Forza Viola 7/1998



Giovanni Trapattoni
IL TIGRE NEL MOTORE

Per Giovanni Trapattoni la vita ricomincia a sessant’anni. Li compirà il 17 marzo, quando il calcio sarà in piena bagarre in tutte le manifestazioni. Il tecnico italiano che ha vinto più di tutti (sette scudetti in Italia, uno in Germania, tutte le coppe internazionali) ha ancora fame di successi. «Ho scelto la Fiorentina» spiega Trapattoni «perché il presidente e i tifosi hanno la mia stessa fame. A parte il trionfo in Coppa Italia, ottenuto con Claudio Ranieri in panchina, le ultime vittorie viola risalgono a trent’anni fa. Per me è una grossa sorpresa perché ho sempre considerato la Fiorentina, anche in tempi non sospetti, una delle più attrezzate società italiane. Ogni partita a Firenze, con la Juventus come con l’Inter, per me è stata una battaglia. Ora ho voluto provare l’esperienza dall’altra parte della barricata, cioè sulla panchina viola».

– È un’esperienza che arriva con 15 anni di ritardo...
«Proprio così. Non è un segreto: nel 1984 sono stato sul punto di essere ingaggiato dalla Fiorentina. Con il conte Flavio Pontello, allora azionista di maggioranza, ci siamo incontrati, poi abbiamo avuto più di un contatto telefonico. Se ben ricordo la Fiorentina doveva sostituire “Picchio” De Sisti, alle prese con problemi fisici. Improvvisamente i contatti con la dirigenza viola si chiusero e decisi di rimanere alla Juventus. Era destino, però, che dovessi approdare prima o poi a Firenze. È una storia semplice. È stato il senatore Cecchi Gori in persona a telefonarmi a Monaco. Posso riferire parola per parola, la frase precisa: “Signor Trapattoni, buona sera. Sono Vittorio Cecchi Gori. Le interessa allenare la Fiorentina?”. La mia risposta è facilmente immaginabile: mi interessa moltissimo, sarebbe un onore. Chiedo soltanto qualche giorno per pensarci. Era il periodo in cui il presidente Beckenbauer e il direttore sportivo Rummenigge (due carissimi amici) premevano perché restassi alla guida del Bayern. Dalla Francia e dall’Inghilterra avevo ricevuto proposte “consistenti”. Al senatore Cecchi Gori avevo chiesto una settimana di riflessione, ma bastarono tre giorni per decidere. Questa volta fui io a chiamare il presidente viola: “Se la proposta è sempre valida, io sono pronto”. Aggiunsi solo una frase: “Senatore, lei sa che ho allenato per tanti anni la Juventus e conosce meglio di me cosa pensano i tifosi fiorentini più accaniti di chi ha lavorato per la società bianconera. Se proprio mi vuole, deve essere ben convinto di quello che fa”. Risposta secca del senatore: “Ne sono convintissimo, mi assumo tutte le responsabilità”. Eccomi qui. Farò di tutto perché Vittorio Cecchi Gori non si penta del suo gesto coraggioso».

– Lei sa che Cecchi Gori è considerato un presidente difficile. Ne sa qualcosa il suo amico e collega Gigi Radice.
«Le faccio una confessione. Dopo il primo contatto con il Senatore ho telefonato a Radice che, con mia grande sorpresa e soddisfazione, invece di mettermi qualche pulce nell’orecchio, mi ha rasserenato incitandomi ad accettare perché avrei lavorato in un ambiente eccezionale, con i tifosi che impazziscono per la squadra e con un presidente entusiasta e più “ultrà” dei tifosi della Curva Fiesole. Debbo dire che Gigi mi ha descritto tutto alla perfezione».

