Forza Viola 4/1997
Gli stranieri viola/Hamrin
IL VOLO DELL'"UCCELLINO"
C è unala al mio paese che non ha rivali in
Europa. Si chiama Kurt Hamrin. Il giorno che metterà piede in Italia,
farà stravedere». La frase è di Nils Liedholm, grande
vecchio del calcio svedese e del Milan, e risale alla metà degli
anni Cinquanta. Allepoca Kurt Hamrin ha poco più di ventanni
e una fama ancora acerba fuori dai confini svedesi. In patria tuttavia è
già qualcosa più di una promessa: frequenta infatti la Nazionale,
da quando si è rivelato precoce talento nelle file dellAIK Solna,
squadra di un sobborgo di Stoccolma, vincendo la graduatoria dei cannonieri
a ventanni con 22 reti in 21 partite. Vola leggero come un uccellino (e
questo diventerà in Italia il suo soprannome), tanto il suo dribbling
è leggero e aerea la rapidità di movimenti; quando però
si tratta di colpire, la sua efficacia è micidiale e proprio labilità
in zona gol ha solleticato i grandi club italiani, notoriamente sensibili allargomento
campioni stranieri. Nel 1955, in occasione di unamichevole
in Portogallo con la Nazionale, in tribuna cè Sandro Puppo, allenatore
della Juventus. Locchio dellesperto non tradisce e a fine partita
lo stesso tecnico avvicina il giovane Kurt (non è ancora tempo di procuratori...),
chiedendogli se se la sentirebbe di partire per litalia, destinazione
Juventus. Figlio di un imbianchino, Hamrin era entrato a far parte dei pulcini
dellAIK a cinque anni, da lì, percorrendo tutta la trafila delle
squadre giovanili; ma già a quattordici aveva dovuto lasciare la scuola
per trovare un lavoro (operaio in una zincografia) e dare una mano economica
alla famiglia. Facile dunque immaginare la risposta del giovane zincografo-attaccante
a quella proposta: un entusiastico sì, tradotto nella firma sotto il
contratto, alla fine di quello stesso anno, con relativo trasferimento a Torino.
Chiudeva la sua carriera svedese con 59 gol in 63 partite di campionatoSolo
a partire dalla stagione successiva, tuttavia, Hamrin potè diventare
professionista a tutti gli effetti. E gli effetti non furono granché,
non tanto per colpa sua, ancorché un minimo prezzo allambientamento
fosse logico che lo pagasse, quanto per la stagione infelice vissuta dallintera
squadra. Puppo, alla guida di un gruppo di giovani promettenti (soprannominati
i Puppanti) non riuscì neppure a concludere la stagione,
sostituito, prima che certi segnali diventassero allarmi veri e propri, da Baldo
Depetrini. Il posto finale per la Juventus rappresentava uno smacco pesante
e Umberto Agnelli, che contava appena 22 (ctrll) anni, decise di passare ufficialmente
al comando del club, dopo il breve tirocinio ufficioso. Il suo ingresso
in scena fu fragoroso, scortato da due acquisti boom quali dovevano rivelarsi
quelli di John Charles, centravanti, e Omar Sivori, genio, entrambi goleador
emeriti. Hamrin venne sacrificato non solo alla dirompente classe dei due, ma
anche allidea di una certa fragilità che il suo andirivieni dallinfermeria
alla squadra aveva suggerito. Lesordio era stato fulminante: doppietta
allOlimpico contro la Lazio, rete alla Spal la domenica dopo a Torino.
