Forza Viola 1/1998
Gli stranieri viola/Julinho
L'ALA DELLA FANTASIA
Capitò quasi subito, alla seconda giornata di campionato,
contro il Padova dei duri. Lo stop a domare il pallone e, prima
ancora di abbozzare la finta, il pestone terribile del difensore calò
come una brutale mannaia: una botta micidiale, a tacchetti spianati sulla caviglia,
appena allalba della partita. Per un istante il pubblico attese di vederlo
scattare fumante di rabbia contro quellattentato al limite del codice
penale, solo per miracolo non foriero di danni. Invece, niente. Julio Botelho,
in arte Julinho, si guardò attorno, più sorpreso che ferito, levando
gli occhi oltre la smorfia dipinta dai baffetti sul volto sottile. Quel colpo
proditorio rappresentava un classico del pallone, lavvertimento
del difensore scafato allavversario dal dribbling troppo facile. Gira
al largo, ragazzo, vedi di non danzare sulle punte, altrimenti oggi per te sarà
dura. Il numero sette viola si rialzò senza fare una piega; uno sguardo
allarbitro, una scrollata di capo e via. La piega la fece allarrivo
del pallone successivo: un quasi impercettibile movimento del corpo, la finta
anticipata, il dribbling avviato prima di toccare la sfera. Avversario beffato,
un salto per evitare la tenaglia del tackle tardivo e fuga verso il gol. Così
il pubblico di Firenze cominciò a conoscere il suo nuovo beniamino e
forse capì, prima ancora di apprezzarne interi il talento e lo straripante
genio, che quel brasiliano dal volto triste lavrebbe portato lontano.
Fino allo scudetto.
Julinho è stato la più grande ala destra della storia viola. Anche
se Hamrin lo surclassò quanto a numero di reti e certo non gli volò
lontano sul piano della classe pura, nessuno ha mai potuto eguagliare il campionario
di finezze e invenzioni in pura calligrafia brasiliana del fuoriclasse venuto
da San Paolo. Un patrimonio di delizie tecniche speso a esclusivo servizio della
squadra, senza una sola concessione allegoismo così spesso tipico
dei grandi solisti.
Alto, longilineo, con una maschera da Buster Keaton a nascondere ogni emozione,
era uno dei sei figli di Francisco, titolare di un negozio di alimentari a San
Paolo del Brasile. La passione per il calcio, precoce come in quasi tutti i
figli di quella terra, lo aveva portato a quattordici anni nella Juvenil Palmeiras,
squadra rionale. Da lì, tre anni dopo, al club del Sindacato tessili
e poi alla Juventus di San Paolo, da dove lo aveva prelevato la Portuguesa.
Qui, da interno destro era stato trasformato in ala e aveva spiccato il volo
fino alla Nazionale, con cui aveva giocato lo sfortunato Mondiale 1954, tre
partite per lui e due gol, prima delleliminazione nei quarti a opera della
Grande Ungheria. Con la Portuguesa aveva vinto il titolo paulista e la lega
arbitrale brasiliana lo aveva premiato con una medaglia doro come lunico
giocatore senza un richiamo per ben tre stagioni consecutive. Dopo il Mondiale
si era fatta avanti lInter, ma Julinho, cui da poco era nato un figlio,
aveva rifiutato.
Non lo fa invece lanno dopo, alla fine di luglio 1955, quando arriva lofferta
della Fiorentina. Fulvio Bernardini ha già gettato le basi per un attacco
in grande stile al sogno-scudetto del presidente Befani. Per fare il decisivo
salto di qualità vuole unala di grande fantasia, capace di innescare
il grezzo ma potente centravanti friulano Virgili, e un interno di punta che
possa scambiarsi agevolmente con lala tattica Prini. Il disegno si materializza
con Julinho e Montuori. Largentino viene acquistato quasi a scatola chiusa;
il brasiliano, invece, è richiesto espressamente dal tecnico. Vengono
trovati anche gli immancabili avi italiani, in omaggio alle leggi dellepoca,
che ammettono gli stranieri a patto di poterli chiamare pudicamente oriundi.
Un piccolo comune toscano certifica che il nonno era italiano, si chiamava Botelli.
