Forza Viola 2/1997
Gli stranieri viola/Gren
LA LEGGENDA DEL "PROFESSORE"
Lo chiamavano il Professore, un soprannome che diceva
tutto del suo calcio, fatto di raffinata classe ma soprattutto di magistero
di alta scuola. Gunnar Gren non scendeva in campo; saliva in cattedra,
a insegnare lonor dellarte di cui i suoi piedi e il suo cervello
di grande regista conoscevano ogni segreto. Esagerazioni agiografiche? Niente
affatto, se è vero che il regista della Fiorentina che preparava il terreno
al primo scudetto è stato eletto anni fa in un referendum lanciato dalla
televisione nazionale svedese il miglior giocatore della storia del calcio di
quel Paese. Più di Liedholm il Barone, più di Gunnar
Nordahl il Pompiere, più di Nacka Skoglund, lartista.
Di quella straordinaria covata di campioni la cui parabola si riassume efficacemente
nel titolo olimpico 1948 e nel secondo posto dietro il Brasile di Pelé
ai Mondiali del 1958, Gunnar Gren fu il più amato dai compatrioti per
la raffinatezza del suo calcio, in cui si compendiavano razionalità e
stile. Quando approdò a Firenze, nel 1953, contava già 33 anni
e la precoce calvizie ne accentuava laria da vecchio saggio. Da qualche
mese sedeva sulla panchina viola Fulvio Bernardini, il Dottore che avrebbe portato
sotto la curva Fiesole il primo scudetto, e non fu certo un caso se nella prima
campagna acquisti da lui gestita, il grande allenatore amante dei piedi buoni
e del bel calcio si era fatto ingaggiare dal presidente Befani proprio lui,
Gunnar Gren il Professore, che il Milan giudicava un po cotto
per le proprie ambizioni. A Milano qualcuno aveva preso a criticare la sua lentezza,
accusandolo di narcisismo, unimputazione che sentiva di non meritare,
tanto il suo calcio da sempre, sia pure galleggiando sulla musicalità
dellarte pura, si era espresso al servizio costante della squadra. Certo,
col pallone era in grado di fare qualunque cosa: «Era il Maradona degli
anni Cinquanta» ebbe a ricordare di lui il compagno Nils Liedholm, «al
pallone faceva fare qualsiasi acrobazia, poteva decidere da solo e risolvere
qualsiasi partita». Altrettanto certamente, in quel calcio al rallentatore
rispetto ai ritmi di oggi Gren si trovava perfettamente a proprio agio; non
aveva bisogno di correre, potendo farlo fare senza sforzo apparente al pallone.
Però le sue finezze non erano mai al servizio del puro estetismo e ben
lo sapevano gli attaccanti che avevano la fortuna di godere dei suoi servigi,
in primis proprio il bisonte Nordahl, che ai suoi lanci perfetti sulla via del
gol molto doveva dei propri bottini stratosferici. Bernardini era nato allenatore
della Fiorentina da una intuizione del presidente Befani come luomo in
grado di promuovere finalmente il salto di qualità necessario per portare
la squadra viola fuori dalla mediocrità in cui navigava nel dopoguerra.
Il primo, imprescindibile passo era dotarsi di un gioco di grande respiro spettacolare,
quale il Dottore praticava nelle proprie aspirazioni di allenatore colto e un
po snob. Nel ritratto, Gunnar Gren rientrava come in un abito cucito su
misura e infatti nelle due stagioni viola preparò il terreno alla grande
Fiorentina di Montuori che poi avrebbe vinto il titolo, anche se proprio con
lui Bernardini ebbe a scontrarsi, fino a renderne necessaria la partenza.
Era nato a Göteborg il 31 ottobre 1920 e, come ricordano le sue biografie,
aveva cominciato prestissimo a vincere: la prima coppa giocando da ala destra
a sette anni in una squadra del suo rione, poi a 14 la Coppa dellamicizia
con lIFK Göteborg, il club di cui fu precocissimo protagonista, esordendo
in prima squadra a 17 anni. A 18 anni vestiva la maglia della Nazionale B, a
20 esordiva in quella maggiore. Difendendo i colori della rappresentativa svedese
colse il successo più prestigioso, che gli diede notorietà internazionale:
la vittoria alle Olimpiadi di Londra nel 1948, in una squadra poi letteralmente
saccheggiata soprattutto dai club italiani. Il centravanti Gunnar Nordahl emigrò
al Milan in quello stesso anno, Liedholm e Gren lo seguirono la stagione successiva.
