Forza Viola 8/1998



L'alfabeto di Moreno Torricelli
FAVOLA CALDA

Avvocato
Quando arrivò alla Juventus, Moreno Torricelli conosceva soltanto il calcio dei piccoli campi d’Interregionale. Un salto del genere avrebbe messo in crisi, o almeno in ansia, parecchi ragazzi della sua età. Lui continuò a giocare, e a correre, come aveva sempre fatto. E un po’ alla volta imparò a vivere immerso in quel grande sogno, che all’inizio, effettivamente, gli doveva essere sembrato un po’ grande. Riuscì anche ad abituarsi alle telefonate di Gianni Agnelli, una faccenda che gli metteva addosso un po’ d’imbarazzo. Anche perché a “battezzare” Moreno aveva pensato Angelo Di Livio, con uno scherzo dei suoi. «Un giorno, nella nostra stanza in ritiro, arriva una telefonata. Angelo chiacchiera tranquillamente e poi mi passa la cornetta. Gli domando chi è, lui non risponde. Allora mi rivolgo all’interlocutore. ‘Chi parla?’ ‘Come, chi parla, sono io’. ‘Io chi?’ ‘Io, l’Avvocato’. ‘Ma...quell’Avvocato?’. Insomma, andai avanti così per un bel pezzo, e Di Livio lì accanto rideva come un pazzo. Avrei voluto sprofondare, dopo».

Bacheca
In quella di Torricelli ci sono tre scudetti (quelli del ‘95, ‘97 e ‘98), la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana del ‘95, la Coppa Uefa del ‘93, la Supercoppa Europea e l’Intercontinentale del ‘96. E soprattutto la Champions League, ancora nel ‘96. «Quella contro l’Ajax all’Olimpico fu la mia miglior partita, in assoluto. Quel giorno mamma Teresa si mise a piangere davanti alla televisione. Prima le era successo solo quando Cabrini sbagliò quel rigore in Spagna. Già, Cabrini era il suo idolo, nel calcio. Fino a quando non è arrivato suo figlio».

Caratese
La prima squadra vera. Moreno ci arrivò dall’Oggiano nella stagione ‘90-91. Per venti milioni. Un milione e duecentomila di rimborso-spese, nessuna intenzione di mollare il lavoro fuori dal calcio, quello nel mobilificio Spinelli. «Fa un effetto strano, ripensare a quegli anni che sembrano lontani anni-luce. Quando un gol, una vittoria, valevano una birra, una cena in compagnia e poco altro. Eppure anche quelli sono anni indimenticabili». Importanti anche per costruire la favola di Torricelli, e tenerla viva nel cuore della gente.

Determinazione
Dicono sia una caratteristica di famiglia. Lo dice, da sempre, lo stesso Moreno. «Senza presunzione: il mio bisnonno, Angiolino, faceva il fuochista. Mandava avanti da solo la caldaia della filanda. E mio padre Giovanni, quando giocava a calcio, era come me. Correva palla al piede da una parte all’altra del campo, era sempre in movimento. E adesso che è a un passo dalla pensione continua a guidare il camion». La tempra forte dei Torricelli.

Esordio
Parliamo, naturalmente, del debutto che conta. La prima volta con la maglia della Juventus, una sorpresa anche per Moreno. Alla fine della stagione ‘91-92, Torricelli è un nome che dice qualcosa, sui campi dell’Interregionale. Il sogno è la Serie C. Lo cercano Pro Vercelli, Pavia, e il Lecco del “diesse” Claudio Gentile. È proprio Gentile a consigliare Torricelli a Giovanni Trapattoni, che deve affrontare alcune amichevoli con la sua Juventus a ranghi ridotti, a causa degli infortunii e degli impegni di molti bianconeri con la Nazionale. Insomma, il ragazzo di Erba si ritrova addosso quella maglia nelle amichevoli di Vercelli, Vicenza e Ancona. Passa un mese e, sopresa, il Trap lo convoca al raduno estivo bianconero. Solita proposta: «Intanto vieni, poi si vedrà...». Si vede, infatti. Comincia il campionato, Torricelli è in rosa. E al primo anno bianconero, stagione ‘92-93, colleziona trenta presenze. La favola è iniziata.

Fiorentina
Felice di esserci. Non contano i trascorsi juventini, Moreno Torricelli saprà farsi amare dai tifosi viola. Anche perché dalla Juventus, dopo sei anni vissuti intensamente, si è sentito davvero scaricato, nella scorsa estate. Ricordiamo: Torricelli è tra i ventidue che preparano il Mondiale a Coverciano, quando arriva la notizia: la Juventus ha raggiunto l’accordo per la cessione del difensore al Middlesbrough. Lui non ci sta, mette il discorso professionale davanti a quello economico. Niente trasferimento.
È Moreno a mandare i primi messaggi a Trapattoni. «So che mi avrebbe voluto portare anche al Bayern, evidentemente tra noi c’è stima reciproca». Figurarsi se il Trap che è un suo estimatore si lascia sfuggire certe frasi. In gara ci sono anche Inter e Lazio, ma la Fiorentina arriva prima di tutti.

