Forza Viola 5/1998



Pasquale Padalino
LA PAROLA ALLA DIFESA

«Dove sarò a metà giugno? Mi piacerebbe rispondere: in Francia con la Nazionale. Invece incombe il pericolo che Cecchi Gori ci raduni tutti a Firenze per prepararci all’Intertoto...».
Pasquale Padalino passa per il giocatore più serio, più introverso, forse più scontroso della Fiorentina, ma quando vuole riesce a tirar fuori battute brillanti. Quella dell’Intertoto, per esempio. «Una battuta?» continua Padalino. «Me lo auguro, ma il pareggio col Vicenza e la sconfitta di Bergamo hanno maledettamente complicato una situazione che sembrava chiarissima dopo l’impresa di Parma. Dalla conquista del posto Uefa dipende il nostro bilancio della stgione. Se ci arriviamo, meritiamo un bel nove in pagella. Non era facile, vista la concorrenza. Siamo partiti con un allenatore nuovo, giovane, all’esordio in Serie A. Abbiamo dovuto cambiare gioco e mentalità rispetto al passato. Per molti di noi è stato un sacrificio che, però, abbiamo affrontato con entusiasmo. Abbiamo subito composto un bel gruppo, ci siamo battuti con grande impegno per centrare l’obiettivo. Ci è mancata la continuità, ma credo che le giornate buone, le soddisfazioni, siano state superiori alle domeniche negative, alle delusioni. Abbiamo imboccato una strada che in futuro potrebbe portarci lontano, se ci sarà data la maniera di seguirla. Purtroppo il futuro non dipende da noi. Proprio per il lavoro che abbiamo fatto tutti insieme – noi giocatori, Malesani e i suoi collaboratori – il bilancio resterà buono, da sette in pagella. Sono certo che la maggioranza dei tifosi la pensi come me e ci saluterà con un applauso, nell’ultima di campionato, comunque vada a finire. Resta il rammarico che questo gruppo sia destinato a sgretolarsi, a perdere più di un “pezzo”, magari a cominciare dall’allenatore».

Fino a che punto la vicenda Malesani ha influito sul rendimento non esaltante della Fiorentina dopo la grande vittoria sulla Juventus?
«Sicuramente all’interno della squadra si è creato un certo malumore, è mancata in parte la serenità. Ma non penso che questa vicenda abbia avuto un peso determinante sul nostro rendimento. Non era un problema nostro, ma del presidente e dell’allenatore».
La squadra, quasi al completo, si è comunque espressa a favore di Malesani.

«È stato un giudizio sincero, spassionato. In un ambiente in cui non si dice mai la verità, questo atteggiamento andrebbe apprezzato. Penso che con i tifosi sia andata proprio così. Un allenatore ha bisogno di anni per vedere le sue idee messe in pratica sul campo. Ripeto: al primo campionato con Malesani difficilmente i risultati potevano essere migliori di quelli che abbiamo ottenuto. In trasferta abbiamo quasi stabilito un record di vittorie. Con qualche avversità in meno e un po’ più di fortuna avremmo lottato per il terzo posto».
Con il nuovo gioco, il campionato è stato duro soprattutto per voi difensori.

«La difesa a tre comporta un notevole dispendio di energie fisiche e mentali. In fondo abbiamo superato l’esame. Ma è stata tutta la squadra, secondo me, a meritare la promozione sul campo».
Eppure per lei sono arrivati i primi fischi dei tifosi.
«Sono fischi che mi hanno ferito, anche se provenivano da una ristretta minoranza. Non porto rancore. Del resto sono stato applaudito tante volte e una giornata di contestazione può anche starci. Più che il giudizio di certi tifosi ipercritici, mi interessa quello dell’allenatore e dei dirigenti. Mi risulta che tutti siano rimasti soddisfatti del comportamento di Padalino, tenendo conto che tra i difensori sono quello che ha dovuto cambiare di più gioco e posizione rispetto al passato».

Questo è il suo terzo campionato nella Fiorentina, il primo con Malesani, dopo i due con Ranieri. Si sente di dare un voto alla squadra e al Padalino nelle due precedenti stagioni?
«Ricordo il primo campionato con entusiasmo perché abbiamo ottenuto una vittoria esaltante in Coppa Italia. Non potrò mai dimenticare il trionfo che trentamila tifosi ci tributarono allo stadio, a notte fonda, al ritorno da Bergamo dopo il successo nella seconda finale. Nel dare un voto non si deve dimenticare che anche quella squadra era stata rinnovata in quasi tutti i reparti. Ranieri ebbe il merito di farci amalgamare in poco tempo. Una Fiorentina da nove anche quella. E siccome Padalino diede un valido contributo ai successi, do un nove anche a lui, senza falsa modestia. La stagione successiva cominciò molto bene, col trionfo nella Supercoppa di Lega in casa del Milan. Fu una partita spettacolo che, purtroppo, creò troppe illusioni. Eravamo impegnati su tre fronti – campionato, Coppa delle Coppe, Coppa Italia – e forse chiedemmo troppo alle nostre forze. Pensavamo soprattutto alla coppa europea, e saremmo arrivati alla finalissima se non ci fossimo imbattuti in un Barcellona molto forte, fortunato e appoggiato dagli arbitri. Do alla Fiorentina tre voti diversi: 4 in Coppa Italia, 5 in campionato, 9 in Coppa delle Coppe. Per me fu una stagione contrassegnata da più di un infortunio. Dovetti restare fuori squadra per un lungo periodo, ma penso nel complesso di aver meritato un sei e mezzo».

