Forza Viola 4/1999



Grande referendum
MONTANARI E PESAOLA, LA COPPIA PIU' BELLA DEL MONDO

Iinsieme al presidente Baglini sono stati gli artefici del secondo scudetto viola, quello del 1968-69. Uno in panchina, Bruno Pesaola, l’altro dietro la scrivania, Carlo Montanari, hanno coccolato, plasmato e lasciato correre verso la vittoria una squadra sulla quale pochi avrebbero scommesso, ma non loro che sapevano bene di che pasta erano fatti i loro giocatori. Oggi, dopo trent’anni, sognano una nuova vittoria della Fiorentina. Per Carlo Montanari il sogno di una vita vissuta per il calcio, per Bruno Pesaola una promessa, quella di tornare finalmente nella Firenze che lo ha “regalato” alla storia del calcio.

Io, una sciarpa viola e la Curva Fiesole
«Ormai sono diventato un sedentario e non mi muovo più da Napoli. Collaboro con un’emittente locale, scrivo qualcosa per il “Mattino”. Ai tifosi della Fiorentina, però, faccio una promessa: se, alla penultima giornata, la partita con la Lazio sarà decisiva per lo scudetto, prendo il treno e mi presento al Franchi con la sciarpa viola al collo. La stessa che mi fu regalata più di trent’anni fa quando arrivai a Firenze. Mi mischierò ai tifosi della Curva Fiesole e sarò il primo degli ultrà viola. Questa Fiorentina, prima o poi, il terzo scudetto dovrà conquistarlo...». Bruno Pesaola riesce ancora a infiammarsi quando deve parlare della Fiorentina. Il ricordo dello scudetto vinto nella stagione 1968-69 è ancora vivissimo, anche se sono passati trent’anni: «Quando lasciai il Napoli per andare ad allenare la Fiorentina, gli amici mi diedero del pazzo. Dovettero ricredersi dopo pochi mesi. Quella Fiorentina fu una sorpresa per molti, non per me; era una grande squadra, dava spettacolo, usciva tra gli applausi dovunque giocasse. Su trenta partite ne perdemmo soltanto una, in casa contro il Bologna. La gara più bella, forse, fu proprio quella di Napoli. Vincemmo 3-1 con una doppietta di Rizzo e un gol di Maraschi. Impossibile dimenticare l’accoglienza del pubblico, il mio pubblico». Pesaola sull’onda dei ricordi di quella splendida Fiorentina non perde l’occasione per lanciare una freccia velenosa contro il calcio attuale: «Se vado a vedere il Napoli, oppure seguo le partite di Serie A sul video, non riesco assolutamente a divertirmi. Non lo dico per fare dietrologia o perché la vecchiaia mi rende polemico: è la pura e semplice verità, condivisa da tanti spettatori o telespettatori molto più giovani di me. Il pressing è la rovina del gioco. La sua applicazione ossessiva in ogni parte del calcio riesce a non far giocare anche chi possiede tecnica e fantasia. Troppe punizioni, è difficile trovare il filo della manovra. Il calcio attuale è condizionato anche dal nervosismo. In campo e fuori vedo soltanto gente sempre incavolata. Nulla va bene. Tutti hanno dimenticato che il calcio è uno sport, nato per divertire chi paga tantissimi fogli da mille. Bisognerebbe cambiare mentalità, ma credo che non sia più possibile». Pesaola esplode in una risata quando gli diciamo il vero motivo della telefonata: c’è da scegliere la formazione ideale tra i giocatori dei due scudetti e quelli della Fiorentina attuale. «Perché dovrei farmi dei nemici?» replica. «Se dovessi usare soltanto il cuore, le direi i nomi dei giocatori che mi hanno dato la più grossa soddisfazione della carriera: lo scudetto. Li considero ancora miei figli. Poco tempo fa si sono ritrovati quasi tutti a Firenze per una premiazione. Una maledetta influenza mi ha impedito di partecipare al revival. Ora ho una speranza: ritrovarci tutti per il terzo scudetto. Se la Fiorentina ce la facesse sarei felice soprattutto per Trapattoni, il più grande allenatore di questo periodo, un uomo concreto, che non vende fumo come diversi suoi colleghi».

Non divaghi. Veniamo alla formazione ideale...
«Per il portiere vado controcorrente. So bene che Sarti è stato un grande e che Toldo è attualmente il numero uno in Italia, ma io scelgo il “mio” Superchi. Nel campionato dello scudetto fu semplicemente fantastico: subì soltanto 18 gol e in diverse partite fu decisivo. Avrebbe meritato maggior considerazione anche in azzurro».