Geppetto
Vecchia storia. Il soprannome glielo affibbiò Roberto Baggio, quando Moreno arrivò alla Juventus con quella sua incredibile storia alle spalle. Da operaio in un mobilificio a calciatore in Serie A.
Geppetto faceva il falegname, Moreno non esattamente: lavorava nel reparto imballaggio e spedizioni del mobilificio Spinelli, un milione e mezzo la paga mensile. «Mettevo viti e cardini per le porte degli armadi, imballavo i pezzi. Il lavoro mi piaceva. Non l’ho abbandonato per giocare nella Caratese. Mi licenziai più tardi, quando pensavo alla C1. E invece arrivarono la Juventus e la Serie A».

Hippy
Con quella faccia un po’ così, tra il freak e l’ascetico. Il ragazzo Torricelli, quello che giocava nella Caratese, aveva i capelli più corti e neppure un filo di barba sul mento. Poi...«Poi ho cambiato look, molto semplice. Mi sento a mio agio con i capelli lunghi e la barba incolta. Non è che io sia uno di quelli che curano l’immagine, ma mi sono abituato a vedermi così, e mi piace».

Inter
Oggi Moreno è un calciatore professionista. Di quelli che danno l’anima per i colori che indossano. Ma il primo amore si chiama Inter. Una tradizione, a casa Torricelli. «E io non ne ero estraneo. Prima delle famose tre amichevoli che mi aprirono la strada del grande calcio, ero in curva a vedere la Juve che eliminava l’Inter in Coppa Italia. Baggio entrò dalla panchina e segnò una doppietta. Lo maledissi, quel giorno».

Juventus
Diciamolo, anche se siamo a Firenze: all’inizio fu amore, ma come si può biasimare un ragazzo di ventidue anni che improvvisamente si trova a recitare da protagonista sui grandi palcoscenici del calcio, proiettato in una dimensione così nuova e luminosa? Il finale, quello non è piaciuto a Torricelli. Dopo sei anni, si è sentito scaricato. L’estate scorsa, a Coverciano, spiegava i suoi motivi: «La società non mi ha avvertito, mi ha messo sul mercato e ho dovuto capire tutto dai giornali, da certe dichiarazioni dei dirigenti e del tecnico». Così, il contratto che lo legava ai bianconeri fino al 30 giugno 2001, un miliardo netto a stagione, è diventato all’improvviso un pezzo di carta. E Moreno ha rifiutato un’offerta stratosferica dal Middlesbrough, due miliardi e mezzo netti a stagione. Ha preferito Firenze.

Lippi
Un rapporto piuttosto freddo. Moreno ha sempre riconosciuto al tecnico juventino una parte dei meriti della sua crescita atletica e professionale, ma nei giorni dell’addio alla Juve ha chiarito senza mezzi termini il loro rapporto: «Nessuno mi ha mai regalato niente, tantomeno Lippi, con il quale non avevo un grande rapporto umano. Abbiamo semplicemente remato nella stessa direzione: quando hai obiettivi comuni, vai avanti col gruppo, anche se con l’allenatore non ti puoi proprio vedere. Questo era il nostro caso».

Mondiale
Prima di tutto, contava esserci. Chiaro che Torricelli sperava di trovare spazio anche in campo, ai Mondiali di Francia. Non è stato così, ma lui non ha fatto polemiche. Dopo l’incidente del febbraio ‘97, dopo i sette mesi di stop, è stato Cesare Maldini a riportarlo nel giro azzurro. Per lui è stata una bella iniezione di fiducia.

Novità
Finora, Trapattoni ha sperimentato diverse ipotesi di Fiorentina. Dal 4-3-3 al 3-4-3. Non è escluso che, per coprire maggiormente il reparto arretrato, si affidi a un 5-3-2 nel quale i laterali saranno chiamati a proteggere i centrali. Comunque vada, è chiaro che nel reparto di Torricelli ci saranno cambiamenti. Del resto, sono cambiati anche gli uomini: via Kancelskis e Serena, spazio a Heinrich e Repka, oltre che a Moreno. Al quale, in ogni caso, potrebbe essere richiesto un arretramento, magari per poter creare una difesa a tre davanti al libero, secondo la migliore tradizione italiana. Comunque vada, lui è pronto a scendere in campo nel ruolo che il Trap gli chiederà di coprire. Un modo per dire grazie a un tecnico che non ha mai smesso di credere in lui, da quella volta a Vercelli.

