Forza Viola 3/1998
Alberto Malesani
UN UOMO NUOVO AL COMANDO
La Malesanimania è esplosa a Firenze negli
ultimi dieci giorni di febbraio. In una classifica virtuale della popolarità,
lallenatore viola ha superato personaggi che sembravano inattaccabili
come Leonardo Pieraccioni, Roberto Benigni e Gabriel Batistuta. Due mosse sono
state decisive per la scalata di Alberto Malesani verso il top della
popolarità.
Prima mossa: il comportamento deciso, il polso fermo nella vicenda-Edmundo.
«O gioco contro la Juventus, o me ne vado» aveva detto in tono minaccioso
il centravanti brasiliano di ritorno dagli Stati Uniti, dove aveva disputato
la Gold Cup. Secca la risposta di Malesani: «Non accetto imposizioni o
ricatti». Edmundo se nè andato, ma nessuno tra i tifosi ha
pianto. Tutti, al contrario, si sono schierati dalla parte del tecnico.
Seconda mossa: il trionfo con la Juventus, grazie al gioco (che ha ricordato
la Fiorentina dei tempi doro) e ai gol di Firicano, Oliveira e Robbiati.
Era dal dicembre del 92 che la squadra viola non riusciva a battere la
rivale di sempre. È quindi giustificato parlare di grande impresa.
La lunga intervista-verità a Malesani parte quasi dobbligo da questi
due argomenti: Edmundo e Juventus.
«Ho voluto bene a Edmundo» confessa lallenatore «e nei
pochi giorni in cui è rimasto a Firenze lho trattato come soltanto
un padre può trattare un figlio alle prese con grossi problemi. Gli ho
detto che prima o poi sarebbe arrivato il suo turno, che non potevo cambiare
la formazione, un gruppo che viaggiava a gonfie vele e aveva cominciato a dare
a me, ai dirigenti e ai tifosi grandissime soddisfazioni. Ho cercato di convincerlo
a non fare colpi di testa avventati. Tutto inutile. Per questo ho sottoscritto
in pieno il comunicato di Vittorio Cecchi Gori, che spiegava i motivi per cui
la Fiorentina non poteva accettare il comportamento di Edmundo. Piegandoci alla
sua imposizione, avremmo fatto un torto a tutti quei giocatori che da mesi lavorano
per riportare la Fiorentina ai livelli più alti. Ne avrebbero sofferto
soprattutto coloro che hanno accettato qualsiasi mia decisione, anche se contraria
ai loro interessi personali».
E il trionfo sulla Juventus?
«È arrivato in un momento importantissimo, quando la Fiorentina
doveva dimostrare che può battersi alla pari con qualsiasi avversario.
Per questo ho parlato di partita della svolta. Ho imparato a conoscere Firenze
e la Fiorentina qualche anno fa, quando ho frequentato il Supercorso di Coverciano.
In quel periodo la partita con la Juventus era lavvenimento dellanno.
Vincerla era come aggiudicarsi lo scudetto. Come allenatore della Fiorentina
ho cercato di cambiare questa mentalità. Se una squadra vuole puntare
a grossi traguardi deve affrontare allo stesso modo, con lo stesso impegno,
qualsiasi gara, non soltanto quella con la Juventus. Ho trovato giocatori bravissimi
ad assimilare questo concetto e a cambiare mentalità. Abbiamo trionfato
con la Juventus proprio perché abbiamo preparato la partita tranquillamente,
senza lassillo di doverla vincere a tutti i costi. I tifosi ci hanno aiutato
moltissimo, non abbiamo ricevuto quelle pressioni che mettevano in crisi gli
allenatori e i giocatori del passato. Ora dobbiamo cogliere altri frutti di
questo lavoro».
Nella sua prima intervista dopo larrivo a Firenze, lei disse: il mio primo
obiettivo, per questanno, è fare almeno un punto in più
rispetto alla stagione scorsa. È sempre di questa opinione o i risultati
del girone di ritorno hanno alimentato altre ambizioni?
