Forza Viola 6/1999



Michael Laudrup
IL TALENTO SPRECATO

Grandi attese circondavano la Fiorentina targata Radice che si apprestava ad affrontare la stagione 1992-93. Squadra tosta, attrezzata in ogni reparto, notevolmente rafforzata rispetto alla formazione zoppicante del campionato precedente. L’obiettivo minimo dichiarato era la zona Uefa. Nemmeno il più scettico dei tifosi avrebbe potuto pronosticare un’annata così disgraziata.
Uno dei grandi colpi di mercato era stato l’acquisto del contesissimo bomber del Foggia-miracolo, Ciccio Baiano, che con Batistuta e il geniale Massimo Orlando avrebbe dovuto formare una prima linea in grado di sgretolare anche le difese più agguerrite.

In più, dal Bayern Monaco era arrivato, a rimpolpare il centrocampo, il biondissimo tedesco Stefan Effenberg, sulla cui affidabilità chiunque si sarebbe sentito di scommettere. Ma la vera ciliegina sulla torta fu proprio l’acquisto di Brian Laudrup, fresco Campione d’Europa con la Nazionale danese, capace di stracciare l’intero continente del football dopo essere precipitosamente rientrata dalle vacanze, grazie all’esclusione della Jugoslavia.
Grande amico del neo-viola Effenberg, di cui era considerato il “gemello”, il giovane danese avrebbe fatto carte false per trasferirsi alla corte dei Cecchi Gori. Le sue prodezze erano ancora negli occhi di quanti si erano esaltati alle imprese della Nazionale nordica, frizzante in attacco grazie soprattutto ai ricami in dribbling dell’inafferrabile biondino col baricentro basso.
Dinastia di calciatori, quella dei Laudrup. Difficile scegliere una strada diversa, quando si hanno buoni piedi, un padre con ventidue presenze in Nazionale e un fratello considerato un fenomeno di livello mondiale fin da ragazzino. Difficile anche farsi strada fra le malelingue, con un clan così potente alle spalle. Ancor più difficile togliersi dalla pelle il marchio di raccomandato di ferro, se non sei almeno un campione.

Beh, il giovane Brian a quindici anni aveva fatto la sua scelta: sarebbe diventato un fuoriclasse con le sue sole forze.
Proprio questa determinazione e questa forza d’animo lo rendevano differente dal fratello Michael, di cinque anni più vecchio, considerato dalle nostre parti troppo freddo e ben poco propenso al sacrificio.
A poco più di diciotto anni, il precoce Brian poteva già camminare (e vincere) da solo: trascinò la sua squadra, il Bröndby, al secondo storico titolo nazionale. I giornali italiani, a quel punto, si accorsero di lui. Forse fu considerata soltanto una curiosità la storia di questo Laudrup fuoriclasse-operaio, gran genio del dribbling ma col piglio del trascinatore, fratello dell’amletico Michael, gran campione di discontinuità. Col passare del tempo, però, la stampa di casa nostra cominciò a interessarsi sempre più al giovane vichingo, che presto prese a raccogliere consensi nella Bundesliga, il massimo campionato tedesco. Prima nelle file del Bayer Uerdingen, poi in quelle del Bayern Monaco. Il campionato tedesco gli piaceva, certo, ma lo considerava solamente una tappa di maturazione nel cammino che prima o poi lo avrebbe condotto a giocare in Italia. Non voleva bruciarsi: si rendeva conto che l’impatto col nostro campionato avrebbe potuto avere effetti devastanti sulla sua carriera, così come aveva impedito al fratello Michael, da tempo emigrato al Barcellona, di sbocciare completamente.

Ma Brian era quasi pronto al grande passo.
Nel 1992, pur reduce da un gravissimo infortunio ai legamenti del ginocchio, accettò di giocare gli Europei, mentre il fratello Miki, entrato in contrasto con lo staff tecnico, da tempo aveva abbandonato la casacca del suo Paese. «Il Barcellona è la mia Nazionale» amava ripetere l’ex juventino. Ormai però le due strade erano divise. A Brian fu chiesto di partecipare e lui diede il suo assenso. Ad appena ventitré anni, Brian era l’unica stella della squadra, che affrontò la competizione con la nonchalance di chi non ha nulla da perdere. Niente preparazione, niente lunghi ritiri postcampionato, i danesi in pratica arrivarono in Svezia e scesero in campo. Brian entusiasmò: certo, era un solista del dribbling, ma quando partiva apriva le difese come tagliando il burro e per i suoi compagni era un gioco da ragazzi piombare dentro l’imbuto e fare centro. Giunse il titolo, il più inaspettato di sempre, e giunse tanta notorietà. La Fiorentina annunciò l’ingaggio del fresco Campione d’Europa e fu entusiasmo.

