Forza Viola 3/1997
Stefan Schwarz
GHIACCIO BOLLENTE
Due scudetti e una Coppa di Svezia col Malmö, dal 1988 al
1990, uno scudetto (1993-94) e una Coppa del Portogallo (1993) col Benfica,
una Coppa Italia (1995-96) con successiva Supercoppa Italiana indossando la
maglia della Fiorentina: Stefan Schwarz merita sicuramente la qualifica di giocatore
vincente. Nella Fiorentina, soltanto Batistuta ha vinto come lui e Schwarz avrebbe
sicuramente il diritto di pretendere un ruolo importante: quello di secondo
uomo-guida. Lo svedese, invece, nel calcio e nella vita è il simbolo
della modestia, dellumiltà. «La mia squadra ideale»
dice «è composta da undici giocatori che si battono luno
per laltro, senza classifiche di merito individuali. Nel calcio conta
soprattutto il collettivo. Ha ragione Simoni quando afferma che lInter
non potrebbe raggiungere nessun traguardo se puntasse esclusivamente su Ronaldo.
Puoi essere un fenomeno, ma da solo nessuno è capace di vincere un campionato.
Ripeto: tutti debbono giocare per la squadra, naturalmente senza che i singoli
perdano la loro personalità o snaturino le loro doti tecniche. Sono un
sincero amico e un grandissimo ammiratore di Gabriel Batistuta, perché
è nato per il gol, ma non è un egoista e non si tira mai indietro:
se occorre, dà una mano agli altri reparti. I veri campioni si comportano
così».
Stefan Schwarz, il taciturno, sente il bisogno di sfogarsi e va via a ruota
libera. «Il 1997» confessa «è stato un anno molto triste
per me. I motivi sono due: il grave infortunio subìto nella partita con
la Scozia, che mi ha costretto a una lunghissima inattività, e leliminazione
della Svezia dalla fase finale della Coppa del Mondo. Nel momento decisivo non
ho potuto dare il mio contributo alla Nazionale, ma probabilmente la sorte sarebbe
stata la stessa. Leliminazione della Svezia mi ha fatto rabbia perché
ho limpressione che non tutti i giocatori si siano battuti al massimo
delle possibilità. Qualcuno ha giocato più per se stesso che per
la squadra. Insomma è mancato il collettivo e lAustria e la Scozia
che sul piano tecnico sono inferiori a noi ne hanno approfittato.
Confesso che non mi va proprio giù il fatto che a giugno sarò
costretto a vedere in televisione i Mondiali. Abbiamo indebolito la nostra immagine
e sciupato quello che avevamo fatto di buono negli Stati Uniti nel 1994. Vuol
dire che ne guadagnerà la Fiorentina. Finalmente sono uscito dallincubo,
sono tornato a giocare e potrò sfogare tutta la rabbia in campionato
e in Coppa Italia».
Sempre in vena di confessioni, Schwarz ammette di aver vissuto unestate
movimentata non solo per linfortunio e la crisi della Nazionale svedese,
ma anche per il timore di perdere il posto nella Fiorentina. «I giornali»
dice sorridendo «parlavano molto di Batistuta e poco di me. Sembrava che
nè Gabriel, nè io saremmo tornati a Firenze. Dico la verità:
a un certo punto mi ero quasi rassegnato. Allestero in particolare
in Germania, in Portogallo e in Spagna cerano diverse squadre che
mi volevano. La Fiorentina taceva. Forse qualcuno pensava che dopo linfortunio
non sarei più tornato lo Schwarz degli anni passati. Per fortuna tutto
si è risolto nel migliore dei modi. Sono state chiarite tutte le incompresioni
e il presidente Cecchi Gori, per dimostrarmi la sua fiducia, mi ha allungato
il contratto fino al 2000. Va benissimo così. Mi hanno fatto piacere
soprattutto le parole di Malesani dopo il mio ritorno in squadra contro la Roma,
a metà ottobre. Il tecnico ha detto che mi conosceva poco, ma che lho
subito convinto come calciatore e come uomo. Lo ringrazio. Quella era la mia
prima partita di campionato, dopo linfortunio del mese di aprile. Da allora
la condizione è andata migliorando, ma sono convinto che potrò
dare il massimo solo fra un po di tempo. Se il 1997 è stato il
mio anno nero, il 1998 potrebbe essere lanno delle grandi soddisfazioni.
Penso di meritarlo».
Si sente di dare un voto allo Schwarz visto finora Firenze?