«La Fiorentina ha chiuso il campionato 1996-97 con 45 punti. Ora abbiamo
già a portata di mano quel punteggio e il campionato è ancora
lungo. Sarei un bugiardo se dicessi che mi accontenterei di migliorare di una
sola lunghezza il risultato di un anno fa. Fra laltro siamo la squadra
che nei mesi di gennaio e febbraio ha ottenuto il maggior numero di punti, dopo
la Lazio. È chiaro che il nuovo obiettivo diventa un posto Uefa. Ma dobbiamo
continuare a giocare così, senza un attimo di distrazione. La concorrenza
è durissima perché non solo le tre squadre in lotta per lo scudetto
(ovvero Juve, Inter e Lazio), ma anche le nostre dirette concorrenti per lUefa
viaggiano a medie largamente superiori al passato. Non so come finiremo la stagione,
però posso dire che abbiamo fatto un ottimo lavoro, sia dal punto di
vista tecnico sia sotto il profilo mentale. Questo viola è un gruppo
altamente competitivo. Ritorno alla partita con la Juventus, che è stata
bellissima, ma non la sola giocata bene dalla Fiorentina. Oltre che per lo spettacolo,
mi sono emozionato per il comportamento di tutti i giocatori, compresi quelli
in panchina. Ragazzi che non giocano mai (o comunque giocano poco) vivono le
partite con la stessa intensità con cui la vivono quelli che vanno in
campo. Ho detto e ripetuto fino alla noia che per me è decisivo il gruppo,
non il singolo giocatore. Ho vissuto una stagione movimentata, prima per il
caso Batistuta, poi per tenere a freno quei giocatori che scalpitavano in panchina
o volevano addirittura andarsene, come Morfeo e Robbiati. Batistuta è
stato eccezionale dal giorno in cui è tornato in Italia, Morfeo e Robbiati
sono rimasti a Firenze perché li ho convinti personalmente che avrebbero
fatto il loro interesse. Devo ringraziarli pubblicamente: mi hanno ripagato
con prestazioni formidabili e con gol quasi sempre decisivi. Le polemiche sono
scivolate via, il gruppo è rimasto compatto. E sono in tanti a invidiarci».
Un Malesani felice, insomma. Eppure cè stato un momento in cui
ha rischiato grosso...
«È vero. Dopo le tre sconfitte consecutive con lInter, lEmpoli
e la Juventus ero scoraggiato, mi sembrava che la squadra non sapesse reagire.
In quei giorni ho pensato che avessero ragione tutti quelli che avevano scommesso
che non avrei mangiato il panettone a Firenze. Anche se le critiche fioccavano,
ho chiesto ai giocatori una prova dorgoglio. È stato determinante
il recupero degli infortunati, a cominciare da Cois, Padalino e Schwarz, e ha
avuto un grosso peso lesplosione di Firicano, ma linversione di
tendenza è arrivata quando tutti hanno cominciato ad assimilare gli schemi
e a mettere a frutto il lavoro settimanale. A Natale ero ancora a Firenze, a
dispetto di tanti gufi. Sicuramente ho commesso più di un errore, ma
ne ho fatto tesoro per le opportune correzioni».
Alla sua prima esperienza nel massimo campionato, quali problemi ha stentato
a risolvere rispetto alla Serie B? Il gioco, la gestione di qualche campione,
i rapporti con i dirigenti, le critiche della stampa?
