si chiamano Esteban Baglietto, Alfredo Scarpatti, Santiago Pedro Sana e i fratelli Farenga. Primo scoglio il nome: proposte? “Figli d’Italia”, “Stella d’Italia“, perchè non “I difensori della Boca”? Ma sono tutti ragazzi, benchè guerrieri nello spirito: Boca Juniors calza a pennello. Secondo problema: i colori sociali. Bianco e blu. Scelta poco felice, sono i colori del Boerio, un sodalizio rivale. Si decide per uno spareggio risolutore: il Boca perde. Punto e a capo… Secondo la leggenda fu Juan Brichetto a risolvere la questione. Un giro al porto e un piroscafo battente bandiera svedese, giallo e blu. Perchè no? Il mito può cominciare.

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La “Bombonera”

Nel 1919 è già scudetto. Certo, le strutture son quelle che sono e il torneo è amatoriale, ma non per questo vale di meno. Saranno sette alla fine i titoli prima dell’approdo al professionismo, nel 1931. Ma la musica non cambia, gli xeneizes sono anche i primi campioni pro. Nel mezzo la tournée europea del 1925. 19 partite tra Spagna, Francia e Germania. Bilancio: 15 vittorie, un pareggio, 3 sconfitte. Tra gli scalpi nobili, quelli del Real e dell’Atletico Madrid, sotto gli occhi, e tra gli applausi, di re Alfonso XII. Tra gli eroi dell’impresa il cannoniere Seoane, il capitano Elli e il portiere Americo Tesorieri. Tornato in patria la Federazione proclamerà il Boca ”Campeon de Honor”, per i servizi spesi all’estero.

Nel 1940 si inaugura il nuovo stadio, un tempio degno di una grande squadra: la “Bombonera“. Una curiosità, lo stadio era stato costruito dove sorgeva una fabbrica di mattoni che, tra le materie prime, usava la bosta de caballos, lo sterco di cavallo. I tifosi del River e dell’Independiente non gliel’hanno mai perdonata: xeneizes? Bosteros… Un marchio d’infamia per i rivali, un vezzo per i boquensi.

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Juan Carlos Lorenzo con la prima storica Libertadores

Se in patria il suo mito è sempre oscurato dai borghesi del River Plate, la sua grandezza il Boca Juniors se la costruisce all’estero. Con il Milan, infatti, gli xeneizes sono la squadra con più titoli internazionali, 18. Prima squadra argentina ad arrivare in finale della Copa Libertadores nel 1963, battuti dal Santos di Pelè (nientepopodimeno…), il Boca deve attendere il 1977 per aggiudicarsi il massimo alloro latino-americano: in panchina un santone, Juan Carlos Lorenzo. Scaramantico ai limiti dell’assurdo (lo si ricorda anche in Italia per i suoi siparietti a Roma), Lorenzo costruisce una squadra perfetta che unisce ritmo e gioco maschio ed è letale in contropiede, capace di vincere i campionati Metropolitano e Nazionale nel 1976. Un anno dopo, come detto, cade, matura, la prima Libertadores regolando in finale i brasiliani del Cruzeiro vincendo ai rigori la bella di Montevideo. Un anno dopo è subito bis. Questa volta in finale ci sono i malcapitati colombiani del Deportivo Calì: 0-0 all’andata, 4-0 al ritorno grazie a Salinas, Mastrangelo e Perotti (doppietta). A marzo era in compenso già arrivata la ciliegina sulla torta: quell’Intercontinentale che i campioni europei del Liverpool avevano disertato a causa del gioco “amichevole” degli argentini. Al loro posto i tedeschi del Borussia Mönchengladbach, finalisti in Coppa dei Campioni. In casa, il Boca deve accontentarsi del 2-2, ma è nel ritorno di Karlsrhue che Lorenzo costruisce il miracolo. Da fine stratega lascia campo ai panzer tedeschi per colpirli in contropiede dopo averne saggiamente sabotato la manovra (passateci il gergo “militaresco”). Finirà 3-0 grazie ad una doppietta di Salinas e a Mastrangelo.

Negli anni Ottanta il Boca è stato Luis Cesar Menotti e Oscar Tabarez, santoni del calcio sudamericano male adattati da noi, ma soprattutto è stato Diego Armando Maradona, anche se per una sola stagione. Anno domini 1981 Dieguito firma 28 gol in 40 partite e vince lo scudetto, prima di passare al Barcellona per ragioni di bilancio. Già il bilancio: in suo onore se ne sono andati in tanti: da BatistutaCaniggia fino a Samuel e Tevez. Gente che ha fatto la fortuna delle squadre che hanno creduto in loro, i ragazzi della Boca; gente che ha dato tanto alla causa. A Romancito Riquelme, croce e delizia degli ultimi 10 anni boquensi è legato un altro nome: quello di Carlos Bianchi, il suo scopritore, l’edificatore del Boca più forte di tutti i tempi. E secondo tradizione, un fallimento oltreoceano (non capì Totti…).

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Carlos Bianchi, il santone due volte campione del mondo

A cavallo del millennio Bianchi doveva fare le nozze con quello che aveva…non fichi secchi, ma casse vuote. E lo fece benissimo, portando la squadra ripetutamente ai massimi allori. In porta un bizzoso colombiano, Oscar Cordoba, in difesa il mastino Samuel, Cagna a mordere, Riquelme ha inventare e Palermo a castigare. Nel 1999 i Bianchi-boys riportano a casa un titolo che mancava dal 1992, facendo bottino pieno (Apertura più Clausura); un anno dopo ecco la terza Libertadores, la seconda ai rigori, contro i brasiliani del Palmeiras: 2-2 a Baires (doppietta di Arruabarrena); 0-0 nel ritorno a San Paolo. Ai rigori Boca vincitore per 4-2. Un anno dopo è ancora bis… e ancora ai rigori. I rivali sono i messicani della Cruz Azul. Il Boca va a vicere all’Azteca 1-0 grazie a Delgado, ma cade in casa con lo stesso risultato… Cordoba, tra i pali, ancora una volta è l’eroe di giornata e consegna la quarta Libertadores ai suoi. Tra i due titoli arriva anche, soprattutto, l’Intercontinentale: di fronte i galacticos del Real Madrid di Figo, Roberto Carlos e Raul, fulminati nei primi cinque minuti da Martin Palermo e poi irretiti nel possesso del Boca.

Un gruppo fantastico, quello costruito da Bianchi, capace di vincere pur perdendo i suoi idoli: Samuel e Burdisso emigrano in Italia; Palermo, Cagna, Ibarra, Riquelme in Spagna eppure la festa è sempre qui: nel 2003 ecco la quinta “pera”. Dopo quarant’anni il Boca può prendersi la ricincita su un Santos di nuovo competitivo. O’Rey è ormai lo sbiadito passato, ma ci sono Robinho e Diego, nuovi astri verdeoro contesi dai principali club europei. Entrambi continuano a ripetere: andremo in Europa, ma solo dopo aver riportato la Libertadores a casa. Non ci riusciranno… troppo forte quel Boca: Delgado con una doppietta chiude i giochi già nell’andata alla Bombonera, ma è al Morumbi che si scrive la storia… Tevez, Delgado e Schiavi zittiscono le cicale brasiliane, il gol di Alex serve soltanto per gli almanacchi… In dicembre, per la terza volta (la seconda in tre anni), il Boca Juniors sale sulla cima del mondo: questa volta gli avversari sono gli italiani del Milan, non ancora schiavi del joga bonito, ma comunque pieni di campioni (Shevchenko, Kaka, Pirlo, Maldini e compagnia cantante). Ancora una volta il pronostico è a senso unico… Ancora una volta i rigori saranno benevoli con Cagna e compagni. L’eroe questa volta non è Cordoba, ma Abbondanzieri, capace di ipnotizzare Pirlo, Seedorf e Costacurta (memorabile la sua “zappata”). Particolare degno di nota: dal 1996 (anno della sentenza Bosman e dell’inizio dell’esodo di massa di sudamericani verso l’Europa) al 2004 (ultima Intercontinentale), il Boca di Bianchi è stata l’unica squadra di là dell’Atlantico ad imporsi a Tokyo… Onore al merito.

