Forza Viola 6/1998



L'alfabeto di Giovanni Trapattoni
QUESTA VITA DA NUMERO UNO

Allori

Mettiamoli tutti in fila, subito. Un elenco lunghissimo, perché Giovanni Trapattoni è stato un grande calciatore e un grande tecnico. In campo ha indossato per undici stagioni la maglia del Milan, chiudendo la carriera con dieci partite a Varese nella stagione ‘71-72. In rossonero ha vinto due scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa Italia e una Coppa delle Coppe. Da tecnico ha iniziato la carriera nel Milan, nella stagione ‘73-74. Ma i grandi risultati li ha ottenuti con Juventus e Inter. In bianconero ha collezionato sei scudetti, una Coppa dei Campioni e una Intercontinentale, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea, e ha vinto per due volte sia Coppa Italia che Coppa Uefa. Cinque stagioni all’Inter hanno aggiunto alla collezione uno scudetto, una Uefa e una Supercoppa Italiana. Dall’esperienza nel calcio tedesco, col Bayern Monaco, torna con uno scudetto, una Coppa di Lega e la Coppa di Germania conquistata pochi giorni fa.


Baslètta

L’amico del cuore, ai tempi del Milan, si chiamava come lui. Giovanni Lodetti da Lodi, detto Baslètta per quel mento aguzzo che sembrava un picco a strapiombo sul mare. Dieci anni al servizio della causa rossonera, dieci anni indimenticabili e un legame che nel tempo era diventato fortissimo. Stavano sempre insieme, Giuanìn e Basletta, a chiacchierare fitto fitto. Come due pappagalli sul trespolo, diceva il grande Nereo Rocco, che infatti li aveva ribattezzati le due cocorite.

Cusano

Le radici. Giovanni Trapattoni non ha dimenticato Cusano e quella casa di via 24 maggio in cui vide la luce. Proprio così, parto casalingo alle porte di Milano, per l’ultimo arrivato di una famiglia originaria di Barbata, un paese a trentun chilometri da Bergamo. I fratelli, Maria, Elisabetta, Antonio e Angela, sono nati tutti là. Mamma Romilde dà alla luce Giovanni, sotto gli occhi di papà Francesco, il 17 marzo del ‘39. Di lì a poco, tempi di guerra, e il Trap li ricorda bene. «La cosa che mi è rimasta più impressa sono i bombardamenti di notte. Mi prendevano a metà tra veglia e sonno. Mi portavano in un rifugio a trecento metri da casa, a volte piangevo. Il giorno della liberazione, avevo sei anni, papà e mamma mi portarono sulla Milano-Bergamo a veder passare i carri armati americani e io correvo a raccogliere il cioccolato che i soldati gettavano». La casa di via 24 maggio non c’è più. I ricordi restano.

Difensivista

L’accusa principale di quelli che considerano il Trap un apostolo del calcio all’italiana, nel senso del “primo non prenderle”. Lui lascia che a parlare siano i numeri: nessuno ha vinto di più, sulle panchine del nostro campionato, e come se non bastasse la sua Inter della stagione ‘88-89 arrivò allo scudetto battendo tutti i record, vincendo ventisei partite su trentaquattro, segnando 67 reti e subendone appena 19. E ancora, a chi gli ribadiva le antiche critiche in Germania, il vecchio maestro ha risposto così: «Ma se sono l’unico a schierare due punte e mezzo, se non addirittura tre, in tutta la Bundesliga!». Fatti, non parole.

Equilibri

Le fondamenta del calcio. Che è spettacolo, d’accordo, ma lo spettacolo non basta a vincere. «In una stagione, quante sono le partite spettacolari che restano nella memoria? I risultati, invece, restano perché sono scritti negli annali. Se metto in campo Batistuta, Edmundo, Oliveira, Robbiati e Morfeo, tutti insieme, non vinco di sicuro. Ecco, allora, che occorrono i famosi equilibri. In una partita non ci sono solo i preziosismi. Bisogna correre e bruciare energie per novanta minuti».

