Forza Viola 1/1999



Grande referendum
GENERAZIONI DI FENOMENI

Firenze sogna. La squadra viola finisce il 1998 in testa alla classifica e torna a lanciare la sfida alle grandi del calcio italiano con un obiettivo preciso: il terzo scudetto. Il primo fu conquistato nella stagione 1955-56 sotto la presidenza di Enrico Befani e con Fulvio Bernardini in panchina; il secondo arrivò alla fine del campionato 1968-69. Presidente era Nello Baglini, allenatore Bruno Pesaola. Riusciranno Vittorio Cecchi Gori e Giovanni Trapattoni a riportare il tricolore a Firenze a trent’anni di distanza? La squadra ha la possibilità di reggere l’urto di avversari partiti con ambizioni molto più elevate?

Nessuno può rispondere meglio di Beppe Chiappella, che è legato a filo doppio a tutte e tre le squadre. Nella stagione 1955-56 era in campo a guidare con il suo carisma e il suo carattere di ferro la coraggiosa pattuglia di Fulvio Bernardini; nel campionato 1968-69 non era a Firenze, ma era stato lui a far crescere, giorno dopo giorno, nell’arco di diverse stagioni, quei ragazzi che poi maturarono e vinsero sotto la guida di Bruno Pesaola, bravissimo a sfruttare proprio l’eredità lasciatagli dal buon Beppe; ora Chiappella, sulla soglia dei 75 anni, vive una felice pensione, ma ogni domenica è allo Stadio Comunale, in tribuna stampa (è iscritto all’albo dei giornalisti come pubblicista), e segue con immutata passione e affetto le imprese di Batistuta e compagni.
Chiappella è un record di modestia, ma per un giorno accetta di salire in cattedra per giudicare la Fiorentina 1998-99 e per un parallelo — giocatore per giocatore — con le due formazioni che hanno portato lo scudetto a Firenze.

«Certi paragoni» ammette «non sono facili, perché il calcio è cambiato in campo e fuori. I risultati e il gioco, però, dimostrano che questa Fiorentina è matura per la terza impresa. La società è cresciuta grazie all’abilità e all’impegno passionale di Vittorio Cecchi Gori, che ha saputo anche circondarsi di collaboratori preziosi; in panchina c’è Trapattoni, l’allenatore che ha vinto più di tutti, ma continua ad aver fame di successi come se fosse alla prima esperienza; la squadra ha finalmente l’ossatura per puntare al grande traguardo: un portiere quasi imbattibile, una difesa rocciosa, un centrocampo eccezionale nel filtro delle manovre, un attacco pericolosissimo, con un centravanti come Batistuta che va in gol ogni domenica. Ci siamo veramente e i risultati lo dimostrano. È vero che la squadra di Trapattoni ha subito più sconfitte di quelle di Bernardini e Pesaola, ma il bilancio delle partite casalinghe è la più chiara dimostrazione di forza: sette partite, sette vittorie. Le squadre che vinsero gli scudetti non furono in grado di fare altrettanto. Dunque…».

Ed ecco Beppe Chiappella nelle vesti di professore. Riportiamo fedelmente i suoi giudizi, reparto per reparto.

PORTIERI

1955-56: SARTI
«Merita un posto di rilievo anche nella storia del calcio italiano perché è stato il primo a interpretare il ruolo in chiave moderna; freddo, non spettacolare, sempre alla ricerca dell’intesa con gli altri difensori.

È stato tra i primi a usare anche le mani invece dei piedi per il rinvio, obbedendo ai dettami di Fulvio Bernardini, il quale pretendeva che fosse proprio il portiere ad iniziare le manovre».
1968-69: SUPERCHI
«Un ragazzo tranquillo, sereno, che non metteva mai in agitazione i compagni del reparto arretrato. Per la sua innata semplicità non era considerato, almeno in apparenza, una figura eccezionale. Chi lo ha allenato — io tra questi — lo ricorderà con gratitudine per la sua continuità di rendimento. Non è poco per un portiere».

1998-99: TOLDO
«Da quando è a Firenze ha fatto progressi clamorosi, soprattutto nella personalità. Lo considero il miglior portiere italiano del momento anche per il fisico eccezionale. Nei primi campionati in maglia viola ha sempre giocato almeno venti partite perfette, ma è incappato anche in periodi più o meno lunghi di crisi, arrivando a essere contestato da una minoranza di tifosi. In questo campionato non ricordo un suo errore. Non capisco come il Milan, qualche anno fa, lo abbia ceduto, scegliendo di tenere al suo posto Taibi. Toldo è bravissimo anche con i piedi. Mi ricorda il miglior Albertosi».