Siamo ormai ai giorni nostri…Bianchi non è più in panchina e Palermo e Riquelme son tornati alla base dopo esperienze contraddittorie in Spagna. C’è ancora il tempo per parlare dell’ultimo sigillo in Libertadores (il sesto), nel 2007 contro il Gremio (3-0 in casa, 2-0 a Porto Alegre), o dei nuovi talenti sfornati da un vivaio che sembra inesauribile (Palacio, Gago e Banega)… In realtà dopo dieci anni di trionfi il ciclo iniziato nel 1998 sembra al termine. Un ciclo strepitoso, che ha portato, oltre a quattro Cope Libertadores e due Intercontinentali, 7 campionati argentini, 2 Cope Sudamericane e 3 Recope Sudamericane. Palermo e Riquelme non bastano più, l’allenatore Ischia è contestato dai tifosi, in campionato la Boquita stenta e l’obbiettivo Libertadores, fertile terreno di caccia, è svanito sotto i colpi del Defensor Sporting. Eppure alla Boca hanno visto momenti peggiori… L’orgoglioso xeneize risorgerà ancora una volta…

Palmarès

7 Campionati Amatoriali: 1919, 1920, 1923, 1924, 1925 (Copa de Honor), 1926, 1930
23 Campionati Argentini: 1931, 1934, 1935, 1940, 1943, 1944, 1954, 1962, 1964, 1965, 1969 (Copa Argentina), 1969 Nacional, 1970 Nacional, 1976 Metropolitano, 1976 Nacional, 1981 Metropolitano, 1992 Apertura, 1998 Apertura, 1999 Clausura, 2000 Apertura, 2003 Apertura, 2005 Apertura, 2006 Clausura, 2008 Apertura

3 Coppa Intercontinentale: 1977, 2000, 2003
6 Copa Libertadores: 1977, 1978, 2000, 2001, 2003, 2007
2 Copa Sudamericana: 2004, 2005
4 Recopa Sudamericana: 1990, 2005, 2006, 2008
1 Supercopa Sudamericana: 1989
1 Supercopa Masters: 1992
1 Copa de Oro: 1993

Amarcord di calcio

Miti del calcio: Alfredo Di Stefano

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Il giovane Di Stefano ai tempi del River
copyright flickr.com

“Io non so dire se come giocatore ero meglio di Pelé, ma posso dire senza ombra di dubbio che Di Stefano era meglio di Pelé.” Parole e musica di Diego Armando Maradona. Orgoglio argentino? O la solita uscita del Pibe de Oro?

Di sicuro Alfredo Di Stefano è stato il miglior giocatore dei suoi tempi. Attaccante letale sotto porta, ma non solo: la Saeta Rubia! Un biondino che correva da una parte all’altra del campo quando gli altri ancora camminavano. Il primo calciatore moderno, regista d’attacco e uomo simbolo del Real Madrid tra il 1953 e il 1964. Mica una squadra qualsiasi in un periodo qualunque. Ma ci torneremo.

Di Stefano nasce a Buenos Aires il 4 luglio 1926. Figlio di emigranti italiani e collezionatore di cittadinanze: argentina, of course, ma anche colombiana e spagnola, che raccontano anche la sua storia da girovago del pallone. Storia che inizia, come per tutti a quei tempi e in quella terra, nelle polverose periferie della sconfinata capitale argentina. Eppure a quel biondino dalla tecnica sublime si apre subito un’autostrada: il River Plate. Dalle giovanili alla prima squadra il passo è brevissimo, non così quello tra la panchina e il campo. Prima ancora di esordire viene smistato all’Huracan. Il solito prestito formativo. Se son rose fioriranno… E fioriranno davvero in poco tempo, basta una stagione, 10 gol in 25 partite, tra cui una storica al River dopo 15 secondi dal fischio d’inizio. Record di velocità per il campionato argentino e mea culpa immediato dei Millonarios che lo riportano alla base e gli danno un posto da titolare in attacco e la licenza di segnare. Di Stefano non tradirà le attese: al primo colpo arrivano uno scudetto e il titolo di capocanniere grazie alle sue 27 marcature in 30 partite. E la chiamata della Seleccìon per la Coppa America di dicembre in Ecuador. 6 presenze, 6 gol: Argentina Campione delle Americhe per l’ottava volta e Di Stefano catapultato nel gotha del calcio continentale. Altre due stagioni al River con alti e bassi poi l’addio, complice uno sciopero dei calciatori che mette in pericolo lo svolgimento del campionato.

Pur di non restare ferma, la Saeta Rubia accetta i dollari dei Millonarios di Bogotà, Colombia. Campionato minore e non riconosciuto dalla FIFA dove il nostro, naturalmente, fa il bello e il cattivo tempo. In quattro stagioni porta a casa tre titoli (1949, 1951, 1952), mettendo insieme 108 presenze e 88 gol in campionato. E riuscendo anche ad esordire nella nazionale colombiana di cui nel frattempo aveva preso la cittadinanza. Quattro presenze in tutto, nessun gol. A quel punto l’Europa non può più restare indifferente al miglior calciatore dell’epoca.

Il Barcellona prepara le carte e costruisce i ponti per il suo approdo in Spagna, ma la situazione contrattuale confusa (il River Plate aveva ancora i diritti sul giocatore) arena le trattative. Di Stefano arriva in Spagna per firmare il contratto con i blaugrana pur avendo lasciato la Colombia senza permesso. La FIFA avalla dicendo che c’è l’autorizzazione del River Plate proprietario dei diritti, ma a sorpresa è la Federazione spagnola a bloccare tutto. Dietro questa mossa c’è addirittura il Generalissimo Francisco Franco, e il suo braccio armato nello sport: il presidente del Real Madrid Santiago Bernabeu che convince Di Stefano a firmare con le merengues. Potere e pallone: storia vecchia… Barcellona contro Madrid, falangisti contro repubblicani, centro contro periferia. Raggiunto l’obbiettivo nascosto, la Federazione Spagnola può anche permettere un compromesso: l’argentino, che aveva firmato con entrambe le squadre per quattro anni avrebbe militato ad anni alterni con entrambe, il Real Madrid avrebbe pagato ai catalani quattro milioni di pesetas per lo sgarbo e se lo sarebbe tenuto per la prima stagione. Il Barcellona declinò offeso, giurando odio eterno al Real. E Di Stefano fu merengue. Per undici stagioni.

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Di Stefano in posa con le cinque coppe Campioni del Real
copyright flickr.com

Premessa: il Real Madrid nel 1953 aveva in bacheca la bellezza di due titoli (2) racimolati in venti (20) anni. Altro che galacticos… la parte del leone sotto i Pirenei la facevano da sempre le due squadre separatiste: il Barcellona e l’Athletic Bilbao. Claro che a Madrid, e in Castiglia in generale (o Generalissimo), era dura ingoiare il rospo. Di Stefano rappresentava dunque il vento che… doveva cambiare. Infatti, con lui niente sarebbe stato più lo stesso. Otto campionati in undici stagioni più una Copa del Generalísimo (futura Coppa de Re), e un’aurea di immortalità, in patria, ma soprattutto all’estero. Era il Real di Puskas, KopaGento, Rial, Muñoz. Era il Real delle cinque Coppe dei Campioni: la squadra del secolo! Ma soprattutto era il Real della Saeta Rubia, di quel biondino di Barracas, Buenos Aires, che non solo segnava e faceva segnare, ma che dirigeva tutta l’orchestra. Anche dalla difesa, quando serviva. Con 216 gol in 282 partite è il secondo cannoniere del Real Madrid, essendo stato appena superato da Raul. Cinque volte Pichichi, di cui quattro in fila, due Palloni d’Oro. Il migliore di sempre nella squadra migliore di sempre… forse. Troppo difficile fare una classifica. Di certo Di Stefano sta al calcio come Mozart alla musica. Il resto sta ai personalissimi gusti del “consumatore”.

