Forza Viola 3/1999



Moreno Torricelli
L'UOMO CHE PARLAVA AGLI SCUDETTI

Firenze vista da Piazzale Michelangelo è una delle città più belle al mondo, se non la più bella in assoluto. Da quell’altezza si può godere la vista dell’Arno che attraversa la città come una dolce carezza, racchiuso in un triangolo di incredibile fascino metaforicamente formato da Piazza Santa Croce, il campanile di Giotto e Ponte Vecchio. Firenze, città di respiro internazionale per vocazione. La culla della cultura e della lingua.

È qui, in uno dei posti più belli del mondo, che vive e... lavora Moreno Torricelli, guerriero della Fiorentina e della Nazionale italiana. Per alcuni, l’estate scorsa, era un mercenario, “contaminato” da quella maglia a strisce bianche e nere indossata per tanti anni. Ma chi lo conosce bene non ha mai avuto dubbi: Moreno è un uomo dai valori forti, un calciatore professionista come pochi. Il suo soprannome, “Geppetto”, gliel’ha affibbiato l’ex divino Roberto Baggio. Torricelli lo “indossa” con simpatia, e in effetti è il nomignolo che forse meglio di tanti altri vezzeggiativi esprime in estrema sintesi la favola di Moreno.

Sei anni di Juventus, scudetti, Coppa Campioni e Coppa Intercontinentale; poi è bastata una sola estate per cambiare, per lasciarsi alle spalle tutto questo. Moreno ce l’ha fatta perché è forte dentro, nonostante i tanti momenti difficili passati nell’ultimo anno bianconero.

Il ricordo più bello delle tue sei stagioni alla Juventus?
«Quelli con la Juventus sono stati sei anni vissuti intensamente. Abbiamo vinto molto, e il ricordo più bello credo sia quello legato alla Coppa dei Campioni vinta contro l’Ajax. Una soddisfazione grandissima, coronata anche da una mia prestazione sopra le righe... Davvero indimenticabile».

Nella tua carriera è stato più emozionante il passaggio dalla Caratese alla Juventus o quello dalla Juventus alla Fiorentina?
«Penso che sia stato più emozionante quello dalla Caratese alla Juventus. È stata una cosa strana e nuova allo stesso tempo, sia per chi seguiva il calcio sia per me. Stavo per iniziare una nuova era della mia vita, entravo in un mondo che prima avevo visto solamente in televisione. Non sapevo che cosa potevo aspettarmi, poi per fortuna è andato tutto per il meglio».

Sì, perché Moreno Torricelli, prima di passare alla Juventus, era un emerito sconosciuto, il Carneade del calcio. Lavorava in una fabbrica di legname e nel tempo libero giocava a calcio nella Caratese, squadra che all’epoca militava in Interregionale. A scoprirlo sono stati in due: Giampiero Boniperti e Giovanni Trapattoni, due miti del calcio italiano e mondiale che scommisero su un ragazzo venuto dal nulla e lo trasformarono in un campione. Il sole a Piazzale Michelangelo batte forte, riscaldando l’anima e il cuore. Moreno oggi è qui e sogna nuove vittorie in maglia viola, anche perché quella bianconera se l’è tolta del tutto.

Giovanni Trapattoni e Marcello Lippi: chi butteresti giù da Piazzale Michelangelo?
«Beh, io sono particolarmente legato a Giovanni Trapattoni. È stato lui a lanciarmi in Serie A, gli devo molto e non so quanti allenatori avrebbero rischiato in proprio per un calciatore che veniva dall’Interregionale».

Che accoglienza ti aspettavi una volta arrivato qui?
«Avevo qualche dubbio, conoscevo la rivalità che separa le due squadre, però ho firmato perché ritenevo che questo fatto non mi avrebbe pesato più di tanto. Sapevo di poter dare molto, sapevo di arrivare in una società che mi poteva permettere di giocare ancora per vincere, quindi ho accettato con grande entusiasmo».

Il motivo, se c’è stato, che più di altri ti ha spinto a scegliere Firenze?
«Diciamo che quando non rientri più nei piani di una società, anche se sei ancora sotto contratto, è meglio prendere una decisione netta. Non mi andava di rimanere per allenarmi senza la sicurezza di giocare. Naturalmente, in tutto questo Trapattoni ci ha messo del suo. In quel periodo, poi, ero in Nazionale (ai Mondiali di Francia, n.d.r.) con i giocatori della Fiorentina Cois e Toldo. Loro mi hanno fatto sentire subito importante e anche questo ha contribuito a convincermi che era la scelta migliore».

