Forza Viola 1/1999
Gli stranieri viola/Daniel Passarella
L'EPOPEA DEL CAUDILLO
Leader nel senso più vero, ecco lunico termine che
da solo può sintetizzare la straordinaria figura di Daniel Passarella.
Ma anche di più: caudillo, un dittatore alla sudamericana,
per intenderci.
Basti pensare che i neo convocati della Nazionale argentina, al tempo in cui
vi giocava da superbo libero, ricevevano da lui e da quellaltro simpaticone
del centrocampista Gallego questo originale benvenuto: Ehi, ragazzo, guarda
che qui non cè la democrazia: qui comandiamo noi due.
Giocava a calcio, il piccolo Daniel, con una grinta inimmaginabile per la sua
età. Segno del destino, evidentemente.
Nativo di Chacabuco, sperduta cittadina della Pampa distante duecento chilometri
da Buenos Aires, fin dalle prime partite nei polverosi campi di periferia metteva
in luce il suo incredibile temperamento. Non di rado i genitori si trovarono
costretti a trasportarlo sanguinante allospedale, reduce da un ruvido
contrasto con qualche avversario più robusto di lui. Una volta, addirittura,
picchiò la testa e fu dato per morto. Poi, ovviamente, si rialzò
con lunica idea di ricominciare da dove era stato interrotto. Era fatto
così, a nulla valevano le raccomandazioni di mamma e papà: per
Daniel ogni incontro era una battaglia da vincere a ogni costo. Sottrarsi alla
pugna sarebbe stato da vili.
Probabilmente, senza questa forza di spirito quel ragazzino con la faccia da
indio non sarebbe mai diventato il libero più forte del mondo.
A soli cinque anni, pensate, si impose di diventare mancino, per continuare
a giocare a calcio nonostante il gesso che era stato costretto a portare alla
gamba destra in seguito a un incidente dauto occorsogli col nonno. Tanti
bambini avrebbero rinunciato a correre dietro il pallone e si sarebbero dedicati
ad altro per un mesetto, ma il piccolo Daniel no. A dispetto della giovane età,
era spinto da una furia quasi mistica. Il pallone e niente altro.
La sua prima squadra fu lArgentinos, nome tuttaltro che originale
della formazione del suo paese natale. Aveva quindici anni, giocava allala
sinistra e segnava di testa, nonostante la statura non... torreggiante. Con
i compagni conquistò il titolo regionale, suscitando lattenzione
di alcuni talent-scout.
Il Boca Juniors, uno dei club più famosi dArgentina, lo chiamò
per un provino, che però andò male e non se ne fece nulla.
Ma il guerriero non si arrese neppure quando fu scartato da un altro club importante,
lEstudiantes. Anzi, raddoppiò limpegno. La sua occasione
stava per arrivare. Venne scelto dal Sarmiento, formazione che militava in Serie
C. Sarebbe cominciato dal basso, nessun problema. Lallenatore si chiamava
Raul Hernandez e quel ragazzino con gli occhi di fuoco non lo vedeva proprio
a giocare sullala. Gli diede allora il numero tre, certo che gli attaccanti
avversari non avrebbero avuto vita facile con un tipo del genere. Non si sbagliava:
nonostante la verde età, Daniel si impose presto come autentico faro
della squadra, per la carica che sapeva infondere ai compagni e per il suo costante
e fondamentale apporto anche nella metà campo avversaria. Quella stagione
segnò quindici reti, cifra pazzesca per un difensore. Hernandez vide
in quel giovane i numeri del campione e decise di segnalarlo allamico
Omar Sivori, che prontamente lo portò al River Plate. Il grande club,
finalmente. Passarella non tardò a entrare nellundici titolare,
per consolidarsi definitivamente nel ruolo di libero. Giocava bene e giocava
duro, ma soprattutto, anche a Buenos Aires, impressionò per la dedizione
alla causa della squadra.
Era una furia: urlava come un ossesso per caricare i compagni anche in allenamento,
in campo si ergeva come una diga davanti al portiere, sempre pronto a far ripartire
lazione con le sue potenti falcate.
La Nazionale ovviamente non poteva fare a meno di un tipo così e presto
lo chiamò, per farne rapidamente un punto fermo. Erano anni importanti,
lArgentina aveva ottenuto per la prima volta lorganizzazione del
Mondiale, bisognava fare le cose bene anche sul piano tecnico. Il Ct Menotti
costruì una squadra tosta, tuttaltro che perfetta, ma pronta a
dare battaglia anche e soprattutto grazie a quel leader che giganteggiava nelle
retrovie. Cera già, straordinariamente precoce, un ragazzino di
sedici anni, Maradona, ma Menotti, che pure stravedeva per i suoi colpi di genio,
preferì portarlo alla rassegna come mascotte (soprattutto per garantirgli
vitto sano e abbondante in vista della sua crescita). Passarella era il capitano
di quella formazione, che con qualche aiuto (ehm) ambientale alla fine trionfò,
battendo in finale lOlanda in un drammatico confronto. Tra i protagonisti
assoluti, lui, il piccolo libero dal cuore grande e dalla forza smisurata.