Fiorentina

Il presidente Cecchi Gori lo ha voluto con tutte le sue forze. «Quando mi ha chiamato, ho sentito subito che era convinto di quello che diceva. Sono bastati pochi concetti, credo di aver capito al volo cosa vuole». Firenze, che “odia” la Juventus, è anche una bella sfida, per il Trap. «Il calcio è sempre una sfida, ed è anche il mio mestiere e la mia passione. Alla fine, comunque, nel bene e nel male sono sempre i risultati a parlare». Verissimo.

Germania

Un’altra sfida, un’altra avventura. Vinta, naturalmente. Perché Giovanni Trapattoni, sui grandi libri del calcio, verrà ricordato come il primo allenatore italiano che ha vinto uno scudetto in Germania. A Monaco è arrivato nel ‘94, fortemente voluto da Franz Beckenbauer. A Monaco è tornato nel ‘96, dopo l’esperienza negativa di Cagliari, per portare il Bayern al titolo nella Bundesliga. «Quando arrivai nel ‘94 non vedevo un raddoppio di marcatura, una difesa attenta. In questi anni il calcio tedesco è cambiato». Magari è anche merito del Trap.

Heysel

Il ricordo più amaro. Paradossalmente, quello che avrebbe dovuto essere il più felice, il più bello e importante. La Juventus di Giovanni Trapattoni conquista l’alloro più prestigioso, quello che ancora mancava alla sua bacheca di giovane Signora novantenne. Lo fa, tuttavia, nel giorno più tragico della storia del calcio europeo. Il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, prima che scendano in campo Juve e Liverpool nell’atto finale di Coppa dei Campioni, sulle gradinate esplode la follia degli hooligans inglesi. Nel parapiglia, trentanove corpi restano schiacciati per il crollo di un muro nel settore “Z”. Trentanove vite spezzate. La partita si gioca in un clima irreale. La Juventus vince grazie a un rigore “largo” di Platini, vince il trofeo più desiderato, ma nessuno ha voglia di festeggiare. Il segno di quella notte macchiata di sangue resterà nell’anima di tutti. Anche in quella di Giovanni Trapattoni.

Infanzia

Un periodo da cui si può imparare molto della vita, secondo Giovanni Trapattoni. «Ho avuto un’infanzia dura e tribolata. Soldi ne giravano pochi. Ecco, quelle privazioni sono state la chiave della mia vita. Ho imparato a distinguere quello che è vero da ciò che è provvisorio. Chi non è nato povero non può capire. Ci si divertiva con niente. Erano anni duri, quelli della ricostruzione. Ma c’era un entusiasmo contagioso».

Juventus

L’unica fonte di ragionevole dubbio, per i tifosi fiorentini. Per chi ama il colore viola, la Juventus è fumo negli occhi. E la carriera del Trap allenatore è legata a filo doppio alla Juve, niente da dire. I suoi grandi trionfi sono film girati in bianco e nero. Ma Giovanni Trapattoni è anche un uomo a cui piacciono le novità. Quelle intense, che danno un senso alla vita. Ed è abbastanza curioso del mondo del calcio da rimettersi sempre in discussione. Ripartendo, se occorre. Dunque, è pronto a raccogliere questa nuova sfida. «Firenze, con il suo rancore antico per la Juve, è un esame difficile. Questione di mentalità. Ma nel bene e nel male decidono i risultati. Io non uso la carriera come scudo, sono qui per ripartire di slancio. È un po’ come in certe storie d’amore, magari uno ha avuto donne bellissime ma la prossima lo attrae sempre un po’ più delle altre...».

Lavori

Il calcio, e non solo. A Giovanni Trapattoni piace ricordare quel passato in cui il pallone non era tutto, nella vita. «Finite le elementari, passavo le vacanze estive da un artigiano lucidatore di mobili che aveva bottega vicino a casa nostra. Poi ho lavorato per una ditta che fabbricava prese elettriche. A quattordici anni, il primo lavoro “ufficiale”: compositore tipografico. Quando entrai nelle riserve del Milan, la mia giornata diventò bella piena: quattro ore in tipografia al mattino, un panino mangiato in fretta e allenamenti fino a sera. Ma non mollavo, il calcio non era ancora una garanzia. Divenne professione, al cento per cento, solo dopo le Olimpiadi di Roma, quando arrivai alla Serie A».