Nacque il Gre-No-Li (sigla inventata da Aldo Congiu il 10 settembre 1949 in
un articolo su un quotidiano milanese), sinonimo di arte ed efficacia, sinonimo
soprattutto di ineguagliabile spettacolo. Gren fungeva da centromediano classico,
anche se la figura tattica era quella dellinterno destro, col compito
fondamentale di orchestrare il gioco davanti alla difesa. Col pallone sapeva
però fare tutto e lappartenenza al quintetto offensivo lo spingeva
naturalmente in avanti, tanto che nella sua prima stagione mise a segno ben
18 reti, segno della sua abilità nel tiro, soprattutto dalla distanza.
La sua specialità, tuttavia, era di incantare il pubblico e gli avversari
con colpi di tacco e ogni sorta di finezze, sempre orientate allassist
per lattacco. Col suo micidiale trio, il Milan si piazzò secondo
alle spalle della Juventus (superata nei gol realizzati: 118 in 38 incontri,
di cui 71 a opera degli svedesi inarrestabili!) e lanno successivo conquistò
lo scudetto e la Coppa Latina, il più importante torneo internazionale
dellepoca, progenitore della Coppa dei Campioni. Un secondo e un terzo
posto e poi la cessione alla Fiorentina, per (presunti) raggiunti limiti di
età. Qualche insigne critico milanese non gradiva la sua lentezza, le
trentatrè primavere sembravano sinonimo di declino, nessuno poteva immaginare
che il Professore sarebbe stato tra i grandi campioni di ogni epoca anche in
fatto di longevità. Lui la prese male, il distacco fu segnato da una
freddezza che stonava col carattere gioviale del campione. Passò alla
Fiorentina del dottor Bernardini nellestate del 1953. Qualcuno ci scherzò
sopra: con Bacci e Gratton i viola avrebbero costituito il trio tartaruga.
Dal ritiro estivo in Svizzera (a Bulle, Friburgo), Bernardini rispose serafico:
«Bisognerà attendere di vedere allopera Gren, Bacci e Gratton,
per poter dire se sarà un trio Tartaruga o un trio Razzo.
Siamo molto soddisfatti dei nostri nuovi giocatori. Io penso che Gren adatterà
il suo gioco a quello dei compagni, non essendo più vincolato, come lo
era al Milan, da un gioco di reparto tendenzialmente lento. È luomo
di maggior classe che si deve adeguare al gioco dei compagni». Il problema
delletà? Gli esami medici offrirono responsi addirittura brillanti:
«Non si direbbe che Gren sia vecchio» spiegò il massaggiatore,
il leggendario Ubaldo Farabullini, «il suo cuore ha lo stesso ritmo di
pulsazioni di quello di Bartali, esattamente 42 al minuto. È davvero
un fenomeno». Sul campo, la classe di Gren fece subito la differenza.
La squadra possedeva uno splendido blocco difensivo e un attacco non proprio
micidiale (specie per la sterilità sottoporta dellatteso Vidal):
indispensabile la bacchetta magica del Professore, autentica anima tattica della
squadra, per ricondurre a unità il lavoro difensivo e quello della prima
linea, grazie alla sua duttilità e al suo innato senso della manovra.
Nacque così, sullonda di un gioco di raffinata grana tecnica, la
Fiorentina quarta forza del campionato, e alla fine il terzo posto
a pari merito col Milan ne premiò il salto di qualità. Per Gunnar
i guai arrivarono la stagione successiva. La Fiorentina si rinnova nel settore
offensivo, anello debole della catena, puntando decisamente in alto; Bernardini
avverte subito che il modulo di gioco dovrà cambiare in funzione dei
nuovi attaccanti (Virgili, Bizzarri, Zambaiti, Buzzin) e il messaggio sembra
rivolto proprio a Gren, artista di piede lento anche se di passaggio veloce.
I rapporti col tecnico si incrinano e nonostante il rendimento ancora elevato
lo svedese viene messo da parte, salvo poi rientrare nel finale di stagione,
anche perché le sorti della squadra non hanno certo beneficiato della
sua esclusione. Occorre aria nuova, in cucina, e la chiusura con lasso
di Göteborg è malinconica: in maggio Gren si sfoga a mezzo stampa,
spiegando che la sua situazione nella Fiorentina è diventata insostenibile,
soprattutto per via dellatteggiamento del tecnico, tanto più che
la società, senza averlo avvertito, ha già disdetto in anticipo
il suo contratto di affitto del villino da lui abitato in Via Pietro Tacca.
Il direttore tecnico Giachetti smentisce, assicurando di non aver preso alcuna
decisione sul futuro di Gren, ma ormai la permanenza è diventata impossibile.