«La prima grossa differenza che ho notato tra Serie A e B è la
qualità del gioco. In Serie B contano molto lagonismo, la prestanza
atletica; in Serie A a cose regolari vince chi gioca meglio, chi
può contare su autentici fuoriclasse, a patto che sappiano mettersi al
servizio della squadra. Inizialmente ho trovato qualche difficoltà nei
rapporti con la stampa, non perché a Firenze ci siano giornalisti impreparati
o in malafede, ma perché rispetto a Chievo ho dovuto affrontare ogni
giorno un piccolo esercito di intervistatori o di opinionisti. Il discorso riguarda
sia la stampa scritta sia le televisioni. Ora mi sono abituato. Mi ha ferito
una sola critica, quando sono stato accusato di dilettantismo nel gestire la
squadra e nel leggere le partite. Non è vero, è una
critica che respingo al mittente. La gestione dei campioni? Sì, allinizio
avevo qualche dubbio, ma hanno pensato a tranquillizzarmi i Batistuta, i Rui
Costa, gli Oliveira. Nessuno ha fatto pesare la mia scarsa esperienza in una
grande squadra. È proprio vero che i campioni sono prima di tutto uomini
veri. Infine i rapporti con Vittorio Cecchi Gori. Mi era stato descritto come
un presidente difficile ed esigente. Io ho trovato un Cecchi Gori tifoso, appassionato,
che vive in maniera viscerale le vicende della squadra e sintende anche
di calcio. Giuro che tra me e Cecchi Gori non cè mai stata una
grossa divergenza di opinioni. Ci stimiamo, ci rispettiamo. Quello che è
successo nellintervallo della partita col Parma è stato clamorosamente
dilatato da alcuni cronisti che, fra laltro, hanno raccontato lepisodio
per sentito dire. Nessuno era presente al colloquio tra me e Cecchi Gori».
Che cosa manca alla Fiorentina per essere in tutto e per tutto allaltezza
delle grandi?
«Abbiamo vinto a San Siro col Milan e a Firenze con la Juventus; con lInter
abbiamo perso immeritatamente a Milano e pareggiato in casa; con lUdinese
abbiamo vinto in casa e fuori. Soltanto la Lazio ci ha messi ko al Franchi.
Ho fatto questo elenco per dimostrare che con le grandi non siamo in soggezione
e ormai ci consideriamo pronti al salto di qualità. Ci mancano poche
cose. Io sono per la politica dei piccoli passi. In questo gruppo, che non smetterò
mai di elogiare, basterà inserire un paio di pedine, non di più.
Occorrerà una scelta oculata, per fare in modo che i nuovi arrivi non
turbino il clima che si è formato nello spogliatoio. Cè
amicizia vera anche tra coloro che si contendono lo stesso posto in squadra».
La vittoria sulla Juventus è stata lemozione più grande?
«No, niente a che vedere con lemozione che provai a Udine al terzo
gol di Batistuta, quello della vittoria. Era la partita desordio in Serie
A, contava troppo partire col piede giusto. Vivo il calcio come se fossi con
gli amici al bar: a ogni gol non so nascondere la felicità. A Udine corsi
verso il settore dei tifosi viola. Fu un gesto istintivo: non sapevo che da
quel momento sarebbe nato un grande feeling con la tifoseria. Non
minteressa se a qualcuno non piace il mio look. Per me vale
molto la sincerità, non limmagine creata artificialmente. Dopo
quellepisodio ho capito quanto affetto ci fosse nei miei confronti da
parte dei tifosi. Neppure nei sette anni trascorsi a Chievo ho sentito gli sportivi
così vicini. Non lo dimenticherò mai».
Tra i punti lasciati per strada, quali rimpiange di più?
«Quelli persi con lEmpoli a Firenze. Anche se la squadra dellamico
Spalletti è bene organizzata e ha messo in difficoltà tanti avversari,
debbo riconoscere che quel giorno sbagliai qualcosa anchio: forse la preparazione
al match, forse lo schieramento e la tattica troppo offensivi. Avrei dovuto
mandare in campo Piacentini, il giocatore che rimpiango di più tra quelli
ceduti. Non condivido, invece, le critiche che mi furono fatte dopo la sconfitta
di Milano. Giocavamo troppo bene e avevamo in pugno la partita, nonostante il
brutale intervento di West su Kanchelskis. Non volli cambiare una formazione
che dava spettacolo. Rifarei ancora la stessa cosa. Quella è stata la
sconfitta più ingiusta della mia carriera».
