Forza Viola 3/1999
Grande referendum
ANTOGNONI E PANDOLFINI, DUE CUORI PER UN'ANIMA VIOLA
Storie di numeri e di maglie. Le racconta Giancarlo Antognoni
prima di darci la sua formazione per il referendum All Star Viola: «Quando
Nils Liedholm, nellottobre del 1972, decise di farmi esordire in Serie
A, a poco più di 18 anni, il massaggiatore Ennio Raveggi mi consegnò,
negli spogliatoi dello stadio di Verona, la maglia col numero 7. Pallino
è stato uno dei personaggi più simpatici che ho incontrato nellambiente
del calcio. Sorrideva e scherzava sempre. Quel giorno riuscì a farmi
un discorso serio. Ricordati mi disse che questa maglia lha
indossata Julinho, un mito della storia viola. Cerca di farle onore. Pochi
mesi dopo, quando divenni finalmente il titolare fisso della maglia numero 10,
fu ancora Pallino Raveggi a consegnarmela col solito discorso: Ricordati
che questa maglia lhanno indossata prima di te altri due miti: Montuori
e De Sisti. Non puoi fallire. Se do uno sguardo alla mia carriera nella
Fiorentina, credo di non aver fallito. Ho vinto poco, ma ho sempre fatto il
mio dovere». Giancarlo Antognoni non smentisce la sua fama di capitano
di lungo corso tanto bravo quanto modesto. È vero che nella Fiorentina
ha vinto soltanto una Coppa Italia (1974-75) e una Coppa Anglo-italiana (1975-76),
ma è lui il primatista assoluto delle presenze in maglia viola (341 in
12 anni) ed è lui, insieme a Mario Pizziolo e a Francesco Graziani, uno
dei tre giocatori gigliati che hanno conquistato il prestigioso titolo di Campione
del Mondo. Se un giorno Forza Viola deciderà di lanciare un altro referendum
Chi è stato il giocatore più amato dai tifosi nei 70 anni
di storia della Fiorentina?, non cè il minimo dubbio: Antognoni
staccherebbe tutti, compresi gli altri miti, da Julinho a Montuori, da Cervato
a De Sisti, da Hamrin a Batistuta. Antognoni ha colpito tutti coloro che lhanno
conosciuto non solo per la straordinaria abilità come giocatore e per
il suo attaccamento alla squadra e alla città, ma anche per la sfortuna
che lo ha perseguitato nei momenti più importanti della carriera. Basterà
ricordare alcune date: 22 novembre 1981, scontro col portiere del Genoa Martina,
operazione al cranio, carriera in pericolo; 8 luglio 1982, microfrattura a un
piede in Italia-Polonia, con dolorosa rinuncia alla finalissima dei campionati
del mondo; 12 febbraio 1984, partita con la Sampdoria, doppia frattura di una
gamba, un anno di assenza dai campi di gioco; 7 maggio 1986, Coppa Italia a
Empoli, rottura dei legamenti del ginocchio, addio al calcio italiano. Per tantissimi
motivi, Antognoni resterà per sempre un simbolo della Fiorentina, da
cui non ha voluto staccarsi neppure quando ha dovuto attaccare le scarpe al
chiodo. Dopo essere stato accompagnatore ufficiale e direttore sportivo è
diventato direttore generale della società viola, con molti poteri
e grosse responsabilità nelle operazioni di calciomercato. Dopo
aver raccontato le storie di numeri e di maglie, Antognoni entra nel vivo del
referendum. «Sono nato nel 1954» dice «e avevo soltanto due
anni quando la Fiorentina allenata da Fulvio Bernardini vinse il suo primo scudetto.