«Un voto a me stesso non lo darò mai, e poi mi piace più
guardare al futuro che pensare al passato. Una cosa è certa: anche se
non ho avuto fortuna, qualche soddisfazione me la sono tolta, prima fra tutte
la conquista della Coppa Italia. La Fiorentina non la vinceva da troppi anni».
Tra i tanti successi ottenuti in carriera, qual è quello che ricorda
più volentieri?
«Non è facile fare una graduatoria. Tutte le vittorie per uno sportivo,
dal primo dei professionisti allultimo dei dilettanti, sono motivo di
gioia, di soddisfazione. Ricordo lo scudetto del 1988 col Malmö in Svezia
proprio perché è stato il primo, poi la Coppa del Portogallo del
1993 perché è stata la prima vera affermazione allestero,
infine la Coppa Italia vinta con la Fiorentina per un motivo particolare: la
felicità che abbiamo dato ai tifosi. Ho partecipato alla finale dandata
con lAtalanta, ma per uno stiramento muscolare non ho potuto giocare la
partita di ritorno. Andai ugualmente a Bergamo e ho ancora davanti agli occhi
le scene dentusiasmo del dopopartita e le accoglienze trionfali, a notte
fonda, allo stadio di Firenze. Le tribune erano ancora piene di ragazzi che
volevano applaudirci e abbracciarci. Sono queste le cose più belle del
calcio. Debbo aggiungere che non solo le vittorie ti danno soddisfazione e allegria.
Per me uno dei ricordi più belli resterà il terzo posto della
Svezia ai campionati mondiali del 94 negli Stati Uniti. È il risultato
migliore, dopo la medaglia dargento conquistata nel 1958. Nessuno, alla
vigilia, ci aveva preso in considerazione. Alla fine sfiorammo la grande impresa.
Lunica squadra che riuscì a batterci fu il Brasile, in semifinale,
con un gol di Romario a pochi minuti dalla fine. Fossimo riusciti ad andare
ai tempi supplementari, sarebbe stata la Svezia e non il Brasile a incontrare
lItalia nella finalissima. Il ricordo di quei giorni stupendi fa aumentare
lamarezza per leliminazione da Francia 98. Qualcuno credeva
che la qualificazione ci spettasse per diritto divino e si è sopravvalutato.
Come sempre ha pagato per tutti il Commissario tecnico Svensson, sostituito
da Sodeberg, promosso dallUnder 21. Per la nostra Nazionale il prossimo
appuntamento è la qualificazione per il campionato dEuropa. Spero
di esserci».
Nelle squadre di club lei ha conosciuto fior di allenatori: Hodgson nel Malmö,
Eriksson nel Benfica, Graham nellArsenal, Ranieri e Malesani nella Fiorentina.
Come li giudica?
«Debbo ammettere di essere stato fortunato perché ho avuto dei
grandi allenatori. Hodgson è stato il primo ad avere fiducia in me nel
Malmö. Ha allenato la squadra svedese per cinque anni vincendo 5 scudetti
e 2 coppe. Era disponibile al dialogo, ma al momento giusto diventava durissimo.
Non capisco come abbia potuto fallire nellInter. Di Eriksson sarebbe inutile
parlare, tanto è conosciuto in Italia. Un grande, sotto tutti i profili.
Il suo Benfica è stato una delle squadre più forti del mondo.
Graham è stato anche lui un tecnico di altissimo livello, con esperienze
internazionali. NellArsenal non aveva molti amici perché odiava
i compromessi. Con me ha sempre avuto un ottimo rapporto. Mi stimava, non mi
ha mai tolto di squadra. Ranieri, anche se non amo le classifiche, lo metterei
in testa a tutti, per la maniera in cui ci allenava e studiava le partite e
per i rapporti umani. Il suo miglior elogio? Ha resistito quattro anni nella
Fiorentina. Se non sbaglio, pochissimi altri sono riusciti a farlo in passato.
Malesani non può ancora essere giudicato. Posso dire soltanto che linizio
è stato positivo. È uno dei pochi tecnici che va alla ricerca
del bel gioco, pur sapendo di correre dei rischi. Nei primi tempi la squadra
prendeva troppi gol. Ora è più equilibrata. Aspettiamo con fiducia».
Dove può arrivare questa Fiorentina?
«Attualmente considero superiori alla Fiorentina soltanto tre squadre:
Inter, Parma e Juventus. Con le altre possiamo lottare e lo abbiamo dimostrato
sul campo. Perciò non mi sembra assurdo fare un pensiero a un posto Uefa,
anche se lobiettivo principale resta la Coppa Italia. In campionato potrebbe
essere lanno del Parma, una squadra che mi ha colpito da quando ha eliminato
il Benfica nella Coppa delle Coppe del 94. Allora in panchina cera
Scala, ora cè Ancelotti, ma il gioco è sempre lo stesso:
coraggioso, spumeggiante. Credo che Malesani voglia fare della Fiorentina il
Parma del futuro».
