Forza Viola 5/1999



Giancarlo Morrone
L'ALA CHE NON VOLAVA

Giocava nella Serie B argentina e si era anche ritagliato un po’ di gloria personale a suon di reti. Ma nel Vecchio continente il diciannovenne Juan Carlos Morrone era del tutto sconosciuto.
Le società dello Stivale trattavano i grandi nomi, quelli che eccitavano le folle. Che figura avrebbe fatto un dirigente, presentando ai propri tifosi un Morrone qualsiasi?
E la giovane ala della Platense, che già faticava a emergere in Sudamerica, mai si sarebbe aspettata di trovarsi improvvisamente catapultata dall’altra parte dell’Oceano.

Come questo accadde è presto detto.
Per Morrone si era preso una autentica cotta tecnica il procuratore Felix Latronico, che in quel giovane di belle speranze intravedeva la stoffa del campione. Senza esitare lo prelevò dal suo club e lo trasportò di peso in Italia, certo che avrebbe trovato una società disposta a ingaggiare il suo pupillo.
I primi a interessarsi al giocatore furono i dirigenti della Fiorentina, i quali, commettendo un errore madornale, giudicarono le richieste del mediatore eccessive per un giocatore sconosciuto.

Ma Latronico non si diede per vinto e offrì il ragazzo alla Lazio. Juan Carlos fu sottoposto a un provino, che impressionò favorevolmente lo staff tecnico biancoceleste. Ma anche stavolta sorsero questioni di natura economica: il cartellino del giocatore costava troppo per le disastrate casse dei romani. Latronico, più che mai convinto delle qualità di quello che considerava il miglior giocatore argentino del momento, accettò la formula del prestito con diritto di riscatto.
Pur avendo appena terminato la stagione argentina, Morrone si mise immediatamente in luce e, nonostante alcune giornate di luna storta, si rivelò come una delle migliori ali del torneo.

Quello, però, fu per la Lazio un campionato doloroso: nonostante l’apporto del sudamericano, gli aquilotti filarono a razzo in B.
La società non ebbe comunque dubbi nell’individuare nel giovane Morrone l’uomo della pronta risalita.
La prima stagione in serie cadetta vide i biancocelesti fallire l’obiettivo della promozione per un soffio. Il problema della squadra era l’attacco, nel senso che mancavano letteralmente le punte. Il povero argentino si trovò spesso e volentieri impiegato da centravanti, ruolo a lui non congeniale. Ma si sa, spesso occorre fare di necessità virtù. E Morrone segnò la bellezza di quattordici reti, senza l’appoggio di una seconda punta.

I vertici della Lazio presero atto di questo, e la stagione seguente non commisero l’errore di lasciare il malcapitato Juan Carlos solo a lottare contro le difese avversarie. L’innesto del bomber Ghio facilitò il compito di Morrone, che si trovò restituito finalmente al suo ruolo naturale, quello di interno. Dotato di uno scatto rabbioso, sorprendeva gli avversari con impetuose fughe sulla fascia, che regolarmente si arrestavano solo in prossimità della linea di fondo. A quel punto, circondato da un nugolo di difensori, era un gioco servire invitanti palloni per i compagni smarcati in area, che non avevano difficoltà a deporre in rete. Le qualità di Morrone, una volta liberato dalla responsabilità della rete a ogni costo, si esaltarono. Non più costretto a cercare l’azione di forza, poteva giocare serenamente per i compagni.

Raramente si concedeva a spunti personali, e i suoi famosi tiri da fuori, che avevano contraddistinto la stagione precedente, si fecero sporadici, restando tuttavia micidiali. A fine campionato la Lazio ottenne la tanto sospirata promozione e Morrone divenne uno dei giocatori più richiesti e quotati di tutto lo Stivale.
L’esperto Latronico aveva stravinto la sua scommessa: quel ragazzo sconosciuto, nel volgere di neanche tre anni, aveva quasi decuplicato il suo prezzo. Una storia che ricordava quella del grande Montuori. Dopo un’altra ottima stagione nella massima serie, attorno al nome del sudamericano si scatenò una vera e propria asta tra i maggiori club di tutta Italia.
A spuntarla, quasi a sorpresa, fu la Fiorentina, che oltre alla bella somma di centodieci milioni cedette ai biancocelesti Petris e la metà di Bartù. Finalmente i viola avevano trovato una degna spalla per il bomber scandinavo Hamrin.

Ma l’adattamento al gioco predicato da Chiappella si rivelò più difficile del previsto, i primi mesi gigliati di Morrone furono una totale delusione. Brillò sporadicamente, come nell’incontro di Coppa delle Fiere a Barcellona, che vide i viola trionfare grazie a una rete di Hamrin. Ma quella sera il vero eroe, il grimaldello che aveva scardinato la difesa catalana, era stato proprio il tanto pagato argentino.
Erano comunque briciole per i tifosi fiorentini, che volevano prestazioni di sostanza anche in campionato.
Improvvisamente, un giorno di gennaio del 1965, in un incontro con la Spal, finalmente Juan Carlos ritrovò se stesso.

Fu lui a spiegare il motivo di tale metamorfosi e dei problemi incontrati a Firenze: «Bisogna tenere conto di tre fattori importanti: l’ambientamento, il morale, la posizione in campo. Nella Lazio sono stato incaricato per due anni di fare un determinato gioco. Praticamente ero il regista, il faro della squadra. A Firenze, invece, fui messo subito all’ala sinistra a svolgere le funzioni classiche di chi indossa la maglia numero undici. Non mi sono ritrovato, sono venute le prime delusioni, i primi fischi. Addio morale! A Milano, in occasione della trasferta con l’Inter, Chiappella mi disse che mi avrebbe lasciato in tribuna, con la speranza che ciò servisse a ridarmi la carica. Effettivamente negli incontri precedenti avevo combinato pochissimo. Poi sono venuti tutti i guai a catena della Fiorentina, che hanno costretto l’allenatore a cambiare formazione e tipo di gioco d’attacco. Sono rimasto all’ala sinistra, ma con funzioni diverse da quelle abituali. Il mio compito è di starmene arretrato, di partire da lontano, di spostarmi continuamente. È quello che facevo quando giocavo nella Lazio. Mi sono sentito subito meglio...».

Il “Gaucho” avrebbe disputato un altro campionato, sempre di buon livello, con la maglia della Fiore. Nel 1966 sarebbe tornato in quella che aveva sempre considerato la “sua” città, Roma, sempre sponda biancoceleste.
I biancocelesti partirono con grandi ambizioni, ma al termine del campionato si ritrovarono nuovamente retrocessi in B.
A seguire, altre quattro stagioni con l’aquila sul petto, poi Foggia e Avellino, fra A e B. Un unico rimpianto sarebbe sempre rimasto chiuso nel cuore di Giancarlo, come tutti ormai lo chiamavano: quello di non avere mai vestito l’azzurro in un periodo di ostracismo verso gli oriundi sudamericani. Lui, che era figlio di genitori entrambi italiani, e italiano nel cuore.

di Filippo Manaresi

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