Forza Viola 6/1999



L'alfabeto di Fabrizio Ficini
RAGIONE E SENTIMENTO

Il mito, secondo Fabrizio Ficini. Uno che da Empoli, quand’era ragazzo, partiva spesso alla volta di Firenze per andare a vedere il grande calcio. E l’uomo che ora è diventato il suo direttore generale all’epoca stava là, in mezzo al campo. Capitano, e bandiera, della Fiorentina. «Non lo dimenticherò mai, il suo modo di giocare» assicura Fabrizio. «Era uno spettacolo. Se sono innamorato del calcio, lo devo soprattutto a lui».

Brivido
Di quelli che corrono sotto la pelle. Di quelli che racconteresti per una vita. L’esordio in Serie A, naturalmente. «Non sono passati nemmeno quattro anni. Era il 27 agosto del ‘95, quella data la ricordo come fosse ieri. Ero arrivato a Bari dall’Empoli. Entrai in campo alla prima giornata di campionato, Bari-Napoli, subentrando ad Abel Xavier dopo mezz’ora di gioco». Per la cronaca, la partita finì in parità, 1-1. E in quella stagione Fabrizio collezionò ventuno presenze.

Claudia Una presenza fondamentale, nella vita di Fabrizio. «La mia fidanzata, certo. Il nostro legame dura da dieci anni. Le devo molto, e ci tengo a dirlo. Perché è vero che in campo uno ci va da solo, e da solo deve imparare a lottare. Ma quando fuori dal campo hai qualcuno che ti sta vicino, che sa capirti e condivide le tue scelte, state pur certi che è un’altra cosa. A Claudia devo semplicemente dire grazie, ecco tutto».

Delusioni
La stagione appena conclusa gliene ha riservate un paio, entrambe legate al suo recente passato. Empoli e Samp, le squadre in cui ha militato prima di arrivare a Firenze, sono finite in Serie B. «Mi dispiace soprattutto per l’Empoli. È naturale, perché è la squadra della mia città e avevo partecipato al grande sogno, la conquista della A. Avevamo fatto tanta fatica, per arrivarci. La Samp, per me, è stata una parentesi, ci sono rimasto sei mesi. In questo caso sono triste soprattutto per Spalletti, un tecnico che non meritava il trattamento che ha avuto a Genova. Sono sicuro che se avesse potuto guidare la squadra dall’inizio alla fine, l’avrebbe portata in salvo».

Empoli
Calcio, e non solo. La città natale di Fabrizio Ficini. I ricordi, l’infanzia, le prime esperienze e anche i primi calci rifilati a un pallone. «E quindi anche gli amici, tra i quali torno spesso, perché stare in compagnia mi è sempre piaciuto. Il gruppo è sempre quello, dopo tanti anni. È bello tornare in mezzo alla tua gente, di tanto in tanto. E poi c’è la squadra, certo. Ho fatto lì tutta la trafila del giovane calciatore, dagli Allievi alla prima squadra. e quando sono arrivato tra i grandi, tra C1 e A ho giocato 105 partite con quella maglia. Direi una bugia se non ammettessi che qualcosa addosso mi è rimasto».

Famiglia
Si parlava di stimoli, e dell’aiuto che anche chi vive al di fuori del calcio può dare a chi del pallone ne fa un mestiere. «Ai miei genitori devo moltissimo. Le mie scelte le hanno sempre capite, apprezzate, addirittura appoggiate. E poi c’è mio fratello David. Ha due anni più di me, non ha fatto il calciatore ma per il pallone ha una passione incredibile. Un vero tifoso. Figuratevi di chi mai potrà essere il primo sostenitore, adesso che gioco in Serie A. Mica troppo difficile, non vi sembra?».

Gioia
La più grande, nella carriera di un calciatore che non ha nemmeno ventisei anni, e chissà quanti anni di calcio davanti a sè. «Non ho dubbi: la salvezza dell’Empoli, nella stagione scorsa. Perché la conquistammo contro ogni previsione, visto che tutti, compresi gli addetti ai lavori, ci davano già per spacciati alla seconda giornata. Invece siamo cresciuti piano piano, e ci siamo addirittura salvati con un turno di anticipo. In barba a tutti quanti, e a tutte le previsioni. Fu una grande festa, per noi. Come se avessimo vinto lo scudetto. E in fondo, il nostro scudetto era quello».