La Coppa dei Campioni era nata dall’utopia di un giornalista francese dell’Equipe, Gabriel Hanot. Osteggiata in un primo tempo da FIFA e UEFA, perchè minacciava la vitalità dei campionati nazionali e rischiava di oscurare il nascente Europeo per Nazioni, la “coppa dalle grandi orecchie” nasceva tra nubi minacciose che oscuravano la vallata. Gli spocchiosi inglesi non la ritenevano alla loro altezza; per gli spagnoli, al contrario, era un’occasione unica per uscire dall’isolamento politico in cui si era cacciato il regime. Chiaro che il Real Madrid, la squadra di Bernabeu, si buttasse a capofitto nell’impresa. Ma accentuare i valori politici non sminuisce quelli tecnici di una squadra costruita mattone su mattone per essere perfetta. Di Stefano è  l’uomo simbolo, il leader. Grazie a lui la manifestazione cresce in fascino e attenzione. La Champions odierna deve molto ai blancos e al suo alfiere che ne ha costruito le basi per l’immortalità. Messe in fila, in ordine, lo Stade Reims, la Fiorentina, il Milan, ancora lo Stade e l’Eintracht. Cinque vittorie consecutive e a segno in tutte le finali, per sette gol complessivi. Numeri da gigante del calcio, che però non bastano a spiegarne la grandezza. Perchè la Saeta Rubia era classe, eleganza ed intelligenza. Ciliegina sulla torta, l’Intercontinentale del 1960, la prima edizione, naturalmente, di un torneo creato su misura per decretare la grandezza delle merengues.

Gli mancò il Mondiale, che invece rese immortale Pelè e Maradona. Unico Pallone d’Oro mai presente. Colpa del periodo storico. Nel ‘50 l’Argentina rifiutò l’invito degli storici nemici brasiliani. Nel ‘54, da colombiano, pagò la mancata iscrizione della sua nazionale alle qualificazioni. Divenuto spagnolo, riuscì finalmente a qualificarsi nel 1962, ma un infortunio lo estromise all’ultimo. Due stagioni all’Espanyol, nell’”altra” Barcellona, prima del ritiro nel 1966. E gli onori. Presidente onorario del Real Madrid dal 2000, Giocatore del secolo per la Federazione Spagnola. Quarto di tutti i tempi, dietro Pelè, Maradona e Cruyff in una sondaggio di France Football tra gli ex Palloni d’Oro. Eppure, un giocatore così completo, attaccante, difensore, regista, leader forse non lo abbiamo più visto.

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Superteam: il Manchester United

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Lo United nacque nel 1878

Esistono semplici squadre di calcio e Squadre. Le prime restano nell’ombra per tutto l’arco della loro esistenza, alcune possono vantare momenti abbaglianti, ma soltanto una minima parte vive di luce propria. Per sempre. E la loro storia esce dallo stretto contesto dello sport per entrare nel sociale, nel vissuto. Colori particolari che trasudano emozioni, uomini, leggenda. I Red Devils: Diavoli Rossi. Partiamo da loro, dalla squadra più ricca, moderna e amata al mondo. Non la più vincente, oggi forse la più forte. Sicuramente la più completa. Ma non è sempre stato così. Entriamo nella leggenda.

All’anagrafe di Giove Eupalla si legge che il Manchester Utd nacque nel 1878 come Newton Heat ed era la squadra dei lavoratori della Lancashire and Yorkshire Railway. Ferrovieri ed operai di un sobborgo polveroso dell’industriosa Manchester. Si sa anche che cambiò il suo nome in Manchester Utd quando un birraio della zona, tal John H. Davies decise di accollarsi i debiti del club, prossimo al fallimento. E siccome Newton Heat non gli piaceva ribattezzò la sua creatura The Manchester Utd Football Club. Appunto. Tutto giusto. Eppure lo Utd moderno, quello che temiamo ed onoriamo è molto più recente, ed è figlio di un disastro aereo. Giovedì 6 febbraio 1958. Aeroporto di Monaco di Baviera. Si faceva scafo da Belgrado, dove i Red Devils avevano pareggiato 3-3 una gara di Coppa Campioni con la Stella Rossa. Si tenta il decollo per ben tre volte, ma la neve ed il Destino cinico e baro si mettono di mezzo. L’aereo riesce a decollare ma non prende quota, urta la cima di un albero, sfiora un tetto e finisce per schiantarsi contro una baracca. Fu un’altra Superga. Ventitré morti, tra cui otto giocatori e tre membri dello staff. Destino cinico e baro, certo, eppure da quel lutto nacque la leggenda. Chi si salvò non dimenticò. Chi si salvò, come l’allenatore Matthew “Matt” Busby e tra gli altri il giovane Bobby Charlton presero a schiaffi quel Destino e forgiarono il mito.

Si, perchè fino a quel momento la storia non era stata dalla parte della squadra di Davies. L’intraprendente birraio e l’ex capitano della squadra, Harry Stafford, tentarono di costruire un giocattolino vincente da consegnare alla storia: una squadra capace di vincere due titoli nel 1908 e nel 1911, una FA Cup nel 1909; ma anche un tempio dove santificare quelle gesta: l’Old Trafford. Erano i Red Devils. E il loro stadio era un’inferno per chiunque vi entrasse. Eppure la gloria spesso risulta effimera, specie se il vil denaro ci mette lo zampino. Era il Venerdì Santo del 1915, lo Utd batte il Liverpool 2-0. Vittoria strana, per niente limpida. Calciopoli non l’abbiamo inventata noi e otto giocatori (quattro per parte) vennero squalificati. Negli anni ‘20 e ‘30, se possibile, la situazione peggiora: retrocessione nel 1922, lo spettro nel fallimento nel 1931, la quasi retrocessione in Third Division nel 1934, all’Old Trafford non ci si annoia mai e la discesa nel dimenticatoio sembra sempre dietro l’angolo. Un raggio di sole è il ritorno in First Division nel ‘38. Ma poi ci si mette la guerra. Manchester viene sventrata dai bombardamenti tedeschi, che non risparmiano nemmeno il sacro tempio, Old Trafford viene raso al suolo. Ci vorranno quattro lunghi anni per ricostruirlo. Altri tempi…

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Sir Matt Busby e la prima Coppa Campioni del Man Utd

Con la fine della guerra, e nell’inquietante situazione che abbiamo descritto, approda al Manchester uno scozzese dalla pelle dura come la sua infanzia, reduce pluridecorato di guerra, ex mediano degli odiati cugini del City. Viene chiamato da James Gibson, l’uomo che salvò la squadra nel 1934, un ricco industriale tessile. Busby, e chi sennò? Resterà in sella fino al 1969, ma in pratica non scinderà mai il suo destino da quello dei suoi Red Devils, tanto che morirà, dopo esser diventato nel frattempo Sir e Croce della Libertà, nel 1994 da presidente onorario. Fu lui a “inventare” il Manchester Utd così come lo conosciamo oggi, squadra di livello internazionale, lungimirante regina del mercato (calcistico e non), fucina di talenti. A lui dobbiamo Duncan Edwards, Bobby Charlton, Dennis Law, Nobby Stiles e il più grande di tutti: George (The) Best. Il raccolto è subito florido: nel ‘48 si festeggia la seconda FA Cup, nel ‘52 il primo dei cinque titoli targati Busby, conditi da un’altra FA Cup e quattro Charity Shields. E da una Coppa dei Campioni nel 1968, giusto 10 anni dopo il disatro di Monaco. Il fiore all’occhiello…di più…lo Schiaffo al Destino. Nella finale di Wembley si giocava contro il Benfica di sua maestà Eusebio (arbitro Concetto Lo Bello ndr). Ci vollero i supplementari dopo che Graça aveva pareggiato il gol di Bobby Charlton. Ma che supplementari: Best, Kidd e ancora Charlton diedero all’Inghilterra la prima coppa dalle grandi orecchie della sua storia. Quel Manchester espresse tre palloni d’oro: l’attaccante scozzese Denis Law nel ‘64, Sir Bobby Charlton nel ‘66 (da Campione del Mondo con l’Inghilterra) e il nordirlandese George Best ‘68. Erano l’anima dell’attacco dei Red Devils, tre fuoriclasse che hanno fatto epoca dentro e fuori (soprattutto il primo e il terzo) dal campo. Eppure nessun ciclo dura per sempre, la notte di Wembley sarà il canto del cigno dei Busby Babes. Il mister se ne andrà un anno dopo, e allOld Trafford si spegne la luce.