Ottolina
L’amico Alfredo, quello che divideva con Moreno l’allegrìa e la passione dei tempi della Caratese. Erano compagni di reparto, lui e Moreno, che lo interpellò per primo quando arrivò la chiamata della Juve. «Che aspetti? - gli domandò Alfredo - Fai le valigie e vai». Poi, anche lui è entrato nel mondo dei professionisti, anche se non è arrivato ai livelli dell’amico. Due anni al Casarano, tre al Saronno dove nella passata stagione, in C1, ha giocato trentatrè partite e segnato, lui difensore, sei reti. Quest’anno, Alfredo giocherà nel Como.

Privilegiato
Ha le idee chiare, Moreno, sull’argomento: «Sì, credo davvero di essere un privilegiato, anche se la storia della favola mi sta un po’ stretta, perché non penso che la mia carriera sia andata avanti soltanto sull’onda della fortuna, o che sia stato semplicemente un miracolo del calcio. Però mi piacerebbe che la mia storia stimolasse i giovani che inseguono dei traguardi. Vorrei poter dire ‘ragazzi, certe mète non sono irragiungibili. Guardate me...’».

Qui pro quo
Dopo le famose amichevoli con la Juventus, il Trap disse a Moreno che si sarebbe fatto vivo. Un mese dopo, la Juve stava per partire per il ritiro, e il ragazzo aveva quasi abbandonato le speranze. Gli telefonarono dicendo di fare le valigie due giorni prima della partenza. «Ma come - si domandò Moreno -, così, senza neppure un telegramma di convocazione? Non sarà uno scherzo?». Non lo era. Il telegramma era effettivamente partito. Per Moreno Torricelli, via e numero civico esatti ma località sbagliata: spedito a Erba, dove Torricelli è nato, anzichè a Inverigo dove viveva.

Roberto
Inteso come Antonelli. Ai tempi in cui giocava, vinse uno scudetto col Milan. Da allenatore, ha lanciato Torricelli nella Caratese. «Lo feci acquistare dal presidente dopo averlo visto giocare nell’Oggiono, contro di noi. Giocavamo a zona e lui stava sulla fascia destra. Se fossi andato ad allenare in C, me lo sarei portato dietro. Per lui è andata meglio così».

Solitudine
L’ha provata dopo quel maledetto infortunio. Era il 9 marzo del ‘97, a San Siro si giocava Inter-Juventus. Una torsione al ginocchio destro, una rotazione violenta e anomala. Il responso: lesione del crociato anteriore, e fissurazione del menisco laterale. Poi, l’operazione e il lento recupero. «Sì, in quei giorni ho imparato a convivere con la solitudine, per uno che fa il mio mestiere restare lontano da questo mondo è allucinante. Ma sapevo che da incidenti del genere si torna, completamente recuperati. Non ho mai perso la sicurezza e l’ottimismo».

Trapattoni
Lo ha voluto in Serie A, lo ha lanciato nella Juventus. E adesso ha fatto di tutto per ritrovarlo a Firenze. Il tecnico, e l’uomo, più determinante nella storia calcistica di Moreno Torricelli. «Gli sono debitore. Ogni tanto mi domando se un altro allenatore avrebbe avuto il coraggio che ebbe lui, quando mi buttò nella mischia. Credo proprio di no».

Unione
Quella che fa la forza, per Moreno, si trova in famiglia. Accanto a Barbara, che si innamorò di lui quando ancora non era il Torricelli “famoso”. Lei veniva da Monguzzo, lui da Inverigo. Si conobbero nell’87. Oggi Barbara è la signora Torricelli, e nel frattempo è arrivata Arianna ad arricchire la famiglia.

Valori
Non è cambiato più di tanto, dai tempi della Caratese. «Certo, se posso togliermi qualche sfizio oggi lo faccio. Ma non sono uno che sperpera. Mia madre, da brianzola vera, mi ha insegnato che mettere da parte i soldi è una fatica, e allora dev’essere una fatica anche spenderli. Me lo ricorda anche adesso, come quando ero ragazzino».

Zanzare
Un ricordo, legato a quella prima volta alla corte del Trap: «Finii subito in campo, in un’amichevole a Vercelli. Accanto a De Agostini, Di Canio, Corini. Non avevo fatto nemmeno un allenamento, insieme a loro. Quel giorno pioveva a dirotto, e c’erano certi zanzaroni che mi correvano dietro ovunque andassi». Indimenticabile. E se poi la smania di correre gli fosse venuta quel giorno?

di Marco Tarozzi

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