Forza Viola 10/1998



Romano Fogli, il "vice" di Trapattoni
IO E IL TRAP, LA STORIA INFINITA

Finora consideravo i giorni più tristi della mia carriera sportiva quello in cui – senza aver fatto nulla – rimasi coinvolto nel caso doping del Bologna nel campionato 1963-64 e quello della clamorosa sconfitta con la Corea ai Mondiali del 1966 in Inghilterra. Adesso devo aggiungere all’elenco il giorno della drammatica esplosione della bomba carta, allo Stadio di Salerno, nell’intervallo di Fiorentina-Grasshoppers. Quando, più di quarant’anni fa, sono entrato nel mondo del calcio professionistico, non avrei mai immaginato che un giorno sarei stato spettatore di un episodio così triste».

Romano Fogli, prima grande giocatore e poi allenatore attento e scrupoloso, potrebbe scrivere un libro sulla sua movimentata carriera. E forse lo farà tra qualche anno, quando attaccherà le scarpe al fatidico chiodo. Ora, a 60 anni, si ritiene ancora utile alla Fiorentina e, soprattutto, a Giovanni Trapattoni, che lo ha voluto come “secondo” sulla panchina viola. Ad ogni allenamento, Fogli è il primo a entrare in campo e l’ultimo a uscirne. Memore del suo stile di gioco (era un centrocampista dai piedi ottimi, che metteva al servizi di fuoriclasse come Haller e Rivera e di cannonieri come Altafini e Nielsen), si dedica in particolare a migliorare le doti tecniche dei giocatori che il Trap gli affida di volta in volta.
Ma come nasce il sodalizio Trapattoni-Fogli? Non c’è dubbio che l’arrivo a Firenze dell’ex bolognese è stata una grossa sorpresa. I candidati erano tanti, soprattutto fra gli ex viola. Trapattoni, invece, ha deciso di affidarsi a un tecnico fuori dall’ambiente, che nel maggio scorso lavorava al servizio del settore giovanile della Federcalcio, al centro romano dell’Acquacetosa. «Il primo a meravigliarsi della scelta di Trapattoni sono stato proprio io» dice Fogli. «Una mattina, saranno state le sette e mezzo, mio figlio mi sveglia dicendomi che Trapattoni mi voleva al telefono. Credevo che mi avrebbe chiesto informazioni su qualche ragazzo, invece – dopo il solito, brevissimo saluto – mi chiese se ero disposto a lavorare con lui nella Fiorentina. Accettai con entusiasmo per due motivi: è gratificante lavorare per la società viola ed è un onore collaborare con il Trap, che ho sempre considerato il migliore allenatore del mondo».

Trapattoni e Fogli sono stati protagonisti di tantissime battaglie come avversari a centrocampo (Giovanni nel Milan, Romano nel Bologna), ma la loro amicizia si è cementata quando sono stati compagni di squadra, prima in Nazionale e poi in rossonero. Ricorda Fogli: «Ho giocato la mia prima partita con il Trap nel 1961 allo Stadio di Bologna. Avversaria dell’Italia era l’Irlanda del Nord: vincemmo per 3-2 e il gol decisivo fu segnato da Sivori. Commissario tecnico era Giovanni Ferrari, un personaggio indimenticabile. Con Trapattoni fu facilissimo trovare l’intesa, anche perché come giocatori avevamo caratteristiche ben diverse e ci completavamo. Io ero più tecnico, più ragionatore; lui era un combattente, un mediano al quale era affidato il centrocampista avversario più avanzato. Lo aggrediva, non lo mollava mai, come fece contro Pelé a Milano. Prima Ferrari e poi Fabbri ci alternavano in formazione, anche se ci convocavano entrambi. Insieme non abbiamo giocato molte partite, perché Edmondo Fabbri, dopo una serie di esperimenti, decise di affidarsi al blocco del Bologna per i Mondiali del ‘66. La fine, purtroppo, fu ingloriosa a causa della sconfitta con la Corea. L’avessimo ripetuta mille volte, quella partita l’avremmo sempre vinta. A Middlesbrough, invece, finì in quella maniera e provocò uno sconquasso nel calcio italiano».

Trapattoni e Fogli si ritrovarono poi nel Milan, stagione 1968-69. Romano aveva superato la trentina e proveniva appunto dal Bologna, nelle cui file aveva vinto uno scudetto, l’unico in Italia deciso da uno spareggio, contro l’Inter. Fogli segnò il primo gol rossoblù. «Nella mia carriera ho segnato una decina di gol in Serie A su 400 partite, ma sono stati tutti gol decisivi per le mie squadre. In occasione dello spareggio di Roma, sorpresi Sarti con un tiro da lontano. Sarti è stato uno dei più grandi portieri italiani. Ora lo vedo qualche volta ai “campini” per gli allenamenti della Fiorentina e lo ascolto come opinionista. La polemica è il suo pane».

Nel 1968-69 lo scudetto fu vinto dalla Fiorentina, ma il Milan (con Fogli e Trapattoni a centrocampo) vinse la Coppa dei Campioni. «Il Trap era titolare fisso, mentre io partivo spesso dalla panchina. Contro il Malmö entrai in campo proprio al posto di Giovanni, mentre col Manchester a San Siro diedi il cambio a Rivera. Quella con gli inglesi fu la più bella partita “europea” del Milan in quella stagione. Hamrin segnò su un mio passaggio. Nella finale con l’Ajax non scesi in campo, però un po’ di quella coppa la considero mia. Nella stagione successiva andai in campo in tutte e due le gare della Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes. Vincemmo per 3-0 a San Siro e conquistammo il trofeo nonostante la sconfitta per 2-1 al ritorno. Gli argentini erano scatenati, picchiavano come ossessi, ma non ci fecero paura».