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Il tempio dei Red Devils, l’Old Trafford

Si, perchè negli anni ‘70 e ‘80 sono altri rossi ad andare di moda: quello del Liverpool, e perchè no anche quello del Nottingham Forest. Lo Utd arranca, conosce un’altra dolorosa retrocessione nel ‘74. Un anno all’inferno che non espia le colpe di una squadra che non spaventa più nessuno. Tre FA Cup (’77-’83-’85) e due Charity Shield (’77 e ‘86) in vent’anni sono davvero un ben magro bottino. La svolta arriva nell’estate del 1986, quando il presidente Edwards chiama all’Old Trafford un altro scozzese, già profeta in patria con l’Aberdeen. Alex Ferguson. Ed è già cronaca… o meglio, una leggenda che entra e rinverdisce la Leggenda. Gran pianificatore, Ferguson riparte dalla base, dal vivaio e ricostruisce pezzo per pezzo lo Utd. La semina è lunga e frutti tardano ad arrivare: ci vogliono ben quattro anni e lo spettro del licenziamento per aprire la stagione dei raccolti. Mai tanta attesa fu più premiata. La FA Cup del ‘90 sembra soltanto un brodino che gli allunga la permanenza in panchina. Sarà l’antipasto di ben altri trionfi. Nel ‘91  matura una Coppa delle Coppe, a Rotterdam contro il Barcellona di Cruyff (il Dream Team, insomma). Trofeo che assume un significato particolare: è il primo successo inglese post Heysel, subito bissato dalla Supercoppa Europea. Poi un anno di transizione che porta una Coppa di Lega e un’attaccante francese tutto potenza e pazzia: Eric Cantona. Resterà allo Utd fino al ‘97: l’alfiere del ritorno alla vittoria in campionato, ora ribattezzato Premier League. Arrogante (Dieu c’est moi), alterna gol bellissimi ed entrate spigolose, come quella volta che entrò alla Bruce Lee contro un tifoso del Crystal Palace per festeggiare un gol. Con lui quattro Premier League in cinque anni. Attorno a lui crescono Butt, Giggs, Scholes, i fratelli Neville, David Beckham che ne erediterà il mitico numero 7 che fu anche di Best. E che sarà di Cristiano Ronaldo. fiori di un vivaio fertilissimo, oltre al portierone danese Schmeichel e al roccioso regista irlandese Keane, oltre ai Calypso Boys: Dwight Yorke ed Andy Cole. I Fergie Boys. Manca soltanto l’alloro più pregiato, la Champions League. Arriverà nel 1999. I Red Devils avevano già vissuto una stagione da sogno, campioni d’Inghilterra e vincitori di coppa. A Barcellona contro il Bayern Monaco di Hitzfeld, Matthäus e Basler ci si gioca però tutto, e sarà la finale thriller. I tedeschi vincono 1-0 al 90′ e hanno dominato in lungo e in largo. Ferguson azzecca i cambi: dentro Sheringham e Solskjaer. Saranno loro, nel giro di 2 minuti a cambiare l’esito della storia: 2-1 al 92′. Per i panzer tedeschi soltanto gli applausi, dopo 31 anni la Coppa dei Campioni torna nel Sacro Tempio, e nel giro di pochi mesi arriva anche la ciliegina sulla torta: quell’Intercontinentale che nessuna inglese aveva mai vinto.

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Festa Champions ‘99 con Ferguson

Gli ultimi 10 anni parlano ancora di successi fragorosi e nuovi beniamini, ma anche di addii dolorosi e di svolte societarie. Andiamo con ordine. Il figliol prodigo, quel David Beckham svezzato fin dalla culla fino a diventare lo Spice Boys fugge da Manchester per raggiungere i Galacticos del Real Madrid. Anche Ferguson medita l’addio, logorio e vittorie in serie si fanno sentire. Il bisogno di riposo anche. L’addio, dato sempre per imminente non verrà mai, anzi lo scozzese porta avanti il ricambio generazionale della squadra puntando non più sul vivaio di casa, ma su quello internazionale. Arrivano Ronaldo e Nani dal Portogallo, Evra ed Heinze dalla Francia, Anderson dal Brasile, Rooney dall’Everton, Tevez, Carrick e Van der Sar da Londra, Hargreaves da Monaco. Arriva, soffertissima, una nuova proprietà dall’America. I tifosi insorgono: l’Old Trafford e i suoi diavoli non sono merce per avventurieri dal soldo facile. La passione va rispettata. Glazer, il nuovo padrone, lo capisce e si adegua. Vai con il merchandising e la pubblicità in America come in Asia, ma l’anima dei Red Devils è salva. E arrivano copiosi, naturalmente, i successi: 5 Premier League, una FA Cup, una Coppa di Lega e 3 Community Shields. In patria il dominio verrà minacciato dall’Arsenal di Wenger e soprattutto dal Chelsea di Abramovich e Mourinho, in Europa l’araldo inglese sembra essere il Liverpool di Benitez, ma sono parentesi momentanee. Anno domini 2008, Mosca, prima finale di Champions League made in England, Manchester Utd versus Chelsea (”finale champions league 2008“). Il patron russo dei Blues già gongola. Ma sbaglia i calcoli: Cristiano Ronaldo apre i giochi, risponde Drogba. L’equilibrio resta fino alla fine. Calci di rigore… sbaglia proprio Ronaldo… il Destino però è in credito con i suoi Diavoli… Terry, capitano dei blues, ha suoi piedi il rigore decisivo… lo sbaglia… seguito da Anelka… Manchester Utd ancora sul tetto d’Europa e ancora all’ultimo respiro. Dicembre porta con se il Mondiale per Club, brutta copia della vecchia Intercontinentale, contro l’LDU Quito e un Pallone d’Oro: l’ultimo Red Devil capace di vincerlo fu Best nel ‘68. Oggi tocca al suo erede: numero 7 sulle spalle, dribbling ubriacante, sciupafemmine e distruggi Ferrari; non è di Belfast, ma portoghese di Madeira…poco importa, è Cristiano Ronaldo.

Palmarès

17 Campionati inglesi:
7 First Division (1907-1908, 1910-1911, 1951-1952, 1955-1956, 1956-1957, 1964-1965, 1966-1967)
10 Premier League (1992-1993, 1993-1994, 1995-1996, 1996-1997, 1998-1999, 1999-2000, 2000-2001, 2002-2003, 2006-2007, 2007-2008)
11 FA Cup (record) (1908-1909, 1947-1948, 1962-1963, 1976-1977, 1982-1983, 1984-1985, 1989-1990, 1993-1994, 1995-1996, 1998-1999, 2003-2004)
2 Coppe di Lega (1991-1992, 2005-2006)
17 Supercoppe d’Inghilterra (record):
10 Charity Shield (1908, 1911, 1952, 1956, 1957, 1965, 1967, 1977, 1983, 1990)
7 Community Shield (1993, 1994, 1996, 1997, 2003, 2007, 2008)

3 Coppa dei Campioni/Champions League (1967-1968, 1998-1999, 2007-2008)
1 Coppa delle Coppe 1990-1991
1 Coppa Intercontinentale 1999
1 Coppa del Mondo per club 2008
1 Supercoppa Europea

Amarcord di calcio, Italia

Italia-Brasile, storia di una Sfida

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Tutto pronto per Italia-Brasile