La classe arbitrale italiana sembra in declino: troppi errori, risultati falsati.
Ne sa qualcosa anche la Fiorentina...
«Ho parlato dellarbitro una volta soltanto, dopo la partita di Bologna
per il gol concesso ai rossoblù benché il pallone di Paramatti
non fosse entrato. Era un episodio clamoroso. Io credo nellonestà
professionale degli arbitri. Non ci sono giochi di potere. Forse a livello inconscio
esiste la famosa sudditanza psicologica. Ma se gli arbitri attraversano un momento
difficile, la cosa migliore è non parlarne. Noi addetti ai lavori possiamo
aiutarli soltanto così».
Di lei i tifosi hanno apprezzato in particolare il rilancio di Oliveira, Serena
e Firicano, la fiducia concessa in qualche occasione al giovanissimo Mirri,
il nuovo ruolo dato a Rui Costa che è diventato ormai il faro della squadra.
«Le do risposte telegrafiche. Oliveira è sempre stato un attaccante
formidabile, capace di risolvere qualsiasi partita. Serena si è convinto
che può giocare bene dappertutto: a destra, a sinistra, allattacco,
in difesa. Meriterebbe la Nazionale. Firicano è tornato lottimo
giocatore dei tempi del Cagliari. Mirri è stato prezioso contro la Roma
e contro la Juve in Coppa. Vorrei altri giovani così. Rui Costa per me
è uno dei cinque, sei centrocampisti più forti del mondo. Sa ragionare,
ha fantasia, sa saltare lavversario in qualsiasi zona del campo. I critici,
gli incontentabili dicono che non segna abbastanza, ma spero che qualcuno abbia
contato i suoi assist decisivi. Qui è maturato. Ora è un leader».
Tra Morfeo e Robbiati cè rivalità?
«No, sono amicissimi. Morfeo è un campioncino con tanta personalità.
Non è vero che lho fatto giocare perché ha alzato la voce.
Anche Robbiati chiedeva di essere ceduto, ma dopo la partita con la Juventus
mi ha ringraziato perché lho convinto a restare».
Cosa prova nellallenare giocatori che guadagnano il triplo o il quadruplo
di lei e quando pensa che nessun tecnico in Serie A ha un ingaggio inferiore
al suo?
«Non sono un invidioso e ai soldi finora non ho mai pensato. Basta fare
bene e tutto arriva di conseguenza. Del resto per essere soddisfatto mi basta
pensare ai pochi milioni che guadagnavo prima di trasferirmi a Firenze».
Lei ha sempre detto: in panchina si soffre. Almeno una volta si sarà
divertito...
«Mi è successo due volte, a Vicenza e a Milano. La partita di Vicenza
è diventata subito uno show. È stato bello vedere i ragazzi che
si abbracciavano anche dopo il quinto gol. Vicenza è vicino a casa mia,
cerano tutti i miei familiari e gli amici. Che festa! Poi non ho dimenticato
che proprio il Vicenza mi diede la più cocente umiliazione quando allenavo
il Chievo, battendoci 4-1. Dovevamo far festa tutti: loro per la promozione,
noi per la salvezza. Potevano risparmiarci una sconfitta così pesante.
Con la Fiorentina ho gustato la vendetta. A Milano contro il Milan è
stata la mia prima vittoria contro una grande, una soddisfazione
immensa. È stata anche la risposta migliore a coloro che sostenevano
che in gennaio le squadre di Malesani non vincono mai. Ora non potranno più
dirlo. Mi faccia un piacere: scriva che mi sono divertito anche contro la Juventus.
È stato fantastico vedere quarantamila fiorentini impazziti di felicità.
In quella partita abbiamo dimostrato di poter raggiungere la stessa mentalità
della Juventus di Lippi, una squadra e un allenatore che vogliono vincere sempre.
Dobbiamo farlo, questo salto di qualità, se anche noi desideriamo raggiungere
grandi traguardi».
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