Fogli lasciò il Milan nell’estate del 1970 per trasferirsi a Catania, dove rimase per quattro anni. «Non persi i contatti con Trapattoni, ci sentivamo spesso al telefono. Tra di noi c’era amicizia vera. Lui cominciò a fare l’allenatore prima di me ed ebbe subito successo, conquistando uno scudetto dopo l’altro con la Juventus. Per chi frequentava il Supercorso di Coverciano, il Trap era un mito. Io all’inizio della carriera andavo spesso a trovarlo a Torino e seguivo gli allenamenti della Juve. C’era tanto da imparare. Sono andato a trovarlo anche a Monaco di Baviera, mi incuriosiva vedere come lavorava all’estero. Era un mito anche lì. Lavorare con Trapattoni è una splendida esperienza, sul campo e fuori. Uno dei miei compiti principali è quello di andare a visionare le future avversarie della Fiorentina. Stendo la mia relazione e Trapattoni ne trae le conseguenze. Sembra che finora tutto sia andato piuttosto bene».

Uno dei prossimi avversari sarà il Bologna, la squadra in cui ha giocato per dieci anni. Che ricordo ha di quello che viene definito il “Derby dell’Appennino”?
«È sempre stata una partita avvincente, incerta, dai risultati altalenanti. Il mio primo “derby” lo giocai a Firenze e finì con un tennistico 6-3 per i viola. Quella Fiorentina aveva un attacco fantastico che, alla fine del campionato, sfiorò i cento gol. C’erano Hamrin, Lojacono, Montuori, Petris, tutti giocatori che sapevano fare spettacolo e al tempo stesso badavano al sodo. Lo spettacolo non era solo in campo, ma anche sugli spalti. Non succedeva il minimo incidente, era come se le due tifoserie fossero gemellate. Quando il Bologna vinse il campionato 1963-64, moltissimi fiorentini venivano a fare il tifo per noi perché sulla panchina rossoblù sedeva Fulvio Bernardini, il famoso “dottore” che qualche anno prima aveva guidato la Fiorentina alla conquista del suo primo titolo tricolore. Noi pranzavamo da Pedretti a Casalecchio di Reno e ogni settimana c’era una processione di tifosi fiorentini che venivano a rendere omaggio a Bernardini. Mi piacerebbe che tornassero quei tempi, vorrei che i tifosi cancellassero i brutti episodi di qualche anno fa».

La Fiorentina 1998-99 ha qualche somiglianza con il Bologna che vinse lo scudetto?
«Con il calcio in continua evoluzione tattica e tecnica, non è facile fare paragoni tra le squadre di oggi e quelle di 35 anni fa. Credo comunque di poter dire che la prima somiglianza sta... in panchina: Bernardini è stato forse il più grande allenatore di tutti i tempi, però Trapattoni possiede le stesse qualità tecniche e umane. Altre similitudini? Toldo è un portiere che offre la stessa sicurezza del Negri di allora, Edmundo per la sua forza mi ricorda Haller, Cois – quando raggiungerà la piena maturità – potrà essere paragonato a Bulgarelli, Padalino ha la stessa intelligenza tattica del libero rossoblù Janich. Per quanto mi riguarda, mi rivedo un po’ in Rui Costa per la visione di gioco. Lui possiede colpi di genio che io non avevo, però in difesa...».

Più forte Fogli, ne siamo testimoni. Può reggere un paragone tra Nielsen e Batistuta?
«No, parliamo di giocatori completamente diversi. La dote principale di Nielsen era l’astuzia; Batistuta è molto più potente, una forza della natura. E il bilancio dei gol parla a favore dell’argentino, uno dei più grandi attaccanti degli ultimi dieci anni».

Dove possono arrivare Fiorentina e Bologna?
«Del Bologna posso dire soltanto che mi ha sorpreso per i risultati che ha ottenuto in campionato, Coppa Uefa e Coppa Italia. Elogio Mazzone e mi fermo lì. Posso dire molto di più della Fiorentina, una squadra che possiede la semplicità, la concentrazione, la volontà e la convinzione di tutte le formazioni allenate dal Trap. È una squadra che ha già conquistato il pubblico e che andrà lontano, anche se dovrà affrontare la durissima concorrenza di Juventus, Inter, Milan, Parma, Lazio e Roma. Una cosa è sicura: sarà un campionato incertissimo, che forse si deciderà allo sprint come una corsa ciclistica».

Un bilancio dei suoi primi mesi d’esperienza fiorentina?
«Forse è presto per un bilancio completo. Dico soltanto che sono felice di essere qui e non smetterò mai di ringraziare Trapattoni che mi ha voluto accanto a sè. Ho solo un’amarezza...».
Quale?

«L’episodio di Salerno che ha portato all’ingiusta esclusione della Fiorentina dalla Coppa Uefa, un traguardo al quale Trapattoni e i giocatori puntavano con tutte le loro forze e – diciamolo pure – con ottimismo. La serata di Salerno, come ho già detto, resterà una delle più brutte della mia carriera. Fra l’altro ho rischiato grosso. Stavo per rientrare negli spogliatoi insieme ad Antognoni, ma ci siamo soffermati per aspettare il Trap, intervistato da TeleMonteCarlo. È stata la nostra fortuna: avessimo continuato a camminare, ci saremmo trovati sul posto dell’esplosione. È una cosa inaudita che un mascalzone qualsiasi riesca a tirare una bomba carta in campo. Ed è un’ingiustizia clamorosa che a farne le spese sia stata la Fiorentina, ovvero la squadra che ha subito l’attentato. Spero che la giustizia ordinaria colpisca nella dovuta maniera i responsabili. Altrimenti sarebbe la fine dello sport al quale ho dedicato gli anni più belli della mia vita».

di Raffaello Paloscia

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