Forza Viola 2/1999



Gli stranieri viola/Socrates
LA BIRRA DEL "DOTTORE"

Un fallimento, completo e totale: ecco come sintetizzare l’avventura in maglia viola di Socrates, il geniale centrocampista del grande Brasile dei primi anni Ottanta.
Per di più, un fallimento preannunciato da mille indizi.
Si sapeva in partenza, o meglio, si poteva immaginare che lui, numero 9 del tutto atipico, e Pecci, regista naturale dei viola, si sarebbero pestati i piedi. E non solo in campo. Già in partenza si sapeva pure che “il Tacco di Dio” era un emerito rompiscatole. Non per niente, ai tempi della militanza nei paulisti del Corinthians aveva fondato con i compagni di squadra la “Democracia Corinciana”, un movimento che riuscì a ottenere l’esenzione dai ritiri pre-partita per i giocatori sposati e allenamenti più leggeri e differenziati. Insomma, obiettivi nobili e audaci.

In più, e oggi sembra una barzelletta, questo incredibile sindacato impose ai dirigenti che fossero gli stessi giocatori a scegliere l’allenatore, democraticamente, con votazione diretta.
Come si potesse pensare di inserire un elemento del genere nel calcio italiano è un mistero, anche se è facile dirlo oggi, che conosciamo tutta la storia. Il fatto è che all’epoca Socrates era un nome di grande richiamo, ennesima stella di quel Brasile beffato dall’Italia di Bearzot in Spagna e poi saccheggiato con golosa assiduità dai nostri operatori: Junior, Cerezo, Zico (Falcão il divino era già dei nostri), un autentico festival di piedi verdeoro. Il problema tuttavia non risiedeva soltanto nel suo carattere e nel suo stile di gioco. Per fargli posto in squadra (cioè per rispettare il limite allora vigente di stranieri) fu ceduto al Napoli l’idolo della curva Daniel Bertoni. Il che induce a ritenere che l’intera operazione, come spesso accade, fosse stata allestita avendo di mira più il botteghino, cioè la suggestione del Grande Nome presso il pubblico ansioso di novità, che le reali esigenze tecniche della squadra.

L’avventura partì inoltre col piede sbagliato. All’annuncio della trattativa, si levò, dura e ferma, l’opposizione dell’allora direttore generale Italo Allodi, che addirittura rassegnò le dimissioni. Già in tempi non sospetti il grande uomo di calcio aveva dichiarato a una televisione locale: «Non posso mettere accanto a Pecci, che per mantenere il peso forma rinuncia anche agli spaghetti, un giocatore che fuma quaranta sigarette al giorno e gira sempre con una lattina di birra in mano». Più chiaro di così...

Ovviamente, i tifosi lo accolsero con il consueto calore, perché il nome di Socrates era da tempo una leggenda e la sua classe sublime gli meritava spesso l’inclusione nelle liste dei migliori giocatori dell’epoca. Il suo gol al grande Dino Zoff ai Mondiali di Spagna, poi, era ancora negli occhi dei tifosi di tutto lo Stivale. Insomma, fu festa grande: arrivava un campionissimo.
Sampaio De Souza Vieira de Oliveira Socrates Brasileiro (questo il suo interminabile nome per intero) aveva all’epoca trent’anni. Dotato di un fisico slanciato che gli era valso il soprannome di Magrão, aveva avviato la sua straordinaria carriera nelle file del Botafogo, dove si mise in luce come uno degli interni più forti del campionato. Ma in quegli anni giovanili il calcio non era ancora tutto per quello smilzo studente con la lattina di birra sempre a portata di mano: il suo sogno era diventare medico, e il pallone, oltre ad essere un divertimento, gli consentiva di guadagnare abbastanza per pagarsi le tasse universitarie.
Soltanto dopo la laurea in medicina accettò il trasferimento al Corinthians di San Paolo, nel 1978. Oltre a tre campionati regionali e altrettanti titoli di capocannoniere, con la maglia della squadra paulista avrebbe conquistato anche un posto da titolare nella Seleção.