Ne nascerà un pasticcio, qualcuno scoprirà che il nonno era addirittura
un... sacerdote e la questione finirà in una causa di alterazione dello
stato civile. Bizzarrie dei tempi. «Ho seguito questo giocatore»
commenta Bernardini felice «fino dai Mondiali in Svizzera, dove mi fece
una grande impressione. È unala sistemista perfetta,
veloce e con un controllo di palla che ha semplicemente del meraviglioso e in
più è anche un abile realizzatore, perché senza fronzoli
punta diretto alla rete avversaria. Lho scritto allora: unala può
arrivare fino a Julinho. Non oltre». La Fiorentina non bada a spese: gli
fa firmare un contratto biennale, 40 milioni vanno alla Portuguesa, 20 al giocatore,
con uno stipendio mensile, premi compresi, di 350 mila lire. Lala è
lesta a calarsi nella realtà del calcio italiano. Nel debutto in campionato,
a Busto Arsizio contro la Pro Patria, fa fuori tre difensori e poi, quasi dal
fondo, da posizione impossibile, piega le mani al portiere con un autentico
siluro. Leva appena in alto la mano, la prodezza non estorce ai tratti malinconici
del volto neppure un sorriso. Soffocato dallabbraccio dei compagni, rivela
intera la propria timidezza, ma anche il tratto composto del carattere, che
stride paradossalmente con lestro che sprizza dal suo gioco. Letteralmente
inarrestabile, Julinho conferma la lungimiranza dei piani di Bernardini: il
suo infinito campionario di finte, arabeschi, dribbling fulminanti rappresenta
lideale rampa di lancio per Virgili, che grazie anche allaltra sponda
Montuori dà vita a un attacco micidiale. Lo scudetto arriva sulle ali
del gioco, solo allultima giornata la squadra esce sconfitta, a opera
del Genoa di Gunnar Gren. Altrettanto brillante la seconda stagione, praticamente
impossibile per gli avversari prendere le misure al fuoriclasse brasiliano.
Il ragazzo però è chiuso, taciturno, non fa parlare di sè
se non per le prodezze sul campo. Ha un contratto biennale e a primavera del
1957 se ne torna in Brasile. Dopo lultima partita, 2-2 a Padova, consegna
alla stampa una lettera, per ringraziare enti federali, società e tifosi
che lo hanno assistito nel suo soggiorno italiano. Nasce una piccola telenovela,
perché il club viola fa ovviamente di tutto per farlo recedere dal proposito
di un rientro definitivo in patria, dove a trattenerlo è soprattutto
qualche problema familiare, legato alla madre. In più, lamarezza
per lesclusione dalla Nazionale, in quanto, secondo il Ct Pirillo, ormai
da tempo non è abituato al Sistema brasiliano. Quando finalmente
ritorna, sbucando dal sottopassaggio per il match casalingo con lUdinese,
il 29 settembre 1957, la folla va letteralmente in delirio. In un articolo sullo
Sport Illustrato spiega le ragioni del suo ritardo: «Questioni
strettamente personali, tanto personali che non ho ritenuto opportuno confidarle,
anche se questo sarebbe stato determinante ad eliminare tanti malintesi. Smentisco
i contatti col Real Madrid. Se dovessi cambiar casacca non andrei certo in unaltra
società europea, ma rimarrei in Brasile... Lunico rammarico che
mi rimane in questa inutile polemica è di aver forse tediato gli sportivi
italiani. Ora comunque tutto è passato: sono in Italia e mi trovo, come
è sempre stato fino alla mia partenza, in un clima di cordialità
e di simpatia». Laddio è rimandato a fine stagione, quando,
questa volta irrevocabilmente, il legame con la terra dorigine viene ristabilito,
al termine comunque di una stagione giocata nuovamente a livelli strepitosi.
È tornato recentemente in Italia, Julinho, e proprio nei giorni scorsi,
sulla Gazzetta dello Sport, ha espresso il suo autorevole parere
su Edmundo, giudicandolo pari a Ronaldo. E di certo il nuovo fuoriclasse viola
non avrebbe potuto sperare in un viatico migliore.
di Carlo F. Chiesa