Forza Viola 1/1997
Gli stranieri viola/Montuori
I CAPOLAVORI DI MIGUEL ANGEL
Tra i numeri 10 della Fiorentina, Miguel Angel Montuori è
stato forse il più grande. Lo ha decretato nel tempo limmutabile
affetto dei fiorentini, lo stabilì nella seconda metà degli anni
Cinquanta il suo gioco zampillante gol e invenzioni, cui è legato indissolubilmente
il primo scudetto, il più amato da chi ha il cuore viola.
La sua avventura di campione prende le mosse da Rosario di Santa Fé,
in Argentina, dove nacque il 24 settembre 1932, primo di sei figli di una coppia
di italiani. Cominciò a giocare a piedi scalzi per le strade del quartiere
e fu per lappunto su una piazza argentina, impegnato in una partita tra
ragazzini, che lo notò il talent scout De Mari, ex giocatore del Racing.
Lo portò al club di Avellaneda e qui Miguel bruciò le tappe, salvo
ritrovarsi davanti, al momento di spiccare il gran salto, una prima linea fitta
di campioni, ben cinque nazionali. Per non sacrificarlo dietro le quinte e al
contempo non rafforzare la concorrenza, il club lo cedette in Cile, allUniversitad
Catolica di Santiago, di cui il tecnico del Racing era stato allenatore. Due
stagioni felici, in cui conobbe e sposò Teresa (una ragazza cilena poi
compagna di tutta la vita) e vinse lo scudetto a suon di gol, lo portarono allattenzione
dei club italiani. Una prima offerta il presidente dellUniversitad la
ricevette da Renato Cesarini, ex grande campione della Juventus, per il club
bianconero, ma narrano le cronache che fosse proprio lui, Miguel Angel, a non
gradire troppo la prospettiva: questione di cromosomi... Qualche tempo dopo
un sacerdote italiano, padre Volpi, frequentatore dellUniversità
cilena e ammiratore di Montuori, lo segnalò caldamente allamico
Luciano Giachetti, direttore sportivo della Fiorentina. Padre Volpi aveva giocato
a calcio e allenava una squadra di ragazzi, le sue parole entusiaste rappresentavano
una garanzia. Allindomani di uno sconsolante nulla di fatto casalingo,
i vertici viola, fino a quel momento titubanti, presero la fatidica decisione,
inviando un emissario in Sudamerica per concludere laffare. Grazie alle
origini italiane, Montuori poteva essere tesserato come oriundo,
consentendo lingaggio come straniero del nazionale brasiliano Julinho.
Il presidente dellUniversitad sparò una cifra spropositata: 50.000
dollari. Era convinto di mettere facilmente in fuga il dirigente italiano, che
invece mise mano senzaltro al libretto degli assegni. Dopo ovviamente
si disse dispiaciutissimo dellaccaduto e allindomani il più
importante quotidiano di Santiago, il Mercurio, lo appoggiò,
gridando allo scandalo per la somma decisamente esagerata. Il tempo avrebbe
dimostrato ben spesi quei soldi.
Montuori arrivò a Firenze nellagosto 1955, il presidente Befani
voleva la grande squadra per scrollarsi di dosso la mediocrità che stava
così stretta alla città e alle sue ambizioni e il fermento dei
tifosi allarrivo del nuovo asso dimostrò quanta attesa circondasse
la formazione allenata da Bernardini. Al tecnico romano, raffinato uomo di grande
cultura non solo sportiva (veniva deferentemente chiamato il Dottore
per via della laurea in scienze politiche), mancavano solo gli interpreti capaci
di renderne vincenti le idee tattiche di grande precursore del calcio moderno.
