Forza Viola 3/1998



Gli stranieri viola/Francisco Ramon Lojacono
IL DILAPIDATORE

Natale 1956, primo pomeriggio: all’aeroporto Ezeiza di Buenos Aires si imbarca su un velivolo della Panair do Brasil con destinazione Milano il fuoriclasse più ingovernabile e ribelle del calcio italiano del prossimo decennio. Si chiama Francisco Ramon Lojacono, da tredici giorni ha compiuto ventun anni, è il centravanti del San Lorenzo de Almagro, con cui il sabato precedente ha giocato l’ultima partita a Montevideo, nel glorioso Stadio Centenario, contro il Peñarol. L’imbarco ha quasi il sapore della “fuga”: complice la giornata festiva, gli sportivi argentini sapranno solo dopo un paio di giorni di avere perduto uno dei più puri talenti del campionato. Le valigie sono state fatte in tutta fretta, c’è da firmare il contratto prima del 31 dicembre, termine ultimo per la chiusura delle liste in Italia. Il suo mentore, Felix Latronico, gli ha pagato il viaggio, sicuro di farlo ingaggiare senza problemi. Atterra a Milano e il primo appuntamento è col Milan, di cui si dà per certa sui giornali la volontà di ingaggiarlo. Il club rossonero però si ritira e allora lui contatta la Fiorentina. Il presidente Befani vede il giocatore e lo ingaggia seduta stante, nonostante il parere sfavorevole dell’allenatore Bernardini. Non potendolo tuttavia tesserare subito per aver già occupati, da Julinho e Montuori, i posti di straniero e di “oriundo”, lo manda in prestito al Lanerossi Vicenza, con la cui maglia numero 8 debutterà il 27 gennaio a San Siro proprio contro il Milan. Apparendo un po’ giù di condizione, ma andando subito in gol con un’azione fulminante. Tarchiato, robusto come un toro, ha nei piedi la dinamite ma anche la grazia del grande artista. Interno di punta, in pratica attaccante di movimento, il giocatore dà vita a una fantasmagoria di invenzioni. Diventa il leader della squadra veneta, pochi resistono ai suoi funambolismi di pura matrice sudamericana; micidiali le sue punizioni, violente e arcuate, dalla traiettoria imprevedibile. La stessa Fiorentina lo “assaggia” nella dirittura d’arrivo del torneo, il 5 giugno, quando proprio lui, con una prodezza sensazionale (su cross da destra, a una ventina di metri dalla porta, smorza col petto e poi, al volo, arpiona di destro la sfera, spedendola in rete con parabola imprendibile) coglie il pareggio. Alla fine conterà 11 gol in 18 partite, decisivi per la salvezza dei biancorossi. Al termine della stagione, la Fiorentina del presidente Befani, che ha mancato il bis scudetto per un pizzico di sfortuna (leggi i tanti infortuni) e soprattutto di presupponenza, fa valere i propri diritti sul giocatore. Ora che Montuori, che ha persino debuttato in Nazionale, è “italiano” a tutti gli effetti, c’è spazio per un nuovo “oriundo” e Lojacono diventa viola. I dirigenti si impegnano senz’altro a recuperare Julinho, tornato al Palmeiras (sarà di nuovo a Firenze in settembre), e a respingere le avances del Napoli per Lojacono.