DIFENSORI

1955-56: MAGNINI- ROSETTA- CERVATO
«Molti giornalisti aggiungono alla difesa di quella grande squadra il nome del sottoscritto, Beppe Chiappella. Io preferisco essere ricordato come mediano, anche se nelle “scalature” che Bernardini ci chiedeva toccava a me retrocedere in appoggio a Rosetta. Tra i difensori “puri” vorrei parlare per primo di Sergio Cervato, che considero il miglior terzino europeo degli ultimi 40 anni. Forse soltanto Maldini figlio gli si è avvicinato, nei momenti migliori. Era imbattibile sullo scatto, aveva un calcio potente e preciso che gli permetteva di segnare gol decisivi su punizione o rigore. Una delle doti più importanti: l’eclettismo. Finì la carriera come battitore libero, contribuendo alla conquista degli scudetti juventini. Anche Magnini era un difensore completo: le sue origini di centrocampista gli permettevano di contribuire alle manovre offensive. Di lui vanno messe in evidenza le doti acrobatiche. Dove gli altri arrivavano con la testa, Ardico Magnini arrivava con i piedi. Quante fotografie potrebbero dimostrarlo… Rosetta è stato il cervello di quella difesa. Con il suo senso della posizione, la sua intelligenza, il suo carisma dava sicurezza al reparto. Non era un fulmine, ma l’esperienza gli dava la capacità d’intuire in anticipo i movimenti degli avversari. Possedeva anche doti ora quasi sconosciute: la correttezza, la cavalleria. Credo che in tutta la carriera non abbia mai fatto male a un avversario. E in quella difesa non commettiamo la sciocchezza di dimenticare Alberto Orzan, molto più di una riserva. Se mancava un titolare, entrava lui e giocava sempre con un rendimento altissimo, tanto da meritare un posto in Nazionale».

1968-69: ROGORA- BRIZI- FERRANTE- MANCIN
«Sono nomi che non hanno esaltato i tifosi — solo Ferrante ha indossato tre volte la maglia azzurra — ma tutti insieme formavano un reparto quasi perfetto, difficile da superare. Si completavano a vicenda. Rogora era la forza. Se gli affidavi un avversario in marcatura, si arrendeva solo se lo minacciavano con la pistola… I suoi duelli con Riva sono entrati nella leggenda. Mancin non aveva il fisico di Rogora, ma anche lui si applicava con dedizione al compito che Bruno Pesaola gli affidava. Era un sinistro naturale. In pagella forse non ha mai meritato l’otto, ma non è sceso sotto il sei neppure una volta. Ferrante lo soprannominai “l’ombrellone”, non solo per la strana pettinatura, ma anche per la capacità di proteggere i compagni di reparto. Le sue doti: il gioco di testa e l’attenzione. L’elevazione gli permise di segnare qualche gol, ma era di un’utilità eccezionale in difesa sui calci d’angolo o sulle punizioni laterali. Ho lasciato Brizi per ultimo perché è stato sicuramente il migliore del reparto, un autentico uomo guida. Sapeva gestire il gioco con intelligenza. Negli interventi difensivi era di un tempismo invidiabile. È stato mediano, stopper e battitore libero, sempre con grande rendimento».

1998-99: FALCONE- PADALINO- REPKA
«Padalino è tecnicamente e strutturalmente uno dei migliori difensori italiani. Merita la Nazionale e prima o poi ci arriverà. Ha un discreto calcio, è preciso nei rilanci, ha un controllo di palla superiore alla media dei giocatori di difesa. Se sta bene è una pedina importante. È così sicuro di sè che qualche volta si permette divagazioni che preoccupano non solo i tifosi ma anche l’allenatore. Un tecnico col mio carattere si sarebbe sentito male di fronte a certe sue spavalderie. Repka è uno di quei giocatori che noi allenatori definiamo “fisici”. È un ottimo colpitore di testa, essenziale nel gioco e in marcatura; mi ricorda il Rogora dei giorni migliori. Lo vedo progredire di partita in partita. Falcone è il più veloce del reparto. È molto attento e ben dotato sul piano tecnico. Forse è un po’ troppo impulsivo nel valutare i movimenti dell’avversario. Mi spiego meglio: Falcone ha la tendenza a portar via subito la palla all’attaccante che deve marcare. I più esperti lo sanno e possono metterlo in difficoltà. Se saprà frenarsi e ragionare di più, Falcone è destinato a diventare un grande terzino».