Nel Benfica che lei ricorda, spesso il centrocampo era composto da Paulo Sousa,
Thern, Schwarz e Rui Costa. Niente male
«È vero: era un reparto formidabile. Ma in quel Benfica cera
anche un attacco mitraglia, con Magnusson e Isaias. Tenendo conto che in panchina
cera Eriksson, si può parlare di un Benfica targato Svezia».
Rui Costa che posizione teneva?
«Con un regista come Sousa e due lottatori come me e Thern, era libero
di dar sfogo alla sua fantasia, come ha fatto con Ranieri nel primo anno a Firenze.
Ricordo che nel Benfica, inizialmente, gli davamo tutti una mano perché
era un ragazzino. Poi è cresciuto tantissimo: con la maturità
può diventare un fuoriclasse».
Nel Benfica segnava anche Schwarz, che invece nella Fiorentina arriva pochissimo
al tiro.
«In una squadra che ha un goleador eccezionale come Batistuta e altri
forti attaccanti come Oliveira, Robbiati, lo stesso Rui Costa, il mio compito
è quello di bloccare gli avversari a centrocampo e, se è possibile,
portare in avanti palloni per i compagni. Un bel gol, comunque, lho segnato
in Coppa Uefa contro lo Sparta Praga e altre volte ci sono andato vicino, ma
a me piace fare in modo che la nostra difesa subisca il minor numero di reti.
Nel Malmö, ai primi passi della carriera, Hodgson mi chiese di giocare
terzino perché si era infortunato Nilsson, il titolare. Poi ha capito
che raggiungevo il miglior rendimento se giocavo a centrocampo. Ed è
lì che mi diverto di più, anche ora».
Qualcuno ha detto: tra Schwarz e Cois uno è di troppo.
«È una follia. Io e Sandro ci integriamo benissimo. Forse è
un caso, ma Cois è stato convocato in Nazionale dopo la partita con la
Roma, la prima che abbiamo giocato insieme questanno».
Lei è il sesto calciatore svedese arrivato alla Fiorentina dopo Ekner,
Gren, Hamrin, Jonsson e Hysen.
«Gren e Hamrin appartengono alla leggenda del calcio svedese, come Nordahl,
Liedholm, Ravelli e pochi altri. È un onore indossare la loro stessa
maglia. Sono stato felice quando Hamrin è venuto a conoscermi prima di
un allenamento, pochi giorni dopo il mio arrivo a Firenze. Mi ha dato anche
consigli preziosi. Io non lho mai visto giocare, ma di lui mi parlano
spesso gli amici fiorentini. Un attaccante che ha segnato 150 gol con la maglia
viola non poteva essere che un fenomeno, come Ronaldo o Batistuta. Degli altri
svedesi che hanno giocato a Firenze conosco solo Hysen, col quale ho giocato
in Nazionale. Lui era quasi alla fine della carriera».
Nellattuale calcio svedese potrebbero esserci giocatori da Fiorentina?
«Sono molto quotati due centrocampisti, miei compagni in Nazionale: Alexandersson
e Zettemberg che, fra laltro, gioca già allestero da qualche
anno».
Cosa cè nel futuro di Schwarz?
«Fino al 2000 sono legato alla Fiorentina da un contratto e spero di contribuire
a qualche altro successo importante, dopo quello in Coppa Italia. Un professionista
che gioca in Italia ha soltanto un sogno: lo scudetto. Ma so che è unimpresa
eccezionalmente difficile. Un sogno, appunto».
Lei è nato il 18 aprile 1969: lo sa che proprio in quei giorni la Fiorentina
stava per conquistare il suo secondo e ultimo scudetto?
«Non lo sapevo. Voglio parlarne con chi sintende di astrologia.
Scherzo, naturalmente: io credo nei fatti concreti, non negli astri. Sono quasi
trentanni che la Fiorentina non vince lo scudetto. I tifosi lo meriterebbero
e io sarei fiero di dare il mio contributo, come ho fatto col Malmö e col
Benfica. Certo, non riesco a immaginare quello che accadrebbe a Firenze. Se
la città è impazzita per la Coppa Italia, chi sarebbe capace di
tenerla a freno se dovesse arrivare il terzo scudetto?».
di Raffaello Paloscia
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