Il campione se ne va nellindifferenza generale, soprattutto della società,
e la cosa fa scalpore, trattandosi di un fuoriclasse con pochi eguali al mondo.
Qualcuno tira in ballo la moglie di Gren, assai influente nelle decisioni del
marito. Commenta Alberto Ambrosini sul Calcio e Ciclismo Illustrato:
«Rimane il fatto concreto che il simpatico giocatore di Göteborg
è partito da Firenze in un clima di silenzio davvero eccessivo. E non
si può ignorare che quanto è avvenuto a Firenze si è verificato
anche a Milano: le partenze di Gren, si direbbe per crudo destino, lasciano
dietro di sè lacido prussico della viziosa polemica. Eppure Gren
non manca di tatto, di squisitezza, di savoir-faire atti ad accattivarsi delle
meritatissime simpatie. Sotto sotto, ci devessere qualcosa che guasta.
A noi, presunzione a parte, sembra di averlo individuato». Ambrosini si
ferma qui: che il riferimento sia proprio alla consorte del campione? Gren va
a divertirsi in Svezia, in una rimpatriata estiva in maglia Milan con Nordahl
e Liedholm contro una selezione di Göteborg, e fa impazzire la folla con
i suoi giochi di prestigio. Il suo sembra un rientro in patria definitivo, ma
ad agosto si fa avanti il Genoa e Gren torna in Italia. Chiude in maglia rossoblù
lavventura italiana, con un ultimo regalino alla Fiorentina.
3 giugno 1956: a Marassi si gioca Genoa-Fiorentina, ultima di campionato, con
i viola imbattuti e già matematicamente campioni dItalia. Fiorentina
in vantaggio nel primo tempo con Gratton, poi a un quarto dora dal termine
larbitro Jonni fischia un rigore per il Genoa per fallo di Chiappella
su Carapellese. Il rigorista di casa, Frizzi, era infallibile fino a una settimana
prima, quando lo spallino Persico gli ha parato il tiro dal dischetto. Si astiene:
chi batte? Tutti guardano Gren e il Professore non fa una piega: prende il pallone,
lo mette sul dischetto e fulmina Sarti. A cinque dalla fine lo stesso Frizzi
va in gol e la Fiorentina è in bambola, segna anche Carapellese e addio
primato di imbattibilità. Con tanto di griffe svedese. Gren
tornò in patria ricco e famoso, ma di smettere non aveva alcuna voglia:
venne ingaggiato dallÖrgryte, la seconda squadra di Göteborg,
e nel 1958, per i Mondiali in Svezia, venne richiamato in Nazionale assieme
a Liedholm e Nordahl, dopo una lunghissima assenza, dovuta al suo status di
professionista. Alla bella età di 38 anni Gren si permise il lusso di
approdare in finale, dove la Svezia soccombette allo strapotere del Brasile
e soprattutto di un terribile diciassettenne di nome Pelé. LItalia,
tuttavia, era rimasta nel cuore del Professore, che nel 1961 venne
chiamato sulla panchina della Juventus come direttore tecnico. Pochi mesi, poi
il rientro in patria e ancora il gioco, nelle file del Gais di Göteborg,
dove nel 1964, a 44 anni, superò il record svedese di anzianità
nel massimo campionato. Chiuse col calcio giocato addirittura nel 1976, a 56
anni, come allenatore-giocatore dellOddevold, club di quarta divisione.
E nel 1984, il 5 luglio, scese in campo in unamichevole in suo onore giocata
ad Asa, a una cinquantina di chilometri da Göteborg, accanto a vecchi e
nuovi campioni, tra cui il futuro viola Hysen. Purtroppo, la vita fuori dal
campo fu meno prodiga di soddisfazioni: un paio di matrimoni andati a male e
la voracità del fisco svedese (di cui non cessava di lamentarsi) infersero
duri colpi alla sua florida situazione economica. Forse anche per questo gli
restava una profonda nostalgia per lItalia, con la costante speranza,
rivelata dal figlio Bert, giornalista, di tornarvi prima o poi stabilmente.
Quando morì, sei anni fa, lExpressen, giornale di Stoccolma, titolò
significativamente: «Il suo più grande rammarico era di non essere
nato italiano». Anche le circostanze della sua scomparsa furono particolarmente
malinconiche: Gunnar Gren morì il 10 novembre 1991, in solitudine nel
suo letto, con in mano un libro, nel suo appartamento in Ovre Husargatan, nel
centro di Göteborg, ma il suo cadavere venne scoperto solo quattro giorni
dopo, per via delle luci persistentemente accese nellappartamento, di
cui invano i vicini avevano cercato di chiedere conto a lui, bussando alla sua
porta.
di Carlo F. Chiesa
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