Ecco una nuova stella, avevano titolato i giornali, sullonda di un guizzo
in area leggero e inafferrabile come una piuma che un attimo prima del gol disorientava
difensori e portieri. Poi, erano cominciati i malanni, infortuni uno dietro
laltro a bollare le sue caviglie con unetichetta imbarazzante: di
vetro. Venne ceduto in provincia, al Padova, che sotto la guida di Nereo
Rocco faceva incetta di campioni dismessi dai grandi club e li ricostruiva assieme
alle proprie fortune. Kurt Hamrin non solo non aveva le caviglie di vetro, ma
in quellanno a Padova dimostrò di possedere armi micidiali sulla
via del gol. A fargli compagnia in avanti, un altro infortunato di lusso
dellanno prima, il centravanti Sergio Brighenti della Sampdoria, destinato
a salire fino alle prime posizioni nella graduatoria assoluta dei cannonieri
italiani di tutti i tempi. I due si intendevano talmente bene da dar vita a
una coppia dattacco micidiale, che coi suoi gol fiondò la provinciale
di lusso fino al terzo posto in classifica, record assoluto della storia biancoscudata,
dietro Juventus e Fiorentina. Inevitabile che il big recuperato
lasciasse in fretta il bacino di carenaggio di provincia, per mete più
prestigiose. Hamrin tornò alla Juve, che, già coperta comera
in fatto di assi di fuorivia, non faticò a trovare estimatori per quel
minuscolo gioiello da 20 gol in 30 partite, che nellestate di quellanno,
il 1958, ebbe modo di incantare il mondo in Svezia, arrendendosi con la Nazionale
di Gren e Liedholm solo al Brasile, in una finale piena di gol e magie. La Fiorentina,
dunque, reduce dal secondo posto e ansiosa di offrire una continuazione tricolore
allo scudetto del 1956, si prese il vicecampione del mondo, nel quadro di una
generale operazione di rinnovamento. Il presidente Befani chiudeva il fastoso
capitolo Bernardini, per portare in panchina Lajos Czeizler, il Buddha
del calcio italiano, un allenatore ungherese macchiatosi per la
sollecita eliminazione dal Mondiale 1954 alla guida della Nazionale. Se ne era
andato il favoloso Julinho, aveva lasciato Firenze anche il discusso Virgili,
poderoso ex enfant prodige, ormai criticato da una vistosa parte della tifoseria
e cera un gran bisogno di volti nuovi, specie in attacco. Hamrin avrebbe
dunque preso il posto del brasiliano, fidando che la diversità del proprio
gioco lo riparasse da diretti confronti, mentre al centro dellattacco
andava a piazzarsi il virgulto Petris, di ritorno dopo lesperienza alla
Triestina. Esplosivo limpatto sul campionato, complice il nuovo modulo
di Czeizler, che abbandonava il contropiede caro allalchimista (dello
spettacolo) Bernardini per sguinzagliare i propri veltri in un modulo tempesta
e assalto, vutto volto alloffesa. Ne sortì il terzo consecutivo
secondo posto, con ben 95 reti realizzate in 34 partite e lo scudetto a un soffio,
i tre punti in più totalizzati dal Milan. Leffetto-Hamrin fu dirompente
e basta il dato numerico a sintetizzarlo: 26 gol in 32 partite. Stupiva soprattutto,
del nuovo idolo di Firenze, la leggerezza soave con cui levitava sulla partita,
una sorta di foglia sospinta dal vento sempre nella stessa direzione: il gol.
Dribbling fulminante, tiro implacabile dopo il classico zig-zag in area che
ubriacava i difensori disorientando il portiere. Kurt, idolo della folla, capace
di cancellare lombra malinconica di Julinho lasso della fantasia.
