Forza Viola 3/1998



Gli stranieri viola/Pedro Petrone
L'ARTIGLIERE

Aprile 1964. Il corrispondente del “Calcio Illustrato” da Montevideo intervista «un anziano signore stanco e infermo, il cui fisico sta lottando in una clinica contro un male insidioso». Racconta degli anni belli, ma soprattutto del dopo-calcio: «Il mio patrimonio andò disperso, fui costretto a cercarmi un impiego, prima in un albergo, poi al Casinò Municipale di Montevideo. E adesso eccomi qui. Uno dei tanti». «Coraggio...» lo saluta l’intervistatore. «Spero di averne ancora» è la risposta, «come a Firenze». Quell’uomo gravemente malato, quell’uomo sconfitto dalla vita è Pedro Petrone, ex campione olimpionico e del mondo, ex “artigliere”, l’uomo che atterriva i portieri con la potenza del suo tiro. Nel cuore ha ancora Firenze. «Calcio e cavalli: ecco la mia passione» racconta; «sin da quando ero un modesto venditore di ortaggi ho sempre sognato di poter diventare un famoso goleador e di poter possedere una scuderia ippica. Due gioie che mi sono state concesse. Grazie alla Fiorentina, soprattutto. Ah, gli anni ruggenti di Firenze. Vorrei tanto tornare a rivedere il bel sole italiano. Come era bello vivere a Firenze! Che clima! Che città! E che ambiente! Mi sentivo orgoglioso di indossare la maglia viola. A tal punto che in seguito ho voluto adottare gli stessi colori per i miei cavalli da corsa. Ogni vittoria era dedicata alla Fiorentina. Non l’ho mai dimenticata». Lo chiamavano l’artigliere. «Proprio così. Il mio tiro a rete? Fortissimo. Col mio famosissimo “piede proibito” ero capace di mettere k.o. un avversario con una pallonata... Tempi belli...» . La leggenda dell’“artigliere” partiva da lontano. “Venditore di ortaggi”, secondo la sua stessa definizione, e calciatore in erba in una terra fertile di talenti votati al pallone. Erano anni d’oro, per il calcio uruguaiano, favorito da una fioritura di talenti di alto livello che trovavano nel “Metodo” allora imperante il modulo tattico ideale per esaltare, fino a dominarvi il mondo, le loro caratteristiche, qualità tecniche accoppiate a praticità e grinta. Pedro Petrone faceva parte della nidiata di campioni che dominò la scena tra gli anni Venti e Trenta. Nato a Montevideo, aveva tirato i primi calci “veri” nel Charley, passando poi al Solferino ed entrando nel giro della Nazionale, di cui divenne subito titolare, per il suo gioco moderno, fatto di grande mobilità e di micidiali incursioni in area di rigore. Al centro di una prima linea che comprendeva Scarone e Cea, il “cuore” offensivo dei grandi trionfi, “Perucho” Petrone trionfò alle Olimpiadi di Parigi. L’Uruguay battè in finale la Svizzera per 3-0 e al ritorno il ventenne “artigliere” venne ingaggiato dal Nacional, per sostituire la gloria Piendibene. Quando, l’anno successivo, l’International Board modificò la regola del fuorigioco, rivoluzionando il calcio, Petrone trovò l’humus ideale per esaltare ancora di più le proprie qualità. Riducendo da due a uno il numero degli avversari, oltre al portiere, che l’attaccante doveva avere tra sè e la linea di porta al momento del passaggio, si promuoveva l’utilità del gioco in profondità, premiando gli attaccanti rapidi a incunearsi nelle difese e a liberarsi dell’uomo. Per Petrone, un invito a nozze. La sua forza e la sua rapidità, il suo tiro potente e preciso con entrambi i piedi ne fecero un formidabile cannoniere. Il celebre Hector Scarone, a proposito del gioco offensivo di quell’Uruguay invincibile, usava dire: «Non abbiamo problemi ad andare in gol: basta lanciare la palla al centro per “Peruchio”. Ed è gol». L’Uruguay vinse nel 1924 anche il Torneo Sudamericano, poi nel 1928 bissò il successo olimpico ad Amsterdam, battendo in finale per 2-1 (dopo l’1-1 del primo incontro) l’Argentina. Nel 1930, l’apoteosi di quel formidabile gruppo di campioni, la vittoria nella prima edizione della Coppa Rimet, organizzata in casa. Anche in questo caso, successo in finale sugli eterni