Quanto è forte la stima tra l’uomo-calciatore Torricelli e l’uomo-allenatore Trapattoni?
«È fortissima. Entrambi veniamo dalla Brianza, dalla Lombardia. In lui rivedo un po’ la figura di mio padre, a volte mi parla in dialetto. Il mister è una persona molto sincera e molto aperta, mi trovo bene con lui. È tutto così familiare».

Sei anni di Juventus, sei anni di successi: quanto è stato difficile lasciarsi alle spalle tutto questo?
«Non è mai facile lasciarsi alle spalle sei anni di vita, per di più ricchi di soddisfazioni. Però quando senti dentro di te che una società e un allenatore non ti vogliono più è giusto cambiare e, allo stesso tempo, è inutile piangersi addosso perché si lascia una grande società come la Juventus. Così si prende un’altra strada, si volta pagina, si guarda al futuro e si ricomincia da zero, con più entusiasmo di prima».

L’amico più caro che hai lasciato a Torino?
«Tanti, perché sei anni sono sufficienti per coltivare i rapporti interpersonali. Ma la persona con cui ho legato di più in assoluto è stato Michele Padovano: eravamo compagni di stanza e come carattere andavamo veramente d’accordo. Comunque ho legato anche con Del Piero, Di Livio, Peruzzi, Rampulla e Conte. In sei anni si fa in tempo a instaurare ottimi rapporti».

L’amico più caro che hai trovato in questi primi mesi a Firenze?
«Ho trovato un ottimo gruppo. Quello che mi sta più vicino degli altri è Sandro Cois: mi ha fatto un po’ da balia, consentendomi di conoscere i posti più belli di Firenze. Mi ha aiutato a inserirmi, non tanto in squadra, quanto nella città, nell’ambiente».

Torino e Firenze, due città diversissime. Sei d’accordo?
«Sicuramente. Firenze è una delle città più belle d’Italia e c’è tanto turismo: impensabile trovarne altrettanto a Torino, però io mi sono trovato bene anche lì. Nel mio lavoro si viaggia molto e quando si torna dalle trasferte a me piace molto stare in casa con la mia famiglia. Quindi anche se la città offre poco non importa, l’importante è che non ci sia troppo caos».

Quando scendi in campo con la fascia che ti raccoglie i capelli sembri un guerriero d’altri tempi. È un look nato per caso o studiato a tavolino?
«È nato così per caso, anche se a volte nel nostro ambiente si va alla ricerca di qualcosa di particolare. Io mi trovo bene con questo look... Spero che vada bene anche agli altri».

Giù la maschera: questa Fiorentina è veramente da scudetto?
«Secondo me sì. Siamo una buona squadra con tre attaccanti fortissimi che poche altre squadre si possono permettere, in più quest’anno sono stati rafforzati difesa e centrocampo. Il campionato è duro, ma noi possiamo dire sicuramente la nostra. L’importante è non sentirsi mai troppo sicuri e continuare ad allenarsi con il massimo impegno, anche perché da quando abbiamo dimostrato la nostra forza tutte le squadre vengono al “Franchi” per giocare la partita della stagione».

Il pregio maggiore di questa squadra?
«Il pregio maggiore è quello di non arrendersi mai, salvo rare eccezioni, e ogni volta che una squadra ci ha fatto gol abbiamo subito cercato di segnarne uno in più per vincere. Questo è un segno di grande forza».

Trapattoni, con un paradosso, ha detto che vuole vedere in questa Fiorentina uno spirito da Juve. Per te che ci hai giocato, quanto spirito bianconero c’è in questa Fiorentina?
«Negli ultimi anni la squadra da battere è sempre stata la Juventus, quindi resta sempre quella da prendere come esempio, per cui il mister ha fatto bene a dire quelle parole. Resta però il fatto che ogni squadra ha la sua personalità. Dobbiamo sentirci forti e avere dentro di noi la rabbia giusta di chi vuole vincere... sempre. Il resto verrà da sè».

Qual è il difetto più evidente di questa Fiorentina?
«Dobbiamo imparare a gestire meglio la palla per limitare gli attacchi della squadra avversaria e sprecare così meno energie. A volte, pur vincendo, soffriamo il gioco degli avversari e non riusciamo a imporre il nostro come vorremmo. Sottointeso che quando attacchiamo siamo veramente micidiali».

Quanto pesano l’intelligenza e l’esperienza di Trapattoni?
«Penso che in una squadra come la Fiorentina, che ha sempre avuto dei buoni giocatori, un allenatore come Trapattoni sia l’uomo giusto. Ovunque ha fatto ottime cose, può benissimo ripetersi a Firenze».