CENTROCAMPISTI

1955-56: CHIAPPELLA- GRATTON- SEGATO- PRINI
«Non è facile parlare di se stessi, ma ci provo. Ho già detto che mi considero più un mediano che uno stopper. Non la pensavano alla stessa maniera i docenti del corso allenatori di Coverciano, che all’esame per la consegna del diploma mi chiesero tutto sul… catenaccio. Rischiai di litigare. Debbo ammettere, comunque, che partivo come mediano, ma per istinto retrocedevo e spesso finivo col marcare il centravanti. Erano famosi i miei interventi da dietro. Più di tutti si arrabbiava Boniperti. Che fossi più un mediano che un vero difensore lo dimostrano i 5 gol segnati in maglia viola. Al ricordo di Guido Gratton mi commuovo. Arrivò che era un ragazzino, gli feci da fratello maggiore. Più che consigli, i miei erano ordini urlati. Gratton aveva polmoni d’acciaio, piedi buoni, notevole coraggio. Però doveva essere guidato perché correva troppo e dimenticava dove doveva stare. Prini, al contrario, correva anche lui tantissimo, ma aveva il senso della posizione e faceva le cose più semplici. Nel gioco voluto da Bernardini era prezioso, perché permetteva a Cervato e Segato di sganciarsi senza la paura del contropiede avversario. Lì copriva molto bene.

Armando Segato è stato uno dei miei più cari amici anche fuori dal calcio. Ho sentito molto la sua perdita prematura. In campo era il tipico mediano di propulsione: falcata bellissima, elevazione, gran calcio col piede sinistro. Aveva una continuità di rendimento eccezionale. Nel campionato dello scudetto, soltanto lui e Gratton giocarono 34 partite su 34. E non c’erano sostituzioni...».

1968-69: ESPOSITO- MERLO- DE SISTI- AMARILDO
«Sul piano tecnico e tattico è il centrocampo più bello che abbia mai visto. Erano la dimostrazione che nel calcio conta (o almeno contava) più l’intelligenza della forza fisica. Esposito e Merlo erano mie creature, ma ho visto crescere e diventare un campionissimo anche De Sisti e ho avuto l’onore di allenare per primo Amarildo in maglia viola. Mi piace ricordarli tutti insieme, perché erano giocatori che si completavano e facevano blocco. Vederli giocare insieme era un divertimento: erano tutti dotati di una tecnica sopraffina, avevano prontezza di riflessi, rapidità nei passaggi. Per gli avversari era un’impresa togliergli la palla. Dare il pallone a De Sisti o Amarildo era come metterlo in banca. Il più grande dispiacere della mia carriera lo provai quando fui obbligato a lasciare questi ragazzi verso la fine del campionato 1967-68. Ero certo che con loro potevo fare grandissime cose. Pesaola fu bravissimo a completare l’opera».

1998-99: TORRICELLI- COIS- AMOROSO- RUI COSTA- HEINRICH
«So bene che al calcio si gioca in undici e ho nominato un centrocampista in più. Ma chi tolgo? Amoroso è la rivelazione del campionato. Ne sono felice perché lo conosco da quando era bambino. Le sue doti? Autonomia, personalità, semplicità. Giocatori come lui si vedono poco, ma si sentono molto. Cois è il centrocampista interdittore più forte del campionato. È prezioso in fase difensiva. Sì, qualche volta mi rivedo in lui. Atleticamente è più forte di me; io ragionavo di più, guidavo la squadra con la voce. Cois è giovane e migliorerà sotto questo profilo. Torricelli è generosissimo, gran combattente, non molla mai. Affronta la partita con l’entusiasmo di un ragazzo, riesce a infondere ai compagni la voglia di lottare e di vincere. Non capisco perché la Juventus se ne sia privato. Heinrich, al contrario di Cois, è più portato all’offensiva che alla difesa. È sempre attentissimo, si sa anche sacrificare. Fisicamente è una roccia, come quasi tutti i giocatori tedeschi. È già un grande, ma appena si abituerà del tutto al calcio italiano diventerà grandissimo. Rui Costa ha doti da vendere. Ormai gioca da regista, ma io sono tra coloro che preferirebbero vederlo immediatamente dietro le punte. Pochi come lui riescono a superare l’avversario col dribbling, col palleggio e a liberare così i compagni d’attacco. Se gioca indietro non può sfruttare questa eccezionale qualità o la sfrutta con un attimo di ritardo. Non potrà diventare un regista alla Schiaffino, ma secondo me è sufficiente, per il bene della Fiorentina, che continui a essere... Rui Costa. Del portoghese ammiro anche le doti umane: un giocatore così è prezioso anche nello spogliatoio».