– Quando i tifosi hanno saputo del suo ingaggio, hanno commentato così: ecco finalmente un allenatore che sarà capace di tenere a freno Vittorio e addirittura cercherà di imporre la sua personalità a quella del presidente.
«Debbo ripetere che dal giorno in cui ho cominciato a lavorare, anche da lontano, per la Fiorentina, ognuno ha recitato il proprio ruolo: io faccio l’allenatore, Vittorio Cecchi Gori il presidente. Non creda che in passato per me siano state tutte rose e fiori. Nella Juventus dovevo accontentare non solo il presidente Boniperti, ex campionissimo, ma anche il proprietario della società che si chiama Giovanni Agnelli. Le sembra poco? A Monaco dovevo rispondere del mio operato a un triunvirato di ex grandi giocatori come Beckembauer, Rummenigge e Hoeness. Sono state esperienze preziosissime. Del resto io sono abituato a dialogare con tutti, dal presidente all’ultimo dei tifosi. Tornando a Vittorio Cecchi Gori, debbo dire che l’ho trovato preparatissimo e disponibile. Mi ha fatto subito un esame chiarissimo della società, dell’ambiente e anche della squadra. Mi ha fatto capire quali erano i problemi. La campagna acquisti? È stata esclusivamente farina del “nostro” sacco. Farina mia, di Giancarlo Antognoni, di Nello Governato. Col presidente si è instaurato subito un rapporto di fiducia. Ci ha radunato e ci ha detto: prendete i giocatori che ritenete più validi e più importanti per il rafforzamento della squadra, che deve essere molto più competitiva dell’anno scorso. Anche se saranno il campionato e la Coppa Uefa a emettere il verdetto, io credo che al calciomercato sia stato fatto un ottimo lavoro».

– Ha mai temuto di perdere Batistuta?
«Inizialmente sì. Poi sono andato a conoscerlo di persona, gli ho parlato, l’ho trovato sereno e disponibile e ho capito che non avrebbe lasciato Firenze. Credo, anzi, di aver contribuito a fargli prendere la decisione giusta. Il nostro primo colloquio è stato di una sincerità estrema. Mi ha esposto i suoi problemi senza mezzi termini e ho capito immediatamente che mi trovavo di fronte un vero uomo. Sono stato subito ottimista perché non erano problemi insormontabili. Ho fatto da tramite fra Gabriel e il presidente, che ha colto al volo l’occasione. In uno dei nostri primi incontri il Senatore mi aveva detto: non voglio essere il presidente che cede un giocatore insostituibile come Batistuta. È stato di parola. Mi sembra scontato aggiungere che il più felice, alla fine, sono stato io. Per un allenatore è il massimo contare su uno dei più grandi attaccanti del mondo».

– Lei parla con entusiasmo di Firenze e dei fiorentini. Ma ci sono stati anche momenti negativi, a cominciare della contestazione allo stadio nel giorno della presentazione.
«L’avevo messa in preventivo. L’avevo detto anche al presidente, accennandogli al mio passato juventino. La mia esperienza mi porta ad accettare anche i tifosi più scettici. L’importante è convincerli con i fatti. Comunque i contestatori li ho affrontati subito a viso aperto, dicendogli: sono qui soprattutto per fare contenti voi. Ve l’immaginate la mia soddisfazione se riuscissi a ripetere a Firenze i successi ottenuti ovunque abbia lavorato? Si sono calmati subito».
– A proposito: fra gli otto scudetti vinti in Italia e all’estero, qual è quello che ricorda più volentieri?

«Di getto posso risponderle che lo scudetto più bello è sempre l’ultimo, nel mio caso quello vinto col Bayern in Germania. Ma se ci rifletto un po’ mi viene in mente quello conquistato con l’Inter perché da troppi anni, precisamente dai tempi di Helenio Herrera, i tifosi nerazzurri non avevano più provato la gioia del trionfo. Nella Juve gli scudetti sono stati sei e siccome i critici sostenevano che era facile vincere con grandi campioni come Platini, Boniek, Paolo Rossi, io ricordo con soddisfazione lo scudetto vinto con gente umile come Fanna e Galderisi».
– Con la Fiorentina riuscirà a centrare questo obiettivo?