Inevitabilmente le sirene dei club doltreoceano iniziarono a farsi sentire,
ma Daniel preferì rimanere in patria per prepararsi al meglio a difendere
il titolo di Campioni del Mondo in Spagna. Lossatura del 78, più
i virgulti del Mondiale juniores, Diaz e Maradona: chi non avrebbe scommesso
su un clamoroso bis? Invece lepilogo è noto: Passarella finì
la propria avventura iberica in lacrime, schiantato prima dallItalia di
Bearzot e poi dal tremendo Brasile dei mille fenomeni.
Nonostante lumiliazione patita dalla Nazionale biancoceleste, il sudamericano
era ancora ritenuto il libero più forte del mondo e le richieste da parte
delle squadre di mezza Europa si rinnovarono.
A spuntarla sulla concorrenza di Roma e Real Madrid fu la Fiorentina.
Dopo otto gloriose stagioni con la maglia del River Plate, Daniel si preparava
ad affrontare, ormai ventinovenne, lavventura più difficile della
sua straordinaria carriera. In riva allArno i tifosi, ancora scottati
dalla tremenda delusione patita nella stagione precedente, videro in Passarella
luomo del riscatto, colui che avrebbe lavato lonta con la sua carica
di inimitabile trascinatore. Il ruolo, certo, lasciava perplesso qualcuno, ma
il giocatore pareva una garanzia assoluta: determinante era stato con lArgentina,
avrebbe potuto esserlo anche in viola.
Su queste basi, col tempo, si sarebbe instaurato un rapporto intensissimo fra
la città e il giocatore; più freddo, invece, sarebbe sempre rimasto
quello con la famiglia Pontello.
Il fatto è che gli esordi in maglia viola furono da dimenticare: abituato
a prendere la squadra in pugno, si ritrovò a essere soltanto uno degli
undici che scendevano in campo. Non si poteva più permettere le scorrerie
che lavevano reso celebre: lallenatore De Sisti pretendeva da lui
disciplina e ordine tattico. Chiuso nella gabbia, il suo valore autentico si
annebbiava; costretto a fare il libero classico, col compito da svolgere senza
sbavature, diventava un giocatore normale.
Inevitabili gli piovvero addosso le critiche della stampa e dei tifosi, che
fecero prontamente sparire la bandiera argentina dalla Fiesole.
Si diceva che non sapesse chiudere, che facesse confusione avanzando
con la palla al piede e addirittura che fosse scarso di testa. Troppo poco per
stroncare uno come lui. Daniel decise di rispondere con i fatti. Si chiuse nel
mutismo più assoluto per due mesi e si impose, a costo di violentare
la sua indole ducesca, di seguire gli ordini del mister. Si adeguò con
rigore alle istruzioni della panchina, pur con licenza di incursione nelle aree
avversarie, e come per magia il vessillo biancoceleste tornò
a garrire in curva. I tifosi avevano ritrovato il giocatore che aveva fatto
innamorare un Paese, la squadra un nuovo leader.
Nonostante questo, la Fiorentina non riuscì mai a inserirsi nel vivo
della lotta per lo scudetto, e si trovò relegata nelle posizioni di rincalzo.
Passarella sarebbe rimasto altre tre stagioni, vissute costantemente da protagonista.
Nel corso dellultima, poi, avrebbe stabilito il record (ancora imbattuto)
di reti segnate da un difensore nel nostro campionato: ben undici. Al termine
del torneo, però, i già non idilliaci rapporti con la famiglia
Pontello si trasformarono in scontro aperto, e Daniel, abituato a firmare soltanto
contratti annuali, cedette alle lusinghe dellInter di Trapattoni, che
nutriva ambizioni di scudetto.
Forse scottato dal fatto di non aver potuto partecipare ai Mondiali messicani
del 1986 per un virus e offuscato dallo splendore della stella di Diego Maradona,
Passarella non riuscì a ergersi a leader dei nerazzurri, che vissero
due stagioni interlocutorie.
Durante la sua permanenza a Milano, poi, il grande libero si rese protagonista
di un episodio spiacevole (eufemismo): in un incontro con la Sampdoria a Marassi,
sotto di un gol, largentino prese a calci un giovane raccattapalle genovese
che ritardava la restituzione della sfera. Messo in croce dalla stampa, fece
pubblica ammenda, ma la sua immagine di fiero guerriero ne uscì irrimediabilmente
compromessa. LInter, ormai presa dal progetto teutonico di Brehme e Matthäus,
fu ben lieta di lasciarlo tornare al suo amato River Plate. La leggenda volgeva
al tramonto.
Appese le scarpe al chiodo, Passarella divenne allenatore di successo, ricoprendo
anche la carica di commissario tecnico della nazionale argentina per quattro
anni, fino alleliminazione dai Mondiali di Francia della scorsa estate.
di Filippo Manaresi