Francisco era nato nel quartiere dei “Matadores” di Buenos Aires il 12 dicembre 1935. Il padre, Salvatore Giuseppe, calabrese, era emigrato a Buenos Aires a quattordici anni assieme al padre muratore e al resto della numerosa famiglia. Aveva trovato lavoro come verniciatore di automobili e a ventidue anni aveva sposato una diciottenne ugualmente figlia di italiani, Elvira Caputo. Appassionato del pallone sin da bambino («Spesso» ricordava «non mi addormentavo se non avevo con me a letto la sfera di cuoio»), “Cisco” tirò i primi calci nel Club Ercilla Juniors, la squadra del suo rione. Notato da un talent scout del San Lorenzo de Almagro, venne convocato per un periodo di prova e senz’altro ingaggiato. Ebbe come modello e maestro il grande asso René Pontoni, che allora declinava; cominciò nell’ottava squadra, sotto la guida dell’ex nazionale Arturo Arrieta e di un sacerdote appassionato di calcio, padre Rosinelli, insegnante alla scuola “Transito San José”. A sedici anni, i primi problemi in casa: la crisi economica aveva provocato la disoccupazione del padre e per dare una mano (in famiglia c’era anche la sorella, Josefa Nora) il ragazzo si impiegò come tornitore in un’officina delle ferrovie, lavorando otto ore al giorno ma continuando ad allenarsi. Passò alla settima squadra e l’anno dopo era già alla quinta, finchè una domenica, improvvisamente, venne promosso in prima squadra, a sostituire José Florio (centravanti che aveva giocato una stagione nel Torino) e se la cavò benissimo. Divenne uno dei punti di forza della Nazionale giovanile, ma alla fine del 1954 il San Lorenzo, per avere Raul Gutierrez, centravanti del Gimnasia y Esgrima di La Plata, lo cedette in prestito per due anni al club platense. Il 1955 fu la grande stagione di Francisco Ramon, che chiuse secondo tra i cannonieri con 18 reti, preceduto solo da Oscar Massei (futuro interista e spallino) con 21. Il San Lorenzo, accortosi dell’errore, fece di tutto per riaverlo, ma il Gimnasia fu irremovibile. Nel 1956 Lojacono esordì e divenne titolare in Nazionale e solo a fine anno, con l’avvio della nuova stagione argentina, tornò al San Lorenzo, per poi passare, qualche settimana dopo, in Italia. Pochi mesi dopo, il matrimonio («Padre Rosinelli» ricordava in una intervista del 1959 «mi diceva: farai fortuna, basta che ti ricordi quel che di ho insegnato: vita sana, lontano dalle cattive compagnie, e moglie, moglie presto. Mi veniva da ridere, ma oggi so che aveva ragione. Un atleta scapolo è in mezzo ai pericoli, un atleta sposato è come un uomo in mezzo a una fortezza. I pericoli bisogna che vada a cercarseli»: parole profetiche...). Sposato di fresco (il 13 luglio 1957 a Buenos Aires) con Rosa Maria, non ha vita facile nel suo primo torneo viola. La formazione parte di nuovo alla caccia dello scudetto. A Bernardini manca Virgili e niente di più facile che schierare in quel ruolo il nuovo attaccante argentino. Quando poi “Pecos Bill” torna in squadra, Lojacono viene dirottato all’ala sinistra: alla vigilia del big match con la Juve, “Pancho” dice al mister di non volere quella maglia. Poi, al momento del dunque, ci ripensa.Va in campo a malincuore e si segnala tra i migliori, giocando una partita esaltante e... condannandosi a giocare ancora ala sinistra. «Il mio calcio» si lamenta poi «non è sul settore sinistro del campo, o su quello destro; io voglio giocare dove più e meglio mi suggerisce l’istinto. Dover star fermo in un settore mi angustia, è contro la mia stessa natura. Il calcio è bellissimo se si può giocare in libertà». In queste parole c’è il suo ritratto. Un campione indocile alle briglie tattiche sul collo, straripante di energie vitali che vorrebbe liberare senza condizionamenti o regole. E invece Bernardini ama gli schemi studiati a tavolino, il rispetto dei ruoli. In attacco ha già due ricamatori in Julinho e Montuori, gli serve un attaccante da contropiede, rapido e sbrigativo, gli orpelli di Lojacono lo indispettiscono; nasce una incompatibilità tecnica evidente, nonostante la stima reciproca che non guasterà mai il loro rapporto umano. Il campionato viola decade, la squadra simpatia si dissolve in una diffusa litigiosità. Anche all’interno della squadra non tutto fila liscio: il preparatore atletico Ferrero, chiamato in estate, e il direttore tecnico Bernardini vengono a conflitto. La Fiorentina chiude nuovamente seconda, un’altra occasione perduta. Lojacono è diventato ormai un “caso”. Sballottato tra i ruoli (quattordici volte centravanti, cinque ala sinistra, sette volte interno destro, altre cinque interno sinistro), ha deluso, nonostante i dieci gol finali. A fine stagione arriva come allenatore Czeizler, il Napoli torna a farsi avanti: ci sono 120 milioni pronti per Lojacono. I dirigenti resistono e verranno ripagati da una stagione sontuosa: impiegato come interno offensivo, Lojacono vive giornate di straordinaria vena. Quattordici gol in tutto, nella stagione dell’esplosivo esordio di Hamrin. La nascita della figlia Gabriella, l’1 agosto 1958, gli ha portato la felicità in casa e il rendimento ha raggiunto picchi strepitosi. Il 28 febbraio 1959, con la piena apertura della Nazionale agli “oriundi”, ha esordito in maglia azzurra, siglando il gol del pareggio all’Olimpico contro la Spagna, andata in vantaggio col grande Di Stefano. La stagione successiva, quarto secondo posto consecutivo per la squadra e nuova splendida stagione di Lojacono, giocata tuttavia più da rifinitore che da attaccante. Disputa tutte e quattro le partite della Nazionale, ormai è un idolo, ma soprattutto un divo e il suo carattere indocile è difficile da tenere a freno. Una domenica a Roma contro i giallorossi Gratton lo manda a quel paese perché non gli ha passato la palla e lui, senza fare una piega, si avvicina e gli rifila un ceffone davanti a tutto lo stadio. Le sue bizze e le continue espulsioni finiscono con lo stancare i dirigenti, che non apprezzano nemmeno la sua predisposizione alla vita notturna e soprattutto al gioco d’azzardo; le sue prodezze però esaltano il pubblico, che ne fa un beniamino assoluto. L’estate del 1960 avviene la rottura. Befani, dopo quattro secondi posti, decide di avviare la rivoluzione, rinunciando all’intero “quadrilatero” di centrocampo: via Gratton e Segato, in naftalina l’anziano Chiappella, via anche Lojacono, per il quale la Roma è disposta a fare follie. Alla fine il club giallorosso, impaziente di offrire ai tifosi la sirena dell’attacco delle meraviglie (Ghiggia, Schiaffino, Manfredini, Lojacono, Selmosson), sborsa cento milioni sull’unghia (grosso modo due miliardi di oggi), aggiungendovi il “gioiello” Zaglio, mediano rivelazione, e l’attaccante Da Costa. Lojacono va a Roma tra il dispetto di molti tifosi viola. I calcoli di Befani si riveleranno sbagliati, Milan-Marchesi-Micheli non valgono Chiappella-Gratton-Segato e soprattutto il mancato ingaggio dell’argentino Restivo (sostituito all’ultimo momento con Da Costa) farà sentire alla prima linea la mancanza di gol e fantasia.