ATTACCANTI

1955-56: JULINHO- VIRGILI- MONTUORI
«Parlare di Julinho come attaccante puro è riduttivo. In quella irripetibile squadra “Giulio” faceva di tutto: l’attaccante (segnò 6 gol), il centrocampista, il difensore. Era l’uomo squadra, sicuramente uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi. Ricordo che prima di ogni partita mi diceva con il viso eternamente serio: “Mi raccomando Beppe: evita i lanci lunghi”. Io gli rispondevo che coi miei piedi potevo fare al massimo passaggi di dieci metri. E lui finalmente rideva. Oltre che un grandissimo campione è stato anche uno dei giocatori più modesti che abbia conosciuto. Un fenomeno: punto e basta. Virgili e Montuori li definii la strana coppia: Virgili tutta potenza, Montuori tutto finezze. Virgili viveva solo per il gol. Ovunque si trovasse tirava in porta. Nel campionato dello scudetto fece 21 centri, ma il suo bilancio poteva essere più consistente. Montuori fu una sorpresa anche per noi compagni di squadra. Sfruttando proprio il fattore sorpresa mise in crisi tutte le difese, soprattutto col dribbling fatto nascondendo il pallone sotto i piedi. Segnò 13 gol tutti di abilità, perché raramente tirava da fuori area. Era un intuitivo, aveva un’abilità straordinaria nel rubare il tempo ai portieri. Anche lui ci ha lasciato e ci mancherà tanto».

1968-69: CHIARUGI- MARASCHI
«Madre natura aveva dotato Chiarugi di una qualità essenziale per un’ala: il dribbling. Purtroppo qualche volta si dimenticava delle... dimensioni del campo. Lo lanciai in prima squadra da ragazzino, dopo che aveva fatto sfracelli in un Torneo di Viareggio. Poco a poco maturò e lasciai in eredità a Pesaola un giocatore determinante. Nessuno sapeva battere i calci d’angolo come lui. Di Maraschi ho un ricordo eccezionale, anche se nella Fiorentina esplose nel campionato dello scudetto, in cui fu il Virgili della situazione, inimitabile uomo d’area. Tirava di destro e di sinistro, era abile nel gioco aereo. L’ho sempre visto sorridente e anche per questo, ovunque sia stato, ha lasciato soltanto amici».

1998-99: EDMUNDO- BATISTUTA- OLIVEIRA
«Edmundo ha una dote non comune: può risolvere da solo una partita in qualsiasi momento. Con Batistuta forma una coppia micidiale. Edmundo possiede intuito, aggressività, palleggio, dribbling, precisione nel tiro. Un attaccante completo, insomma. Vorrei conoscerlo meglio come uomo. Per quello che so e sento dire ha un carattere molto difficile, con il rischio di cadere nelle provocazioni degli avversari. Ho fiducia in Trapattoni, che sa come gestirlo. Oliveira l’ho conosciuto particolarmente come punta. Mi impressionava la sua rapidità nel puntare al gol. L’anno scorso ne ha segnati 15. Ora per necessità di squadra ha dovuto cambiare gioco, ma sa interpretare anche il ruolo di tornante. È un segno dell’intelligenza e non capisco le critiche di qualche tifoso; anzi andrebbe ammirato per lo spirito di sacrificio. Per descrivere Batistuta ci vorrebbero pagine e pagine. Un giudizio superficiale è che Batigol sia capace di sfruttare soltanto l’eccezionale potenza di cui è dotato. Va detto, invece, che tra i centravanti di potenza è quello più dotato anche sul piano tecnico. All’inizio della sua avventura italiana mi lasciava perplesso. Con volontà e applicazione negli allenamenti e nelle partite ha fatto, anno dopo anno, progressi clamorosi. Non riesco a ricordare un suo gol banale o fortunato; al contrario ho visto tanti suoi capolavori. Prima giocava soltanto per se stesso; ora si batte anche per la squadra. È chiaro che la sua forza è quella del goleador di razza. Se arriva in una zona dell’area puoi star certo: nove volte su dieci il pallone finisce in rete. Ho detto che con Edmundo fa una coppia micidiale. Voglio aggiungere che se avesse giocato ai tempi di Hamrin avremmo visto la coppia più forte di tutti i tempi del calcio mondiale. Non è un caso che Hamrin abbia segnato 150 gol e Bati sia destinato a battere questo straordinario record».

Beppe Chiappella non poteva essere più esauriente di così nei giudizi sui componenti di tre grandissime squadre viola. Gli resta il compito più difficile: quello di trasformarsi in un tecnico “super partes” e di comporre la rappresentativa viola ideale con i giocatori di quella formazioni. Chiappella non si scompone: «È un’autentica impresa» commenta, ma poi prende penna e foglio per tracciare il suo schieramento dei sogni: Toldo in porta; Magnini, Rosetta, Brizi e Cervato i difensori; Julinho, Gratton, De Sisti e Amarildo a centrocampo; Batistuta e Montuori le due punte. «Vorrei aggiungere soltanto tre parentesi» conclude Beppe. «Padalino come vice di Brizi, Merlo in alternativa a Gratton ed Edmundo “alter ego” di Montuori. In ogni caso sarebbe una Fiorentina imbattibile. Con tante scuse ai molti campioni lasciati in... panchina».

di Raffaello Paloscia

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