Martedì 10 febbraio 2010: Londra, Stadio Emirates (la tana dell’Arsenal). Si affrontano le nazionali di Italia e Brasile. Una sfida dal sapore particolare, tra le due squadre che vantano il maggior numero di allori mondiali. Due modi esattamente opposti di vivere e comprendere il calcio. Da una parte il futébol bailado dei verdeoro, tutto dribbling e ricamini. Dall’altra la scuola italiana, catenaccio e contropiede. La cicala e la formica. Così era al tempo delle scuole nazionali, quando noi stimavamo la loro tecnica e deridevamo i loro portieri, e loro stimavano la loro tecnica e deridevano il nostro modo di concepire il calcio. Senso di superiorità verdeoro: sempre e comunque. Ma anche rispetto (senza dirlo troppo forte). Anche perchè diciamocelo chiaro: i brasiliani ci hanno battuto quando hanno cercato (mai volontariamente, s’intende…) di copiarci… Le altre volte? Si sono scottati… Questo prima della riapertura del nostro campionato agli stranieri. Da quel momento abbiamo iniziato a conoscerci meglio: i loro fenomeni hanno fatto grandi i nostri club, i nostri allenatori hanno disciplinato la loro nazionale. Non ci incontriamo dal 1997, Torneo di Francia: fu un 3-3 spettacolare e pirotecnico. Dodici anni… da allora un Mondiale loro e uno noi e una Confederation’s Cup da giocarci a giugno (Spagna permettendo). Come al solito sono più forti loro…come al solito non è per nulla scontato che vincano…

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Il leggendario Brasil 1970

I precedenti- Sfogliando gli almanacchi si legge: 12 sfide, 5 vittorie per parte, 2 pareggi. Saldo perfettamente in parità, ancora.
Il battesimo avvenne il 16 giugno 1938, ore 15 allo Stade Municipal di Marsiglia e ciò che successe sarebbe diventato un classico delle sfide Italia-Brasile. Partita ufficiale, le semifinali dei Mondiali di Francia, partita secca, la vincente si sarebbe dovuta trasferire a Parigi per la finalissima. Prima di scendere in campo i brasiliani avevano già comprato i biglietti aerei. Sicuri di vincere. Così sicuri che il Ct Pimenta decise di non rischiare Leonidas, cinque reti fino a quel momento nella competizione. Il risultato? 2-1 per l’Italia. Gol di Colaussi e Meazza, Romeu non bastò a riscattare l’onore dei non ancora verdeoro (indossavano infatti una maglia a righe giallonera). Inutile dire che gli orgogliosi brasiliani si tennero i biglietti aerei e si andarono a giocare la finalina a Bordeaux (vincendo 4-2 con doppietta di Leonidas) mentre gli italiani raggiunsero la capitale francese mestamente in treno, e vinsero il loro secondo mondiale battendo l’Ungheria.

Ma Italia-Brasile sono anche due finali mondiali. La prima a Mexico’70. Ci si giocava la Coppa Rimet, nel senso che per regolamento chi l’avesse vinta per tre volte se la poteva tenere per sempre. Italia e Brasile ne avevano due a testa… Allo stadio Azteca si affrontavano uno dei Brasile più forti della storia e l’Italia campione d’Europa in carica, che aveva appena battuto 4-3 la Germania Ovest nella partita del secolo. Da una parte l’attacco atomico Pelé, Rivelino, Tostão, Gerson, Jairzinho. Dall’altra Albertosi; Burgnich, Facchetti; Bertini, Rosato, Cera; Domenghini, Mazzola A., Boninsegna, De Sisti, Riva. Più Rivera negli ultimi sei minuti… Risultato 4-1 per i verdeoro e Coppa Rimet sulla via di Brasilia.

Finale mondiale atto secondo: siamo a Pasadena, Stati Uniti. Correva l’anno 1994. Me la ricordo bene, avevo 10 anni e quello era il “mio” primo mondiale. Orari delle partite assurde, caldo soffocante e umidità ai limite del sostenibile. L’Italia era arrivata in finale trascinata da Roby Baggio e dal fattore c… il cuore che va oltre l’ostacolo e il celeberrimo cul de Sac(chi). Il Brasile di Parreira era e resterà uno dei più brutti della storia. Squadra quadrata e pochi fronzoli, davanti Romario e Bebeto, Dunga metronomo e Taffarel in porta. Ricordiamo tutti come andò, Italia stremata e in affanno per 120 minuti (ricordate il bacio al palo di Pagliuca?) e destino beffardo ai rigori. Per i nostri sbagliarono capitan Baresi, reduce da un infortunio e ritornato proprio per la finale, Massaro e il Divin Codino… La differenza tra il condottiero che porta alla Vittoria e il principale imputato della disfatta sta tutta in un rigore sballato…

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Pablito Rossi, l’ultimo matador dei carioca

L’ultima vittoria azzurra risale al 1982, Estadio Sarrià di Barcellona, Mondiale di Spagna, secondo turno. Devo dire altro? Ai brasiliani basta un pari per uscire indenne dal gironcino terribile con gli azzurri e l’Argentina di Maradona. Credo di averla già sentita questa storia… Pablito Rossi non ha ancora segnato al Mundial. Si sblocca al quinto minuto, non si fermerà più. Pareggio di Socrates al 12°, ancora Rossi ci porta avanti al 25°.Nel secondo tempo il Brasile si porta in avanti, forte della sua tecnica e di una squadra di fenomeni: al 69° è 2-2. Falcão. Brasiliani ipoteticamente in semifinale. Ma non gli basta. Devono vincere. E finiranno per perdere. Al 75° Pablito segna la sua personalissima tripletta e punisce la loro spocchia. Brasiliani a casa, italiani verso la finale del Bernabeu, verso l’urlo di Tardelli e la partita a scopone sull’aereo presidenziale. Ah, già con la Coppa del Mondo al seguito…

L’ultima sfida, come detto risale al Torneo di Francia 1997. Era il Brasile delle punizioni di Roberto Carlos e del Ro-Ro in attacco: Romario, certo, ma soprattutto Ronaldo, il nuovo Fenomeno di cui si era invaghito Moratti. Ma questo almeno è stato fenomeno vero. Prima in campo, poi fuori. Fenomeno di tecnica e velocità quanto di sfortuna e vita bruciata. Era lui l’attrazione del Brasile. L’Italia di Cesarone Maldini poteva replicare con Del Piero, ancora giovane promessa azzurra ma già sulla vetta del mondo con la Juventus, e con un gruppo comprendente tra gli altri i giovani Nesta, Cannavaro, Panucci, Vieri e Inzaghi. La spina dorsale della nazionale per i successivi 10 anni, più o meno. Finì 3-3. Una partita memorabile. Italia avanti al 6′ con un gran gol di Del Piero. Raddoppio azzurro su autogol di Aldair. Riapre tutto Lombardo, ancora un autogol. Nella ripresa il rigore di Del Piero sembra chiudere i giochi, e invece ecco il Ro-Ro: Ronaldo al 72′, Romario all’84′. 3-3, come detto ma applausi per tutti.

Stasera prossimo atto della sfida infinita. In realtà non mi aspetto molto. Nella ghiacciaia dell’Emirates Stadium si consumerà un evento mediatico con 152 nazioni collegate. E poco altro, temo. Le amichevoli non solleticano la fantasia azzurra, il Brasile è pieno di milanisti e interisti (stranezze della Bosman)… e domenica c’è il derby. Ovvio non attendersi la luna. Eppure ci saranno Toni, De Rossi, Pirlo, Buffon, un nuovo Rossi (Giuseppe), mentre di là Ronaldinho, Adriano, Pato, Juan, Maicon e Julio Cesar. Mancherà Kakà. E pure il tormentone Amauri. Li conosciamo bene. Ci conoscono benissimo. Sorprese zero. Resta il fascino e il sapore particolare di questa sfida antica tra due nazionali e due Paesi lontanissimi, eppure intimamente legati.