Felici furono anche le successive stagioni, pur nel declino della squadra. Andatosene
zio Lajos, fu un altro straniero, largentino giramondo Luis Carniglia,
a cogliere il secondo posto (quarto consecutivo) e poi lentamente i gigliati
scesero di qualche gradino, accomodandosi su un terreno di sia pure aurea mediocrità,
cui conferì peraltro non lieve lustro la conquista della prima Coppa
delle Coppe e della Coppa Italia, nel 1961, e poi di nuovo la Coppa Italia oltre
alla Mitropa Cup nel 1966. «Firenze» ha ricordato recentemente Kurt
in una intervista «è una città piccola, cè
una mentalità provinciale e se arriva lo scudetto, come è successo
nel 56 e nel 69, è un fatto episodico, che purtroppo non
ha seguito. Le grandi città del calcio sono Milano con Inter e Milan
e Torino con la Juventus. Quando arrivai a Firenze la squdra era molto più
grande della società, che non aveva peso politico. Con una società
più forte alle spalle, nel 59 e nel 60 avremmo anche potuto
conquistare lo scudetto, anziché arrivare secondi». Kurt Hamrin
restò inafferrabile pilota dellattacco fino al 1967, cogliendo
tra laltro un prestigioso primato. Accadde nel campionato 1963-64: seconda
giornata di ritorno, a Bergamo la Fiorentina superò lAtalanta con
un eclatante 7-0 e ben 5 reti portavano la firma dellinafferrabile Kurt,
che diventava (e rimane tuttora) primatista assoluto delle reti segnate in trasferta
in una sola partita. A un certo punto, si cominciò a dire che Hamrin
era diventato vecchio. In realtà, la Fiorentina si era molto ringiovanita,
lanciando per motivi economici una linea verde destinata a riportarla
sulle piste dello scudetto. Coi suoi trentun anni Hamrin era il nonno
della compagnia e così infatti lo chiamavano, come lui stesso ha recentemente
rivelato: «Ero un po la chioccia di quei ragazzi, tanto che mi chiamavano
affettuosamente nonno. Invitavo spesso a cena a casa mia De Sisti,
Merlo, Brugnera e Bertini: mia moglie la chiamavano mamma!».
Qualcuno temeva che non fosse in grado di reggere i ritmi della compagnia di
ragazzini e così anche lidolo svedese di una intera tifoseria a
un certo punto, annacquata leggermente limmagine da un logico calo del
numero di gol, fece le valigie. A premere per servirsi ancora dei suoi guizzi
e della sagacia tattica con cui lesperienza lo guidava a surrogare lappannamento
dello scatto e della forza fisica fu Nereo Rocco. Lantico Paron
lo aveva rigenerato da ragazzino nel Padova, poi lo aveva richiesto per il suo
Torino nei primi anni Sessanta, per ripiegare poi sullaltro attaccante
viola, leterna promessa Orlando, nel timore che fossero risorti i guai
fisici degli inizi italiani. nel 1967 dunque Rocco, tornato allovile rossonero,
si ingegnò a costruire una squadra formidabile, mescolando insieme gioventù
ed esperienza. Chiese dunque Hamrin e la Fiorentina, che voleva Amarildo, accettò,
dovendo sborsare come sovrappiù un centinaio di milioni (fate conto:
un miliardo e quattrocento milioni di oggi). Lasciava con 150 gol, primato tuttora
imbattuto in maglia viola. Loperazione fece la fortuna di tutti. La Fiorentina
di lì a un paio di stagioni avrebbe chiuso con lo scudetto la generale
crescita di quella memorabile covata di giovani. Rocco invece col suo Milan
vinse a raffica: Coppa delle Coppe, scudetto e Coppa dei Campioni in due anni.
I due anni di Hamrin, che poi emigrò al Napoli, primo acquisto di un
giovane presidente, Corrado Ferlaino. Sotto il Vesuvio chiuse la lunga e onoratissima
carriera, a quasi trentasette anni. Con la Nazionale svedese aveva collezionato
17 reti in 32 partite. Lasciò Napoli per tornare a Firenze, la sua patria
di elezione, dove tuttora vive, con la sua attività economica (esportazione
di lampadari in Scandinavia) e contatti... inevitabili col mondo del calcio,
visto che una delle sue figlie ha sposato Moreno Roggi, ex gloria viola e poi
procuratore di grande successo. Recentemente un cronista gli ha chiesto che
coppia avrebbe formato con Batistuta: «Avrei dovuto modificare un po
il mio gioco» ha risposto, «diventare più altruista. Sarei
stato un altro Hamrin. Dribbling e tiro erano le mie qualità e le sfruttavo
in pieno. Giocavo con centravanti che mi lasciavano spazio, come Montuori e
Brugnera. Ho sempre avuto il gusto del gol». E lo ha sempre saputo trasmettere
ai suoi ammiratori. Con quel suo volo da Uccellino che ancora oggi si libra
nella memoria degli appassionati meno giovani.
di Carlo F. Chiesa