«So bene che mi trovo di fronte a difficoltà enormi e ad avversari difficilmente superabili. Spero soltanto che i tifosi non pretendano tutto e subito. Abbiamo cominciato un buon lavoro, che potrebbe portarci lontano in tempi non lunghissimi. Per quest’anno rinnovo la mia promessa: in campionato mi piacerebbe migliorare il buon piazzamento dell’anno scorso e in Coppa Uefa vorrei andare il più avanti possibile. In campionato dovremo affrontare una concorrenza terribile. Vedo sopra tutti l’Inter, che ha in Ronaldo e Baggio le armi in più e può contare addirittura su due formazioni altamente competitive. Dopo l’Inter vedo il Milan che deve rilanciarsi per forza dopo due stagioni negative, il Parma che ha dato a un allenatore ambizioso come Alberto Malesani un gran numero di campioni e, logicamente, la Juventus. Un’esperienza che ho vissuto di persona nel 1982 mi insegna che chi vince il titolo mondiale si sente appagato almeno per un anno. Zidane e Deschamps, perciò, rappresentano un’incognita. Lippi, tuttavia, potrà contare sugli italiani decisi a riscattarsi, primo fra tutti Del Piero. La Fiorentina se crescerà in mentalità e se la difesa, rinnovatissima, troverà presto il giusto equilibrio, è in grado di battersi con queste squadre, insieme alla Lazio, alla Roma e all’Udinese».

– Accetta di giudicare uno a uno i viola?
«Non è mia abitudine parlare dei singoli, ma proverò a fare un’eccezione. Da chi cominciamo»?
– Da Heinrich. Prima dei Mondiali lo volevano tutti, poi in Francia ha deluso...

«E lo volevano tutti ugualmente. Per fortuna la Fiorentina è riuscita ad arrivare per prima, battendo in volata le più forti società europee con un grosso sacrificio economico. Un Mondiale giocato così così non può far testo, tenendo conto che tutta la squadra tedesca è stata al di sotto delle aspettative. Heinrich resta uno dei migliori difensori del mondo e a Firenze lo confermerà».

– Repka viene dalla Repubblica Ceca, che pratica un gioco ben diverso dal nostro.
«I campioni sono campioni da qualsiasi nazione provengano. Io porterò sempre come esempio Boniek, anche se giocava in un ruolo diverso. In precampionato Repka mi ha impressionato per il gioco di testa e per la facilità con cui gestisce il pallone non solo in fase difensiva ma anche in appoggio all’attacco».
– Torricelli avrà ancora gli stimoli dopo aver vinto tanto nella Juventus?

«Chi ha il carattere di Moreno non può mai sentirsi appagato. Torricelli ha 28 anni, un fisico integro e l’entusiasmo di quando era ragazzo. Il suo primo obiettivo è riconquistare un posto in Nazionale».
– Amor ha giocato per molti anni ad altissimo livello nel Barcellona, ma negli ultimi tempi, Mondiale compreso, è sembrato un po’ appannato. Si riprenderà?

«La classe di Amor è indiscutibile. Non credo in una sua “bollitura”, anche perché nel gioco della Fiorentina lo sforzo fisico sarà equamente distribuito fra tutti i giocatori. Abbiamo preso Amor perché deve essere il nostro faro di centrocampo. Non può deluderci».
– Esposito è arrivato a metà agosto. I critici sostengono che il suo arrivo è un ripiego e che il vero obiettivo era Hubner...

«Parlare di Esposito come di un ripiego è una follia. È un giocatore che ha segnato una quindicina di gol in una squadra in lotta per la salvezza e a Firenze non può che migliorare. È vero che la Fiorentina ha cercato anche Hubner, ma nel momento in cui c’era qualche dubbio sul ritorno di Batistuta».
– Le amichevoli di precampionato le hanno chiarito le idee sulla posizione in campo di Rui Costa? È sempre deciso a farlo giocare 30 metri più in avanti rispetto al passato?