rivali dell’Argentina. Per Petrone, tuttavia, l’occasione non fu felice. Nel periodo del Mondiale, era fuori condizione. Giocò la prima partita, vinta con qualche sofferenza sul Perù, poi il Ct Suppicci gli preferì Anselmo, che poi rinunciò alla finale, sostituito dal “jolly” Castro. L’episodio tuttavia non incrinò la sua fama di straordinario “artillero”: l’anno dopo lo ingaggiava la Fiorentina del marchese Ridolfi, facendone il perno del proprio gioco offensivo. Era una Fiorentina ambiziosa, appena promossa in A e intenzionata a rimanerci col piglio della protagonista. Numerosi gli ingaggi di grido: il centromediano Bigogno dal Bologna, il mediano Pitto, l’interno Busini III. Come allenatore, il “mago” austriaco Herman Fellsner, reduce dai successi di Bologna. Pedro Petrone era la ciliegina sul budino, il grande attaccante per completare la squadra. La notizia del suo arrivo, l’arrivo di un campione del mondo, suscitò grandi entusiasmi. Il 16 agosto 1931, a Genova, da un transatlantico il bomber sbarcava sul suolo italiano e subito i suoi natali furono circondati da un’aura di mistero. Si scrisse che era nato nel 1905 in Basilicata da genitori lucani, qualche tempo dopo si sostenne invece che aveva visto la luce a Montevideo nel 1900, dunque contava già trentun anni e insomma, si avviava al viale del tramonto. I suoi inizi in maglia viola, d’altronde, si prestarono al fiorire delle più diverse e astruse congetture. Il giocatore non aveva con sè le proprie scarpe da gioco, girò invano Firenze alla ricerca di un paio che si confacesse alle sue preziose estremità. Non le trovò e quando provò ad accontentarsi di... un’imitazione, ne ricavò – dopo il primo allenamento col pallone – alcune escoriazioni che lo convinsero a non accettare più compromessi: si mise in malattia, la società telegrafò a Montevideo per avere le preziose scarpe del giocatore. Il quale, approfittando della sosta, se ne andò a Bologna a trovare il suo compatriota e amico Sansone. La cosa si riseppe e subito qualcuno mise in giro la voce che il “divo” capriccioso non si trovava bene a Firenze e dunque stava già segretamente trattando il proprio passaggio al Bologna. Si trattava di una bufala colossale. Al punto che proprio a Bologna Petrone trovò le scarpe adatte, tornò a Firenze e subito mise piede in campo. La Fiorentina all’epoca si allenava sul terreno della Giglio Rosso, al viale dei Colli, vicino a un bar con giardino e a uno chalet. Bene, quando si combinò la prima partitella, “Perucho”, felice delle nuove calzature, provò il proprio terrificante tiro: il pallone filò un po’ troppo alto, superò la rete di recinzione e il bar e concluse la sua corsa infrangendo una vetrata dello chalet. Bastava mettere a posto la mira e quell’artigliere avrebbe cominciato a far male ai portieri avversari. Una settimana prima dell’avvio del campionato, si inaugura il nuovo stadio “Berta”, ospite d’onore l’Admira Wacker, squadrone esponente del calcio danubiano allora imperante in Europa. I viola di Fellsner vincono per 1-0, grazie a un gran gol di Petrone, che automaticamente diventa l’idolo della folla. Il 27 settembre, contro il Brescia, “Perucho” dà il via alle personali danze, aprendo le marcature del 2-1 rifilato alle “rondinelle”. Il campione “c’è”, senza dubbio: rapido e potente, sa resistere alle durezze dei difensori, li batte in velocità e arma due piedi davvero al fulmicotone. Uno spettacolo. La Fiorentina neopromossa è la rivelazione del campionato, si piazza al quarto posto dietro Juventus, Bologna e Roma. Petrone è capocannoniere assieme al bolognese Schiavio, con 25 reti. Ha giocato in tutto 27 partite, la sua media è strabiliante. La Fiorentina vuole crescere ancora. Arrivano altri uruguaiani: Antonioli (già acquistato) e poi Gringa e Sarni, per una squadra che vuole puntare allo scudetto. Quando, il 23 agosto, Petrone torna dalle vacanze nella propria terra, alla stazione ad attenderlo trova centinaia di tifosi in festa. Il giorno