Ironman
State tranquilli, il triathlon non c’entra. Continuiamo a parlare di calcio. E di Fabrizio Ficini, che dev’essere fatto di una pasta che non esiste più. Uno di quei giocatori che lavorano duro, gente tutta volontà e sacrificio, che non si abbatte al primo ostacolo ma tira dritto per la sua strada, perché sa dove vuole arrivare. Voleva arrivare in Serie A, Fabrizio. C’è riuscito. Sognava una grande squadra, e ne veste la maglia. In più, ha abbastanza grinta da farsi notare e apprezzare da un tecnico come Trapattoni, che ormai non pensa a lui come a un comprimario. Un’altra battaglia vinta, per l’uomo di ferro.

Luciano
Spalletti, naturalmente. Un tecnico al quale Fabrizio è legatissimo. «Credo di poter dire che è quello che mi ha insegnato di più. Ha sempre creduto in me, mi ha dato la possibilità di esprimermi sui grandi palcoscenici del calcio e mi ha sempre stimolato a crescere, a migliorarmi. Quando ha iniziato l’avventura alla Sampdoria, mi ha voluto con sè. Un gesto di grande stima, e del resto io ne provo altrettanta per lui. Per questo gli sono vicino, ho condiviso la sua gioia al tempo del miracolo-Empoli, posso immaginare come deve sentirsi dopo la retrocessione della Samp. Della quale non lo ritengo colpevole, perché credo abbia pagato colpe non sue».

Maestri
«Lo so che vi sembrerò poco originale, magari uno che va avanti a frasi fatte, ma accetto il rischio. In tutta sincerità, io mi ritengo fortunato, perché nella mia carriera di giocatore ho avuto grandi maestri, uomini che mi hanno insegnato tanto. Da ognuno, anche nei momenti difficili, ho imparato qualcosa. Ho parlato di Spalletti, certo. Ma il mio elenco è davvero lungo. E naturalmente dentro c’è già anche il nome di Giovanni Trapattoni. Sono a Firenze da pochi mesi, però i suoi insegnamenti mi hanno già arricchito. Del resto non poteva andare diversamente: un uomo della sua esperienza non può passare sulla tua vita senza lasciare traccia». Una stima reciproca: Fabrizio piace parecchio al suo tecnico, che ne apprezza la grinta, l’umiltà, la voglia di non arrendersi mai. Uno così, il Trap lo promuove al volo.

Nascita
Quella calcistica, s’intende. Non c’è soltanto l’Empoli, nel passato di Fabrizio Ficini. «La mia carriera è nata prima, quando ero ancora un ragazzino. I primi calci li ho tirati nel Cortenuova, società di un borgo della periferia empolese. Lì mi facevano giocare in attacco, a ridosso delle punte. Ma il mio ruolo cambiò quasi subito. Appena arrivai a Empoli, fui arretrato. Prima divenni tornante, sulla fascia destra, poi mi misero davanti alla difesa. Mai avuto la speranza di diventare un fantasista, o magari un bomber. Non ho nemmeno fatto in tempo a provarci».

Occasione
Quella della vita, raccolta al volo, si chiama Fiorentina. E il destino, in questo caso, ha giocato sul filo delle ore. «Alla Samp lo spazio per me si era chiuso, dopo l’arrivo di Platt. La cosa incredibile è che Spalletti è stato richiamato sulla panchina blucerchiata appena ventiquattro ore dopo la mia cessione alla Fiorentina. Certo, se lui non se ne fosse andato da Genova probabilmente sarei ancora là. Per me, in effetti, è stata una fortuna. A quest’ora sarei retrocesso, invece gioco in una squadra che ha appena conquistato la Champions League. E difendo i colori che ho amato fin da ragazzino».

