Forza Viola 5/1999



Gian Matteo Mareggini
IL SECONDO E' SERVITO

E’ cambiato, Gianmatteo Mareggini. È cambiato da quella stagione 1985-86 che lo vedeva impegnato nelle vesti di terzo portiere, dietro a Giovanni Galli e Paolo Conti.
Possono definirsi tre persone diverse quelle che hanno a volte solo sperato, altre realizzato il sogno di difendere la porta della Fiorentina. Il primo Mareggini, quello più giovane, era un ragazzo talmente desideroso di sfondare nel mondo del pallone da lasciare la scuola, supportato da una famiglia che non gli ha imposto nessuna scelta ma che lo ha messo di fronte alla realtà: fare il calciatore comporta molti sacrifici. Il secondo Mareggini, invece, è quello che debuttò in maglia viola nel novembre del ‘90 subentrando a Landucci. Un uomo non ancora maturo, ma sicuro di voler coronare il suo sogno: fare della sua passione una professione. A trentadue anni, il ragazzo di Poggibonsi (in realtà è nato a Modena, ma ci è rimasto soltanto per tre mesi), può dire di aver realizzato quanto si era prefissato, ma non è tutto: come secondo portiere della Fiorentina targata Trapattoni, ha davanti a sè un futuro ricco di piacevoli sorprese.

Gianmatteo, ci racconti chi è il Mareggini che abbiamo visto in campo contro il Bari?

«È lo stesso di due anni fa, prima di essere spedito a Siena. È un ragazzo che ha sofferto molto nella sua carriera, alternando momenti di immensa gioia ad altri piuttosto tristi. Tutte situazioni, però, che alla fine sono servite per rafforzarmi il carattere, perché anche l’amarezza per una retrocessione può darti qualcosa, anche essere allontanati dalla tua squadra del cuore, in un momento in cui stai facendo bene, può – alla lunga – avere effetti costruttivi».

Che persona pensi di essere?
«Mi ritengo un generoso, un uomo su cui i compagni, i dirigenti e i tifosi possono contare».

Non credi che la società viola, decidendo di richiamarti a inizio stagione, abbia ammesso di aver sbagliato?
«La colpa non è loro, ma di una persona che adesso non fa più parte dello staff dirigenziale. Mi riferisco a Oreste Cinquini. Si è ostinato ad aspettare fino all’ultimo momento per rinnovarmi il contratto senza un valido motivo. Senza questo intoppo, Mareggini sarebbe rimasto a Firenze».

C’è chi dice che sia stato Francesco Toldo a chiedere direttamente alla società di farti tornare a Firenze. È vero?
«Non è andata esattamente così. A Francesco è stato chiesto un parere, e lui – visto il rapporto che esiste tra di noi – non ha fatto altro che esprimere un giudizio favorevole».

Non è difficile intuire che tra voi esiste un’invidiabile amicizia...
«Indubbiamente. Non è facile per un secondo portiere accettare serenamente la panchina. Io però non ho nessun tipo di problema. Con Francesco esiste un’intesa e una fiducia reciproca che permette a lui di lavorare tranquillo, senza la paura di avere accanto qualcuno pronto a “rubargli il posto”, mentre per me è motivo di soddisfazione sapere che posso essergli utile analizzando le sue prestazioni e dandogli consigli».

Cosa ricordi di quell’11 novembre del ‘90, quando prendesti il posto di Landucci in una gara casalinga contro il Genoa?
«È un bel ricordo, anche se quella fu una gara sfortunata perché Skuhravy pareggiò all’ultimo minuto».

E di quel famoso rigore che riuscisti a parare a De Agostini durante Fiorentina-Juventus?
«Mi viene in mente la coreografia più bella che abbia mai visto in tutta la mia carriera. Una stadio tutto viola e nelle due curve il disegno dei principali monumenti della mia città».

Dicci la verità: avevi deciso prima da che parte buttarti?
«No, è stato fatto tutto sul momento, ma ho ben chiaro un aneddoto legato a quell’episodio. Quando capii che sarebbe stato De Agostini il rigorista (Baggio si rifiutò di batterlo, n.d.r.), mi avvicinai al dischetto per guardarlo in faccia. Lui non alzò lo sguardo e allora pensai: ha paura di sbagliare, sono io il più forte».

Spiegati meglio!
«I fuoriclasse ti guardano dritto negli occhi fino all’ultimo momento per cercare di capire ogni tuo singolo movimento, sono in grado di inventare sempre colpi nuovi e grazie alla loro spiccata personalità ti costringono a una doppia battaglia: agonistica e psicologica. Un calciatore “normale” batte i rigori in modo molto simile tutte le volte, solo in questo caso le videocassette possono servire».

Rondinella, Lucchese, Carrarese, Palermo, Siena e tre volte Fiorentina: come giudichi la tua carriera?
«Sono una persona fortunata. Tutti quelli che fanno questa professione a mio avviso dovrebbero sentirsi così. Sono un ambizioso e per questo ancora non mi sento appagato: voglio andare avanti il più possibile, mantenendomi a questi livelli. Naturalmente restando sempre al mio posto, senza pestare i piedi a nessuno».

Tu, oltre a essere un giocatore viola, sei anche un tifoso. Non è difficile notare con quale impeto segui le partite dalla panchina...
«Ho capito quello che Trapattoni vuole trasmettere a coloro che scendono in campo e dal momento che il mister dopo mezz’ora perde la voce, subentro io al suo posto, cercando di dargli una mano. Non faccio altro che comunicare ai miei compagni quello che lui non riesce più a urlare...».

Da grande uomo di spogliatoio, come giudichi la vicenda Edmundo?
«Non mi piace dare valutazioni. Posso dire che mi sono sempre adoperato affinché i problemi tra la squadra ed Edmundo si appianassero. Certe sue prestazioni, è vero, mi hanno lasciato l’amaro in bocca, ma nonostante questo gli ho sempre teso la mano, come del resto avrei fatto con chiunque. Se potessi aiuterei anche Oliveira a uscire da questo stato di sfiducia che gli si è creato intorno».

Credi in questa Fiorentina?
«È la migliore squadra in cui abbia mai giocato, quella più completa, non ha niente da invidiare a Lazio, Milan e Parma.
L’ago della bilancia è rappresentato da Edmundo e dall’intesa sul campo. Se Batistuta, Rui Costa e Eddy sono al cento per cento, allora nessuno potrà mai fermarci».

Se la Fiorentina centrasse uno dei due obbiettivi che si è prefissa, Coppa Italia o scudetto, hai in mente di festeggiare in modo particolare?
«Sul momento mi verrà sicuramente in mente qualcosa. Lo scudetto sarebbe l’apoteosi sia per me che per i miei compagni. Perché vincere a Firenze non è come vincere da altre parti. Qui, diciamolo, ha tutto un altro sapore».

di Laura Bandinelli

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