Mille

Propro così, mille volte in panchina. E sempre ad altissimi livelli. La festa, inattesa se è vero che Trapattoni aveva... perso il conto, è arrivata in una cornice ideale: il Parco dei Principi, a Parigi, dove il 5 novembre del ‘97 il suo Bayern ha incontrato il Paris St.Germain in una sfida di Champions League. Il debutto era stato festeggiato il 10 aprile del ‘73, Milan-Borussia Mönchengladbach 2-0. In mezzo due stagioni al Milan, tredici alla Juve, cinque all’Inter, una al Cagliari e tre al Bayern. E oggi, l’avventura continua. A Firenze.

Nazionale

Quattro anni esatti d’azzurro, per il Trapattoni calciatore. Dal 10 dicembre 1960, giorno del debutto a Napoli (Italia-Austria 1-2), al 5 dicembre 1964, ultimo gettone di presenza a Bologna (Italia-Danimarca 3-1). In tutto, 17 partite e una rete, contro l’Austria al Prater. In mezzo, la parentesi dei Mondiali ‘62, in Cile. Convocato ma infortunato, partecipa da turista. L’altra Nazionale è quella su cui si pensava dovesse sedersi al ritorno dalla Germania. Ma il Trap ha scelto Firenze. «Io mi diverto a stare sul campo tutti i giorni, senza vacanze. Se un giorno dovesse arrivare la Nazionale, bene. Altrimenti, pazienza. Per il momento devo pensare alla Fiorentina, e mi basta».

Oratorio

Tutto iniziò lì, come per tanti ragazzini del suo tempo. «Giocavo anche due o tre ore, la sera dopo cena. Fino a mezzanotte, finché i preti non toglievano la luce». Dall’oratorio al Frassati di Niguarda, e poi al Cusano, la squadra del paese dove lo nota Mario Malatesta, romano trapiantato a Milano, gran scopritore di talenti. È il ‘56, Giuanèla prende tre mezzi per arrivare al provino del Milan. «Il tram da Cusano a Milano, poi il filobus 92 che faceva la circonvallazione esterna, infine il 32 da piazzale Corvetto al Redaelli. Un’avventura». Per il provino, gli danno la maglia numero 4, alla quale resterà fedele per sempre.

Pelé

A questo punto, storia e leggenda si incrociano. La seconda dice che un giorno di trentacinque anni fa, esattamente il 12 maggio del ‘63, durante un Italia-Brasile finito 3-0 a Milano, il Trap abbia inchiodato nientemeno che la Leggenda del Calcio. La realtà è un po’ diversa. Nel senso che Edson Arantes do Nascimento, quel giorno, non era esattamente al massimo della condizione. Restò in campo ventisei minuti, non uno di più, prima di essere sostituito. In quel periodo sì, che Trapattoni non gli fece veder palla. Lo stesso Pelè, comunque, ha sempre detto che se quell’episodio ha reso famoso Trapattoni, non si trattò di fama usurpata. «Non ci volle molto, a fermarmi, quel giorno. Ma il biondino» lo chiama ancora così, O’Rey «era bravo davvero. Pulito, preciso. Non tirava mai alle gambe, giocava d’anticipo. Lo incontrai nuovamente nella prima partita dell’Intercontinentale tra Milan e Santos, a ottobre dello stesso anno. Eravamo a San Siro. Quella volta però segnai due gol».

Qualità

Non farà mai pubblicità per se stesso, Giovanni Trapattoni. Non è il tipo. Ma basta ascoltarlo, seguirne passo passo le passioni e i sogni, ancora colorati dopo tanti anni di calcio, per capire che la sua più grande qualità è l’entusiasmo che ancora oggi mette nel suo mestiere. «Mi porto dentro una ricchezza enorme. Mi sento giovane dentro, pieno di forza e di voglia di fare. Quando vado in campo corro come un matto, come i ragazzi che alleno. E in quanto alla capacità di stare al passo coi tempi, beh, ho sempre saputo che il calcio è evoluzione, e che chi non si aggiorna perde il treno».