Difesa a tre o a quattro?
«A quattro, ma con giocatori capaci di dare il via anche alle azioni offensive. Brizi non posso escluderlo. Io lo chiamavo il “ballerino” per la classe con cui si muoveva. Aveva un passato da mezzala e anche come stopper conservava le doti di regista. Dietro Brizi, come libero, metto Rosetta, uno dei difensori più intelligenti che ho visto in azione. Ai lati due miti: Magnini e Cervato. Oggi sarebbero più grandi che mai».
Ora i quattro centrocampisti...
«In questo reparto la scelta è un’impresa da giganti. Come può arrivarci un “Petisso”? Scherzi a parte, il fulcro del centrocampo non può non essere che De Sisti. Dare il pallone a lui era come metterlo in banca. E della mia squadra non posso lasciar fuori Esposito, la grossa sorpresa di quel campionato ‘68-69. Faceva chilometri, ma era sempre lucido e non sbagliava un passaggio. Era un ragazzino, però si dimostrò subito maturo, come ha fatto Amoroso in questa stagione. Amoroso finirà in Nazionale, ma nella mia formazione per ora deve accontentarsi di fare la riserva di Esposito. Gli altri due titolari, invece, sono Segato sulla sinistra (calciatore elegante che sapeva fare tutto: correre, marcare, segnare gol) e Rui Costa o Amarildo come fantasista. Il cuore mi direbbe Amarildo, ma voglio essere obiettivo e scelgo Rui Costa, che ormai ha dimostrato di essere indispensabile nella Fiorentina di Trapattoni».

Le due punte?
«Al centro nessuna discussione: Batistuta è uno dei più forti cannonieri di tutti i tempi, come dimostrano i numeri. È nato come me in Argentina, ma ancora non ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente. È una lacuna che spero di colmare presto. Batistuta è grande come calciatore e come uomo. Che soddisfazione sarebbe stata poterlo allenare... Accanto a lui debbo scegliere tra Julinho e Montuori, altri due gioielli. Con Julinho o Montuori vicini, Batistuta segnerebbe ancora di più. A gioco della formazione finito debbo chiedere scusa ancora una volta a tutti quelli che ho lasciato fuori, in particolare ai giocatori della Fiorentina del Trap. Molti li conosco soltanto per averli visti in televisione, ma li stimo tutti: da Toldo a Padalino, da Repka a Torricelli, da Heinrich a Edmundo, carattere difficile, ma autentico campione. Li incito tutti a raggiungere e sorpassare la Lazio. Se riescono in questa impresa li metterò tutti titolari nel referendum che farete il prossimo anno...».

I ragazzi del ‘69? Io li conoscevo bene...
“Mezzo secolo di calcio dietro la scrivania”. Se un giorno deciderà di scrivere un libro di memorie, Carlo Montanari ha già pronto il titolo. Montanari è stato uno dei direttori sportivi più apprezzati per diversi lustri, fino a diventare presidente nazionale della categoria, quando i “manager” del calcio decisero — pur continuando la loro guerra privata al calciomercato — di unirsi in associazione, nel tentativo (non sempre riuscito) di farsi ascoltare nell’ambiente federale. Dopo aver fatto la gavetta nella società della sua città natale — il Forlì — Montanari ha poi lavorato per diversi club della massima divisione: Milan, Bologna, Fiorentina, Napoli, Pistoiese (nell’unico anno di Serie A) e infine ancora al Milan, come responsabile del Settore giovanile. Ma la più grossa soddisfazione resto lo scudetto conquistato con la Fiorentina 1968-69, anche perché diede un grosso contributo a varare quella squadra giovanissima... «Sono passati trent’anni» ricorda il ragionier Montanari «ma ho ancora davanti agli occhi le scene accadute a Torino, dopo la vittoria decisiva sulla Juventus. Segnarono Chiarugi e Maraschi e la Fiorentina ottenne i due punti indispensabili per la matematica. Fu una grande partita, un’autentica lezione di bel gioco, di volontà, di carattere. I cinquemila fiorentini al seguito della squadra impazzirono d’entusiasmo. E fu esemplare anche il comportamento dei sostenitori della Juventus, che applaudirono i giocatori viola con sincera ammirazione. Non era ancora emersa, tra Fiorentina e Juventus, quella ruggine che ha poi rovinato i rapporti tra le due tifoserie e persino tra le due società».