Nei primi anni Sessanta, subito dopo la grande kermesse olimpica, Roma è la città tentacolare della dolce vita. Francisco Ramon vi si immerge completamente, trovandovi l’habitat naturale per la sua straripante e mai sazia vitalità. Il matrimonio fa naufragio e lui diventa un protagonista delle notti capitoline. Gli vengono attribuiti numerosi “flirt” (il più famoso con l’allora giovane attrice Claudia Mori, futura signora Celentano), la sua fama di donnaiolo pareggia quella di campione. Che, ovviamente, accusa sempre più spesso pause, giornate storte e squalifiche a ripetizione, provocate dalle sue ribellioni agli arbitri. Così, cinque anni fa, ha ricordato quel periodo: «Sono stato squalificato un sacco di volte, ma non perché fossi scorretto: ero un lottatore accanito e leale, però non sapevo resistere alle offese e reagivo in modo eccessivo. Ero molto esuberante, mi piacevano le avventure galanti, ho corteggiato molte donne, non amavo i ritiri ma non sono stato un ribelle: arrivavo ultimo agli allenamenti, però ero il primo a lottare in campo. Avevo le mie regole, anzi, le mie trasgressioni, ma l’importante era che in campo nessuno potesse rimproverarmi niente. Una volta fui il protagonista di un famoso Roma-Juventus: mi infortunai, restai in campo con un braccio al collo, segnai il gol decisivo di un trionfale 2-1. Ebbene, la partita era cominciata alle 14,30 e io avevo fatto l’amore con una splendida donna fino alle 11, cioè tre ore prima».