Rocco

Zò le man da Giuanìn, giù le mani da Giovannino, urlò il Paròn quando, tornato al timone del Milan nella stagione ‘67-68, qualcuno gli propose l’eventuale cessione di Trapattoni. Ecco, in quella frase c’erano tutto l’affetto e tutta la stima di Nereo Rocco, uno dei grandi maestri del calcio italiano, per Giovanni Trapattoni. Il primo incontro avvenne a Roma, quando il Paròn guidava con Viani la spedizione olimpica e Trap, giovanissimo, ne rimase affascinato. Per il Milan di Rocco, poi, Trapattoni era una pedina insostituibile. E il grande triestino deve aver trasmesso qualcosa anche al Trap allenatore, se è vero che oggi li possiamo accomunare come due grandi emblemi del calcio italiano.

Strunz

Uno di quelli contro cui si è abbattuta la furia del Trap. Uno dei ribelli del Bayern, insomma. Thomas Strunz, insieme a SuperMario Basler e Mehmet Scholl, i sovversivi che avevano rilasciato dichiarazioni decisamente critiche sulla gestione tecnica della squadra. La risposta è stata conseguente, e ha fatto il giro del mondo: è persino nato il “Rap del Trap”, in Germania, un pezzo da discoteca con musica gettata intorno alle frasi del tecnico, raccolte durante una conferenza stampa ad alto tasso di arrabbiatura. «Was erlaubt sich ein Strunz?», anche tradotto in italiano («come si permette uno Strunz?») fa la sua figura. E ancora: «Due anni che è qui, e ha giocato dieci partite. È sempre infortunato. Questi giocatori dicono di essere malati e poi vanno a giocare a tennis». Il tutto ovviamente condito da pugni battuti con violenza sul tavolo e vene del collo ingrossate a dismisura. Quanto basta, anche in Germania, per entrare nella leggenda.

Talamone

Il posto dove rifugiarsi. Da sempre. Insieme a Paola, conosciuta ai castelli romani in tempo d’Olimpiade, sposata nel ‘64, compagna di una vita, Giovanni Trapattoni si isola appena può nel suo buen retiro a due passi dal Parco dell’Uccellina, ad altrettanti dal golfo di Orbetello. Talamone è la quiete, la tranquillità, la sicurezza del ritorno. Lo è stata anche in questi anni tedeschi, anni da emigrante seppur di lusso. Il borgo arroccato sul mare, l’unico stabilimento balneare che si chiama, romanticamente, Bagno delle Donne, i colori del sole al tramonto. Un posto pieno di ricordi e di sapori conosciuti, di quelli in cui fa piacere ritornare.

Uomini

Quelli veri, i grandi del calcio che hanno capito i suoi insegnamenti e gli hanno dato la gioia di allenare. Giovanni Trapattoni ne ricorda un paio, in particolare. «Matthäus all’Inter e Platini alla Juventus. Determinanti. Anche se nella grande Juve erano un po’ tutti decisivi, da Zoff a Causio, da Tardelli a Bettega. Ma Michel diede un carattere alla squadra, in quel periodo. Era un leader». Quanto al leader Matthäus, lo ha ritrovato al Bayern. E ha rivinto con lui.

Volontà

Quello che occorre a un giocatore per andare d’accordo con un allenatore come il Trap. Perché lui ti chiede tutto, in allenamento e durante la partita. «Prendo a schiaffi chi si arrende», disse una volta. Chi non si è arreso, con lui ha fatto passi da gigante. «Penso a Brio, Conte, Bonini. Gente arrivata dalla B che è stata capace di entrare nella dimensione del grande calcio». Qualcuno avrebbe potuto fare di più. Invece ha fatto arrabbiare il Trap, uno che quando inquadra un talento vorrebbe vederlo crescere e maturare. Qualche delusione comunque c’è stata. «Forse Domenico Marocchino: aveva grandi doti e avrebbe potuto essere fondamentale per quattro o cinque anni, non per uno soltanto».

Zona

Ma chi l’ha detto, che il calcio del Trap è roba antica? Anche i profeti del nuovo sanno bene che lui è stato tra i primi a introdurre la zona mista nei suoi schemi, per andare avanti, provare cose nuove.
Normale, per uno che è innamorato del calcio come Giovanni Trapattoni. Gli innamorati, si sa, sono sempre un po’ curiosi.

Marco Tarozzi

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