Forza Viola 7/1998
Gli stranieri viola/Ernesto Vidal
IL MUNDIAL SFORTUNATO
Quella volta la Fiorentina volle andare sul sicuro. Era lestate
del 1953 e i dirigenti viola si accaparrarono nientemeno che un Campione del
Mondo. Daccordo, Ernesto Vidal non aveva partecipato allultima partita
del Mondiale di tre anni prima, la beffa dellUruguay sul Brasile nella
finale impropriamente detta (era in realtà lultima
partita del girone finale, secondo la formula di quelledizione). Ma della
rappresentativa Celeste era un titolare fisso. Attaccante rapido e potente,
formidabile in progressione e con un buon tiro in corsa, Vidal era il padrone
della maglia numero undici, ma si era leggermente infortunato durante il match
con la Svezia. Tre giorni dopo, neppure le sue calde lacrime avevano potuto
convincere il Ct Juan Lopez a schierarlo. In campo era andato un ragazzino,
il diciottenne Moran, meno attaccante e più tornante, e tutti sapevano
come era finita: risucchiando in avanti i difensori brasiliani col suo atteggiamento
prudente, il baby aveva indotto il Brasile a scoprirsi in modo ideale
per i colpi in contropiede dei micidiali Schiaffino e Ghiggia, responsabili
della più grande tragedia di un popolo, come era stata, con...
senso della misura, definita la sconfitta dei verdeoro ai Mondiali del 1950.
Vidal aveva origini italiane: era nato a Buie dIstria, vicino a Trieste,
ed era emigrato giovanissimo in Argentina con i genitori. Avviato presto al
calcio, si era rivelato come un ottimo talento offensivo nello Sportivo Belgrano
a quindici anni, poi era passato, a ventanni, al Rosario Central, da dove
aveva attraversato il Rio de la Plata, approdando al Peñarol di Montevideo.
Ala sinistra di dirompente efficacia, aveva vinto lo scudetto nel 1944 e nel
1945 prima di conquistare il titolo mondiale e fare il tris nel 1951. Nel 1953,
in febbraio, era accaduto un fatto decisivo, per la storia viola, col passaggio
di consegne nella stanza dei bottoni tra il presidente Antonini e il suo successore
Enrico Befani. Un uomo ambizioso, questultimo, che avrebbe contrassegnato
il grande salto di qualità verso i vertici del calcio del club viola.
In panchina aveva voluto Fulvio Bernardini e la prima campagna acquisti portò
uomini importanti, innanzitutto in attacco, il punto debole della squadra. Il
professor Gren, per esempio, il bomber Bacci (45 milioni, lacquisto
più costoso) e, appunto, Vidal. Perché le magie dellasso
svedese a centrocampo richiedevano anche unala sinistra sicura
capace di tradurle in gol. Lavventura cominciò benissimo, con un
gran gol di testa su punizione, il primo della Fiorentina in quel campionato,
a Legnano, dove i viola vinsero 2-1. Poi lasso uruguaiano, motivatissimo
a emergere nella terra dorigine, inciampò nella sfortuna. Alla
seconda giornata si infortunò alla schiena e per un mese fu costretto
a portare un busto di gesso. Rientrò alla decima ma si capì che
il travolgente attaccante non era lo stesso del Mondiale, anche se il suo rendimento
era elevato e contribuì non poco al terzo posto finale, che decretò
lingresso dei viola nel dorato mondo delle grandi. Ala compassata
e dal gioco raziocinante, offriva un notevole apporto sul piano della manovra,
ma non sotto porta. Il suo rendimento fu comunque giudicato positivo e continuo,
anche se poco prolifico in zona gol. Lanno dopo arrivò Bizzarri
assieme a Virgili e Vidal rimase dietro le quinte, come riserva. Una stagione
da spettatore, malinconico tramonto della parentesi viola. Ingaggiato dalla
Pro Patria, giocò nel campionato successivo (sempre in A) una sola partita,
prima di sparire di scena. Decisamente poco profeta ... in patria.
di Filippo Manaresi