Nacque la Fiorentina dei sogni, la squadra capace di radere al suolo la concorrenza
grazie a un gioco di favolosa bellezza e micidiale efficacia, con lunica
sconfitta patita allultima giornata, a Marassi contro il Genoa, a giochi
ormai abbondantemente conclusi. Nella linea dattacco viola, se lala
Julinho era linafferrabile apriscatole delle difese, Montuori formava
con lariete Virgili, il centravanti Pecos Bill, tutto grezza
potenza, una formidabile coppia da gol: con i suoi scatti, i suoi dribbling
da virtuoso, le invenzioni sotto rete, lasso argentino rappresentava uno
dei capisaldi del gioco architettato da Bernardini. La raggiunta qualità
di italiano gli consentì anche di indossare la maglia azzurra, con cui
esordì il 15 febbraio 1956 a Bologna contro la Francia in amichevole,
in una partita tinta di viola, vinta per 2-0; in tutto avrebbe totalizzato dodici
presenze e due reti in azzurro, indossando anche la fascia di capitano. Le sue
prodezze continuarono negli anni, specie nei quattro consecutivi secondi posti
in cui si infranse nelle stagioni successive al mitico 1956 lepoca doro
della Fiorentina. Nel 1959, Montuori, raggiunta la maturità, stabilì
il proprio record di realizzazioni, andando in gol 22 volte in 27 partite. E
altre emozioni avrebbe ancora procurato ai tifosi se la sfortuna non gli avesse
teso, di lì a un paio danni, un terribile agguato.
Era il marzo 1961, allenava i viola il mitico Nandor Hidegkuti. Montuori, infortunato,
premeva per il rientro in campo e si propose al tecnico per una prova nel campionato
riserve, che allora si giocava a metà settimana. Lallenatore accettò
e Montuori scese in campo contro il Perugia. «Il nostro portiere»
così il campione argentino ha poi ricostruito laccaduto «rinviò
lungo e la palla mi scavalcò, un difensore avversario (non ne ho mai
saputo il nome) alle mie spalle si avventò respingendo di potenza e il
pallone mi colpì tra tempia e orecchio». Era lultima azione
di gioco della sua vita. Miguel Angel, Michelangelo per gli inguaribili italianisti
che in quel nome vedevano la predestinazione fiorentina, svenne e rimase a lungo
privo di sensi nello spogliatoio. Si svegliò assistito dal medico sociale,
Giorgio Giusti, che poi lo accompagnò a casa. «Dormii in modo tranquillo,
ma il risveglio fu drammatico. Vedevo le immagini doppie, i medici dissero che
si trattava di diplopia. Rimasi tre mesi quasi immobile nel letto, potevo eseguire
solo i movimenti strettamente necessari». In giugno, finalmente, dopo
il lungo riposo prescritto per lassestamento della situazione, si decise
per lintervento chirurgico. Lo eseguì il professor Frugoni, a Padova,
non senza avergli prima confermato senza appello la chiusura col calcio giocato.
«Le immagini tornarono nitide, ma il cervello rimase confuso. Mi avevano
chiuso la carotide destra, dovevo restare così per ventiquattrore,
ma nella notte sopraggiunse la paralisi totale della parte sinistra del corpo:
mi riportarono durgenza in sala operatoria. Mi salvai, ma mi ritrovai
in uno stato di confusione mentale. Andavo dal giornalaio, afferravo non il
giornale richiesto, ma il primo che mi capitava. Quando cominciavo un discorso
non riuscivo a concluderlo. Parlavo con la gente e mi accorgevo dellimbarazzo
altrui: capivano che non stavo bene. E io capivo il loro disagio. Dissi a mia
moglie: non voglio più vedere nessuno. Abitavo in Via dei Mille, vicino
allo stadio. Mi rifugiai in casa, mi isolai. Fai lavorare il cervello, mi raccomandavano
i medici, e io mi iscrissi a un corso di scacchi per corrispondenza. Facevo
ginnnastica e giocavo a scacchi, queste erano le mie giornate. Durò sei
mesi, durante i quali salì le scale di casa mia solo Vincenzo Castaldi,
il campione di scacchi. In quei sei mesi ho vissuto in un altro mondo».
Il calvario non era ancora concluso. Dopo sei mesi, nel gennaio 1962, finalmente
un giorno il ventinovenne Montuori scese di nuovo le scale di casa, andò
dal giornalaio e senza esitazioni prese quello giusto: era guarito. Di calcio
giocato, ovviamente, non si poteva parlare. Però Miguel era conosciuto,
il Giornale del mattino, un foglio piuttosto diffuso allepoca
in città, gli offrì una collaborazione e lui accettò rivelando
doti inattese: brillante e fantasioso cronista dai campi minori, si vide offrire
un contratto vero, divenne praticante. «Ma ci fu un altro brutto risveglio:
un terribile mal di testa, che non mi abbandonava mai. Impazzivo, ma continuai
a lavorare». Come si dice in questi casi? Piove sul bagnato. Proprio a
quel punto il Giornale del mattino chiuse. Unaltra mazzata,
ma anche una pausa salutare e il ritorno dal medico per quel mal di testa spaventoso:
«Hai una bomba nella testa» fu il responso, «può scoppiare
da un momento allaltro». Quella bomba si chiamava aneurisma, Montuori
dovette tornare sotto i ferri: a operarlo questa volta, nel 1963, fu il professor
Briani, al Careggi di Firenze. Se la prima volta la Fiorentina si era sobbarcata
agli oneri economici dellintervento, questa volta Miguel si trovò
solo e dovette dar fondo a tutti i suoi risparmi.