Nonostante la giovane età, Brian era ormai un campione affermato, la Fiorentina col suo carico di ambizioni gli offriva la possibilità di mettere subito a frutto la fresca gloria continentale. Giunse a Firenze carico come una molla: oltre a tanti fuoriclasse, poteva riabbracciare l’amico fraterno ed ex compagno di mille battaglie nel Bayern, Stefan Effenberg.
Da lui i tifosi si aspettavano mirabilie: lanci millimetrici per Batistuta e lo sgusciante Baiano, formidabili duetti con Orlando.
Malauguratamente, fin dalle prime battute il biondo danese denunciò problemi di collocazione in campo, analoghi a quelli che avevano afflitto il fratello in passato. Il centrocampo si basava sulla regia arretrata di Di Mauro e sulle rifiniture di Massimo Orlando. In mezzo stavano Effenberg e Laudrup, due propulsori formidabili sul settore di centrodestra. Mentre però il tedesco partiva a mille, Laudrup stentava a trovare la posizione, essendo la trequarti già impegnata da Orlando. La squadra sembrava comunque funzionare discretamente: nulla faceva presagire il drammatico girone di ritorno che attendeva i gigliati.

I problemi iniziarono quando Gigi Radice entrò in insanabile contrasto con la società, che si vide costretta a esonerarlo. Al suo posto fu chiamato Aldo Agroppi, personaggio amatissimo dalla città. Il tecnico toscano decise di passare dalla zona praticata con Radice a un più tradizionale gioco a uomo. Per la squadra questo rappresentò un passo indietro generale, i nuovi schemi furono mal digeriti, ma più di tutto subentrò uno strano scoramento nel gruppo, una sorta di fatalismo dopo gli entusiasmi procurati dal brillante avvio e i primi inciampi.
Involuto nel gioco, sterilmente insistente nel dribbling, Laudrup continuava a sembrare il classico ninnolo da salotto, non il formidabile trascinatore di qualche mese prima, con l’aggravante di disinteressarsi della copertura, facendo in pratica l’attaccante aggiunto. Un lusso, per la squadra. Entrò in polemica con Agroppi, reo, a suo dire, di farlo giocare fuori ruolo. Lui era abituato a ubriacare gli avversari di finte e serpentine, era stato acquistato come fantasista e ora si sentiva costretto a difendere, a mordere caviglie, a spezzare il pane della fatica!

A un giornale danese dichiarò, all’indomani della sconfitta (0-2) col Milan a San Siro: «A Milano abbiamo avuto l’ordine di giocare una partita difensiva, per prendere almeno un punto. Agroppi mi ha detto di stare calmo con gli inserimenti in avanti. Ma se continua così, finisce che in Nazionale devo concorrere con Sivebaek (allora al Pescara, n.d.r.) per un posto di terzino destro...». Insomma, in ballo parevano i destini individuali, non quelli collettivi di una squadra che andava lentamente ma irreparabilmente alla deriva. Quando ci si accorse che lo spettro della retrocessione si stagliava pericolosamente davanti alle maglie gigliate, era troppo tardi. I campioni avrebbero dovuto prendere l’iniziativa, risolvere le partite da soli. Ma nulla accadde.
Nonostante i proclami di fedeltà alla causa gigliata, Brian non riuscì a risollevare le sorti di quella disgraziata stagione. Quando i ragazzi cominciarono a lottare sul serio, era troppo tardi.

Fu triste vederli battersi invano fino all’ultima giornata. Partiti con grandi ambizioni, si ritrovarono retrocessi.
Il presidente era stato categorico: i signori campioni resteranno anche in B. Ma per il talentuoso danese si fece un’eccezione: troppo morbido, per un campionato duro come la nostra Serie B, il rischio era eccessivo e lui si sentiva uomo da grandi ambizioni. Lo volle il Milan come riserva di lusso: uno come lui avrebbe potuto fare comodo in qualsiasi momento. Con lo squadrone rossonero in effetti vinse il campionato, ma si fece notare (poco) soltanto per qualche comparsata. Nessuno lo ricorderà fra i protagonisti di quell’impresa.

Clamorosamente bocciato in Italia, Brian Laudrup emigrò in Scozia, nei Rangers di Glasgow, dove, in un campionato molto meno competitivo sul piano tecnico, ritrovò gli antichi splendori. Quattro stagioni, per complessive 117 partite e 33 reti ed eccolo ai Mondiali di Francia, pronto a sostenere il passo d’addio del fratello. Tirato a lucido, lo abbiamo ammirato, l’estate scorsa, in quella piccola antologia di gioielli che era la Nazionale danese, ingiustamente eliminata nei quarti dal Brasile di Ronaldo. Un Brian di lusso, degno compagno del fratello, per una serie di prodezze che hanno provocato più d’un rimpianto ai tifosi viola. E anche se l’attuale stagione ne ha confermato interi i limiti (ingaggiato dal Chelsea, se ne è andato a metà stagione per “problemi ambientali” tornando in patria, al Copenaghen), l’intuizione che lo aveva portato a Firenze non era stata affatto peregrina: il campione “c’era”, eccome. Peccato che la luna gli giri spesso storta. Peccato davvero.

di Filippo Manaresi

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