Forza Viola 3/1999



Gli stranieri viola/Maschio
L'ANGELO DELLA REGIA

La sua cessione al Bologna da parte del Racing di Avellaneda rischiò di scatenare una sommossa popolare: Humberto Dionisio Maschio, infatti, non era un idolo soltanto per i tifosi del suo club, ma era ormai divenuto una sorta di icona del calcio argentino. Con Sivori e Angelillo formava il celebre trio degli “angeli dalla faccia sporca”, nerbo di una Nazionale vincente a trazione anteriore. Dei tre, Maschio era il cervello: suo il compito di indirizzare precisi palloni verso i due compagni, implacabili realizzatori. Dotato di una tecnica sopraffina, non era però solito condire il proprio gioco con inutili orpelli: ogni pallone veniva saggiamente amministrato, e pareva che l’oriundo fosse in grado di “vedere” un’azione ancora prima che essa si sviluppasse.

Una simile nidiata di talenti non poteva lasciare indifferenti i grandi club del nostro Paese, che prontamente avevano sguinzagliato osservatori per mezzo Sudamerica.
Il calcio platense, allora, dava sì da vivere, ma i guadagni dei giocatori argentini non erano assolutamente paragonabili a quelli dei loro colleghi in Italia.
Davanti alle offerte delle nostre società, nessuno fu in grado di opporre resistenza: i tre micidiali “angeli” presero il volo in blocco per il nostro Paese.
A spuntarla su Maschio fu appunto il Bologna del commendator Dall’Ara, con un blitz eseguito dal fido Sansone, che ingaggiò il funambolico regista nel 1957, per la bellezza di ottanta milioni di lire.

Sotto le Due Torri l’arrivo del sudamericano risvegliò antichi entusiasmi. Una formazione che poteva annoverare anche talenti come Vukas, Pivatelli, Cervellati e Pascutti faceva sognare.
A sorpresa, nonostante un brillante precampionato (storico il 6-1 alla Juve), la squadra allenata da Bencic tradì le attese. E la più grande delusione fu rappresentata proprio da Maschio, soltanto l’ombra del fenomeno che aveva illuminato l’Argentina. Il giocatore accusò problemi di adattamento sia in campo che fuori. Per la verità, sotto i portici si sussurava che il sudamericano apprezzasse oltremodo le delizie offerte dal capoluogo emiliano e che le gambe molli fossero dovute alle troppe notti insonni.

Che Bologna offrisse molti svaghi era cosa risaputa, ma è vero anche che Maschio fu troppo spesso fatto giocare fuori ruolo, come sfondatore d’area.
Figurarsi. Il buon Humberto era un artista della sfera, e le sue gambe non potevano certo rincorrere il pallone per novanta minuti filati.
E proprio questo non andò giù al raffinato pubblico petroniano, che già contestava il generosissimo Pascutti, accusato (non a torto) di avere il tocco troppo ruvido; immaginatevi cosa si poteva dire di uno che reggeva a malapena mezz’ora, senza mai incidere veramente sull’andamento dell’incontro.

Non meglio andò la prova d’appello concessagli dalla dirigenza.
Anche nel 1958-59 Maschio deluse, lasciando intravedere solo a sprazzi il suo immenso talento.
In una delle rare giornate di grazia, durante un Juventus-Bologna, il presidente dell’Atalanta Tentorio, presente in tribuna, si innamorò a prima vista di quel sudamericano così atipico, dal tocco fine ma di grande sostanza. Così a fine torneo il club bergamasco, bisognoso di una mezzala, riuscì a strappare (senza troppa fatica) il giocatore al Bologna.

In Lombardia Humberto Maschio trovò un ambiente consono al proprio carattere: gli obiettivi erano più modesti, ma il pubblico, meno esigente, lasciava lavorare la squadra senza eccessive pressioni.
Finalmente schierato nel suo ruolo naturale, l’argentino cominciò lentamente a ritrovare se stesso. Come d’incanto, rifiorì un campione. Perfetto nel calibrare palloni per i compagni, implacabile realizzatore su calci piazzati, correttissimo in campo, divenne l’idolo di un’intera città.

A Bergamo rimase per tre campionati, pieni di soddisfazioni.
Nel 1962, addirittura, in virtù delle sue origini lombarde, partecipò alla sfortunata spedizione azzurra in Cile. Che al generoso Humberto costò assai caro: in una rissa scoppiata durante il match contro i padroni di casa, rimediò un diretto al volto dal terzino avversario Lionel Sanchez, che gli procurò la frattura del setto nasale.
Di ritorno da quell’amaro mondiale, trovò pronta per sé una nuova maglia, sempre nerazzurra: quella dell’Inter di Herrera.

La squadra del “mago” era però costruita attorno al grande Luisito Suarez; Maschio era un “regalo” che il presidente Moratti aveva voluto fare al proprio tecnico e raccolse ben poca gloria.
Così nel 1963 l’oriundo col naso da pugile fu acquistato dalla Fiorentina.

I viola, in declino dopo la conquista del primo tricolore, stavano faticosamente cercando di assemblare una formazione competitiva. Come regista fu scelto appunto l’argentino, appoggiato dall’incostante cavallo di ritorno Lojacono, mentre l’unica vera punta era Hamrin.
Per gli avversari fu facile prendere le misure ai viola, una volta scoperto l’asse Maschio-Hamrin. Neutralizzato il finalizzatore,
la Fiore si trovava spesso in grosse difficoltà.
Dopo un avvio di stagione promettente, bastarono alcuni scivoloni e il tecnico Valcareggi fu sostituito dall’inossidabile Chiappella. I viola avrebbero concluso il campionato al quarto posto, alternando prestazioni esaltanti, come il 7-1 rifilato all’Atalanta sul proprio campo con cinque reti di Hamrin, ad altre assai deludenti. Nonostante la stagione non formidabile e la non più verde età, Maschio si guadagnò la conferma per la stagione successiva, che vide un importante cambio al vertice della società, con la nomina a presidente del commendator Nello Baglini.

Gli indovinati innesti di Morrone e Orlando diedero maggior spazio alla manovra e la stella di Maschio ricomincò a splendere come ai tempi dei “tre angeli”. Non soltanto passaggi millimetrici per i due prolifici avanti, ma anche un bel numero di realizzazioni personali. Nonostante questo, Humberto Maschio sarebbe sempre rimasto “l’oriundo triste”, troppo nostalgico della propria vera patria e del calcio-divertimento. Il catenaccio praticato da certe squadre, anche dopo tanti anni, non gli andava proprio giù.
Con un velo di amarezza, lasciò l’Italia nel 1965, dopo avere disputato due sole partite nella sua terza stagione viola.

di Filippo Manaresi

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