Guarì e provò ad avviare una nuova carriera, quella di allenatore.
Aveva trentun anni appena, una classe immensa e lalone che ancora circondava
il suo mito di campione. Si applicò con squadre toscane minori: Pontassieve,
Aglianese, poi, su intervento della Fiorentina, le giovanili del Montecatini.
Gli faceva difetto, tuttavia, la vocazione del grande tecnico: «Non ho
il temperamento» riconobbe, «non sono capace di trasferire agli
altri, per intero, le mie idee».
E poi, in agguato, cera sempre la sfortuna: venne operato dulcera
e più tardi sopravvenne unernia del disco. Unaltra carriera
appena avviata se ne andava in pezzi. «A quel punto eravamo in difficoltà
finanziarie, ma non avrei mai accettato la beneficienza. In Italia non avevo
più prospettive e mia moglie, in quelle condizioni, cominciò a
sentire nostalgia di casa. Un giorno del 1971 tornammo tutti a Santiago, io,
mia moglie Teresa e i nostri quattro figli. Avevamo i soldi, perché avevamo
venduto lappartamento di Via dei Mille». In Cile tornò nel
mondo del calcio, allenando piccole squadre e poi i giovani dellUniversitad
Catolica. Due figli, Olivia e poi Angelo, tornarono in Italia per studiare e
si sistemarono nel Bel Paese. La voglia di rimettere piede a Firenze era grande,
«ma il viaggio costava troppo, per me e per mia moglie».
Firenze però ha il cuore grande e i tifosi gigliati ancora di più.
Giugno 1988, lorgoglio viola organizza una festa memorabile, I dieci
più, per riunire i grandi numeri dieci della storia del club, un
omaggio alla leggenda della squadra scritta dai grandi artisti: Montuori, De
Sisti e Antognoni. La festa si tiene il 2 giugno in un locale di Campi Bisenzio.
A fine maggio, Miguel Angel e sua moglie Teresa rimettono piede in Italia. E
trovano ad aspettarli tanti amici, quanti solo la sua immensa classe di campione
e la sua umanità potevano giustificare: «Ero a Lido di Camaiore,
dove mi avevano prenotato lalbergo. Avevamo finalmente conosciuto i nostri
nipoti, i figli di Olivia: Debora, 9 anni, e Marco, 4 anni, erano quasi grandi
e non li avevamo mai visti». Gli telefona Rosetta, prendono appuntamento
e poi arrivano anche Virgili, Orzan e tutti gli altri, tranne Julinho, che vive
a San Paolo in Brasile, e Segato, morto giovane.
È il 29 maggio, in una cena della nostalgia si riuniscono a Firenze i
reduci dello scudetto, tutti insieme accerchiano affettuosamente Miguel, che
ha i capelli bianchi e un pizzico di commozione nel cuore: tu rimarrai a Firenze.
Gli trovano casa allIsolotto e la arredano, pregandolo di accettare il
regalo, un bellissimo gesto di amicizia, non certo di beneficienza: «Portarono
tutto» ha ricordato la moglie, Teresa, «dai mobili ai servizi di
cristalleria alle posate, come si fa per gli sposi novelli».
Il Comune gli trovò lavoro, addetto alla biblioteca, ed Elio Boschi,
presidente del Calcio Isolotto, gli affidò la selezione dei giovani talenti:
fu lui a segnalare Francesco Flachi, passato a 13 anni alla Fiorentina per 40
milioni. Poi è arrivata la pensione, sia pure minima, accompagnata da
quellinstancabile lavoro coi giovani sui campi, protratto fino a tarda
sera, con lentusiasmo di sempre. Così Miguel Angel Montuori ha
ritrovato Firenze e con essa un po di serenità dopo tante disavventure:
il primo amore non si scorda mai.
di Carlo F. Chiesa