Previsioni
Il futuro, a questo punto, si chiama Champions League. E se il timoniere resta al suo posto, c’è da giurare che per uno come Fabrizio Ficini ci sarà sempre un attimo di gloria. «Ma io vivo alla giornata, non ho mai fatto calcoli. Sono felice di essere a Firenze, sono più che soddisfatto del mestiere che ho scelto. Insomma, sono un ottimista e guardo avanti senza chiedermi troppe cose sul futuro: finora è andata bene, e ci ho sempre messo volontà e passione. Per quanto mi riguarda, le cose non cambieranno domani».

Qualità
Dove si raccontano i pregi di Fabrizio Ficini, secondo... lui medesimo. «Se proprio devo trovarne uno, direi che è la volontà. Quando sono in campo, mi batto e mi impegno fino all’ultimo respiro. Sono fatto così». Già che ci siamo, analizziamo anche i difetti. «Il più grande, da giocatore, è che segno col contagocce. Da quando gioco da professionista, nemmeno un gol. Lo so, non è esattamente il mio compito. Ma una volta ogni tanto, non guasterebbe...».

Rincorsa
Gli esami non finiscono mai, com’è vero. Vale anche per Fabrizio Ficini, il discorso. Ripercorriamo la sua carriera: arriva a Bari nel ‘95-96, e alla prima esperienza in Serie A convince subito Materazzi. Ma poi arriva Fascetti e lo rimette in discussione. Dopo il felice ritorno a Empoli, Spalletti se lo porta dietro a Genova. Sembra fatta, ma quando arrivano Veneri e Platt, Ficini ritrova la strada della panchina. Il bello è che lui è un ragazzo in gamba, di quelli che non si abbattono facilmente. Arriva la chiamata del Trap, un onore, e lui la raccoglie al volo. E quando occorre, si fa trovare pronto. Un’altra rinascita, e in maglia viola è più bello.

Sogni
Magari la Champions League, perché no. «Magari. Ma l’ho detto, io al futuro penso davvero poco. Cerco di vivere il presente. Di sogni, in fondo, ne ho già realizzati tanti: dagli anni felici di Empoli all’esordio in A, e adesso anche l’esperienza a Firenze. Con addosso gli stessi colori indossati da Antognoni e Roby Baggio, due grandissimi che mi hanno insegnato ad amare il calcio».

Tradimento
Chissà come l’avranno presa, gli amici di Empoli, quando hanno saputo che Fabrizio passava alla Fiorentina. Immaginiamo abbiano gridato al tradimento. Invece... «Invece sono stati più che mai felici. Prima di tutto per il sottoscritto, perché sapevano che mi capitava una grande opportunità. E poi, a Empoli la colonna viola è sterminata. I miei amici? Quasi tutti tifosi viola, altro che tradimento...».

Umiltà
Una delle doti che Trapattoni apprezza in un calciatore. Una delle doti che Fabrizio ha sempre messo in mostra, insieme all’intelligenza e all’altruismo. Lo hanno definito “ragioniere di centrocampo”, uno di quelli che di rado sbagliano l’approccio alla partita, ma non per questo montano casi se nella successiva si ritrovano in panchina. Mettersi in mostra? Non è certo il suo genere. «L’ho detto, una volta ogni tanto dovrei provarci, a segnare. Ma sinceramente sono più contento se posso andare in aiuto a un compagno in difficoltà, se riesco a recuperare un pallone. Per me, anche queste sono soddisfazioni grandi».

Viola
Finalmente quella maglia. Che è passione e ricordo, oltre che presente. «C’era soprattutto la Fiorentina, nell’immaginario di noi ragazzini. Ed era quella di Antognoni, di Bertoni, di Giovanni Galli. Erano loro a farci sognare. Giocavamo con la maglia viola addosso nei campetti di periferia, e adesso me la trovo di nuovo sulle spalle. Proprio vero, il destino a volte fa scherzi meravigliosi...».

Zagor
E tutti gli altri. Fumetti, naturalmente. Una passione, per Fabrizio Ficini. «Di quelle che ti porti dietro per tutta la vita. Ne ho la casa piena, li colleziono, li leggo e li rileggo. Sì, sono un innamorato dei cartoons e dei fumetti, tutt’altro che pentito. Chissà, forse mi aiutano a restare bambino, a coltivare sempre nuovi sogni».

di Marco Tarozzi

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