Forza Viola 2/1997



Luis Oliveira
L'ARTE DEL GOL

Giovannino Trapattoni ha fatto appena in tempo a conoscerlo nella sua breve permanenza a Cagliari, ma è un ammiratore entusiasta di Luis Oliveira: «Nei pochi mesi in cui ho allenato la squadra rossoblù, Oliveira è stato uno dei giocatori che si sono comportati meglio in campo e fuori. Un attaccante nato. Ero sicuro che prima o poi si sarebbe trasferito in una grande squadra. Con la Fiorentina si è già messo in evidenza nella stagione scorsa, anche se ha dovuto superare gli inevitabili problemi di ambientamento. Questo può essere il suo campionato. Certamente con Batistuta e Robbiati forma un trio d’attacco che può dare filo da torcere a qualsiasi difesa».

Il giudizio di Bruno Giorgi, altro ex allenatore del Cagliari, è addirittura esaltante: «Oliveira è un ragazzo eccezionale, disponibile, umanamente pulito: insomma, un professionista con i fiocchi. Sul piano tecnico non si discute: una seconda punta di eccezionale rendimento, capace di decidere anche le partite più difficili».
Anche Carletto Mazzone, col quale Luis ha avuto più di uno scontro nella fase iniziale, s’inchina di fronte all’Oliveira calciatore: «È un giocatore moderno, irresistibile come punta, che rientra per mantenere corta la squadra. Il suo istinto, tuttavia, è quello del gol. Nel Cagliari doveva far dimenticare un idolo come Fonseca. Alla fine c’è riuscito». Luis Oliveira ringrazia. Gli elogi sinceri di Trapattoni, Giorgi e Mazzone lo ripagano dei bocconi amari che in passato (anche di recente) ha dovuto ingoiare per episodi che lo hanno visto protagonista, suo malgrado. Lui è stato discusso, poi ha sempre vinto le sue battaglie con l’arma più micidiale del calcio: i gol. Prima polemica: l’orecchino “odiato” proprio da Mazzone. Il fatto risale all’arrivo a Cagliari dal Belgio. Come Maradona e tantissimi altri calciatori, a Oliveira è sempre piaciuto portare un orecchino con brillante all’orecchio sinistro. Mazzone non voleva e fra il tecnico all’antica e il giocatore senza complessi ci sono stati momenti di frizione. Il vecchio Carletto, alla fine, ha dovuto arrendersi di fronte alle prodezze di Oliveira. L’orecchino è rimasto. Seconda polemica: il morso a Savicevic. È accaduto nel novembre del 1995 in una partita col Milan. Oliveira è caduto dopo uno scontro con il “Genio” rossonero ed è rimasto a terra dolorante. Savicevic non credeva alla gravità dell’infortunio e ha invitato Oliveira a rialzarsi prendendolo per i capelli. Per il dolore, Oliveira ha reagito afferrando una gamba dell’avversario e mordendogli un parastinco all’altezza del polpaccio. Inutile aggiungere che televisioni e giornali del nord hanno “marciato” sull’episodio con pesanti accuse a Oliveira che, anche in questo caso, ha preferito mettere a tacere gli accusatori non con le parole, ma con i fatti: comportamento esemplarmente corretto e tanti gol.

Terza e ultima clamorosa polemica: il falso rigore con Toldo. Negli ultimi minuti della partita interna contro la Fiorentina (campionato ‘95-96), con il Cagliari già in vantaggio, Oliveira si è esibito in uno spettacolare tuffo su un’uscita di Toldo. L’arbitro Pairetto non ha esitato a fischiare il rigore che ha permesso al Cagliari di vincere per 2-0. Poi la moviola ha dimostrato che non c’era stato alcun contatto e Oliveira è finito di nuovo nell’occhio del ciclone come simulatore. Il destino ha voluto che pochi mesi dopo l’attaccante cascatore fosse acquistato proprio dalla Fiorentina. Inizialmente i tifosi lo hanno accolto con cori spiritosi, ma polemici. Poi Oliveira è diventato, grazie al gioco, uno degli idoli della curva Fiesole.

E spera di restarlo per lungo tempo, perché lui in questa Fiorentina crede davvero. «Siamo una squadra completa e di sicuro la più divertente d’Italia, in grado di onorare sempre lo spettacolo. Ci manca solo la continuità e, soprattutto, la capacità di mantenere la stessa concentrazione dal primo al novantesimo minuto. La beffarda sconfitta di Milano contro l’Inter e quella interna contro l’Empoli sono gli episodi più significativi in proposito. La mia speranza è che la Fiorentina continui a giocare come sa, perché il gioco alla fine premia. La mentalità giusta ce la sta infondendo Alberto Malesani, un allenatore che ci ha sorpreso per la sua bravura. In questa Fiorentina bisogna credere per forza. Siamo tanti giocatori con esperienze internazionali, come Batistuta, Rui Costa, Schwarz, Toldo, Padalino e io stesso. Non si può parlare d’inesperienza, anche se ci manca un giocatore come Francescoli, che nel Cagliari, con il suo carisma, sapeva guidarci anche nei momenti più difficili. Qualcuno teme che la ricerca continua del bel gioco alla fine risulti un difetto. Io non lo penso, ma qualche volta, rivedendo le mie partite, mi chiedo: Luis, non sarebbe un bene se tu giocassi peggio e segnassi qualche gol in più come in passato? Di una cosa sono felice: qualche critico sosteneva che io e Batistuta, due uomini-gol portati all’egoismo, non ci saremmo mai intesi sul campo. È vero che nel campionato scorso, all’inizio, abbiamo stentato a trovarci, ma le cose sono migliorate col tempo e ora l’intesa funziona benissimo. Lui segna un gol dopo l’altro, io no. Ma verrà anche il mio momento».