Era un calcio diverso, rispetto a quello attuale?
«Sul campo non noto grossi cambiamenti. Nonostante l’avvento del tatticismo, ora, come a quei tempi, emergono i giocatori che sanno dare del tu al pallone e vincono le squadre più forti. I veri cambiamenti sono avvenuti fuori dal campo, perché il calcio è ormai sempre meno sport e sempre più un vorticoso giro d’interessi economici. Proprio per colpa del “dio denaro” il calcio è diventato un mondo di sospetti. nessuno riesce a perdere. Non basta più la giustizia sportiva. In troppe occasioni è chiamata in causa quella ordinaria. Sembra di essere in una giungla in cui la prima cosa da fare è turarsi il naso. Eppure cerco di non perdere l’ottimismo e continuo a sperare che in questo ambiente la maggioranza sia corretta, pulita. Come ai tempi in cui la Fiorentina vinse lo scudetto e non ci fu la minima contestazione. Anzi, l’avvenimento straordinario fu accolto con simpatia dappertutto».

I primi a sorprendersi di quello scudetto furono proprio i fiorentini...
«È vero. Ricordo l’inizio difficilissimo, le polemiche per le cessioni di Albertosi, Brugnera e Bertini, le diatribe con Amarildo e sua sorella per il mancato accordo economico. Quando perdemmo in casa col Bologna i tifosi più avvelenati chiesero le dimissioni di Baglini, Pesaola e del sottoscritto. Il nostro grande merito fu quello di non perdere la calma e di mantenere intatta la fiducia nella squadra e in chi la guidava dalla panchina. Quella col Bologna fu l’unica sconfitta del campionato, che si trasformò in una marcia trionfale».

Crediamo che lei inserirà molti di quei giocatori nella sua Fiorentina ideale...
«Lo meriterebbero tutti, compresi i più umili come Rogora, Mancin, Superchi, Ferrante, Brizi, giocatori che i tecnici di quel periodo hanno sottovalutato e che raramente sono finiti sulle prime pagine dei giornali perché erano degli antipersonaggi. Io li ricordo tutti con grande affetto. Ma è un mio dovere non perdere l’obiettività e allora debbo ammettere che la più bella Fiorentina di tutti i tempi è stata quella di Fulvio Bernardini e che anche l’attuale squadra possiede diversi fuoriclasse. Fare una formazione ideale è troppo difficile. Posso limitarmi a convocare quelli che considero i più bravi?».

No. La regola del referendum vuole che anche lei faccia undici nomi. Però cominciamo dalle convocazioni...
«Della squadra del primo scudetto scelgo Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Gratton, Montuori e il grandissimo Julinho. Di quella del secondo — chiedendo scusa agli esclusi — scelgo De Sisti, Amarildo, Merlo, Chiarugi, Brizi, Esposito, Maraschi. Della Fiorentina attuale, infine, è impossibile non convocare Batistuta, Toldo, Rui Costa, con l’aggiunta di Torricelli, Repka e Heinrich».

Fatto il primo passo, fuori gli undici della formazione ideale.
«Debbo fare uno sforzo enorme, anche perché lei sa benissimo che non mi sono mai interessato delle questioni tecniche e tattiche della Fiorentina, né in quelle delle altre società in cui ho lavorato. Ho sempre rispettato il lavoro degli allenatori. Faccio un’eccezione per lei, perché in fondo si tratta di un gioco. In porta scelgo Toldo, al quale la Fiorentina deve molto in questo campionato. La difesa è quella del primo scudetto: Magnini, Rosetta, Cervato. Mi dispiace lasciare fuori Torricelli, un esempio per tutti per la sua grinta, il suo carattere. A centrocampo metto due brasiliani sulle fasce, Julinho e Amarildo, tutti e due dotati di fantasia e d’intelligenza tattica. Nella zona centrale vedo Gratton, Rui Costa e De Sisti, con Merlo ed Esposito immediati rincalzi. All’attacco, un’accoppiata argentina: Batistuta-Montuori. I gol verrebbero a grappoli, senza dimenticare Mario Maraschi che nell’anno del secondo scudetto segnò tante reti decisive e fu bravissimo per continuità di rendimento».

Montanari chiude con un augurio: «Ho nel cuore le tre società per le quali ho lavorato per tanti anni: Bologna, Fiorentina, Milan. Tutte e tre sono in lotta per grandi traguardi: il Milan per lo scudetto, la Fiorentina per la Coppa Italia e per lo scudetto, il Bologna per la Coppa Uefa. Sarebbe bello se tutte raggiungessero o andassero vicine ai traguardi per cui si battono. Lo so che è difficilissimo, ma segnare non è proibito. Oltretutto è un esercizio che aiuta a mantenersi giovani...».

di Raffaello Paloscia

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