Che cosa ti aspetti da questo primo anno viola?
«Mi aspetto... di vincere. Negli ultimi anni sono sempre stato abituato a vincere e quando scopri la bellezza della vittoria non ne puoi più fare a meno; la gioia ti ripaga di tutti i sacrifici. È inevitabile, poi, che vorresti continuare a vincere senza smettere mai. Quindi mi aspetto una Fiorentina vincente!».

Torricelli è un difensore, ma ogni tanto fa gol. Quale ricordi con più gioia?
«Li ricordo tutti perché sono talmente pochi che non faccio fatica... Se ci penso un po’, comunque, dico quello in Champions League a Glasgow contro i Rangers. È stata una bella azione e poi ho segnato in una competizione prestigiosa come la Coppa dei Campioni».

A conti fatti, c’è stato mai un momento in cui l’uomo Torricelli ha pensato che forse era meglio restare alla Caratese?
«Ci ho pensato, è inevitabile che quando le cose non vanno molto bene si pensi al passato, a quello che era. Ma il calcio è la mia passione, lo è sempre stato, quindi ha vinto l’ottimismo. Io sono un ragazzo fortunato che prima vedeva la Serie A solo in televisione e ha realizzato il suo sogno: giocarci. Meglio di così non poteva andare».

Per i compagni sei “Geppetto”: un soprannome simpatico o un noioso vezzeggiativo?
«Un soprannome simpatico, perché me l’ha dato Roberto Baggio. Lui è una persona alla quale piace scherzare spesso e volentieri, quindi... Per il resto non è il massimo, ma finora mi ha portato fortuna, quindi andiamo avanti così».

Moreno e la Nazionale: il ricordo più bello e la delusione più forte legati alla maglia azzurra?
«Io con la Nazionale, purtroppo, non ho avuto un gran rapporto. Ho partecipato a un Europeo e a un Mondiale, ma la prima partita ufficiale da titolare l’ho giocata questa stagione contro la Svizzera e con Dino Zoff in panchina. Comunque ho fatto delle esperienze molto positive perché far parte di un gruppo che partecipa a un Mondiale è una cosa che ti resta dentro. Spero di avere qualche occasione in più per dimostrare il mio valore anche in azzurro. Per me è già importante essere nel gruppo; quello che viene in più è tutto di guadagnato».

A Firenze sembri aver trovato una sicurezza nuova, quella che sembrava persa negli ultimi tempi di Torino...
«Qui mi sento più importante, mentre alla Juventus ero uno dei tanti. Questo fatto mi ha responsabilizzato ancora di più, spingendomi a dare il massimo».

Che cosa vorresti dire a quelli che nel calcio guardano solo ai colpi di tacco e storcono la bocca di fronte a giocatori come Torricelli?
«In una squadra di calcio occorrono tante componenti. Io metto al servizio di tutti le mie qualità, che sono la grinta e la voglia di non mollare mai; se poi c’è un giusto equilibrio fra tecnica e forza fisica è il massimo. In allenamento quando giochiamo, attaccanti contro difensori, vinciamo sempre noi... questo può voler dire qualcosa».

La famiglia, una figlia: quanto conta per te tutto questo?
«Tanto. Una figlia ti responsabilizza molto. Quando torni a casa e sei arrabbiato, basta giocare con lei per farti passare tutto. Ti riempie la vita e il cuore. Diventare padre è il massimo. Sono stato fortunato anche in questo».

C’è una squadra nella quale vorresti giocare?
«No, io sono contento e convinto di quello che ho fatto. Magari per un tifoso come me la squadra del cuore (l’Inter, n.d.r.) poteva essere il massimo, ma mi va bene così».

Torricelli e il 2000: come ti vedi?
«C’è molta curiosità intorno a questo appuntamento. Io penso che all’inizio non cambierà molto e sono contento di poter vivere questo speciale passaggio di consegne».

Europei 2000, appunto, e Mondiali 2002. Moreno Torricelli ci sarà?
«Lo spero tanto. Il Mondiale è un po’ troppo lontano, ma agli Europei spero proprio di esserci. Sto facendo le qualificazioni, quindi ci tengo a essere protagonista fino in fondo».

E la grinta per raggiungere l’obiettivo a Moreno non manca di certo. Lui, con quella faccia da western, è pronto per un’altra battaglia, per un’altra lotta all’ultimo pallone, con quell’espressione truce che fa paura, come una maschera che nasconde il vero animo di Moreno Torricelli: un ragazzo semplice, che sa godere delle cose buone delle vita.

di Francesco Caremani

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