— Non teme l’arrivo di Edmundo?
«Io non ho paura di nessuno; anzi, sono certo che con Edmundo aumenteranno gli stimoli per tutti gli attaccanti viola. Non sono un presuntuoso, ma ho grande fiducia in me stesso».
— Si è reso conto che il divorzio tra la Fiorentina e Ranieri è dipeso soprattutto dall’impiego sbagliato che l’allenatore faceva di Oliveira?

«Non credo che sia questo il motivo principale della rottura del contratto. Confesso che per me era un vero castigo giocare nella posizione arretrata, quasi da difensore, in cui Ranieri mi ha impiegato in tante occasioni. Nell’Anderlecht e nel Cagliari ero una punta fissa e segnavo tanti gol. Detto questo, però, debbo aggiungere che il rapporto con Ranieri è stato ottimo e mi ha sorpreso la notizia del “divorzio”. L’ho saputo in Belgio, dove mi trovavo con la Nazionale».
— A proposito di allenatori: in Italia ne ha avuti diversi e tutti di gran nome.
«Proprio così. In ordine temporale mi hanno allenato Mazzone, Tabarez, Trapattoni, Giorgi, Ranieri, Malesani. Non voglio parlare di Malesani per due motivi: è ancora presto per giudicarlo e se lo elogio troppo i compagni mi accusano di... ruffianeria. Degli altri ricordo con affetto e riconoscenza soprattutto Bruno Giorgi, che con i suoi insegnamenti ha inciso in maniera determinante sul mio carattere. Un grande tecnico, incompreso a Milano, è stato Tabarez. Ma debbo qualcosa a tutti, compresi Mazzone (col quale ho stentato ad andare d’accordo, ma poi siamo diventati amicissimi), Trapattoni (che ho conosciuto troppo poco) e Ranieri, benché mi facesse giocare in modo diverso dalle mie abitudini e dalle mie caratteristiche».

— La Nazionale belga: vi siete giocati il primo posto nel girone con la doppia sconfitta con l’Olanda e ora dovrete affrontare lo spareggio.
«È stata una grande occasione persa. Gioco in Nazionale da poco più di quattro anni e ho già conosciuto tre Commissari tecnici: Van Himst, Van Moer e Leekens. Nella partita d’andata con l’Olanda c’era in panchina Van Moer che, giocando in casa, rischiò il tutto per tutto e mandò in campo cinque attaccanti: io, Nilis, Degryse, Wilmots e Steelens. L’Olanda ci rifilò tre gol. Nel ritorno Ct era Leekens, che è stato prudentissimo. Puntava al pareggio e ci ha fatto giocare molto chiusi. Abbiamo resistito mezz’ora, poi abbiamo ceduto. Errori tattici a parte, la squadra è buona e ci rifaremo negli spareggi. Spero che Belgio e Italia si ritrovino nella fase finale. Contro gli azzurri ho giocato molto bene un’amichevole a Cremona un anno fa, prima del campionato d’Europa. Mi dicono che Cecchi Gori abbia deciso il mio acquisto dopo avermi visto in quella partita».

— È vero che il suo idolo è Zico?
«Esatto. Per un brasiliano — anche se ha acquisito la nazionalità belga — è un fatto normale. Prima c’era Pelé, poi Socrates, Zico, Romario e ora Ronaldo. Quando mi trasferii in Europa — a sedici anni — comprai un sacco di cassette di Zico. In Brasile andavano a ruba...».

— Il suo hobby: i cavalli.
«Una... malattia che ho contratto in un viaggio a Tunisi. Mi innamorai dei purosangue, provai a cavalcare, caddi, ma non mi smontai. Ora in Sardegna, a Moratera, posseggo quattordici cavalli da concorso. Li cura mia moglie Annalisa, una vera intenditrice. Le soddisfazioni non mancano».
— Al momento di lasciare Cagliari, lei rifiutò grosse offerte in Italia, in Francia, in Spagna e disse: scelgo Firenze perché mi piacciono le città antiche, con la storia, con i monumenti. Si è mai pentito della scelta?

«Mai, assolutamente. Amo la Fiorentina e Firenze. La Fiorentina perché è sulla strada per diventare una grandissima squadra; Firenze — ma non lo scopro certo io — perché è una città unica al mondo. Quando il calcio me lo consente, vado in centro e mi fermo spesso in Piazza del Duomo. Resto incantato davanti alla cattedrale con la sua cupola, col Battistero, col campanile di Giotto e mi chiedo come la mente di un uomo abbia saputo ideare e costruire cose tanto belle».
Ecco, questo è il vero, autentico Oliveira, ragazzo di rara umanità e calciatore di grande talento. Con tanti saluti a chi, in passato come negli ultimi tempi, ha cercato (inutilmente) di coinvolgerlo nelle polemiche con accuse incomprensibili e assurde.

di Raffaello Paloscia

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