In pochi anni sarebbe anche diventato capitano dell’ultimo grandissimo Brasile, quello di Zico e Falcão, di Cerezo e Junior, titolare di un gioco armonioso e spettacolare con pochi riscontri nella storia del calcio. Il Brasile di Socrates, vero leader e trascinatore dei compagni nei momenti più difficili, con la sua falcata da solenne airone del gol, il suo colpo di tacco che faceva spellare le mani ai tifosi, le sue invenzioni in verticale, il suo gran tiro perfido e vincente.
Ben diverso, il giocatore che avrebbe conosciuto il pubblico fiorentino nel campionato 1984-85. Gli anni erano ancora quelli del gran fervore dei Pontello, ambiziosi cultori del sogno di una grande Fiorentina che li avrebbe poi delusi fino a indurli alla smobilitazione. Poteva essere una grande squadra, quella affidata ancora a De Sisti, in quell’estate del 1984. Ma con un tipo come il Magrão era quasi naturale che qualche frizione nascesse all’interno dello spogliatoio.
Appena sbarcato in Italia, forse desideroso di fondare una sorta di “Democracia Fiorentina”, cominciò una personale campagna a favore degli allenamenti differenziati. Differenziati per lui in particolare, come è naturale.

Un po’ imbarazzato, De Sisti non diede ascolto a rivendicazioni così palesemente in contrasto con l’evoluzione del calcio, sempre più atleticamente spinto, e impose al giocatore gli stessi carichi di lavoro dei compagni.
Fu a quel punto che Socrates si squagliò: sempre in ritardo agli allenamenti, pigro e svogliato, apparve lontano anni luce dal trascinatore che il mondo intero aveva ammirato. In più, non rinunciò alla fedele lattina di birra e al pacchetto di sigarette quotidiano.

Il suo rendimento in campo fu compromesso da questa condotta assurda, che andava ad aggiungersi alla evidente incompatibilità con Pecci, l’uomo che dettava i ritmi del gioco. La lentezza del barbuto brasiliano divenne in breve proverbiale e i compagni si trovarono costretti a correre anche per lui, ormai persuaso di potere fare a meno di scatto e preparazione atletica, con quei piedi da fenomeno.
Facile dire che quelli che devono correre sono i brocchi, ma vai a dirlo agli altri dieci che scendono in campo con te ogni domenica e sputano l’anima. È una verità eterna del calcio, con cui Socrates, ragazzo peraltro intelligente e tutt’altro che insensibile, non pensò di dover fare i conti.

I compagni non gradirono il suo atteggiamento, che pareva estraniarlo dalle ragioni della squadra, e al fuoco risposero col fuoco. Nacquero accese le polemiche, con una squadra che non andava e lo spogliatoio sempre più diviso. Nell’occhio del ciclone si trovò proprio il generoso Eraldo Pecci, accusato da parte della tifoseria di boicottare sistematicamente il brasiliano.
Se nel comportamento del giocatore romagnolo ci fosse intenzionalità non è a noi noto. È un fatto però che il gioco dei due campioni era destinato a portarli in rotta di collisione: o l’uno o l’altro. La morale della favola fu il fiasco della squadra: la Fiorentina, partita con grandi ambizioni, terminò la stagione nell’anonimato più completo, desolatamente a centro classifica.

Il nuovo tecnico Agroppi, designato per succedere a De Sisti, senza peli sulla lingua si affrettò ad annunciare che se Socrates c’era, bene, ma se per caso doveva non esserci, ancora meglio.
Il giorno della sua partenza per il Brasile, a uno sparuto gruppo di cronisti il Dottore dichiarò di non essersi quasi mai divertito nel calcio italiano. Una specie di involontaria rivelazione sulla mentalità con cui aveva affrontato l’avventura. E considerato che era stato strapagato per vincere, più che per divertirsi, qualcuno ci rimase male. Tornò in patria, per spendere gli ultimi spiccioli di carriera prima di dedicarsi alla medicina. Diede l’addio al calcio nel 1987, poi un anno dopo, appensantito, accettò una nuova offerta del Santos, quando cominciava a brillare la stella del fratello Rai, altro campione di passo lentissimo. Ma ormai di birra, in corpo, aveva solo quella delle sue adorate lattine. Il fuoriclasse avrebbe presto lasciato spazio al medico. E a parecchi rimpianti, qui in Italia. Dove si era dimostrato un perdente in tutti i sensi. Che peccato.

di Filippo Manaresi

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