Forza Viola 1/1999



L'alfabeto di Andrea Tarozzi
GARRINCHA PER CASO

Aquila
Quella della Fortitudo Basket, il simbolo della società bolognese da sempre grande rivale della Virtus e che oggi sta, proprio come l’eterna “nemica”, ai vertici della pallacanestro italiana. Andrea, appassionato di basket, ha l’Aquila nel cuore, appunto. E non perde occasione di dimostrarlo, ogni volta che gli impegni con la Fiorentina glielo permettono, presentandosi al palazzo dello sport di Casalecchio quando la TeamSystem Fortitudo gioca in casa. In compagnia di altri tifosi eccellenti dell’Aquila: dal cabarettista Stefano Nosei al leader degli “Stadio” Gaetano Curreri, da Stefano Torrisi a Marco De Marchi, altri famosissimi ex rossoblù. E sulla stessa frequenza c’è anche un personaggio che Andrea incontra spesso sui campi di calcio: l’arbitro Pierluigi Collina, come lui innamorato pazzo della Fortitudo.

Bologna
Il posto da cui partire, il posto in cui ritornare ogni volta che gli impegni professionali lo permettono. E ancora più che Bologna, Sasso Marconi, appena fuori città. È lì che Andrea vive da sempre, è lì che ha tirato i primi calci al pallone, nella squadra locale per i cui colori ha giocato sei anni, ed è lì che ci sono gli amici di sempre. Poi, il Bologna: ci è arrivato da ragazzino, Andrea, si è fatto tutta la trafila nelle giovanili, ha esordito in Serie B e in Serie A con quella maglia, che ha indossato per cinque stagioni. Difficile dimenticare.

Cabrini
Il primo grande idolo. «Mi ha sempre affascinato, come giocatore. Ricordo ancora quando cominciai ad allenarmi con la prima squadra. Avevo diciassette anni e per me lui era un mito, un esempio da imitare. Così, quando me lo trovai davanti in mezzo al campo, quando iniziò a parlarmi mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Un giorno mi regalò anche un paio di scarpe nuove fiammanti. Le ho consumate a forza di usarle. E finché non si sono ridotte a brandelli non me ne sono separato. Queste me le ha regalate Cabrini, pensavo...».

Denaro
Ma è vero che i soldi non sono tutto nella vita? «È vero. I grandi valori sono altri: la famiglia, l’amore vero, gli amici. Però sapere di poter contare sulla mia professione, di essere indipendente, mi dà sicurezza. Anche perché il nostro è un mestiere bellissimo ma decisamente breve. A trentadue, trentatrè anni si inizia a fare fatica. Io ogni tanto ci penso, a quello che vorrei fare dopo. Vorrei riuscire comunque a sentirmi realizzato. E credo che un po’ di calcolo, un po’ di sana gestione dei miei guadagni, oggi possa essere un buon punto di partenza per costruirmi il futuro». Insomma, i soldi non sono tutto, però – ovviamente – è meglio non buttarli via.

Eugenio
Inteso come Bersellini. Ovvero l’allenatore che lanciò Tarozzino, piccola mascotte del Bologna, in prima squadra. «Me lo ricordo come fosse ieri. Eravamo in Serie B, esordii contro il Venezia e quasi mi tremavano le gambe. Di Bersellini mi tornano in mente le sue abitudini della vigilia. Al venerdì sera cenava con tutti gli scapoli della squadra. Menù fisso, passato di verdure. E poi apriva una bottiglia del suo vino: mezzo bicchiere a testa, non di più».

Firenze
Anche un ragazzo che non ha mai staccato il cordone ombelicale dalla sua città natale può innamorarsi di Firenze. «Sicuro. È un posto meraviglioso. Confesso che l’anno scorso, quando arrivai, ero un po’ preoccupato. Venivo da Bologna, una città rivale dal punto di vista calcistico. Invece, nonostante il mio gioco non fosse esattamente spumeggiante, nella stagione scorsa, la gente mi ha dimostrato affetto e comprensione. E adesso qui sto da re, se potessi non mi sposterei più».

Garrincha
Lo hanno soprannominato così, i compagni. «Forse perché corro veloce. E per la... sterzata improvvisa. Io non so come spiegarle, so soltanto che ho una gran voglia di correre e battermi su tutti i palloni. Ancora oggi mi chiedo perché fossi così bloccato, all’inizio della passata stagione. Forse c’entra il fatto che fino ad allora Bologna era stato il mio mondo, anche calcisticamente. Beh, adesso le cose sono cambiate». Decisamente.