Amarcord di calcio

Sir Stanley Matthews, the wizard of the dribble

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Stanley Matthews
copyright flickr.com

Con questo articolo vorrei inaugurare una nuova rubrica dedicata al Calcio. Storie di protagonisti, di squadre, di partite, di tornei, di attimi che ci hanno fatto innamorare di questo gioco sempre meno sport e sempre più business. Negli intenti il risultato a lunga (lunghissima…) scadenza vorrebbe essere un’enciclopedia da consultare per rivivere i momenti salienti di oltre un secolo di corse dietro ad un pallone e ricordare chi, in questo sport, ha lasciato un segno, un ricordo, e perchè no, un sentimento. Non procederò in ordine cronologico né tematico, ma seguirò l’ispirazione del momento. Cercherò di approfondire le mie curiosità, sperando di interessarvi. Mi piacerebbe anche, anzi magari, che foste voi lettori a suggerirmi di volta in volta gli argomenti che vorreste fossero trattati, o quegli attimi e personaggi che meritano di essere ricordati. O riscoperti. Per motivi di tempo (purtroppo), nonchè per la mia proverbiale pigrizia (chi mi conosce lo sa…), non so dirvi con che cadenza riuscirò a preparare gli articoli. L’obbiettivo minimo è quello di una pubblicazione settimanale. Spero di far meglio, sinceramente. E mi auguro, soprattutto, che la mia iniziativa sia di vostro gradimento. Scusatemi per la noiosa, ma necessaria, introduzione e buona lettura.

Partiamo da un giocatore. Il Primo. No, non è Pelé e neanche Maradona…sarebbe troppo scontato. Il mio primo articolo lo dedico a Sir Stanley Matthews. Ovvero il primo giocatore europeo a vincere il Pallone d’Oro. Anno domini 1956. A dire la verità il riconoscimento non gli venne assegnato per gli allori conquistati in quell’anno, quanto piuttosto come riconoscimento alla carriera, oltre che alle sue indubbie doti palla al piede. Quando France Football gli consegnò il premio, infatti, The Magician aveva già 41 anni. E nessuna intenzione di appendere le scarpette al fatidico chiodo. Giocò infatti fino alla stagione 1964/65, cioè fino ai fatidici 50 anni tra la First e la Second Division (la Premier League non esisteva mica…). Alla faccia di Maldini e del MilanLab.
Il nostro nacque il Primo (quando sennò) Febbraio 1915 a Henley, dintorni di Stoke on Trent, Midlands Occidentali, cittadina famosa per le sue porcellane, da cui il soprannome della locale squadra di calcio: The Potters, i vasai. E proprio al Britannia Stadium, casa dello Stoke City, mosse i primi passi della sua carriera, firmando il primo contratto pro nel 1932. Due anni più tardi, diciannovenne, esordiva in nazionale contro il Galles. Risultato 4-0, con un suo gol. Ciononostante le pagelle del Daily Mail lo bollarono come incapace a reggere la pressione nelle partite che contavano… Errare è umano… Matthews giocava all’ala destra, il Primo (ancora..) in un ruolo che diventerà un marchio di fabbrica della scuola inglese, da Best (che però veniva da Belfast, altra faccenda…) al diavolo a tempo determinato Beckham. Guizzante e dribblomane, tanto da essere soprannominato The Wizard of the Dribble, e capace di cross al bacio per quei carri armati che erano gli attaccanti inglesi del suo tempo. Eppure, nonostante la sua grandezza, raccolse in carriera ben meno di quanto seminato, limitato da una squadra non all’altezza (con cui fu comunque quarto nel 1947) e dalla Seconda Guerra Mondiale, che rubò i suoi anni migliori e durante la quale prestò servizio nella RAF a Blackpool, ridente cittadina turistica bagnata dal Mare d’Irlanda e meta preferita dei vacanzieri inglesi di fine Ottocento che volevano fuggire dal grigiore delle città industriali inglesi. Tutto sommato poteva andargli peggio.

Fatto sta che a Blackpool c’era una squadra di calcio, senza tradizioni, che militava comunque in First Division. La allenava Joe Smith, tecnico ambizioso e capace che stava costruendo una squadra interessante, in cui Matthews, ormai over trenta, poteva essere la ciliegina sulla torta. “Hai 32 anni, pensi di riuscire a giocare un altro paio di stagioni?” Altro che un paio, Stanley resterà a Bloomfield Road la bellezza di 15 anni, per un totale di 391 partite e 17 gol, tutti in First Division e scriverà le pagine più belle storia dei Seasiders. Si sa, il campionato in Inghilterra sarà pure importante, ma è la Coppa, la FA Cup, il torneo per club più antico del mondo, quello che conta davvero e che ti iscrive tra le leggende. Ed è qui che il Blackpool trova terreno fertile. Per tre volte in sei anni raggiunge la finale di Wembley… Nel 1948 non gli basta andare avanti due volte per aver ragione del Manchester Utd: i Red Devils si impongono 4-2. La seconda volta, siamo nel 1951 è il Newcastle a spegnere i sogni di gloria del ‘Pool. E arriviamo al fatidico ‘53.

Stanley Matthews ha 38 anni e la bacheca dei trofei quasi vuota. Il quasi si riferisce al titolo di Giocatore dell’Anno per i giornalisti vinto nel 1948 alla prima edizione del trofeo. Poco o nulla. Serviva un successo tangibile. Il 2 Maggio 1953 i frutti sono finalmente maturi. A Wembley, al terzo tentativo, i ‘Pools si trovano di fronte il Bolton Wanderers. Gli annali ricordano che fu la prima partita vista da Elisabetta II in qualità di regina. E quel ragazzino incapace di reggere la pressione nei momenti importanti, se era mai esistito, decise di diventare improvvisamente un uomo. Il Bolton passa in vantaggio dopo due minuti, anzi 75 secondi, con Lofthouse, Stan Mortensen (segnatevi il nome) pareggia al 35′. Ma a metà tempo il Bolton è di nuovo in vantaggio con Langton. La pietra tombale sulle aspirazioni del Blackpool la mette Bell al 55′. In questo momento finisce la finale del Bolton e inizia la finale di Matthews: serpentine, dribbling e fughe sulla fascia destra, Stanley non si arrende. Al 68′ il cross, l’ennesimo, trova finalmente la deviazione vincente di Mortensen. Lo stesso, a un minuto dalla fine pesca il jolly da calcio di punizione. Hat-trick per lui e rimonta operazione rimonta portata a termine. Non basta ancora. Due minuti oltre il 90′ è Matthews a sgroppare ancora lungo la fascia: nessuno lo ferma… arriva sul fondo… cross in mezzo… il solito Mortensen è troppo avanti… ma il pallone non è per lui… arriva l’accorrente Bill Perry… è il 4-3. Blackpool campione! Sarà il primo e l’ultimo trofeo ufficiale per i Seasiders, Mortensen si prende il record, tuttora ineguagliato, di unico giocatore capace di segnare una tripletta in una finale di FA Cup. Ma l’uomo copertina è lui. La partita, quella Partita, sarà per sempre la sua, The Matthews Final. Il resto è noia. Nell’epopea del Blackpool c’è ancora un sussulto, il secondo posto nel 1955-56 ma a 11 punti dal Manchester Utd campione. Un abisso. Comunque abbastanza per far si che France Football, come detto, si ricordi di lui…

Nel 1961 Matthews accetta una nuova sfida: tornare a casa. Il suo Stoke City è sceso in Second Division nel ‘53 . Da allora galleggia in Second Division. Altre 4 stagioni, condite dalla promozione del 1963 e due salvezze consecutive. Il 1965 è un anno significativo, che porta con se il titolo di Cavaliere dell’Impero Britannico per meriti sportivi (primo sportivo a ricevere quest’onore) in gennaio e l’ultima apparizione in campionato, contro il Fulham in febbraio, a 50 anni suonati.