Poi ho avuto la fortuna di conoscere il dottor Bernardini quando fu nominato
Commissario tecnico della Nazionale e mi convocò nel novembre del 1974
per la trasferta in Olanda. Fu la prima delle 73 partite che ho disputato in
maglia azzurra. Bernardini era un uomo eccezionale. Quando eravamo in ritiro,
mi chiamava spesso al suo tavolino e mi raccontava tutto della sua
Fiorentina. Grazie a lui ho capito che difensori come Cervato, mediani come
Chiappella, attaccanti come Julinho e Montuori nascono ogni 50 anni. Della Fiorentina
del secondo scudetto ho, invece, esperienza diretta. Avevo 15 anni, giocavo
nella Juventina di Perugia e i miei idoli non erano soltanto Mazzola e Rivera,
ma anche Merlo e De Sisti. Quando ero selezionato nelle rappresentative giovanili,
prima di raggiungere Coverciano, mi fermavo allo stadio per seguire i viola
in allenamento. Alla Fiorentina arrivai nellestate del 1972 e per me è
stata una grossa emozione allenarmi e giocare con Superchi, Brizi, Merlo, De
Sisti, i superstiti della squadra che Pesaola aveva guidato tre anni prima alla
conquista dello scudetto. Io, purtroppo, il titolo lho soltanto sfiorato
nel 1982, dopo il memorabile duello con la Juventus che perdemmo soltanto allultima
giornata. È un ricordo amaro, ma conservo ancora la speranza di vincere
questanno, da dirigente, lo scudetto che non ho mai vinto da giocatore.
In panchina vivo le stesse sensazioni di Trapattoni; anzi, non mi vergogno a
dire che mi emoziono molto di più dellallenatore. Non ci voleva
linfortunio di Batistuta. Se il Trap avesse potuto contare sempre sul
nostro grande cannoniere, nessuno ci avrebbe mai raggiunto. Abbiamo il miglior
portiere e il più grande attaccante del mondo; Torricelli ha già
vinto tutto quello che cera da vincere; Padalino è un centrale
che tutti ci invidiano; Rui Costa lho definito dopo il suo arrivo in Italia...
lAntognoni del Duemila. La Fiorentina, insomma, non deve temere alcun
avversario». Antognoni ha anticipato così alcuni nomi della sua
formazione ideale che comprende questi undici giocatori: Toldo, Torricelli,
Cervato, Chiappella, Padalino, Brizi, Julinho, Rui Costa, Batistuta, De Sisti,
Chiarugi. In panchina: Sarti, Magnini, Repka, Cois, Merlo, Montuori, Amarildo,
Edmundo.
«Con una rosa come questa» conclude Antognoni «mi sentirei
di vincere campionato e Champions League. Molte scelte le ho già spiegate.
Quella di Chiarugi come ala è determinata da diversi motivi: Luciano
è stato un grande calciatore (e lo dimostra ancora quando giochiamo a
calcetto) ed è un amico al quale sono profondamente legato dai tempi
in cui siamo andati insieme in panchina nellinutile tentativo di salvare
la Fiorentina dalla retrocessione in Serie B. Ora Chiarugi è il bravissimo
allenatore della Primavera. Due parole anche su Edmundo: quando è in
giornata non ha rivali al mondo e meriterebbe il posto nella squadra ideale.
Da lui come tutti i tifosi viola vorrei maggiore continuità
e più spirito di sacrificio anche nello spogliatoio. Se avesse anche
queste doti, chi potrebbe rinunciare a un giocatore così?».
Galli, Orlandini, Carobbi, Esposito, Roggi, Bertini, Caso, Merlo, Brugnera,
Di Gennaro, Chiarugi. Non è la formazione ideale per il referendum di
Forza Viola, ma un undici, fortissimo, che si potrebbe comporre con tutti i
giocatori che Egisto Pandolfini, grande talent scout, ha portato a Firenze negli
anni in cui ha diretto il Settore giovanile della squadra viola. Molti li ha
scoperti a costo zero (Chiarugi, per esempio) quando erano ancora
bambini; quasi tutti sono arrivati alla maglia azzurra della Nazionale. Con
loro, grazie a Egisto Pandolfini, la Fiorentina ha concluso affari clamorosi.
Egisto Pandolfini, classe 1926, da qualche anno è in pensione, ma continua
a frequentare i campi di calcio, una domenica a Empoli, una a Firenze. LEmpoli
(in cui si rivelò giocatore di grandi possibilità) e la Fiorentina
(in cui maturò fino a conquistare un posto in Nazionale per i Mondiali
del 1950) restano le sue squadre del cuore. In maglia viola disputò 148
partite in Serie A, prima di passare alla Roma e allInter. Era un centrocampista
di movimento, ma possedeva anche il fiuto del gol. Nella Fiorentina ne realizzò
36, in maglia azzurra 9 in 21 presenze. Finita la carriera da calciatore, tentò
quella di allenatore, prima nellEmpoli, poi con le giovanili della Fiorentina.