La svolta in negativo avviene nel 1962: ha partecipato alle qualificazioni mondiali, si aspetta di rientrare nella lista dei 22 per il Cile, ma in autunno viene escluso dalla Nazionale, mentre vi restano stabilmente altri “oriundi” come Sivori e Altafini. La prende male, viene sempre più spesso escluso dalla squadra e considerato “finito”. A salvarlo interviene il recupero di un minimo di stabilità affettiva. A Roma conosce Anna Maria, diciassette anni, che nonostante l’opposizione della famiglia accetta di andare a vivere con lui. A poco a poco torna nei binari, ma la cattiva fama che lo accompagna lo ha ormai emarginato. Gioca solo dodici partite, i più lo ritengono un “ex” e a fine stagione il grande ribaltone di Marini Dettina lo inserisce nella lista degli epurati. A Firenze il presidente Longinotti non vive giorni tranquilli, il direttore sportivo Montanari fa i salti mortali per far quadrare i conti del mercato, alle prese con un bilancio pericolante e sotto osservazione della Lega. Riesce a “salvare” Hamrin e punta sul recupero di Lojacono per ridare smalto all’attacco, con Pirovano e Maschio a centrocampo. All’argentino viene offerto un contratto a rendimento, l’allenatore Valcareggi manifesta nei suoi confronti fiducia incondizionata. L’avvio di campionato è confortante: al debutto all’Olimpico contro la Lazio viene trattato senza complimenti da Carosi, eppure chi si aspetta le sue solite reazioni violente rimane deluso. Con l’Atalanta riprende confidenza col gol (doppietta) e con le magie. Il “toro” sembra finalmente inquadrato, a tutto vantaggio della squadra, che travolge al Comunale anche la Sampdoria. Ma la crisi è in agguato: sconfitta a Bologna, pareggio a Torino con la Juve e Lojacono, confusionario e discontinuo, esce di squadra. Valcareggi si affida ai giovani (Brugnera e Canella) ma, superata a fatica la Spal, perde a Vicenza e viene silurato, sostituito da Beppone Chiappella. Solo a dicembre Lojacono torna in campo, a Milano contro l’Inter, per una prestazione mediocre. La Fiorentina è troppo spesso una squadra di fantasmi, nella partita successiva è rissa col Catania e fra gli espulsi, manco a dirlo, c’è Lojacono. Il suo sostituto Benaglia è tra i protagonisti della riscossa viola targata Chiappella. I tentativi di recupero si risolvono in un completo naufragio. Impiegato saltuariamente, torna al gol contro il Mantova, il 22 marzo, e si ripete tre settimane dopo a Torino contro i granata. Ma è troppo tardi. A fine stagione la Fiorentina riesce a... perdere l’asta per la risoluzione della comproprietà con la Roma (per una ventina di milioni) e Lojacono torna giallorosso, per essere subito smistato alla Sampdoria, dove vivrà una nuova stagione-no, in conflitto aperto col tecnico “Pinella” Baldini, che arriverà a dire al suo club, nella primavera del 1965: «La dirigenza scelga: o Lojacono o io». A ventinove anni, considerato ormai un ex giocatore, Francisco Ramon Lojacono verrà ingaggiato a gettone dall’Alessandria, Serie B. E proprio là, nella quieta provincia, ritroverà se stesso per un inatteso prolungamento di carriera: quattro stagioni, due tra i cadetti, due in C, alla fine come allenatore-giocatore, per sciorinare ancora i lampi della sua purissima classe. In C le sue medie gol tornano strepitose: 14 gol in 25 partite nel 1967-68, 10 in 22 nel ‘68-69. Chiuderà la carriera a 34 anni, con 12 presenze e 3 gol nel Legnano, ancora in C. Farà l’allenatore in D e in C, conquistando pure alcune promozioni: Latina, Castrovillari, Benevento, Livorno, Pro Cavese, Barletta, Casoria, Salernitana, Nocerina, Akragas e altre ancora. Oggi è un uomo finalmente placato, ma ancora vitalissimo. Vive nella campagna sabina, a Cretone, nella serenità della vita agreste, dedicandosi ancora al calcio minore. Con lui, Anna Maria, da cui ha avuto tre figli, Gabriele, Francesca e Ramona. Si definisce un uomo felice e c’è da esserne contenti: non rinnega le bizze, i casinò e le donne di tanti anni fa. Sa di avere sprecato buona parte del proprio talento, ma anche che gli sportivi che l’hanno visto folleggiare sul campo non dimenticheranno facilmente le sue prodezze di campione.

di Carlo F. Chiesa



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