Humour
Uno che sa sdrammatizzare, Tarozzino. Un esempio? Proprio la storia del nuovo soprannome. Bel segnale di stima, ma Andrea preferisce scherzarci su: «Maifredi mi chiamava piccolo Beckenbauer, Ulivieri diceva che ero il professore della difesa. Adesso Garrincha. Ho l’impressione che tutti mi prendano un po’ in giro».

Incentivo
Anche quelli che sanno benissimo dove vogliono arrivare possono avere bisogno di stimoli. Andrea Tarozzi ne trovò uno particolare all’inizio della carriera. «Me lo diede Stefano Sottili, che giocava con me nel Bologna. Lui era considerato un po’ il mio pigmalione, in rossoblù. Aveva giocato sette partite in Serie A, ai tempi del Bologna in C mi sembrava inarrivabile. Mi dava un sacco di consigli. Il giorno dopo aver giocato la mia ottava partita in Serie A, ricevetti una sua telefonata. Mi diceva che da quel momento ero io a dovergli spiegare la vita. Un grande».

Jordan
Un giorno chiesero a Tarozzino a quale giocatore avrebbe voluto assomigliare, da grande. E lui, serenamente, rispose “Michael Jordan”. Stupore generale. Evidentemente, quelli che gli stavano intorno non lo hanno mai visto giocare a basket. Ai tempi del Bologna di Ulivieri, che spesso utilizzava il basket come riposo attivo, Andrea era il numero uno della squadra. Del resto, il parquet è sempre stato una passione. E in famiglia qualcuno i geni cestistici li ha anche saputi sfruttare: Andrea è cugino di Enrico Ravaglia, in arte Chicco. «Che però ha un difetto: gioca nella Kinder, sull’altra sponda».

Lupo Alberto
Fumetti, che passione. «Oddìo, adesso magari un po’ meno. Ma fino a qualche anno fa ci impazzivo letteralmente, andavo a cercare tutte le copie arretrate dei miei fumetti preferiti nei negozi specializzati. Ero un buon cliente davvero. Stravedevo per Dylan Dog, per Diabolik. E poi, lo confesso, ho sempre avuto un debole per Lupo Alberto. Anche se adesso non sono più un maniaco delle raccolte, continuo a leggerli».

Malesani
Un buon legame, anche se la prima stagione in viola non è stata il massimo, per Andrea. «Un’annata particolare. Ma con Malesani il rapporto fu ottimo: fu lui a volermi a Firenze, c’era stima reciproca. Coi miei problemi in campo lui non ha mai avuto nulla a che fare, erano una faccenda che dovevo risolvere io. Per me Malesani ha fatto tanto, e devo solo ringraziarlo».

Nazionale
Sei convocazioni, anche se in rappresentative di Serie B. Un buon trampolino di lancio, comunque. «Mi chiamarono Tardelli e Giampaglia, un paio di volte per la rappresentativa Under 21 di categoria. Poi ci fu l’amichevole di Bristol, con l’Inghilterra, nel ‘92. Un ricordo importante, anche se perdemmo. Il capitolo si chiude più o meno così, lo so che non è dei più ricchi ma per me è una soddisfazione». Poi, mica stiamo parlando di un giocatore sopra i trenta. Sai mai...

Orologio
Fu Renzo Ulivieri a definirlo così. Tarozzino, in mezzo alla difesa organizzata dall’uomo di San Miniato, per quattro anni gran condottiero del Bologna, era un orologino di precisione. Ma si sa come è fatto Renzaccio, a un complimento fa sempre seguire un avvertimento: «Però resta sempre concentrato, ragazzino. Perché a diventare una vecchia sveglia ci vuole un attimo». Parole di un maestro che comunque stimava quel ragazzo.

Paola
La compagna di una vita. Sei anni insieme sono tanti, quanto basta per iniziare a ragionare di futuro in comune. «Oggi a Firenze vivo da solo, e Paola mi raggiunge appena possibile, perché lei vive e lavora a Bologna. Ma direi una bugìa se non ammettessi che ci stiamo pensando seriamente. Matrimonio? Diciamo che stiamo aspettando il momento giusto. E che quel momento non dovrebbe essere poi così lontano. Del resto, che dovrei fare? Sono innamoratissimo...».