Capitolo nazionale. L’almanacco recita 54 partite e 11 gol tra il 1934 e il 1957. Due mondiali, entrambi nel dopoguerra, quando l’Inghilterra accettò la sfida del mondo. Prendendole. Un’apparizione nel ‘50 (Inghilterra-Spagna 0-1), e una nel 1954 (Inghilterra-Belgio 4-4), ma soprattutto un ventennio di sfide appassionanti passate alla storia. Come quella volta ad Highbury in cui gli inglesi sfidarono l’Italia campione del mondo nel 1934. Finì 3-2 per i bianchi, da quel giorno Leoni d’Inghilterra. Loro, ma pure noi, capaci di spaventare i maestri con una doppietta di Meazza. O come quando in un’altra sfida con gli azzurri nel 1948 a Torino, Matthews fu protagonista nel sonoro 4-0, e durante un calcio d’angolo da lui battuto si asciugò la mani e la fronte grondanti di sudore e poi si sistemò i capelli. I tempi non erano ancora maturi per questo genere di cose (sic) e il nostro venne a lungo ricordato per quel suo gesto. Nel 1953 ebbe l’onore di incrociare i tacchetti l’Ungheria di Ferencz Puskas e dell’attaccante arretrato Nandor Hidegkuti a Wembley. Nelle file inglesi, oltre a Matthews, altri tre Seasiders (Mortensen, Taylor e Johnston). Gli inglesi vennero umiliati da quella che passò alla storia come l’Aranyacsapat: 6-3 e le certezze di una nazione iniziarono a vacillare…

Matthews fu un grande del suo tempo, lo abbiamo visto. Nonostante un palmares scarno riuscì a conquistare tutti per le sue capacità in campo e per la sua reputazione da gentlemen fuori. Alla sua partita d’addio, nell’aprile 1965, parteciparono tra gli altri Jascin, Masopust, Puskas e Di Stefano. Pelé disse di lui: “L’uomo che ci ha insegnato come si dovrebbe giocare a calcio”… e conoscendo il narcisismo di O’Rey… Sicuramente creò una scuola, lì all’ala destra, e battezzò in nazionale i migliori giocatori inglesi della sua epoca. In fondo si può dire che il Mondiale del 1966 sia anche un po’ (soltanto un po’…) suo.

Amarcord di calcio

La carica del Bisonte: Dario Hubner

Tatanka Hubner, bomber implacabile dal cuore d'oro

Tatanka Hubner, bomber implacabile dal cuore d’oro

Qua mettiamo tutto da parte: l’imparzialità, l’equità e quel giudizio super partes che un giornalista dovrebbe tenere. Ora lasciamo parlare una passione, che ho avuto la fortuna di vivere da vicino. Ogni appassionato di calcio ha un giocatore nel cuore, che ti fa dire: “se giocassi, sarei così”. Fossi stato un calciatore, sarei stato Dario Hubner.

Uno per tutti. I miei giudizi forse sono condizionati da quello che ho visto da bambino, ovvero le gesta del Bisonte dal vivo, con la maglia del Cesena. Curvo sulla schiena, testa bassa e un cuore enorme. Non era baciato dal talento di un fuoriclasse, ma segnava, segnava, segnava. Non è un caso che nella sua carriera abbia vinto il titolo di capocannoniere in tre serie differenti. Non è un caso che ovunque sia andato, diventasse l’idolo dei tifosi. Questo perchè, oltre alla sua fame di gol, che spesso veniva saziata,  era un calciatore atipico. Ai riflettori della mondanità, preferiva i riflettori dello stadio, nelle partite in notturna. Hubner era per tutti: non un filetto al pepe verde al ristorante, ma una piadina con la salsiccia ad una festa con gli amici. Le giocate di gran classe per i palati fini li lasciava a qualcun altro; lui la buttava dentro.

Programmato per il gol. Attaccante potente, con una progressione devastante, in contropiede faceva sfracelli. I difensori si arrendevano al suo uno contro uno fisico ed ogni tanto deliziava il pubblico con giocate fantastiche: non per strappare l’applauso, ma per cercare sempre il target per il quale era stato programmato. CyberHubner era progettato per fare gol. Un esempio di questo era il pallonetto, una delle sue armi preferite, con il quale uccellava il portiere avversario, appena poteva.
Era un bomber completo: destro, sinistro, di testa, di rapina, su rigore. Nella sua carriera, Tatanka ha segnato in tutti i modi. Lo ricordo volare in contropiede su lancio di Dolcetti e con la sua solita freddezza, superare il portiere in uscita e appoggiare la palla a porta vuota. Lo ricordo piegare le mani al portiere con un tiro da fuori. Lo ricordo sotto la curva ad esultare coi tifosi.

I vizi di un professionista. Hubner deve tanto alla provincia e viceversa. Non si è mai lamentato con atteggiamenti da primadonna per passare in una squadra più blasonata ma, anzi, ha difeso i colori che vestiva fino a quando la dirigenza non pensava di mandarlo via, per incassare, o perchè la squadra era retrocessa. Dario era un esempio di professionalità. In molti ricordano la sua passione per la grappa e il fatto che fosse fumatore, ma quando scendeva in campo, i gol parlavano per lui. Non esiste dato migliore per dimostrare la sua professionalità.
Si dice che prima della partita, nello spogliatoio, se ne stesse in disparte, a fumare una sigaretta, in cerca della concentrazione. Altro che I-pod con le ultime fregne dei rapper americani. Dario era così: duro e puro, ma con un cuore tenero.
C’è differenza tra chi gioca a calcio per soldi, e chi lo fa per passione. Per chi vede il calcio come un lavoro, non ci sono valori che tengano, se non quello del denaro; chi invece questo sport lo vive nelle ossa, arriva a 40 anni a giocare nei campetti di Eccellenza, spinto solo da quella irrefrenabile fame di gol. Le ultime squadre di Hubner sono state il Chiari, il Rodengo Saiano e l’Orsa Corte Franca, formazioni che lottano stabilmente per la Champions League e che un magnate russo ha preso sotto la propria ala protettiva.

L’uomo dietro l’eroe. L’ultima immagine che ho di lui è in una fredda serata di dicembre al Carisport di Cesena, durante una partita benefica tra vecchie glorie bianconere. Da qualche minuto i paramedici stavano provando a rianimare Flavio Zuccheri, stroncato da un infarto. Hubner era seduto sul pallone, appoggiato alla balaustra, con le mani sul volto. Era disperato e scioccato. Il mio idolo di infanzia, così indistruttibile quando indossava gli scarpini, ora era inerme, con le lacrime agli occhi.
A volte fa male vedere che dietro l’eroe si nasconde solo un uomo. Ma quella volta fui felice, perchè oltre che ricordarmi delle gesta del grande Bisonte che scorrazzava nella prateria del Manuzzi, vidi una persona dotata di grande sensibilità. Dietro all’eroe vidi un grande uomo, capace di ridere e piangere per quello che sentiva. Una persona che pur avendo vinto tanto, è rimasto fedele alla propria passione e ai propri valori e che non è stato cambiato da un successo che, nel mondo del calcio, è sempre effimero. Dario Hubner, se fossi stato un calciatore, sarei stato esattamente come te.

Amarcord di calcio

Parte la rubrica Amarcord: Andersson, il gigante gentleman

Dolci amarcord- Ci sono giocatori che ci hanno fatto innamorare del calcio. Fenomeni che, a prescindere dai colori che hanno indossato, sono rimasti nel nostro cuore. Per le giocate, per i gol, ma anche per pura simpatia o, perchè no, grazie al Fantacalcio o ai giochi manageriali.
Questa nuova rubrica di solocalcio.com, chiamata Amarcord in puro stile felliniano, parla di passioni, di ricordi. Di giocatori che quando li ricordiamo possiamo sorridere, ripensando a quanto è bello il calcio, visto con gli occhi di chi ha bisogno del calcio come l’aria e non si accontenta di avere solo una squadra del cuore.