Dimentica un particolare importante: proprio in quella stagione lei raggiunse il traguardo della Nazionale...
«Una soddisfazione immensa e un’esperienza indimenticabile anche sotto il profilo umano, visto che ho indossato la mia unica maglia azzurra a Sarajevo, nella famosa partita della pace. La città era ancora sconvolta dagli eventi bellici, eppure ricevemmo un’accoglienza commovente. Per un calciatore, una giornata come quella vale come tutta una carriera. Il risultato fu negativo: perdemmo 2-1 contro un avversario modesto, ma caricatissimo. Commissario tecnico era ancora Arrigo Sacchi. Alla fine mi diede la mano, mi fece i complimenti e fissò l’appuntamento per le gare successive. Dopo poche settimane, però, fu esonerato e io la Nazionale non l’ho più vista. È chiaro che sono rimasto deluso. Maldini mi conosce, perché mi ha convocato per l’Under 21 europea, la stessa in cui giocavano Albertini, Favalli, Bonomi, Marcolin. Per i Mondiali ho perso da tempo ogni speranza. Cercherò di rifarmi dopo. Ho 26 anni, non credo di passare per presuntuoso se affermo di nutrire ancora qualche ambizione».

Arrigo Sacchi è rimasto un suo estimatore: si dice che vorrebbe portarla a Madrid...
«Se è vero, lo ringrazio. Prima o poi un’esperienza all’estero – in Spagna o in Inghilterra – mi piacerebbe farla, ma in questo momento preferirei restare in Italia».

A Roma c’è un altro tecnico che la stima tantissimo. Si chiama Zdenek Zeman...
«È una conoscenza che risale a quasi dieci anni fa, in quel Foggia che fu definito “squadra dei miracoli”, visto che in pochi anni passò dalla Serie C alla A. Era il Foggia di Baiano, Signori, Rambaudi, Petrescu, Barone, Shalimov, Kolyvanov. Il mio rapporto con Zeman non fu del tutto idilliaco. Inizialmente mi considerava una grande speranza. A diciotto anni mi fece esordire in Serie B; due anni dopo mi fece partire titolare nel massimo campionato. Poi mi accantonò quasi all’improvviso e io gli chiesi di cedermi, perché volevo giocare. Lui prese questa richiesta come un affronto. Mi mandarono a Bologna in una stagione infelice per la squadra rossoblù, che cambiò addirittura tre allenatori in un solo campionato: Bersellini, Cerantola e Fogli. Poi fui spedito a Lecce. Giocai 30 partite in una squadra, modestissima, che finì all’ultimo posto conquistando appena 11 punti. Un’altra annata avventurosa, giocavo più a centrocampo che in difesa e segnai tre gol. Il Foggia, comunque, mi riprese in Serie A. Era andato via Zeman ed era arrivato Catuzzi. In quella formazione c’erano giocatori come Di Biagio, Kolyvanov, Cappellini. Partimmo alla grande e a un certo punto eravamo terzi in classifica. Poi arrivò la crisi e la conseguente retrocessione. Giocammo una delle partite più belle a Firenze. Finii sul taccuino di Ranieri e la Fiorentina decise di acquistarmi. Per me è stato un bel salto di qualità».

La coppia Padalino-Amoruso venne considerata una delle più forti del campionato.
«La nostra fu un’intesa immediata. Nel calcio attuale, però, bisogna fare i conti con troppi fattori esterni. I soliti incontentabili ci accusavano di essere una coppia centrale troppo lenta. Valli a capire... La Fiorentina e Amoruso hanno colto al volo una favolosa offerta scozzese. Non posso dar loro torto, anche se mi è dispiaciuto perdere un compagno bravissimo e un ottimo amico».
La critica più severa che le viene mossa è di rischiare troppo anche in situazioni difficili. C’è chi sostiene, insomma, che a lei piace guardarsi allo specchio.

«Confesso che a me piace lo spettacolo e questo, nel calcio, comporta qualche rischio. Ma si tratta di rischi calcolati, non di follie. Se faccio un esame di coscienza, devo ammettere che nei tre anni di militanza nella Fiorentina ho grosse responsabilità su un solo gol: quello realizzato quest’anno da Boksic con la Lazio. Ci si mise di mezzo anche la sfortuna: persi con troppa superficialità un pallone a metà campo e Boksic fu di una bravura eccezionale. Con un avversario normale forse non sarebbe successo niente».
È vero che Zeman, nonostante il diverbio di tanti anni fa, la vorrebbe alla Roma?
«L’ho letto sui giornali, fra le tante voci di calciomercato. Io sono legato alla Fiorentina da un contratto che scade alla fine del prossimo campionato. Per il momento non so quali siano le intenzioni della società. A Firenze sto bene: bo vinto una Coppa Italia e una Supercoppa, ma non nascondo che mi piacerebbe lottare per traguardi più importanti. Spero di farlo con la Fiorentina. L’ho già detto: questo è un gruppo forte, con un paio di rinforzi può competere contro qualunque avversario».

Ronaldo, Del Piero, Batistuta: gli attaccanti più forti del mondo giocano in Italia.
«Sono tre fuoriclasse che da soli possono decidere qualsiasi partita. Con Batistuta gioco da tre anni: è un vero capitano, un trascinatore. Gabriel, però, non si arrabbierà se confesso che il mio idolo è sempre stato Maradona. È lui il vero fenomeno, il simbolo del calcio-spettacolo. Quello che ha fatto fuori dal campo mi interessa relativamente: sono problemi suoi, nessun uomo è perfetto. In campo dovranno passare almeno venti anni per rivedere un calciatore come Diego. Pelé l’ho visto soltanto in qualche filmato d’epoca: grandissimo anche lui. Ma credo che il campionissimo di tutti i tempi sia stato Maradona. Tra i giocatori di questo periodo solo Ronaldo ha la possibilità di imitarlo, ma non di superarlo. Con Maradona il calcio diventava un’arte».

di Raffaello Paloscia

torna indietro