«Con un giocatore come Rui Costa è impossibile non avere le idee chiare. Si è quasi arrabbiato quando ho detto che avrebbe dovuto giocare alla Zidane. So benissimo che lui è Rui Costa e basta. La posizione in campo dipenderà soltanto da lui e dagli avversari. Una cosa è certa: il portoghese sarà per diversi anni la pedina fondamentale della Fiorentina. I progressi della squadra dipenderanno in gran parte da lui».
– Batistuta-Rui Costa-Amor, i tre famosi galli in un pollaio. Non è un rischio?

«Quando ero in Germania cercavo di rimanere informato sul calcio italiano, leggevo che la Fiorentina era potenzialmente una grande squadra, ma le mancava qualche giocatore di personalità. Da Batistuta, Rui Costa e Amor pretendo questa personalità, come la pretendo dagli altri giocatori con esperienza internazionale, come Heinrich, Repka, Torricelli, Cois, Toldo. A me va benissimo così. Il mio compito principale sarà mantenere i giusti equilibri in campo e nello spogliatoio».
– In tutto questo come potrà inserirsi Edmundo?
«Sono stato favorevole al suo ritorno dal giorno in cui ho visionato la cassetta di Parma-Fiorentina: Edmundo giocò una partita da fuoriclasse. A parte il valore individuale, il brasiliano può aumentare le formule di gioco con un attacco a tre composto da Edmundo, Batistuta e Oliveira, con Rui Costa riportato in cabina di regia. Mi dicono che ha sofferto di “saudade”, ma faremo di tutto perché questa volta a Firenze si senta come a casa sua».

– Nella Fiorentina 1998-99 sembra esserci poco spazio per i giovani.
«Non c’è dubbio che l’avvento della legge Bosman e l’arrivo a getto continuo di giocatori stranieri hanno un po’ tarpato le ali ai giovani e hanno dato spazio alla meritocrazia. Anch’io non vivo delle medaglie che ho vinto, ma di quelle che potrei vincere. I giovani, nel calcio del Duemila, debbono dimostrare di essere superiori ai campioni che hanno davanti. Non è facile, ma nemmeno impossibile. Tra le note più interessanti del precampionato viola ci sono la conferma di Amoroso e il rilancio di Bigica. In una stagione in cui la Fiorentina sarà impegnata su tre fronti, campionato, Coppa Italia e Coppa Uefa, ci sarà spazio anche per loro, per Tarozzi, per Mirri e via di seguito».

– L’Uefa potrebbe diventare l’obiettivo primario della Fiorentina?
«Noi puntiamo a far bene in tutte le manifestazioni. So che ai tifosi è rimasta sullo stomaco la sconfitta con la Juventus nella finale dell’Uefa 1990, così come non è stata dimenticata l’eliminazione ad opera del Barcellona nella semifinale di Coppa delle Coppe di due anni fa. Anche a me piacerebbe moltissimo tentare il poker in Coppa Uefa, che ho già vinto due volte con la Juventus e una volta con l’Inter. Purtroppo la Fiorentina partirà in salita per la squalifica del campo e quelle di Rui Costa e Oliveira. Ho voluto giocatori di classe internazionale proprio per tentare il gran colpo. L’Uefa porta prestigio e miliardi ed è l’obiettivo di tante altre squadre italiane, a cominciare dal Parma. Ho voluto un precampionato ricco di confronti con grandi club europei per fare esperienza. Sono certo che ci divertiremo».

– È vero che dopo la sua “sparata” televisiva, trasmessa e ritrasmessa da tutte le televisioni d’Europa, i calciatori del Bayern, a cominciare da Strunz e Basler, hanno brindato al momento della sua partenza?
«Non è vero. Strunz e Basler sono ragazzi seri, hanno capito di avere sbagliato nei miei confronti ed erano sinceramente commossi quando sono venuti a salutarmi. Mi hanno anche telefonato in Italia».
– Ma quelli della Gialappa’s ci crederanno?

«Quelli della Gialappa’s possono fare quello che vogliono. Ho sessant’anni, ho girato per il mondo, ho idee politiche precise. So bene che senza la satira non può esistere la democrazia. L’importante è che la satira non diventi... persecuzione».

di Raffaello Paloscia

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