Il 1°protagonista di Amarcord: Kennet Andersson

Il 1°protagonista di Amarcord:
Kennet Andersson

La “scintilla” ad Usa ‘94- Quando hai dieci anni ed entri per la prima volta in un mondo totalmente nuovo, le prime cose che ti colpiscono sono i colori. Nella mia memoria il primo colore che associo al calcio, è il giallo. Giallo come la Svezia, giallo come Kennet Andersson.
Sia chiaro, avevo provato prima con l’azzurro, colore che amo tutt’ora alla follia, ma in quell’estate del ‘94, almeno inizialmente, era un azzurro opaco, surclassato da un verde irlandese che mi ha fatto provare la prima delusione da tifoso.
Così il giallo. Pensai ai canarini quando vidi la Svezia schierata per l’inno nazionale. Era tardi, molto tardi, ma mio padre voleva vedere il Brasile ed io volevo alimentare quella mia nuova passione, messa a dura prova, come ogni inizio che si rispetti.
Stavo per addormentarmi quando apro gli occhi un attimo. Vedo Thomas Brolin da metà campo lanciare un lungagnone in giallo; stop di petto e pallonetto a incrociare di destro. Palla in rete. Da quel momento non mi addormentai più, seguendo ogni mossa di quel numero 19.
Alto, altissimo; ancora più alto quando la palla saliva in cielo: lui ci arrivava sempre. Kennet Andersson sembrava sgraziato, ma era un inganno. Piedi raffinatissimi, ma la cosa che più mi colpiva di lui era quel suo essere sempre al servizio dei compagni. Mai egoista e portato più a mettere gli altri in condizioni di segnare, piuttosto che nel cercare la gioia personale.
Le sue sponde e la sua protezione della palla, per poi cercare l’assist, hanno fatto la fortuna di grandi bomber come Protti, Roby Baggio, Signori: tutti cannonieri implacabili, ma che con la torre svedese al loro fianco, hanno realizzato caterve di gol.
Kennet si accende poi dagli ottavi di finale dei mondiali Usa ‘94. Dopo il gol al Brasile, il biondo attaccante si ripete contro l’Arabia Saudita con una doppietta. Ai quarti Andersson riacciuffa ai supplementari la Romania, avanti 2-1, con un colpo di testa ad anticipare Prunea in uscita; poi la qualificazione è decisa da Ravelli, che ipnotizza Petrescu e Belodedici. In semifinale la Svezia ritrova il Brasile di Romario e Bebeto e deve capitolare, ma si rifà travolgendo la Bulgaria nella finalina, per 4-0. Nel tabellino dei marcatori, non poteva mancare Kennet, che segna l’ultima rete e chiude il mondiale con un bronzo e ben 5 reti realizzate.

Lo sbarco in Italia- Incantati dalle sue prestazioni, la dirigenza del Bari decide di portarlo in Italia, prelevandolo dal Caen. E’ il campionato 1995/1996 e il partner d’attacco dello svedese è Igor Protti, che forma con lui un tandem devastante: 12 gol alla fine per Kennet e 24 per Protti, molti dei quali sull’assistenza del compagno. Nonostante la laurea di capocannoniere di Protti, assieme a Beppe Signori, il Bari finisce in serie B, per colpa anche di una difesa colabrodo, che non riesce a proteggere le reti segnate dalla ditta Pro-An.

Il matrimonio col Bologna- Troppo forti i due attaccanti per giocare in serie B, così la Lazio acquista Protti, mentre Andersson si trasferisce a Bologna, dove Renzo Ulivieri ha riportato “la Dotta” nella massima serie dopo tanti anni.
Anche se i rossoblu giocano bene e guadagnano punti pesanti, la vena realizzativa di Andersson è piuttosto scarna nella nuova realtà: ci vogliono nove giornate allo svedese prima di realizzare la prima rete con la nuova maglia, firmando il temporaneo pareggio casalingo contro la Reggiana (finirà 3-1 per il Bologna). Nei tabellini ci finiscono i marcatori, ma Andersson in molte occasioni ha più di un merito nelle realizzazioni dei compagni; d’altra parte è il suo stile di gioco.
Il girone di andata termina con un solo score per lo svedese, che però si sveglia prepotentemente alla diciottesima, affossando la Lazio dell’ex compagno Protti, poi si ripete la domenica successiva nel 6-1 contro il Verona. Al posto di Protti c’è il russo Kolyvanov e l’intesa è ottima: il Bologna supera qualsiasi più rosea previsione e chiude al settimo posto. Otto gol per Kennet, confermatissimo anche nella stagione successiva.

Che coppia col Divin Codino- Il mercato estivo porta a Bologna il miglior rinforzo possibile: Roberto Baggio, dato ormai per bollito al Milan. Due degli eroi di Usa ‘94 si ritrovano quindi sotto le due Torri e danno vita ad un campionato esaltante, che rimane ancora indelebile negli occhi dei tifosi rossoblu.
L’inizio però è da incubo per Ulivieri: dopo sei giornate il Bologna ha solamente 3 punti, frutto di altrettanti 0-0. La panchina traballa e il dito è puntato proprio contro gli attaccanti, accusati di essere ancora in vacanza. La risposta avviene contro il Napoli: 5-1 con tripletta di Baggio e doppietta di Andersson. Da lì in poi, il gioco del Bologna decolla, anche se i rossoblu non riescono ad uscire dalla zona retrocessione, terminando il girone d’andata al quart’ultimo posto.
Le giornate passano ed il Bologna impara a farsi sempre più concreto. I momenti bui sono solo un ricordo e Andersson segna come mai prima: doppiette contro Piacenza e Vicenza e tripletta disintegra Sampdoria. I bolognesi fanno festa: i rossoblu tornano in Europa, arrivando settimi in graduatoria. Per Andersson 12 segnature ed un sensibile contributo alla squadra.
Il Bologna cambia molto nell’estate del 1998. Roberto Baggio, incantato dalle sirene nerazzurre, lascia il Dall’Ara per San Siro e sulla panchina rossoblu se ne va Renzo Ulivieri. I sostituti si chiamano Beppe Signori e Carlo Mazzone. Andersson invece, rimane un punto fermo dell’attacco.
Il Bologna non ripete la prestazione monstre della stagione precedente, chiudendo solo al nono posto . Per Kennet peggior ruolino di marcia da quando è in Italia: 25 presenze e 6 reti. Campionato anonimo in Italia, ma super Bologna in Coppa Uefa. Guidati da Mazzone, i rossoblu arrivano sino alla semifinale contro l’Olimpique Marsiglia. Un rigore di Blanc al Dall’Ara fa sfumare la finale, per colpa della regola dei gol in trasferta, ma rimane nel tempo il racconto della bella avventura e dell’impresa sfiorata di pochissimo.
Il campionato 1999/2000 è l’ultimo per Kennet Andersson in Italia. La torre di Eskilstuna prova a fare il grande salto, passando in estate alla Lazio del connazionale Eriksson, che ha sfiorato lo scudetto qualche mese prima, e che punta decisamente al primo posto. Per Kennet però solo due partite disputate in biancoceleste ed il ritorno in rossoblu, con la voglia di dimostrare che nella capitale, si erano sbagliati.
8 gol in 27 presenze ed un grosso contributo ai 15 realizzati da Beppe Signori. I rossoblu però fanno ancora peggio delle stagioni passate: 40 punti e undicesima posizione.

Il canto del cigno- Kennet saluta l’Italia e si trasferisce in Turchia nel Fenerbahce, lasciando però un’impronta nella sua ultima stagione con la sua migliore partita da quando gioca in serie A. E’ il 7 novembre 1999, quando Andersson demolisce con le sue mani, e la sua testa, la quotata Inter di Marcello Lippi. Il risultato è di 3-0, con doppietta dello svedese e assist per l’ultimo gol di Signori. Alla fine Guidolin, gli concede la standing ovation a 5′ dal termine, con tutto il Dall’Ara in piedi ad omaggiare il giocatore.

Un gigante gentleman- Andersson non aveva l’estro di Totti, i numeri di Del Piero o la velocità di Kakà, ma era un attaccante di sicuro affidamento. Un colosso che non si sgretolava mai. Un giocatore che segnava e faceva segnare. Anni prima che esplodessero Ibrahimovic ed Amauri, Andersson era già un primo grezzo prototipo della prima punta fisica, ma dotata di grande classe. Certo, non c’è paragone tra Kennet e i due appena citati, ma di giocatori così possenti ed alti, in grado di lavorare la sfera così delicatamente, ne ricordo pochi, nella mia breve memoria calcistica. Nel calcio avvelenato dai soldi di oggi, ripensare ad un campione come Andersson, mai sopra le righe, mai un battibecco nonostante le botte prese (e date), che vedere certe cassanate o atteggiamenti da divi di chi anche gioca in serie B, mi fa tenerezza. Lui forse non avrà avuto la carriera che meritava, ma un merito personale l’ha avuto assolutamente: è stato uno dei primi calciatori che mi ha fatto innamorare del calcio. E anche solo per questo, continuerò a sorridere, quando penserò alla sua bionda chioma che svetta per un colpo di testa.

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