Qualità
Della vita, prima di tutto. Andrea se la coltiva, soprattutto quando vive lontano dai campi di calcio. Con gli amici di sempre, quelli che gli volevano bene anche prima che diventasse un giocatore del Bologna e poi della Fiorentina. «Quelli come Eros, che in compagnia è conosciuto come “il Timido”. Direi che il mio migliore amico è lui. Quando usciamo insieme parliamo di tutto, quasi mai di calcio. E se affrontiamo l’argomento, non lo facciamo tenendo conto del fatto che io gioco in Serie A. Lo facciamo da coetanei che si conoscono da una vita, tutto qui».

Romano
Un maestro di vita e di calcio. Papà, insomma. «A mio padre devo tantissimo. Mi ha insegnato a muovermi nella vita, prima ancora che su un campo di calcio. Lui giocava portiere nelle giovanili del Bologna. Poi, per questioni di... altezza, è uscito dai pali. Ha giocato in Serie D e ha fatto l’allenatore in Prima Categoria. L’ho seguito per anni, da ragazzino. Ora mi segue lui, e credo sia orgoglioso di me. Quando ho esordito in Serie A, si è commosso. Aveva talento, mio padre: non avesse dovuto entrare nel mondo del lavoro, sarebbe di sicuro arrivato molto più in alto».

Sandro
L’amico in viola. Di cognome fa Cois, vive accanto a Tarozzino e con lui ha legato subito, all’inizio della passata stagione. «Se cercate Sandro e non lo trovate in casa, provate a chiamare da me. O viceversa. È vero, passiamo molto tempo insieme e ci troviamo benissimo. Credo che Sandro sia uno di quei casi che dimostrano che non è vero che le amicizie si trovano solo al di fuori dell’ambiente. A lui resterò sempre legato, qualunque sia il mio destino di calciatore».

Trap
Un giorno prendono Andrea e gli dicono “da domani ti allenerà Trapattoni”. Reazione? «Cosa si può dire di uno come lui? Parlano da soli i suoi risultati. Quello che è riuscito a vincere in carriera è incredibile. Confesso che all’inizio avevo un po’ di timore, sapevo di avere davanti a me in squadra gente fortissima, da Nazionale. Lui mi parlò subito, disse che aveva stima di me e che mi avrebbe tenuto in considerazione. Non mi promise l’impossibile, mi disse che quando avrebbe avuto bisogno di me mi avrebbe fatto giocare. E così è stato. Trapattoni è un uomo sincero, con uno così non si può non avere un ottimo rapporto. E poi è un maestro unico».

Ulivieri
Un allenatore a cui Andrea sarà sempre legato. E non solo per quella storia dell’orologino di precisione. Per il tecnico toscano, Tarozzi era un elemento insostituibile della difesa. E Andrea sorride, pensando al suo ruolo attuale: «Oggi corro sempre più spesso a centrocampo. Con Renzo, le poche volte che andavo oltre la linea di metà campo, mi prendevo certi urlacci... Sarei proprio curioso di sapere cosa ne pensa, del mio ruolo attuale».

Valori
Mettiamoli in fila. Per Andrea, prima di tutto viene la famiglia. Papà Romano, ma anche mamma Luciana e Francesco, il fratello che porta il nome di battesimo del nonno paterno a cui Andrea era legatissimo. E poi ci sono gli amici, di cui si diceva. «Quello che sogno è una vita tranquilla, in salute, da vivere nei posti in cui sono nato e a cui sono legatissimo». E il calcio? «Importante, naturalmente. Ma non ho mai pensato al calcio come alla possibilità di diventare ricco e famoso. Per me era passione, divertimento, gioco e basta. E ancora oggi la penso così, in fondo, anche se nel frattempo è diventato anche mestiere».

Zapping
«Non è che straveda, per la televisione. Preferisco mettermi davanti al computer, o magari suonare un po’ la chitarra o leggere i miei fumetti. Ma confesso che ogni tanto mi capita di fermarmi davanti al video. Il problema è che non si fermano i programmi, perché non riesco proprio a star fermo a lungo sullo stesso canale. In assoluto, televisione o no, posso dire di essere un po’ casalingo. Lo ripeto, Firenze mi piace moltissimo. Ma mi piace anche la mia casa in collina, e dentro mi ci sento un piccolo re. Uscire, in questa situazione, non sempre mi ispira».

di Elena Querzola

torna indietro