Alla fine preferì la scrivania come direttore sportivo e responsabile
del Settore giovanile, in cui, come si è visto, ha lavorato alla grande.
Nella stagione del primo scudetto viola (1955-56) giocava ancora nella Roma.
A sette giornate dalla fine i viola (alla ricerca dei punti per la conquista
matematica del titolo) pareggiarono allOlimpico e Pandolfini fu contestato
dai tifosi perché, a pochi minuti dalla fine, mentre era in area di rigore,
il pallone gli sbattè sulla testa e lui fece una specie di rinvio, invece
di indirizzarlo in porta. Si trattava di un errore involontario, ma il pubblico
lo fischiò e lo accusò di avere ancora nel cuore il viola di Firenze.
Nel campionato del secondo scudetto (1968-69) Egisto aveva smesso di giocare
da tempo e il direttore sportivo Carlo Montanari lo aveva nominato responsabile
del Settore giovanile, dal quale prima Chiappella e poi Pesaola avevano promosso
in prima squadra fior di giocatori come Esposito, Ferrante, Merlo e Chiarugi.
Ora Pandolfini, oltre a dividere le sue domeniche tra Empoli e Firenze, frequenta
per divertimento anche i campi minori e se gli capita di vedere qualche ragazzino
promettente, la prima telefonata è per Renzo Melani, attuale responsabile
del vivaio. La sua ultima scoperta si chiama Christian Amoroso. Glielo segnalò
da Pisa Roberto Lazzarini, un osservatore del quale Pandolfini si è sempre
fidato ciecamente, e la Fiorentina riuscì ad aggiudicarselo vincendo
una seria concorrenza. «Lazzerini» dice Egisto «è anche
lo scopritore di Taddei, giovanissima mezzala di punta della Primavera. Se Taddei
non diventa un campione, io non mi chiamo più Egisto».
Ma è lora della formazione per il referendum di Forza Viola e Pandolfini
non si fa pregare. Eccola: Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Segato,
Julinho, Gratton, Batistuta, De Sisti, Montuori. «Ci sono nove giocatori
della formazione del primo scudetto, ma voglio subito mettere le mani avanti:
non li ho inseriti solo per nostalgia o dietrologia per difendere i campioni
della mia generazione, ma soltanto perché ho una grande concezione del
gioco di squadra. Quella di Fulvio Bernardini era una formazione perfetta, nella
quale un giocatore sintegrava perfettamente con laltro. Basta prendere
determinate coppie, Magnini-Cervato e Chiappella-Rosetta. Cervato è riconosciuto
da tutti come uno dei più grandi difensori di tutti i tempi; Magnini
lo completava perché è stato uno dei primi fluidificanti. Rosetta
era un centrale di eccezionali doti tecniche e persino troppo corretto; ebbene
aveva accanto un Chiappella che lo sosteneva e faceva paura con la sua forza
agli attaccanti avversari. Gratton era lumile gregario portatore dacqua;
un elemento indispensabile in una formazione di campioni. Julinho, Batistuta
e De Sisti non si discutono: tre fuoriclasse, tre uomini guida delle loro formazioni.
De Sisti lo portai io a Firenze nel 1965. Baglini mi disse: Ci sono pochi
soldi, puoi acquistare solo un giocatore. Scelsi subito De Sisti. Marini Dettina,
presidente della Roma, non voleva darcelo. La stampa lo avrebbe attaccato. Alla
fine cedette di fronte alla nostra offerta: 165 milioni più Benaglia».
Pandolfini ci tiene a fare una seconda precisazione: «Nella mia formazione
ideale cè solo Batistuta tra i giocatori di questo splendido campionato.
Spiego perché: solo un paio (Batistuta e Torricelli) sono al culmine
della loro carriera; gli altri sono destinati a progredire e a entrare nelle
All Stars Viola tra un paio danni. Qualche nome? Toldo diventerà
il miglior portiere del mondo; Repka è già un difensore eccezionale
e come marcatore in un futuro prossimo non avrà rivali; Rui Costa è
ormai maturo come tecnica e intelligenza tattica, diventerà luomo-squadra;
di Amoroso non parlo perché il mio sarebbe un giudizio interessato».
Lultima precisazione è per Edmundo: «In campo è formidabile,
merita da solo il prezzo del biglietto. Se Trapattoni riesce a cambiargli carattere,
può diventare il secondo Montuori o addirittura superarlo».
di Raffaello Paloscia