Forza Viola 1/1998



Gli stranieri viola/Latorre
IL FANTASISTA SFORTUNATO

La via di Firenze è lastricata di occasioni perdute. Di talenti bruciati prima di riuscire a sbocciare. Il rimpianto è inevitabile, pensando a un giocatore come Diego Latorre. Il “bidone”, come è uso sbrigativamente archiviare i giocatori che, come lui, hanno ballato solo pochi minuti nel campionato più difficile del mondo, per uscirne irrimediabilmente respinti. Sarà stato anche un “bidone”, ma accipicchia, che destro da favola, roba da iscriversi subito a un corso per operatori ecologici del pallone. Tutta la sua vicenda fiorentina è transitata sul filo sottile della sorte, prendendo sistematicamente a ogni bivio la strada sbagliata. La Fiorentina lo adocchia nel 1990, in Argentina è una specie di idolo della tifoseria del Boca Juniors, dove ha esordito addirittura a diciassette anni. La sua accoppiata con Batistuta è esplosiva: l’uno apre varchi con i suoi tocchi felpati e i suoi assist al miele; l’altro si avventa a tradurre in gol l’intesa con l’amico dai piedi d’oro. Conclusione: la Fiorentina ingaggia Latorre in giugno. Poco meno di quattro miliardi, contratto fino al ‘95 per ottocento milioni lordi a stagione e la convinzione di essersi assicurata l’erede di Roberto Baggio, lasciato a maturare nel suo club. Sono tempi difficili per la Fiorentina, l’avvento della famiglia Cecchi Gori ridona fiducia a una tifoseria scossa dalle ultime vicende dell’era Pontello.

Estate 1991, la squadra viola ha bisogno di una punta, il “blitz” sul semisconosciuto Batistuta, fresco eroe della Coppa America, è di quelli storici. Latorre, che con Gabriel ha vinto lo scudetto, ha conquistato il trofeo come miglior giocatore del campionato; ma ha appena ventun anni, c’è tempo. Il suo inserimento viene programmato per gradi, un’altra stagione al Boca, poi una in Spagna (al Siviglia) e infine il campionato più difficile del mondo. Rispettata la prima tappa (dodici gol col Boca), Diego arriva in Italia ai primi di luglio 1992, con il padre Edgardo, affermato commercialista di Baires, e il procuratore Settimio Aloisio. La trattativa col Siviglia è appena avviata, quando Aloisio finisce in manette per questioni veronesi. Il contatto con la Spagna si inaridisce, il ragazzo resta due mesi e mezzo in albergo, si sparge la voce che la Fiorentina l’abbia ingaggiato per “ammorbidire” il procuratore Caliendo nella vicenda Dunga. La telenovela finisce a novembre, quando Dunga parte per Pescara e Latorre viene tesserato per il club viola come quarto straniero. Ha perso parecchi mesi, scende in campo in amichevole il 15 novembre contro l’Aston Villa e il giudizio è unanime: piedi buoni, gran classe, ma niente grinta nè velocità. Una specie di sentenza di condanna, per un ragazzo cui le disposizioni dell’epoca (non più di tre stranieri tra campo e panchina) concedono uno spazio limitatissimo. In più, la situazione precipita di colpo, addentrandosi nell’imbuto della stagione viola più sfortunata del dopoguerra, con la caduta in B. Per Latorre, due sole presenze, il 24 gennaio a Foggia e il 31 col Genoa a Marassi (sempre in sostituzione di Massimo Orlando), per complessivi diciotto minuti. Pochi giorni dopo, la cessione al Tenerife. Addio, amico Gabriel, addio Firenze: Latorre parte per la Spagna col groppo in gola. Lontani i tempi argentini in cui con Redondo e Simeone costituiva il trio delle grandi speranze della Nazionale. Tre splendide stagioni sotto la guida del suo estimatore Valdano (che gli promette di portarlo al Real Madrid), poi, dopo l’arrivo del nuovo tecnico Heynckes, la cessione al Salamanca, club in crisi, con cui vive la retrocessione dell’anno scorso. L’ultima stagione l’ha giocata in Argentina, di ritorno nel “suo” Boca, dove ha ripreso a deliziare la platea. Diego Latorre non era Maradona, ma non era neppure un “bidone”. Che peccato.

di Carlo F. Chiesa

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