Forza Viola 10/1998
Gli stranieri viola/Angelo Benedicto Sormani
L'ANGELO DEL GOL
Poco più di unanonima meteora, ecco cosa fu Angelo
Benedicto Sormani in maglia viola. Troppo tardi giunse a vestire la casacca
gigliata, poco ma sicuro. Vale comunque la pena ripercorrere le tappe della
straordinaria carriera di questo campione, capace di abbandonare il calcio a
trentasette anni suonati, dopo quindici stagioni vissute costantemente da protagonista,
nel bene e nel male.
Discendente di una famiglia toscana emigrata in Brasile attorno alla metà
del secolo scorso, Angelo Benedicto nacque nel 1939 a Jaù, cittadina
dello stato di San Paolo.
Cresciuto allarte del pallone nelle consuete partite in strada con gli
amici, entrò a far parte della locale formazione dilettantistica del
Jaù, in cui non tardò a segnalarsi come formidabile realizzatore.
Poco dopo avere conseguito il diploma di ragioniere, le cattive condizioni di
salute del padre Adolpho lo costrinsero a caricarsi sulle spalle il peso del
mantenimento dellintera famiglia. Decise allora di trasformare il suo
hobby preferito in una professione.
Nel 1959 le sue prodezze gli procurarono la grande occasione di giocare nel
Santos, la squadra in cui era da poco nata la stella più fulgida della
storia del calcio brasiliano, lallora giovanissimo Pelè.
A Sormani venne ufficialmente affidato proprio il ruolo di riserva della Perla
Nera, ma riuscì a trovare comunque posto in prima squadra grazie
alla sua duttilità: dotato di un fisico possente e di una tecnica straordinaria,
era capace di ricoprire tutti i ruoli avanzati, sia come ala che come centravanti.
Nonostante allora il suo nome fosse sconosciuto in Europa, il paese dei suoi
antenati era nel suo destino.
Caso volle, infatti, che il cugino del presidente del Mantova, Giuseppe Nuvolari,
vivesse in Brasile e a tempo perso scrivesse corrispondenze per un noto quotidiano
sportivo italiano. Fu proprio lui a segnalare quel ragazzo portentoso, da più
parti indicato come il Pelè Bianco.
Lallenatore della squadra lombarda, Edmondo Fabbri, visionò il
giovane allopera durante una tournée europea del Santos. Sormani
se la cavò niente male e Mondino, che aveva fiuto, diede il suo benestare.
Per un tozzo di pane il Mantova si portò a casa, appena ventiduenne,
quello che sarebbe stato ribattezzato, nel giro di un paio di stagioni, Mister
mezzo miliardo.
Lo scetticismo che si era creato attorno al nuovo straniero dei lombardi svanì
a tempo di record: di un buon carattere, assistito da una moglie di origini
venete entusiasta dellesperienza italiana, contrariamente a tanti suoi
connazionali impiegò pochissimo ad adattarsi al nostro calcio. Pur prediligendo
il ruolo di regista, Sormani fu impiegato da centravanti e in quella prima stagione
segnò la bellezza di sedici reti, che gli valsero una convocazione in
azzurro ai mondiali in Cile, resa possibile dal doppio passaporto.
Come unatomica esplose la Sormani-mania, e, come da copione, attorno al
giovane bomber si scatenò unasta senza precedenti fra i club di
tutto il continente: addirittura, il Barcellona chiese direttamente al presidente
Nuvolari di fissare il prezzo, senza limiti.
A quel punto, però, la città insorse e costrinse la società
a trattenere il nuovo idolo.
Il secondo anno in Lombardia lo vide maturare enormemente: pur segnando con
continuità, Angelo Benedicto si rivelò un infaticabile costruttore
di gioco, in grado di imporsi sugli avversari con impressionante autorevolezza.
Inevitabile quindi la programmazione di Sormani-mania parte seconda,
che vide la Roma bruciare la concorrenza grazie allofferta record di mezzo
miliardo.
Il clamore generato dal suo trasferimento-choc poco giovò tuttavia alle
sue fortune. Gravato dalle attese di tutta Italia, si trovò inserito
in una squadra ambiziosa ma costruita senza un preciso criterio, unaccozzaglia
di stelle e stelline in cui tutti i ruoli a lui graditi erano già occupati.
Costretto a giocare fuori posizione, parve solo lombra del fenomeno che
aveva deliziato Mantova: il magro bottino di sei reti e una stagione fatta più
di ombre che di luci sul fronte del gioco gli costarono lingrato marchio
di bidone.
A dispetto del grande investimento operato sul giocatore, la Roma non volle
concedergli la prova di appello e lo sbolognò senzaltro alla Sampdoria.
Sempre più avvilito, Sormani a Genova bissò la disastrosa performance
capitolina, e da più parti fu indicato come lennesimo caso di campione
precocemente in declino. Mister mezzo miliardo era una favola già
andata in frantumi.
A sorpresa, quando tutti erano certi che lex fuoriclasse si sarebbe accasato
in una formazione minore, ecco farsi sotto il Milan di Nereo Rocco. Il prezzo
di Sormani era ormai ragionevole, tanto valeva scommettere su di lui.
Lintuizione del leggendario Paron era stata giusta: senza
eccessive pressioni, per via di aspettative molto caute, il ragazzo ritrovò
se stesso, lasciando la proprio indelebile impronta su quella prima stagione
rossonera: ben ventuno reti in un povero Milan che si classificò soltanto
settimo. Si sarebbe tolto la voglia di vittorie nei quattro anni seguenti: uno
scudetto, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni e
una Coppa Intercontinentale. Non male, per uno che era dato per finito a soli
ventisei anni.
Maturando, Angelo Benedicto si adattò ad arretrare il suo raggio dazione,
trasformandosi in preziosissimo rifornitore per i compagni, pur senza perdere
il vizio del gol. Nel 1970 il passaggio al Napoli. In riva al Golfo due belle
stagioni, poi, ormai trentatreenne, il passaggio alla Fiorentina.
Si sperava che quel vecchio pirata potesse dare ancora tanto alla causa viola,
ma il suo contributo si limitò a sole nove apparizioni in campionato,
più quattro in Coppa delle Fiere. Lanno seguente fu ceduto al Vicenza
in cambio della promessa Speggiorin.
In Veneto lindomito brasiliano visse una seconda giovinezza e firmò
tre stagioni fra A e B da big. E a Firenze qualcuno si mangiò le mani
per non avergli concesso maggior fiducia.
di Filippo Manaresi