dopo dichiara alla “Nazione”: «Sono cose che fanno bene al cuore e io vedrò di esserne riconoscente ai fiorentini, cercando di soddisfarli pienamente nella prossima stagione calcistica». Ovvero, le ultime parole famose. Il campionato comincia e Petrone parte a razzo: due gol al Torino in trasferta e due all’Alessandria in casa nelle prime due giornate. La Fiorentina sembra ancora più forte e sulle prodezze dell’asso uruguaiano fioriscono gli aneddoti. Si dice che a ogni gol faccia seguire una capatina all’ufficio telegrafi, per un messaggio alla famiglia: «Fiorentina vinto, io segnato, baci», ma i gol sono tanti che i compagni una volta organizzano una colletta scherzosa per impedirgli di dissanguarsi a forza di telegrammi. Purtroppo, l’idillio si interrompe improvvisamente, nel corso di un mese “rovente”. Il 19 febbraio 1933 la Fiorentina perde per la prima volta in casa, a opera del Torino, che va in gol con Bo dopo 12 minuti senza che poi i viola riescano a recuperare. Fellsner decide allora di escludere l’“artillero”, sostituendolo con lo scalpitante Borel I, fratello maggiore del “Farfallino” che proprio in quella stagione andava cogliendo i suoi più grandi exploit con la maglia della Juventus. Gli effetti della medicina sono contraddittori: vittoria sonante (3-0) ad Alessandria, vittoria di misura col Bari (1-0), poi il crollo a Milano con l’Ambrosiana di Meazza, dopo il vantaggio siglato da Borel. I tifosi si mobilitano: vogliono nuovamente l’“artillero” in squadra. La domenica successiva, il 19 marzo, Fellsner lo rimanda in campo al Comunale contro la Triestina, ma gli esiti sono scarsi. Petrone giochicchia, non sembra nemmeno lui. Per scuoterlo, Fellsner gli ordina di scambiarsi di posto con Prendato, l’ala destra. Questi riporta al centravanti il messaggio del tecnico e se ne ha in risposta un categorico diniego. Lo riferisce al tecnico, che insiste rimandando Prendato dall’uruguaiano col suo ordine tattico e a quel punto Petrone, sotto gli occhi sbigottiti del pubblico che assiste a quell’avanti-indietro, chiude la questione mandando al diavolo Fellsner. La Fiorentina perde, il marchese Ridolfi al termine tiene a rapporto il tecnico e poi infligge al centravanti una pesante multa, duemila lire. L’unica piega che fa Petrone è quella dedicata a giacche e pantaloni del suo guardaroba, preparando in fretta le valigie. Non ha nessuna intenzione di pagare la multa. Non si sa come, riesce a procurarsi un altro passaporto in sostituzione di quello depositato nella segreteria della società viola e la notte del 23 marzo parte per Genova, imbarcandosi su un piroscafo diretto in Uruguay. A Firenze la moglie sbriga le ultime faccende, poi di Petrone non si sa più nulla, mentre Fellsner paga la propria gestione della vicenda con la panchina, affidata all’ungherese Rady.

La Fiorentina assorbe magnificamente il colpo. Il posto di Petrone viene preso definitivamente da Borel I, il quale fa degnissimamente la propria parte (9 gol in 16 partite il suo bottino finale) nella rincorsa della squadra viola alle posizioni di vertice. La Fiorentina sale dal nono al quinto posto finale. Niente male, anche il salto di qualità programmato in avvio di stagione viene rimandato a migliore occasione. Appena sbarcato in patria, Petrone trovò subito l’ingaggio, tornando nelle file del Nacional, con cui fece in tempo a vincere lo scudetto del 1933.
Poi arrivarono le sanzioni della Fifa per l’inadempienza grave con la Fiorentina e la sua carriera finì di colpo. Il dopo, lo raccontava lui dal suo letto d’ospedale, i soldi (parecchi) guadagnati col pallone sperperati in un amen, i tentativi di rifarsi una vita, la malattia. Coltivando ancora i rimpianti per la bellissima quanto breve avventura fiorentina, troncata per una bizza di cui poi amaramente si pentì, morì poco dopo.

Lasciando il ricordo di uno dei più grandi cannonieri della storia del calcio.

di Carlo F. Chiesa



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